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Roma: pc in disuso donati agli anziani per corsi gratuiti di informatica

Per iniziativa di Emanuele Mattei sono stati avviati in varie zone di Roma corsi gratuiti di informatica rivolti ad anziani per i quali sono stati messi a disposizione computer in disuso recuperati e donati a vari centri della città. Un’iniziativa volta all’alfabetizzazione digitale di persone di tutte le età e, al contempo, finalizzata a promuovere il benessere, la socialità ed il senso di appartenenza alla comunità.





L’Angolo Del Computer è un progetto che nasce nel 2011 a Settecamini, quartiere dell’estrema periferia est di Roma, nel centro anziani, grazie all’impegno di alcuni residenti e in particolare di Emanuele Mattei che sogna di realizzare attività culturali gratuite per i residenti e i frequentatori del centro anziani. Attività che siano occasione di integrazione, impegno, socializzazione, promotrici di un senso di appartenenza alla comunità che, in quanto periferia, è sottoposta a influssi migratori importanti e continui.
Dal 2011 viene realizzato il primo corso per l’uso base del computer e l’offerta riscuote un discreto successo, tanto che via via il numero dei corsi, degli allievi e dei docenti si moltiplica.

Il progetto si fa conoscere anche presso gli altri centri anziani della città e questo fa sì che si attivino enti pubblici e società private per la donazione di pc in disuso che vengono recuperati e offerti ai diversi centri della città permettendo così la moltiplicazione dei corsi d’informatica gratuiti.

Ad oggi i corsi di formazione d’informatica si realizzano nei centri anziani del IV III, II, VII e XIV Municipio, sono state formate più di 1000 persone, non solo anziani ma, anche giovani e stranieri, sono state allestite 26 sale computer, che contano circa 300 postazioni complete e coinvolto 27 professionisti, in modo del tutto gratuito, nella realizzazione dei corsi d’informatica, utilizzo dei social, le precompilate on-line e l’uso di skype.

Uno studio condotto dal neurologo Gary Small dell’Istituto di Neuroscienze e comportamento umano dell’Università di Los Angeles e pubblicata sull’American Journal of Geriatric Psychiatry, dimostra come l’uso della tecnologia possa contribuire a rallentare l’invecchiamento fisiologico del cervello. Il miglior antidoto per contrastare l’invecchiamento è quello di usare il muscolo-cervello. La tecnologia, nelle sue varie forme, è uno strumento che continua a stimolare il cervello e quindi, a mantenerlo giovane. D’altra parte, partecipare a corsi d’informatica, presso i luoghi di aggregazione della terza età, permette anche di coltivare relazioni, altro fondamentale antidoto all’isolamento e all’invecchiamento.

fonte: www.italiachecambia.org

REWARE, L’IDEA PUÒ “CIRCOLARE”

Nella società del consumo che si regge su logiche frenetiche di sostituzione di un prodotto, il tema dei rifiuti si fa pressante e ha bisogno di una soluzione nel breve periodo.
In questo contesto si inserisce il progetto Reware che dona un’opportunità a vecchi pc, regalando una prospettiva migliore alle nuove generazioni, in termini di formazione, di nuove figure professionali e di un mondo meno invaso da rifiuti.
Si tratta certamente di un piccolo esempio le cui dimensioni ridotte però non limitano il suo emblema virtuoso: un’economia che ripensa il destino di un prodotto, ne moltiplica l’utilizzo e ne riduce l’impatto ambientale. Un ‘economia circolare.


















