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Analisi dei suoli: confronto tra valori di fondo e valori eventi


















La conoscenza del contenuto di diossine, furani, policlorobifenili e idrocarburi policiclici aromatici nei suoli e la definizione di valori di riferimento da utilizzare per la valutazione degli impatti di incendi di impianti o depositi sono alcuni degli obiettivi dello studio di Arpa Veneto
L’accumulo nei terreni di questi composti può avvenire in modi diversi, tra cui i più importanti sono la deposizione atmosferica di emissioni da impianti o da traffico e la distribuzione nelle attività agricole di sostanze fertilizzanti o antiparassitarie. La conoscenza del contenuto di inquinanti organici nel suolo può quindi fornire informazioni utili sul livello di inquinamento diffuso e sugli elementi per valutare eventuali rischi connessi alla gestione dei suoli sia agricoli che urbani.
Alcuni dati e risultati del monitoraggio
Il monitoraggio è iniziato nel 2011. I campionamenti sono stati eseguiti in parte in prossimità di particolari fonti di pressioni ambientali legate a processi di combustione (fonderie, cementifici, inceneritori, ecc.), mentre nel restante territorio regionale i punti sono stati distribuiti secondo una griglia con densità di circa 1 campione per 100 km2. Il campionamento è avvenuto attraverso l’individuazione di aree il più omogenee possibile per le caratteristiche pedologiche e di coltivazione. All’interno di ciascun sito selezionato, è stato effettuato un campionamento sistematico su un’area di circa 4000 metri quadrati.
La profondità di campionamento è stata diversa in relazione all’uso del suolo e alla possibile miscelazione dell’orizzonte superficiale dovuto all’aratura in area agricola. Tutti i campioni sono stati analizzati dal laboratorio ARPAV.
Per il parametro Diossine e Furani sono stati campionati e analizzati 129 siti, e solo in un caso si è riscontrato un valore superiore al limite previsto per le aree residenziali (10 ng I-TE/ kg). Circa il 50% dei campioni raccolti all’interno del progetto hanno concentrazioni inferiori a 0,5 ng I-TE/kg un valore vicino al limite di rilevabilità. Alcuni valori determinati nei campioni raccolti sono degni di attenzione, perché sebbene al di sotto dei limiti di legge, presentano concentrazioni anomale rispetto alla popolazione dell’intero database. L’elaborazione statistica dei dati ha permesso di individuare valori di riferimento per i suoli delle aree agricole (1,1 ng/kg) e urbane (3,1).
Per il parametro Policlorobifenili (PCB) sono stati campionati 113 siti. La maggior parte dei dati è inferiore a 0,005 mg/kg che significa molto vicino al limite di rilevabilità, tutti i dati sono inferiori a 0,03 mg/kg(il limite di legge per la zona residenziale è 0,06 mg/kg). L’elaborazione statistica dei dati ha permesso di individuare valori di riferimento per i suoli delle aree agricole (4 microg/kg) e urbane (13,2).
Per il parametro Idrocarburi aromatici policiclici (IPA) sono stati campionati 131 siti. Non è stato osservato alcun superamento del limite di legge (10 mg / kg). L’85% dei campioni prelevati ha presentato concentrazioni inferiori al limite di rilevabilità, tanto che non è stato possibile applicare l’elaborazione statistica per la definizione di valori di riferimento.
Dal confronto tra i dati raccolti nel corso del monitoraggio e quelli rilevati dall’analisi dei terreni prelevati in prossimità di incendi rilevanti verificatisi nel territorio veneto, si è potuto concludere che:
  • diossine/IPA/PCB nei terreni analizzati in prossimità di incendi sono presenti a livelli normali, cioè sempre ben al di sotto dei valori di riferimento individuati
  • eventuali concentrazioni rilevate al di sopra di tali valori sono dovute a cause diverse dall’incendio
  • gli apporti di Diossine/IPA/PC a seguito di un incendio non sono in grado di modificare la concentrazione presente nei suoli
la sezione web dedicata sul sito Arpav
a cura di: Servizio Osservatorio Suolo e Bonifiche
fonte: https://ambienteinforma-snpa.it

Più particelle di micro-plastiche in mare che stelle nella galassia. Contaminati oltre ai pesci, anche birra, miele e sale da cucina



















