mercoledì 6 marzo 2019

Il sogno impossibile delle bottiglie in bioplastica per l’acqua minerale. Manca il sistema di riciclaggio



















Da alcuni anni sono sul mercato bottiglie in bioplastica compostabile (meglio conosciuto come pla o acido polilattico). Si tratta di un materiale in grado di sostituire il pet ricavato dal petrolio utilizzato in tutto il mondo per le bottiglie di acqua minerale, bibite e altri imballaggi per alimenti. La differenza sostanziale è che le bioplastiche sono ricavate dall’amido estratto dal mais (materiale utilizzato in Italia per i sacchetti dell’ortofrutta e conosciuto come Mater B), oppure da un’alga marina chiamata agar agar, o dalla canna da zucchero e adesso anche dal tubero della manioca, una pianta molto coltivata nelle aree tropicali e sub tropicali. Le bottiglie in bioplastica hanno il vantaggio di poter essere smaltite nel rifiuto umido od organico di casa, perché negli impianti di compostaggio dove la temperatura raggiunge i 60°C, degradano in 90-180 giorni trasformandosi in terriccio e sviluppano biogas da utilizzare per usi civili.
A questo punto il destino della plastica monouso sembrerebbe segnato, ma in realtà non è così. È vero che l’Ue ha decretato lo stop alla commercializzazione di bicchieri, piatti e posate monouso dal gennaio 2021, ma nulla è in programma per le bottiglie e gli altri contenitori che rappresentano la stragrande maggioranza degli imballaggi in pet. È vero che in Europa esiste l’obiettivo di riciclare il 50% della plastica entro il 2025 (adesso siamo al 41% circa), ma l’impatto ambientale complessivo valutando la produzione e il ciclo di vita risulta sempre elevato, visto che noi italiani consumiamo 11 miliardi di bottiglie l’anno solo per l’acqua  minerale.

acqua minerale
Ogni anno, solo in Italia, utilizziamo 11 miliardi di bottiglie di plastica per l’acqua minerale

Allo stato attuale si potrebbe iniziare progressivamente la conversione delle bottiglie di minerale non gasata in pet con quelle in bioplastica. Non esistendo ancora una bioplastica per le bibite e la minerale con le bollicine si potrebbe convertire questa produzione utilizzando il vetro oppure le lattine di alluminio.
In Italia l’intenzione di modificare il processo produttivo rendendolo più “eco” esiste solo in forma embrionale. Attualmente le aziende imbottigliatrici, tranne sporadici casi, utilizzano per le bottiglie ancora il 100% di pet. Uno dei problemi che ostacola la conversione è il raddoppio del costo di produzione. Oggi una bottiglia di acqua minerale da 1,5 litri con il tappo in pet costa da 3 a 6 centesimi di euro, (costo variabile in funzione del peso e del volume), mentre per un contenitore in pla con il tappo compostabile l’importo lievita da 6 a 9 centesimi di euro (ai prezzi attuali). L’altra grossa questione riguarda la filiera della raccolta della plastica, inadeguata a gestire le nuove bottiglie. Attualmente esistono solo una decina di impianti di recupero dislocati nel nord Italia in grado di distinguere i due tipi di contenitori.  Questo vuol dire che in assenza di un coordinamento tra produttori e impianti di recupero e riciclo della plastica, la bottiglia di bioplastica finisce irrimediabilmente insieme alle altre, creando seri problemi alle caratteristiche tecniche del polimero di recupero Bisogna creare una filiera e approvare una modalità univoca di raccolta, che oggi non c’è perché ogni provincia/regione ha regole proprie. In altre parole inserendo bottiglie in pla nella raccolta della plastica oggi finirebbero tutte nel termovalorizzatore o in un inceneritore.

plastic bottiglia coca cola ecobottle bio bottle
Coca-Cola e Granarolo avevano presentato a Expo 2015 una bottiglia in plastica 100% vegetale da manioca