Nel mondo sta crescendo la domanda di articoli elettronici e, di conseguenza, la produzione di montagne di rifiuti pericolosi.
Il proliferare di siti di acquisti on-line rende ancora più “allettante” comprare un dispositivo tecnologico perché è più facile trovarlo a buon mercato e sceglierlo tra una vasta gamma di offerte. Si pensi poi agli effetti del Black Friday e del Cyber Monday, in cui la maggior parte degli acquirenti non ha una reale esigenza del prodotto, e, molto spesso, utilizzerà solo il 20% delle potenzialità del modello prescelto, tutto pur di fare l’acquisto dell’anno!
La sostituzione di un apparecchio elettronico si effettua dunque con sempre maggior frequenza e ciò che si ritiene obsoleto si accumula. Ad esempio quanti cellulari abbiamo cambiato nell’arco di dieci anni?  In quanti casi ne era davvero necessaria la sostituzione? E che fine hanno fatto quelli sostituiti?
Purtroppo sempre più rifiuti elettronici riempiono le case, le cantine e i garage, oppure le discariche dove spesso sono smaltiti o inceneriti.  Una buona parte viene anche esportata, in certi casi illegalmente, per finire in discariche incontrollate in Africa o in Asia (fonte Greenpeace).
Le stime dell’ONU sono di 30-50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici prodotti ogni anno, contenenti sostanze tossiche con serie ripercussioni sulla salute umana; basti solo pensare alla presenza di mercurio e di piombo.
Le cifre sono impressionanti e l’impatto ambientale devastante. I siti inquinati si moltiplicano e le ripercussioni sono visibili già nel breve periodo. Lo avevamo sempre sospettato, ma ora perché non proviamo a cambiare qualcosa?
E’ quello che tenta di fare una piccola cooperativa nella “silicon valley” capitolina, nei pressi della via Tiburtina, a due passi dalle grandi multinazionali dell’elettronica e dai colossi industriali.
Reware, una sorta di crasi tra “recycle” e “ware”, ovvero riutilizzare della merce. E’ una cooperativa senza scopo di lucro, specializzata nel dare nuova vita proprio ai pc dismessi dalle grandi aziende.
Animati da un forte spirito civico, sociale e ambientale, Giuliano, Maori, Nicolas e Paolo – i titolari della cooperativa – “sottraggono” ogni giorno questi computer al destino della discarica, li rigenerano con un nuovo sistema operativo e li affidano alle scuole. Si tratta del “progetto Re-School”, accordo di partenariato tra Legambiente Lazio e la Cooperativa Reware, esempio emblematico per le nuove generazioni perché rappresenta un’azione concreta per il tessuto cittadino.
In periodi di austerità e tagli alla spesa pubblica, quest’idea ha permesso ad alcune scuole ed ai loro studenti di dotarsi di computer adeguati per mantenere la didattica al passo con i tempi della società dell’informazione e della digitalizzazione. Ma il programma è anche un’operazione di educazione ambientale molto efficace che permetterà alle ragazze e ai ragazzi che ne beneficeranno di scoprire quanto le pratiche virtuose del riutilizzo possa ridurre la produzione di rifiuti e il conseguente insorgere di gravi malattie tra i cittadini del mondo.
Grazie alle competenze tecniche sviluppate negli anni, l’attività ideata da Reware si è diffusa aumentando il riutilizzo, non solo nelle scuole, ma anche tra i privati che ora possono scegliere se acquistare i pc rigenerati o se far riparare i propri. Tale impegno permette di prolungare significativamente la vita utile della maggior parte dei computer.
E’ una soluzione sostenibile nel senso più stretto di un’economia circolare: la vendita dei pc rigenerati copre i costi di recupero e dei dipendenti, riduce gli scarti e tutela l’ambiente. Sarebbe ancora più efficace se già in fase di concepimento si pensasse al riutilizzo del pc.
Il ciclo di vita di ogni sistema tecnologico infatti è uno dei requisiti base della progettazione ed ha una grande variabilità. Tant’è che nell’arco di un secolo si è passati dalla consuetudine degli inizi del ‘900 di riparare gli oggetti a quella contemporanea di sostituire l’intero apparato ai primi segni di cedimento. In questo lasso di tempo le aziende hanno introdotto l’obsolescenza programmata così da governarne la rapida sostituzione dei prodotti, anche puntando sui consumatori, instillando loro il desiderio di possedere qualcosa di più aggiornato prima del necessario.
Un’economia circolare che prevede invece la progettazione del riutilizzo di un computer, non solo protegge il tessuto industriale e il pil, ma riduce anche i costi da destinare alla salute. Si creano nuove figure professionali e il settore avrebbe la possibilità di una crescita più lenta ma continua.
Con questo pensiero nella testa mi sono appassionato al progetto Reware e ho deciso di incontrare i titolari, per porre loro una serie di domande a cui hanno risposto con grande semplicità ed entusiasmo:

In quale occasione è nata Reware? Qual è stata la spinta?