Una quantità sempre maggiore di plastica sta finendo nei nostri piatti. Non ce ne accorgiamo perché si tratta di particelle piccolissime, di dimensione comprese tra 1 nanometro e 5 millimetri, denominate “micro o nano-plastiche” e i cui effetti sulla salute umana adesso non sono quantificabili. Derivano da rifiuti e , attraverso diversi percorsi entrano nella catena alimentare arrivando fino al cibo. L’habitat privilegiato di questi minuscoli frammenti sono gli oceani, dove isole di detriti di plastica, alcuni grandi come la Francia, galleggiano in sospensione (leggi approfondimento sugli uccelli marini).
Queste particelle si trovano lì per svariate cause: gettati in mare come spazzatura o trasportati attraverso fogne o corsi d’acqua dove convergono scarichi privati e industriali inquinati. Una volta nel mare, i detriti degradano lentamente, soprattutto se esposti alla luce solare, creando miliardi di pezzi microscopici che i pesci e altri abitanti dell’ecosistema scambiano per cibo.


















Recenti studi hanno dimostrato l’ampia portata del fenomeno. Su 504 pesci prelevati dal Canale della Manica, 184 contenevano piccoli granelli di microplastiche. Altre ricerche su pesci pescati al largo della costa portoghese hanno rilevato che 17 su 26 specie avevano residui nel corpo. Fortunatamente non tutti i pezzettini ingoiati dai pesci arrivano sulle nostre tavole. In alcuni casi ristagnano nel tratto gastrointestinale , per cui sono eliminati quando il pesce viene eviscerato  prima di essere consumato (vedi articolo). Nel caso di piccoli pesci e dei molluschi, i tratti intestinali non vengono rimossi e le particelle alla fine finiscono così nello stomaco. Un  esempio di inquinamento da microplastiche  trattato in recenti studi, riguarda le “micro-perle” di dimensione inferiore ai 5 millimetri, utilizzate in prodotti cosmetici (gel doccia e trattamenti viso) che veicolate dagli scarichi domestici possono contaminare la fauna. Un’inchiesta condotta dal governo britannico stima che un piatto di ostriche può contenere fino a 50 unità.
È sbagliato pensare che il pesce sia l’unico alimento contaminato. In 19 campioni di miele, prelevati in Germania, Francia, Italia, Spagna e Messico sono state trovate micro-plastiche (200 granelli circa per ogni chilo)  e le fonti sono tuttora sconosciute. Più recentemente, la rivista francese 60 Millions de consommateurs edito dall’Institut national de la consommation (INC), ha riscontrato risultati simili. Analisi condotte su 12 campioni di miele confezionato hanno rilevato che tutti i prodotti contenevano i contaminanti (nello studio si fa riferimento a residui in forma di “fibre” di origine tessile, “frammenti” presumibilmente derivanti dalla degradazione di rifiuti, e “granuli” provenienti da rifiuti cosmetici ed industriali. In questo caso il dato peggiore arriva a 265 microparticelle per chilo di alimento, in linea con i risultati dello studio tedesco.
























Ma mentre i ricercatori tedeschi ritengono che la contaminazione del miele sia dovuta alle micro-plastiche  presenti anche nell’acqua piovana e nei fiori, dalla Francia  non si escludono contaminazioni derivanti dal processo produttivo successivo al prelievo del miele dalle arnie.
Sempre in Germania, un’analisi condotta dall’Università di Oldenburg su 24 diverse marche di birra tedesca, ha evidenziato che tutti i campioni contenevano fibre, frammenti e materiale granulare. Come le birre siano state contaminate resta una questione aperta: malfunzionamento dei macchinari, bottiglie sporche, orzo e luppolo contaminati sono solo alcune delle ipotesi.
















In Cina, i ricercatori di due università di Shanghai hanno analizzato 15 marche di sali da tavola venduti nei supermercati e hanno contato  fino a 600 particelle per chilogrammo nel sale marino. Piccoli granelli sono stati trovati anche nei cristalli provenienti da laghi, ma in quantità decisamente inferiori (circa la metà) rispetto a quelli marini.
Sebbene non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne. Pollame e suini vengono infatti nutriti anche con farina ricavati da piccoli pesci che possono essere  contaminati. L’Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a indagare per capire quali  gli effetti sulla salute umana. La valutazione dell’EFSA  è stata sino ad ora inconcludente e ha evidenziato significative “lacune conoscitive”. In buona sostanza, è troppo presto per dire se questi corpuscoli siano o meno dannosi per i consumatori. Tuttavia c’è la potenziale preoccupazione  che queste particelle portino con sé inquinanti molto pericolosi: PCB, bifenili policlorurati, e bisfenolo A sono solo alcuni esempi.

















