L’Associazione nazionale gestori ambientali (Angam) pubblica il primo Green technology report
L’Associazione nazionale gestori ambientali (Angam), che abbraccia
operatori e imprese di settore ed è tra i soci fondatori della
Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata da Edo Ronchi, ha appena
dato alle stampe la prima edizione del Green technology report:
uno studio sul contributo della ricerca scientifica italiana nel campo
della gestione dei rifiuti, all’interno del quadro internazionale.
Materialmente elaborato dall’Associazione Ises Italia (International solar energy society),
il report mostra «che, su 150 Paesi nel mondo, la ricerca scientifica
italiana nel settore della gestione dei rifiuti si posiziona al
sedicesimo posto». Sul podio (con dati 2017) spiccano al primo posto gli
Stati Uniti, seguiti dall’India e dal Regno Unito. In casa europea
seguono la Spagna al 6° posto, la Germania all’8° e l’Olanda al 9°.
Prima dell’Italia si classificano anche la Francia (11° posto) e la
Svezia (15°) , mentre sono 109 le nazioni che non raggiungono neanche un
punteggio pari alla metà di quello italiano.
In che modo? Il rapporto elabora tre indici distinti. Il primo è
denominato Waste Management index, e si basa sull’elaborazione
dell’indice di Hirsch alla popolazione degli autori di una data nazione:
«Si è scelto questo indice – spiegano dall’Angam – in quanto
rappresenta un criterio, condiviso dalla comunità scientifica, per
quantificare la prolificità e l’impatto scientifico di un autore, che si
basa sia sul numero delle pubblicazioni sia sul numero di citazioni
ricevute». Come risultato l’Italia si piazza appunto al 16° posto nella
classifica globale.
Ma i risultati cambiano aumentando il livello di dettaglio.
Osservando le citazioni da parte di altri ricercatori della comunità
scientifica (ovvero l’indice WMCit), gli autori italiani risalgono
rapidamente la gerarchia internazionale fino a piazzarsi all’8 posto
mondiale. A essere assai lacunosa è piuttosto un’altra performance,
quella misurata dall’indice WMRiv e riguardante la nazionalità delle
riviste scientifiche che sono state selezionate dagli estensori del
rapporto.: «Nessuna rivista scientifica censita dalla comunità
scientifica internazionale che tratta temi legati alla gestione dei
rifiuti – dichiarano dall’Angam – è italiana. Questo gap è rilevante in
quanto non permette ai ricercatori italiani di poter accedere in modo
più agevole alle cronache scientifiche internazionali».
Complessivamente, sottolinea l’Associazione, i dati non possono
sorprendere «tenendo conto del fatto che sul fronte degli investimenti
pubblici e privati in ricerca scientifica, l’Italia si posiziona in
tredicesima posizione della classifica mondiale, con valori fino a dieci
volte inferiori rispetto ai primatisti Usa, Cina e Giappone (Global R&D Funding Forecast 2016, R&D Magazine).
Anche in questo caso, si può e si deve fare di più». Finora i
ricercatori italiani, e non solo quelli attivi nel campo della gestione
rifiuti, si sono rivelati assai produttivi: il rapporto tra risultati ottenuti e soldi in spesi in ricerca è generalmente ottimo.
Un motivo in più per investire in ricerca, cosa che finora non è stata
fatta, penalizzando così anche le possibilità di sviluppo sostenibile
del Paese.
«La gestione dei rifiuti e le bonifiche devono prevedere, in ogni
pezzo della filiera – ricordano al proposito dall’Angam – l’applicazione
delle “best available techniques” convalidate dalla ricerca scientifica
di alto profilo. Inoltre, per poter raggiungere risultati sempre più
sfidanti di sostenibilità, il comparto ambientale deve puntare sulla
sperimentazione di soluzioni e tecnologie di frontiera che abilitino la
green economy del futuro. Negli ultimi anni innovazione e tecnologia nel
nostro Paese ha avuto molto a che fare con il Piano Industria 4.0 (poi
Impresa 4.0) varato dal Governo uscente. Una strategia, nella quale il
settore ambientale è rimasto colpevolmente ai margini pur avendo le
potenzialità per farne parte, che non ha dato ancora i suoi frutti più
maturi sia per un livello di finanziamento pubblico non adeguato, sia
perché il tempo necessario affinché progetti e iniziative diano gli
effetti sperati è di medio e lungo periodo».
fonte: www.greenreport.it