“Reware nasce nel gennaio 2013 dalla nostra esperienza all’interno della Cooperativa Binario Etico, [..]dove facevamo lo stesso lavoro dal 2007.
Praticamente negli anni ci siamo specializzati e, a fine 2012, abbiamo deciso di fare uno “spin off” che si occupasse solo di rigenerazione e che fosse riconosciuto come Impresa Sociale per il suo ruolo nel campo della prevenzione ambientale.”
Quanti PC avete “rigenerato” fino ad oggi?
“Sfortunatamente non abbiamo una contabilità puntuale dei singoli pc rigenerati perché ci sono diverse attività che la rendono difficile da quantificare.[..]Per esempio come distinguere le operazioni che facciamo sui pc che possono definirsi “rigenerative” e quali no? Reinstallare il sistema operativo? Aggiungere Ram o mettere un disco SSD? Far girare un antivirus?
Nonostante queste difficoltà, un po’ di dati numerici li puoi trovare nel bilancio sociale 2016 presente sul sito.”( Nel 2016 sono state rigenerate 8,7 tonnellate di apparecchiature elettroniche, circa il 60% in più rispetto al 2015)

Il progetto richiede nuove figure professionali?

“Il progetto richiede un ibrido di competenze non comune, spesso estrapolate da figure professionali già esistenti. Lo scorso anno abbiamo partecipato proprio alla definizione del profilo formativo-professionale della nostra attività e al suo riconoscimento istituzionale.”

Nel vostro sito si cita l’attività di consulenza che fate nelle aziende, in cosa consiste nello specifico? A tenere più a lungo i pc?

“Anche, ma non solo. La consulenza serve anche ad aiutare le aziende a costruire progetti di dismissione volti al riutilizzo delle macchine, e non allo smaltimento, e copre diversi ambiti: dalla normativa ambientale sui R.A.E.E. (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) alla consulenza in materia di cancellazione sicura dei dati, dal supporto alla componente amministrativa di questo tipo di progetti, alla migliore individuazione di destinatari bisognosi.”

Dei pc aziendali cosa si salva e cosa invece va smaltito?

“Solitamente qualunque computer che abbia otto anni o meno viene rigenerato facilmente. Si scartano e vanno smaltiti componenti non funzionanti e, ovviamente, tutte le macchine più vecchie (dalle quali tuttavia si possono estrarre alcuni componenti utili, quali ram, dischi e schede).”

Se doveste suggerire ai produttori come progettare i PC per facilitarne il riutilizzo, cosa gli consigliereste?

“Mmm, questa cosa meriterebbe uno studio approfondito. Elenco comunque alcune caratteristiche che rendono un PC difficilmente rigenerabile:  componenti (ram e dischi) saldati sulla scheda madre di alcuni portatili che impediscono la riparazione in caso di rottura o il potenziamento. Scocche di portatili di plastica fragile, la cui sostituzione è antieconomica. Utilizzo di processori dalle scarse prestazioni che fanno del pc un oggetto che diventa velocemente obsoleto.”
Al termine della piacevole chiacchierata, Nicolas mi fa notare che esiste un altro Reware nel mondo: è una piccola società sudafricana e non ha nulla a che fare con loro, ma ne condivide lo stesso nome e gli stessi obiettivi, cioè ricollocare uno strumento tecnologico e ridurre gli sprechi. Nel caso sudafricano si parla di cellulari che vengono rimessi in circolo “connettendo” persone che altrimenti rimarrebbero confinate nella periferia del mondo.
A questo punto, quel pensiero iniziale che mi aveva fatto avvicinare a questo progetto ha preso incredibilmente un respiro più ampio e si è trasformato nel desiderio che, da qui a qualche anno, ci possano essere tante Reware sparse nel pianeta, così forti da educare tutti i cittadini a scelte più sostenibili. Il mio augurio è che benessere e spreco non siano più le facce della stessa medaglia e che il futuro delle nuove generazioni sia ad impatto zero.

