Il buon seme si salva insieme


















Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017, si terrà a Bergamo il G7 dell’agricoltura. Il G sette, è l’incontro dei sette paesi più sviluppati, più importanti tra le economie mondiali. Più conosciuto era il G8, comprendente anche la Russia. I paesi rappresentati nel G7 sono gli Usa, il Canada, il Giappone, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e l’Italia, paese ospitante.
Cercando in rete non abbiamo trovato documenti da parte di questi ministri che possono illuminarci sul tipo di intese che troveranno, se ne troveranno, sul modo di affrontare le sfide che i tempi attuali ed i rischi che incombono sul mondo dell’agricoltura o , più in generale, sul mondo intero.
Certamente, dato che l’agricoltura si pratica nell’ambiente naturale, non è l’economia che può essere sinteticamente simboleggiata dai caveau delle banche. Il cambiamento climatico si attua con forza e muta, altera, il modo stesso di fare “agricoltura” sul pianeta.
Dobbiamo prendere per buono quanto viene pubblicato dai giornali, le dichiarazioni de  Maurizio Martina, nostro ministro per l’Agricoltura e Foreste. Dobbiamo, per forza, analizzare e cercare di capire tra le righe delle interviste, tante, dichiarazioni di intenti, ancor di più, quello che, almeno, il rappresentante italiano andrà a dire, se lo dirà. Una cosa è certa. Volendo porsi nell’ambito di una contestazione a questo vertice “agricolo”, sarebbe importante mettersi d’accordo su un concetto dirimente. Cos’è l’agricoltura? Adesso, nei nostri anni, che cosa significa? Nell’epoca degli Ogm, della totale intercambiabilità e interdipendenza tra la chimica e la farmacia, tra la biotecnologia e l’agronomia, nell’epoca dei futures e derivati sui raccolti, ha ancora senso parlare di agricoltura, quando ne ragionano i vertici di questo sistema?
È agricoltura, per dirne una, chiara, accessibile e facile per tutti, per chiunque voglia anche solo prestare un orecchio a quanto diciamo, imporre, per esempio, nel Burkina Faso, solo un esempio, il cotone BT della Monsanto, per poi accorgersi, se ne sono accorti i contadini, che quel cotone fa morire le bestie, ha rese basse, costa molto di più del cotone convenzionale e la sua monocultura, coltivazione su larga scala, sterilizza il suolo, lo impoverisce ed il contadino resta più povero, affamato e ingannato di prima? Il governo del Burkina Faso, e l’esempio non lo abbiamo scelto a caso e vedremo perché, ha deciso di vietare del tutto quella semente Ogm, imposta ai contadini dall’organismo statale Sofitex. È agricoltura, questa? Si può definire “cultura del campo” qualcosa che il campo non lo coltiva, non ne preserva la fertilità, non ne arricchisce il suolo ma lo sterilizza e impoverisce, impoverendo e costringendo alla fuga (i più fortunati, quelli che hanno qualche risorsa, via, sui barconi verso l’Europa). Si può chiamare “agricoltura” questa? O, piuttosto, non è, la definizione, calzante, è di Massimo Angelini, “attività estrattiva” ovvero trattare la terra ed i suoi abitanti come delle variabili dipendenti del sistema che, innanzitutto, drena risorse dai poveri verso i ricchi, sottomette, impone, con la copertura della scienza asservita al dominio, lo “scientismo” puntando ad arricchire i centri di potere delle sementi, i giganti dell’agro-industria, dell’agri-bio-tech nel mondo occidentale?

No, che non è agricoltura. Se comporta desolazione, villaggi abbandonati, disperazione, i suicidi dei contadini indiani per colpa dello stesso cotone BT della Monsanto, la riduzione di vaste terre, un tempo fertili, in miniere a cielo aperto di varietà Ogm destinate alla sola esportazione, a basso costo, verso le manifatture o verso il bestiame, nel caso della soia, occidentali, non è cura del campo.
Il Burkina Faso ha conosciuto Thomas Sankara che diceva “un orto, una scuola, un pozzo in ogni villaggio”. Ovvero, l’indipendenza vera di un paese sta nella sua terra, nella sua cultura, nell’agevolare donne ed uomini e bambini nella vita reale e concreta di ogni giorno. Thomas Sankara è stato ammazzato. Il Burkina Faso conosce un contadino, Jakouba Sawaogo, che, dapprima osteggiato, piano piano, con la forza del patriarca, figura di evocazione biblica ma reale e viva come non mai, ha riproposto e ripristinato la pratica dello “zai”, ovvero una pratica burkinabè di coltivazione che prevede la coltivazione in fosse, in ampie buche sul fondo del quale porre letame bovino e poi terriccio e poi seminare. E poi praticare la policultura, ovvero mettere a dimora alberi resistenti ed alberi da frutta. Quello che ha fatto, ovvero rinverdire un’area talmente vasta da essere visibile dai satelliti, tra il Burkina e il Mali, lo racconta nel film-documentario che gli è stato dedicato The man who stopped the desert. L’uomo che fermò il deserto.