Per le eventuali soluzioni, molto dipenderà dai progressi scientifici per  stabilire i reali rischi per la salute. Il dato certo è che stiamo parlando di ben 51.000 miliardi di particelle sparse in mare e negli oceani  (500 volte il numero di stelle che si stima siano presenti nella nostra galassia). Certamente dovranno essere implementati sistemi in grado di consentire la cattura delle micro-plastiche nei mari e negli oceani e dovranno essere messi a punto sistemi per ridurre l’ingresso nei corsi d’acqua. Dovrà essere vietato l’impiego di “micro-perle”  introdotte nei cosmetici e nei prodotti destinati alla pulizia industriale. Il ruolo dei  governi sarà di agire a livello legislativo come si è fatto in Francia dove  è vietata la commercializzazione di piatti, bicchieri e posate monouso in questo materiale. Ma potrebbe non essere abbastanza. Secondo le Nazioni Unite, se anche si dovesse sospendere lo sversamento di rifiuti nell’ambiente, la quantità di micro-plastiche presenti in mare continuerebbe comunque ad aumentare a causa della frammentazione di quelle già presenti. Ci vorranno anni, se non secoli per completare il processo di degradazione. La sfida più grande per l’industria alimentare sarà riuscire  a ripulire l’intero sistema dalle microplastiche, per evitare che arrivino sulle nostre tavole.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Le microfibre sono i peggiori inquinanti marini

Ad ogni lavaggio, gli indumenti in microfibra perdono in media 1,7 grammi di frammenti. Di questi il 40% va a inquinare fiumi, laghi, mari e mette a rischio anche gli animali


Le microfibre sono i peggiori inquinanti marini

La fonte di inquinamento delle acque più diffusa – e preoccupante – dipende dalla centrifuga della nostra lavatrice. Uno studio dell’Università della California appena pubblicato assegna alle microfibre che si staccano dai vestiti ad ogni lavaggio il primo posto nella lista degli inquinanti marini. Da qui deriva non solo l’avvelenamento di fiumi e mari, ma anche il rischio concreto di mettere a repentaglio animali non solo acquatici.
Tutto inizia dalle prove raccolte dalla ricercatrice Sherri Mason nei pesci dei Grandi Laghi al confine tra Stati Uniti e Canada: i loro corpi sono pieni di microfibre sintetiche, minuscoli frammenti che si staccano dai vestiti. Lo stesso vale per le zone costiere. Mason si è allora chiesta da dove potesse provenire una quantità così grande di filamenti tossici. E la risposta è la lavatrice.
In media, si legge nella ricerca, un giubbotto in tessuto sintetico perde 1,7 grammi di microfibre ad ogni lavaggio. Se è nuovo, perché se invece ha i suoi anni il dato raddoppia. Dalla lavatrice, questi frammenti vengono scaricati insieme all’acqua negli impianti di trattamento. Solo una parte viene effettivamente trattenuta: il 40% finisce in fiumi, laghi, oceani.

 
Queste microfibre sintetiche sono particolarmente pericolose in quanto hanno il potenziale di avvelenare tutta la fauna di un ecosistema, l’intera catena alimentare. Le dimensioni microscopiche favoriscono l’ingestione da parte dei pesci. Il rischio è amplificato dalla loro capacità di bioaccumularsi negli organismi, quindi di concentrare una quantità sempre maggiore di tossine nei corpi degli animali ai livelli superiori della catena alimentare.
A sua volta, la bioaccumulazione spalanca prospettive decisamente inquietanti visto che le microfibre plastiche assorbono molecole e sostanze inquinanti persistenti e ad elevatissima tossicità, come ad esempio i policlorobifenili (PCB), che si vanno poi a concentrare nei tessuti organici.
I risultati di questa ricerca devono far riflettere anche su alcune pratiche considerate finora pienamente sostenibili. È il caso della stessa azienda che ha sovvenzionato lo studio di Mason, Patagonia. Per ridurre la sua impronta ecologica, la compagnia ricicla bottiglie di plastica – triturandole – per ricavarne microfibra per gli indumenti sportivi che commercializza. Ma secondo questa ricerca, quella stessa plastica avrebbe inquinato di meno sotto forma di bottiglia.

fonte: www.rinnovabili.it