fonte: http://www.economiacircolare.com/

Elettrodomestici da smaltire, un "tesoro" ignorato dagli italiani

In cantina si accumulano 200 milioni di tivù, radio e telefonini sorpassati. Ma portarli nelle “isole ecologiche” o riconsegnarli ai rivenditori fa bene ad ambiente, consumatori e comunità. Come fare.

























Non tutti sanno che gli elettrodomestici, piccoli o grandi che siano, una volta “esausti” (guasti, oppure semplicemente superati e sostituiti) vengono catalogati come rifiuti speciali. Non solo perché possono disperdere parti altamente inquinanti, ma anche a causa del fatto che molti dei loro componenti sono materie prime in esaurimento e dunque vanno riciclate.
CI GUADAGNANO TUTTI. Un apparecchio defunto, se correttamente smaltito, inizia una nuova vita come miniera di minerali. Eppure pochi italiani ne sono consapevoli e i più preferiscono disperdere nell'ambiente vecchi televisori catodici, scaldabagno mal funzionanti e accumulare in casa senza un motivo computer e cellulari sorpassati. Niente di più sbagliato, anche perché esistono diverse leggi che possono incentivare uno smaltimento corretto, in cui ci guadagnano tutti: consumatore e comunità.

1. Cellulari e frigoriferi: una miniera di materie prime in esaurimento

Sapete cosa si nasconde nel vostro smartphone? Non solo plastica. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, un cellulare contiene 9 grammi di rame, 11 grammi di ferro, 250 mg di argento, 24 mg di oro, 9 mg di palladio, 65 grammi di plastica, 1 grammo di terre rare (Praseodimio, Neodimio, Cerio, Lantanio, Samario, Terbio, Disprosio) e metalli preziosi come cadmio, cobalto, rutenio.
PARTI MOLTO INQUINANTI. Un frigorifero è invece composto da 25 chili di ferro, 1 di alluminio, 1 di rame (pari a 225 monete da 5 centesimi di euro) e 6 chili di plastica. Liberarsi dei frigoriferi lasciandoli agli angoli delle strade, come hanno fatto molti romani nel mese di ottobre 2016, significa buttare via una grande quantità di materie prime in esaurimento (le riserve di rame, argento e oro non sono infinite e più diventerà difficile estrarle, maggiore sarà il loro prezzo sul mercato) e soprattutto disperdere nell'ambiente parti molto inquinanti, come il composto chimico del freon, ritenuto uno dei maggiori responsabili del buco dell'ozono. Pensate che le molecole Cfc contenute in un solo frigorifero inquinano quanto un'auto che percorre 15 mila chilometri.

2. Accumuliamo 120 milioni di telefonini: e sono riciclabili al 96%

Dato che non è sempre agevole liberarsi di una lavatrice e molti pensano che il proprio vecchio computer un domani possa sempre tornare a funzionare, sembra che la maggior parte degli italiani stipi in casa elettrodomestici e apparecchi che non usa più. Garage, soffitte e cantine sarebbero colmi di televisori malandati, vecchie radio e telefonini sorpassati, per un totale di 200 milioni di pezzi (studio di Ecodom). Di questi, 120 milioni sarebbero cellulari, per i quali gli italiani nutrono una passione particolare: ne comprano 40 milioni all'anno e accumulano i vecchi modelli.
SI SCAVANO 30 KG DI ROCCIA. Considerando che, con i nuovi processi, il riciclo negli smartphone è pari al 96% dei suoi componenti, stiamo sottraendo all'industria un incredibile numero di metalli preziosi, costringendo i produttori al reperimento dei minerali in natura. E ciò, naturalmente, acuisce il danno ambientale e incrementa le emissioni di anidride carbonica. Solo per estrarre le materie prime necessarie a un singolo smartphone occorre infatti scavare oltre 30 chili di roccia.