Jakouba è vivo e vegeto, contadino non diplomato, né agronomo e nemmeno ministro, ha saputo compiere il miracolo che le università asservite non sanno (?) non vogliono compiere perché un popolo che giace sotto il dominio della pretesa “scienza” non è un popolo libero e soprattutto, non apporta profitti alle quattro o cinque grandi corporation che nel mondo si spartiscono la torta grossa delle sementi, ovvero Monsanto-Bayer, Syngenta, Dupont, Dow, da sole, detengono il monopolio di oltre il sessanta per cento del mercato.
Un’altra pratica, la “milpa” ovvero la policultura di mais, fagioli, zucche, girasoli, amaranto e quinoa nel continente americano, praticata da millenni dalle popolazioni amerindie, è “agricoltura”, ovvero attività di rispetto del suolo, conoscenza dei popoli nativi che preserva e nutre la terra e gli uomini.
In questa nostra nuova epoca che studiosi hanno voluto chiamare “antropocene” , epoca di cambiamenti climatici imponenti, di rialzo delle temperature in ogni parte del mondo, riconosciuta da tutti, persino dai capi di stato, con l’eccezione di Trump, è possibile, diciamo noi, continuare a praticare un rapporto con la terra che non ne tiene conto? È possibile continuare a disboscare le foreste pluviali per piantagioni di olio di palma o di soia destinati, oltretutto, al consumo animale dei paesi ricchi? È possibile continuare ad alimentare il deserto non riconoscendo ai popoli la loro capacità di stare in contatto intimo, umano con la Madre Terra, la Pacha Mama o come in infiniti, poetici, cari alle culture vere originarie, vogliamo chiamarla?
È possibile non accorgersi che quello che un contadino del Burkina Faso è saggio e giusto?
Che non si tiene conto né dei cambiamenti climatici né del fatto, indubitabile che la terra è un composto di milioni di esseri viventi? Cosa ci verranno a raccontare, i ministri dell’agricoltura dei governi degli stati più ricchi del mondo? Trump verrà a negare, ancora, le bare dei morti di Livorno, sono ancora calde, che il cambiamento climatico è una bufala cinese? Cosa si diranno tra loro, cosa dirà il nostro ministro, Martina, a Trump? Ovvero al ministro che il presidente Usa ha nominato?
Cosa diranno loro è quello che, aldilà ed oltre le belle parole, sempre belle le parole, sta dicendo Martina, sta riempiendo la stampa di Slow Food e tipicità italiane, di specificità dell’agricoltura italiana. Che la soia che mangiano i nostri animali nelle stalle degli allevamenti industriali sia soia Ogm, non lo dice? Che bisogna intervenire sulle politiche comunitarie e smetterla di foraggiare, mai termine fu più adatto, i soliti noti, con la loro “agricoltura intensiva” e idrovora, l’80 per cento dell’acqua in pianura padana viene bevuta da questa agricoltura e le falde in molte aree non sono più disponibili, prosciugate del tutto e le pompe ormai, aspirano acque salmastre, inutilizzabili.




