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Un’educazione ecologica

Non saranno improvvisamente ministeri o parlamenti a cambiare la scuola. Servono discussioni e mobilitazioni (come quella di Priorità alla scuola), sperimentazioni, valorizzazioni di esperienze esistenti (come l’outdoor education e le scuole aperte e partecipate), ma anche nuovi percorsi di formazione. Un corso promosso da A Sud per insegnanti con cui rimettere l’ecologia al centro (tra i docenti Franco Lorenzoni, Comune-info, Francesca Lepori e Giampiero Monaca di Rete di Cooperazione Educativa, Semi volanti, Loris Antonelli…)



Nonostante il Paese sia in piena fase 2 e l’Italia, dicono, sia ripartita, di sicuro ciò che non è ripartita è la scuola. Ferve il dibattuto, grazie a una grande mobilitazione di genitori e insegnanti sensibili, che hanno aperto interessanti e vivi spazi di incontro, riflessione e mobilitazione, sia virtuale, ma soprattutto fisica (leggi, a proposito della protesta del 25 giugno in sessanta città Lezione di priorità), dando al futuro della scuola quella speranza, vivacità e profondità che le linee guida e le dichiarazioni della ministra non lasciano intravedere.

Come A Sud ci siamo in questi mesi profondamente interrogate sul futuro della scuola pubblica, spingendoci a proporre, a partire dalle nostre competenze, un contributo per supportare le scuole e le istituzioni educative nella ridefinizione di una nuova modalità educativa.

Riteniamo centrale e non più prorogabile una proposta formativa che metta al centro del suo agire educativo la necessità di costruire una società diversa e armonica con il mondo naturale, necessità ancor più forte dopo i mesi di coatta restrizione in cui ci siamo allontanati tutti, e in particolare in più giovani, ancor di più, dal mondo naturale, dalla bellezza di una biodiversità che incurante dei virus ha, anzi, ritrovato una sua più forte naturalità e vigore. Abbiamo, nel discorso pubblico, troppo tralasciato l’emergenza ambientale, la crisi climatica, per molti sovrastata da un’emergenza sanitaria, più tangibile e impellente. Il nesso intrinseco tra le due è troppo spesso sottovalutato e non considerato. Troppi gli appelli a lasciare i timidi investimenti nella politica green, per far ripartire subito e presto l’economia fossile, energivora, per salvare l’economia, i posti di lavoro, dimenticando che ci salveremo solo se saremo in grado di pensare a un equilibrio possibile con il mondo che ci circonda.

Insieme alle realtà incontrate nel nostro decennale percorso, abbiamo deciso di proporre un corso di formazione che ha come obiettivo il ridisegno della scuola, dell’infanzia, primaria e secondaria, nell’ottica dell’educazione ecologica, della formazione di una generazione che abbia la capacità di sentirsi parte di una complessità fatta di tanti uomini e donne, di altri esseri viventi, di ecosistemi con risorse limitate da tutelare e rispettare. Amare e rispettare il Pianeta, conoscere il senso profondo dei concetti quali ecologia e biodiversità, clima e riscaldamento globale, non può avvenire – tantomeno nell’epoca dell’emergenza sanitaria – seduti su un banco di un’aula, deve essere un processo empatico che parta dall’attraversamento e dalla quotidiana esperienza di educazione all’aperto, in natura, con la natura, per questo affronteremo e condivideremo con esperti i principi dell’outdoor education.

Vogliamo costruire un percorso condiviso che accompagni i nostri bambini/e e ragazzi/e a un ritorno alla normalità, ma non quella precedente, una nuova normalità più avanzata, più ricca ed armonica con il mondo naturale, con le risorse del pianeta. (Segue)

fonte: comune-info.net


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Inceneritori, una pratica insostenibile















[Nota di approfondimento a cura di A Sud, Energia per L'Italia, Ugi Colleferro e Zero Waste Europe.] 
Dopo la puntata di Otto e Mezzo sugli inceneritori abbiamo sentito l’esigenza di entrare nel merito di alcune informazioni date in diretta dagli altri interlocutori per sgomberare il campo da equivoci e cercare di fare chiarezza rispetto alla reale pericolosità degli inceneritori e alla loro insostenibilità economica e sociale.

C’è del marcio anche in Danimarca. La strada sbagliata dell’incenerimento.
Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata. Parole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60%per cento di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%)  e sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’ incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.
Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali, venti sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate,  e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013.La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.

L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.
Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.

fonte: http://asud.net