3. L'ambiente vi ringrazia: si può evitare di immettere CO2 nell'aria

Secondo Ecodom, in media in un anno ciascun italiano produce 13 chili di rifiuti elettrici o elettronici. Si tratta di una quantità enorme che non può essere dispersa con leggerezza nell'ambiente. Grazie a un calcolatore presente nel sito Remedia, è possibile avere una idea immediata di cosa significhi, in termini di risparmio energetico e di inquinamento, un gesto di civismo come può essere buttare il proprio rasoio elettrico in un apposito contenitore e non tra i rifiuti indifferenziati.
RISPARMI SULL'ESTRAZIONE. Per esempio riciclando un forno microonde si fanno risparmiare 334 kilowatt/ora al processo di estrazione delle sue materie prime e si contribuisce a evitare di immettere nell'ambiente tanta CO2 quanta ne produrrebbe un'auto che percorre oltre 660 chilometri. Su questa pagina si possono controllare i benefici apportati all'ambiente per ogni apparecchio riciclato, a seconda della tipologia.

4. Come si smaltiscono i Raee: non si buttano col resto della spazzatura

Insomma, meglio iniziare a controllare in casa e prepararsi all'idea di dovere dire addio a quel vecchio videoregistratore impolverato o a quel televisore in bianco e nero della nonna che da quando è arrivato il digitale terrestre non è più in grado di trasmettere niente. Meglio invece consegnare i Raee (Rifiuti di apparecchiature elettriche o elettroniche) a chi di dovere, così da aiutare l'intera collettività.
CREAZIONE DI "ISOLE ECOLOGICHE". Ma come? Il decreto legislativo 49/2014 con i relativi decreti attuativi stabilisce anzitutto un obbligo: separare i Raee dagli altri rifiuti e avere cura di consegnarli ai soggetti incaricati della loro raccolta. Non si buttano, insomma, con il resto della spazzatura. La stessa norma impone ai Comuni di prevedere la creazione di “isole ecologiche” nelle quali è possibile portare personalmente l'apparecchio esausto o, in alternativa, di predisporre il ritiro a domicilio.
FERREE NORMATIVE EUROPEE. I grandi centri urbani già attuano questo tipo di servizio, ma nell'ultimo periodo anche gli enti territoriali più piccoli si stanno attivando per adeguarsi alle ferree normative europee: si può chiamare i loro centralini per saperne di più, oppure consultate questa pagina internet.

5. I diritti dei consumatori: "l'uno contro uno" e "l'uno contro zero"

Ma l'aspetto più importante – ignorato da tutti – è che la legge pone in capo agli utenti alcuni diritti che possono agevolare e incentivare il corretto smaltimento dei rifiuti. Per esempio "l'uno contro uno" prevede che tutti i rivenditori di apparecchiature elettroniche ritirino gratuitamente il Raee all'acquisto di un elettrodomestico equivalente (pensateci, la prossima volta che acquisterete un nuovo smartphone, così da smettere di collezionare i vecchi, ma questo vale anche per televisori, computer, forni, eccetera).
ANCHE SENZA NULLA IN CAMBIO. "L'uno contro zero", in vigore da luglio 2016, vi dà invece diritto a restituire gratis al rivenditore apparecchiature molto piccole (sotto i 25 centimetri) senza dovere acquistare nulla in cambio. Cellulari, cd, gamepad, rasoi... L'onere però vale solo per i negozi più grandi, dalla metratura superiore ai 400 metri quadri.
UN OBBLIGO CHE GRAVA SU TUTTI. Invece l'obbligo di comportarsi secondo le regole grava su tutti noi e vale per ogni prodotto che riporta, nelle istruzioni o sulla confezione, l'emblema di un bidone dei rifiuti barrato. Solitamente nessuno fa caso a quel logo, invece riciclare anche gli elettrodomestici più piccoli salva l'ambiente, rispetta la legge e ridà nuova vita alle materie prime in via di esaurimento.


fonte: http://www.lettera43.it