Orto sinergico, teoria e pratica, a Mondeggi Bene Comune
Quello che diranno loro. Quello che diremo noi.
Vorremmo ricordare i nostri fratelli Mapuche, la rete di salvatori di semi cileni, Wallmapu, vorremmo ricordare le loro terre espropriate da Benetton, vorremmo ricordare un loro grande manifesto “Mi seppellirono, ma essi non sapevano che io ero un seme”. Vorremmo ricordare con evidenza di parole d’ordine, di striscioni, di murales, vorremmo che la musica e l’arte approfondissero ed appoggiassero la lotta per la terra.
È su questo che vorrei concentrare l’attenzione. L’attenzione della Rete bergamasca contro il G7 sull’agricoltura e di chiunque, anche fuori da essa, voglia tentare di capire, e non è facile, cosa succede nel delicato e complesso mondo della produzione del cibo.
“Il cibo non è una merce. La Terra non è un supermercato”, questo è un concetto elaborato da Genuino Clandestino, “Tierra y libertad” e questo lo dobbiamo ad Emiliano Zapata, rivoluzionario e contadino. In questi decenni di attività come seedsaver, salvatori di semi, abbiamo avuto modo di incontrare una pluralità incredibile di soggetti. Abbiamo conosciuto dirigenti del Movimento Sem Terra, una infinità tra contadini, orticoltori, allevatori o anche un mondo giovanile che in maniera irruenta ed entusiasta si è avvicinato alla terra. A tutti abbiamo detto “Bisogna partire dal seme, dal buon seme.” Facciamo la nostra parte, la parte originante ed originaria, siamo la pars costruens, quella parte che mette a disposizione le conoscenze incredibili insite nel seme antico, originario, rurale, “heirlooms seeds” eredità di famiglia, come li chiamano gli Inglesi. Abbiamo provato ad elaborare, scrivere, con la penna e con la vanga, una cultura-coltura diversa. Siamo stati nel movimento, vasto, contro Expo “Affamare il pianeta. Arricchire la finanza” siamo parte di una moltitudine che nel mondo scambia semi, ricerca e custodisce. Non alle isole Svalbard, non in luoghi lontani ed inaccessibili ma nei nostri orti e qui, in Lombardia, i nostri primi gruppi locali, tra Como e Bergamo, ci siamo chiesti come, dove, ricercare sementi diverse.
Sementi che si adattano e reagiscono nella loro vitalità intrinseca, ai cambiamenti climatici.
Se una pianta di mais ibrido la scrolli e viene via, prova a spiantare una nata dalle nostre sementi. Radici forti, vigorose, piante che conoscono la terra e la luna, che ci vengono da tradizioni dove il contadino non era ancora stato spossessato del suo sapere. Era una persona, un uomo a tutto tondo che nel suo dialetto sapeva pensare, decidere, indirizzare la sua fattoria.
“Dopo un raccolto, ne viene un altro” e ci si dimentica che la più grande medaglia d’oro della Resistenza italiana, la cui figura giganteggia sullo stendardo dell’Anpi era un contadino, papà Cervi, siamo stati anche a conoscere i suoi eredi ed il suo spirito libero, la sua mente aperta di uomo della campagna curioso ed innovatore, ci ha conquistato. Dopo un raccolto, ne viene un altro, è una grande e nobile verità. Purché le sementi non siano sterili e non debbano essere sempre ricomprate dai soliti padroni della vita e della morte, Monsanto e company.



Torino, ReSetG7 in marcia verso la reggia di Venaria (ph Luca Perino, che ringraziamo)
Neil Young ha dedicato un grande album “Monsanto years” a queste nostre tematiche. Noi vorremmo esso risuonasse nelle nostre piazze alternative alle cene di quei ministri.
Noi vorremmo organizzare un grande scambio di sementi e il loro dono a quanti verranno.
Ci siamo e ci saremo, anche dopo, a tenere laboratori, incontri, informare, un mondo il più vasto possibile. Oggi più che mai dobbiamo, è un nostro preciso dovere mescolarci, tra campagna e città, contadini e cittadini, laddove sia “contadino” che “cittadino” significano persona libera ed autodeterminata, la rete dei salvatori di semi italiana connessa a livello europeo e mondiale, ha altro da dire rispetto alle petizioni di principio del ministro Martina e se è pur vero che alla Casa Bianca Michelle Obama allestì un orto edinvece Melania Trump ha sfasciato tutto e in quel posto c’è un parcheggio per Suv, non era cambiata la politica di compiacenza con le corporation come Monsanto. Individuare le loro contraddizioni e costruire la nostra alternativa, dal basso, appunto, dalle radici, è il nostro compito. E dobbiamo agire adesso.
All’interno di questa rete, il posto di Civiltà Contadina è nella diffusione delle buone pratiche agricole, nell’acquisizione di conoscenze, nella diffusione delle sementi recuperate, nella condivisione di un sapere che ci viene da lontano e intendiamo vada lontano. Le sementi non appartengono alle multinazionali, le sementi non appartengono nemmeno ai contadini. Le sementi, le buone sementi, appartengono ai bambini.
Vorremmo vedere una realtà di contadini per passione mobilitarsi, di contadini, allevatori, e sappiamo che sono tanti, e loro alleati dei Gas, e tutte le persone che concordano con noi che bisogna praticare e da subito, una agricoltura altra che liberi la terra e gli uomini.
Il buon seme si salva stando insieme.

fonte: https://comune-info.net/