Un’altra questione delicata riguarda i tappi. Gli impianti di tappi in bioplastica sono progettati per produrre centinaia di milioni di pezzi, questo vuol dire che quando l’azienda decide di avviare la conversione al pla deve raggiungere almeno 1 miliardo di pezzi. L’ultimo ostacolo è che di recente l’Ue ha chiesto ai produttori di pla di definire i tempi di degradazione delle bottiglie in acqua di mare e la richiesta necessita di ulteriori analisi che sono ancora in corso.
I produttori di pet e le aziende che utilizzano le bottiglie non sono certo indifferenti al problema dell’invasione della plastica. Per cercare di dare una riposta hanno alleggerito il peso degli imballi e hanno costituito nel 2018 un consorzio per il recupero del pet (Coripet). Il consorzio si è posto come obiettivo il riciclo del 90% degli imballi di pet entro il 2030, considerando che adesso in Italia siamo a circa il 45%. Il progetto è interessante anche se non va nella direzione dell’impiego di bottiglie di bioplastica, che dovrebbe essere il vero obiettivo di un’economia circolare perché si usa materia prima vegetale che, una volta smaltita nei siti di compostaggio ritorna nell’ambiente.
In Italia un primo tentativo di sostituire la plastica pet delle bottiglie di acqua minerale è stato fatto dieci anni fa circa da l’azienda piemontese Fonti di Vinadio, con l’acqua Sant’Anna Bio bottle da 1,5 litri. Si tratta di una bottiglia ricavata da materia prima ottenuta dalla fermentazione degli zuccheri delle piante dal mais, prodotta dalla Natureworks (azienda Americana). Il sistema permette di risparmiare oltre il 50% di energie non rinnovabili ma, soprattutto, in ottica di una nuova filiera di recupero Bioplastiche permetterebbe di gettare la bottiglia compostabile e biodegradabile nel rifiuto umido di casa. Nel caso specifico di Sant’Anna ci sarebbe anche il problema non ancora risolto riguarda il tappo e il collarino di polietilene che devono essere separati dalla bottiglie. Le vendite di Sant’Anna Bio bottle però non sono mai decollate, e la produzione di poche decine di milioni di pezzi rappresenta una quota ridicola rispetto a oltre un miliardo di contenitori usati dall’azienda. Al momento la Bio Bottle è presente solo in pochissime catene di supermercati nel formato 75 cc, e costa circa 0,45 €/l che è considerato un prezzo elevato.

bottiglie
Solo il 40-45% delle bottiglie di plastica viene riciclato

Durante l’Expo 2015 Coca-Cola e Granarolo hanno presentato il prototipo di una bottiglia in plastica 100% vegetale da manioca compostabile in 84 giorni. A distanza di 4 anni Coca-Cola ha avviato in Italia la vendita delle bevande Adez, che contengono il 70% di plastica pet di origine fossile e 30% di bioplastica di origine vegetale (si tratta comunque di una bottiglia non compostabile). Una bottiglia molto differente rispetto al prototipo 100% vegetale, che non modifica la situazione. Anche il progetto di Granarolo la cui bottiglia di latte fresco trasparente era completamente compostabile. L’azienda però in assenza di una filiera di recupero in grado di gestire i nuovi contenitori, ha preferito abbandonare.
Per rendersi conto dell’impatto ambientale, basta ricordare che ogni anno utilizziamo 11 miliardi di bottiglie di plastica per l’acqua minerale. A queste bisogna aggiungere 1 miliardo di bottiglie per le bibite, poi ci sono le altre bevande. Solo il 40-45% di questi contenitori viene riciclato, il resto finisce negli inceneritori o nelle discariche e anche nell’ambiente se non viene gestita correttamente la filiera. Diverse iniziative sono in piedi per limitare questa invasione, ma siamo ancora lontanissimi dall’adozione di bottiglie compostabili e riciclabili, sia per motivi collegati alla filiera sia per la scarsa volontà delle aziende imbottigliatrici di rivoluzionare il sistema di produzione. Per ridurre la plastica basterebbe dimezzare gli inutili ed esagerati consumi di acqua minerale. Un’altra iniziativa utile per sollecitare il mercato potrebbe essere quella di obbligare le aziende a utilizzare progressivamente bioplastica per almeno la metà delle bottiglie, come è stato fatto per i sacchetti dell’ortofrutta un anno fa. Un altro elemento da valutare è quello di riattivare il vuoto a rendere per un importo minimo di 25 centesimi per ogni bottiglia di plastica, installando delle macchine compattatrici nei supermercati. Poi si potrebbero agevolare i consumatori desiderosi di fare le analisi dell’acqua di casa fornendo degli ecoincentivi.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

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