giovedì 7 giugno 2018

Istat, i costi per la gestione dei rifiuti italiani sono cresciuti del 16,3% dal 2010

Dati trainati «dagli acquisti di beni e servizi (+22,1%), a fronte di andamenti più contenuti per le spese del personale (+6,7%) e del costo d’uso del capitale (+1,3%)»






















Tenere pulita casa propria costa, come tutti sanno, in termini di tempo e/o denaro: occorre raccogliere i rifiuti e magari recuperare prima qualche risorsa evitando sprechi inutili, lavare, riassettare. Il che a sua volta significa comprare di tutti gli strumenti necessari per farlo (cestini per la spazzatura, detersivi per i pavimenti, etc), impiegare una fetta della propria giornata nelle operazioni o – per i pochi che se lo possono permettere – pagare qualcun altro che lo faccia, traendone a sua volta almeno un minimo profitto. Tramite una semplice e semplicistica analogia, non è difficile immaginare che tenere pulito un territorio più esteso di quello dove sorge un appartamento, magari allargando lo sguardo a un intero Paese, non sia un’operazione a costo zero.
Ma se tener conto delle spese legate alla pulizia della propria casa non è una missione così difficile, altrettanto non si può dire per l’Italia intera. A provarci adesso è l’Istat, dopo aver preso atto della «assenza di fonti informative rilevanti per la produzione di indici di prezzo alla produzione per il settore della gestione dei rifiuti». A partire da oggi l’Istituto nazionale di statistica aggiornerà dunque ogni anno i suoi nuovi indici dei costi di gestione dei rifiuti con base di riferimento 2015=100, il cui campo d’osservazione «riguarda, in termini di Ateco 2007, le attività economiche della divisione 38, raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti; recupero dei materiali, gruppi 381, 382 e 383 (si veda la fotogallery in pagina, ndr)».
Come spiega l’Istat, gli indici dei costi di gestione dei rifiuti si riferiscono alle attività di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti e al recupero dei materiali, e misurano l’andamento nel tempo dei costi di produzione delle attività di gestione dei rifiuti, con riferimento all’acquisto di beni e servizi (che pesano per il 67,1% all’interno dell’indice complessivo), al costo del personale dipendente (23,9%) e al costo d’uso del capitale (9%).
Dai dati raccolti sappiamo dunque che in Italia «tra il 2010 e il 2017 l’indice di costo della gestione dei rifiuti aumenta del 16,3%, trainato dagli acquisti di beni e servizi (+22,1%), a fronte di andamenti più contenuti per le spese del personale (+6,7%) e del costo d’uso del capitale (+1,3%)». Una crescita che è risultata particolarmente sostenuta fino al 2014, mentre «negli ultimi tre anni la crescita dell’indice complessivo è più contenuta (+0,8%) e relativamente più omogenea tra le diverse componenti dei costi: +1,6% per l’acquisto di beni e servizi; -1,3% per le spese per il personale; +0,8% per il costo d’uso del capitale».

Costi che non si ritrovano naturalmente anche nell’ambito del recupero materiali vero e proprio, dove anzi stanno crescendo più rapidamente: «Rispetto ai due sotto-settori economici che compongono l’indice totale (raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti il primo, recupero dei materiali il secondo), l’andamento dei costi si dimostra sostanzialmente simile, ad eccezione – conclude infatti l’Istat – di un più accentuato incremento nel settore del recupero di materiali nell’ultimo anno».

fonte: www.greenreport.it