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In Italia tre reati ambientali ogni ora


27.745 è il numero simbolo del rapporto Ecomafia 2016, da tenere a mente, la sintesi estrema del numero di reati ambientali accertati da tutte le forze dell’ordine nell’anno 2015. Un numero che assomiglia molto a quello dell’anno prima, con quei 76 reati al giorno, più di 3 ogni ora. Sono invece gli arresti, 188, in netta crescita (+18% rispetto all’anno prima), a segnare un cambio di passo qualitativo dell’azione repressiva, anche grazie ai nuovi delitti messi in campo dalla legge 68/2015, sempre più capace di incidere con il bisturi dove il cancro ecocriminale si staglia con prepotenza. Completano il quadro generale le 24.623 persone denunciate e i 7.055 sequestri. Da sottolineare soprattutto la crescita dell’incidenza dei reati nelle regioni a tradizionale insediamento mafioso, dove si è registrato più del 48% delle infrazioni: percentuale che conferma il controllo del territorio delle famiglie mafiose sulle risorse ambientali.
 
La regione con il maggior numero di illeciti ambientali è, ancora una volta, la Campania con 4.277 reati, più del 15% sul dato complessivo nazionale, seguita da Sicilia (4.001), Calabria (2.673), Puglia (2.437) e Lazio (2.431). Anche su base provinciale la Campania detiene un primato tutt’altro che lusinghiero, potendo annoverare le province di Napoli e Salerno tra le due più colpite, rispettivamente con 1.579 e 1.303 reati, seguite da Roma (1.161), Catania (1.027) e Sassari (861). Il business stimato nel 2015 è di 19,1 miliardi, in leggera flessione rispetto all’anno precedente, quando aveva sfiorato i 22 miliardi. Un calo dovuto principalmente alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi (l’anno prima era stata di 13 miliardi).
 
Monitorando i singoli settori, se nel ciclo illegale del cemento e in quello dei rifiuti si registra la contrazione del numero di illeciti, rispettivamente del 16,7% e del 29,4%, crescono invece in maniera esponenziale i reati contro gli animali, +6%, e soprattutto gli incendi, addirittura con un’impennata che sfiora il 49%. Rispetto a quest’ultimo dato colpiscono soprattutto gli ettari di superficie andati in fumo, più di 37.000, e la loro collocazione geografica: più del 56% si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, a riprova che le decisioni sulla vita e sulla morte delle nostre montagne in questi territori troppe volte dipendono dalla presenza delle famiglie di mafia.
 
Inseguendo la cronaca e l’analisi investigativa, quest’anno il rapporto ha affondato la lama sul ruolo delle mafie nel controllo dei boschi, delle aree agricole e delle zone interne, andando alla radice della forza mafiosa, che è forza devastante per gli ecosistemi e potente idrovora dei finanziamenti pubblici pensati ed elargiti a sostegno di agricoltori e contadini. Vecchio e nuovo qui si mischiano e si confondono. Solo all’interno del Parco dei Nebrodi (tra le province di Enna, Catania e Messina) negli ultimi anni sarebbero finiti in mano delle famiglie mafiose qualcosa come 5 miliardi di euro. Soldi acchiappati senza una goccia di sudore. L’Ue paga a particelle, loro esibiscono i documenti messi a posto e intascano i soldi. Qualcuno se ne vanta anche al telefono, senza sospettare minimamente di essere intercettato dagli inquirenti: “Compare, non vale la pena ormai fare le estorsioni ai commercianti, con i contributi dell’Unione Europea si campa alla grande senza rischi”. Per tentare di rompere questo meccanismo micidiale il Presidente del Parco dei Nebordi Giuseppe Antoci, insieme al sindaco di Troina, ha messo in discussione il vecchio sistema di assegnazione dirette delle terre demaniali: puntuali sono arrivate le pallottole all’indirizzo di Antoci, vivo per miracolo, grazie agli uomini della polizia giunti in tempo per mettere in fuga gli assassini. Portare la legalità nel regno dei Barcellonesi , dei Batanesi , dei Mazzarroti , dei Tortoriciani è un affronto da lavare col sangue, dicono quelle pallottole sparate per uccidere.
 
Così mentre le mafie urbane catturavano negli anni recenti l’attenzione degli inquirenti e dell’opinione pubblica, quelle rurali dettavano indisturbate la loro legge sulle terre demaniale, usate solo per intercettare i soldi europei della Pac (Politica agricola comune), si davano ai pascoli abusivi, agli incendi a fini speculativi, all’abigeato e ai furti di attrezzature, alla ricettazione, al racket dei prodotti agricoli e al controllo delle tratte dove fa transitare e commercializzare i prodotti. Con sempre più ricorrenti casi di terre private rubate, prese con la forza, come a Carlentini, in provincia di Siracusa, dove i legittimi proprietari si sono visti letteralmente scippare le terre. Forme di enclosures in stile mafioso, con lo stesso obiettivo della borghesia inglese del XVII secolo: creare monopoli e rendite di posizione sulla carne del resto della popolazione. Per questo il riscatto di queste terre passa soprattutto dalla lotta a questa ecomafia antica (che sa essere moderna quando serve) e fortemente radicata nei propri territori, che è la peggiore iattura del Sud, la sua stessa negazione. 

Andrea Bertaglio

fonte: http://www.lastampa.it

All'Italia serve una politica forestale

Il Corpo forestale dello Stato non è solo una "polizia ambientale", ma un corpo tecnico per la gestione dei territori montani. Secondo il professor Pettenella, che insegna all'Università di Padova ed è presidente di FSC Italia, il dibattito sullo smembramento del CFS, dopo la legge Madia dell'estate 2015, non ha evidenziato come quest'identità sia stata accantonata negli ultimi decenni: "Di fronte all’opinione pubblica conta di può denunciare il reato ambientale che fare assistenza tecnica, monitorare, raccogliere statistiche, controllare e promuovere investimenti nel settore forestale"

 
Davide Pettenella è il presidente dell’associazione FSC Italia, nata nel 2001 come sezione nazionale del Forest Stewardship Council, un'organizzazione internazionale non governativa, indipendente e senza scopo di lucro, che dal 1993 promuove la gestione responsabile di foreste e piantagioni. Pettenella, docente di economia e politica forestale e coordinatore del dottorato “Land, Environment, Resources and Health” dell’Università di Padova, è tra i promotori di un appello rivolto al ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, che nasce dal dibattito in corso sullo smembramento del Corpo forestale dello Stato (CFS), dopo l’approvazione della legge Madia di riforma della pubblica amministrazione. Sintetizzando, l’appello chiede al Paese di dotarsi di una politica per la tutela delle foreste italiane, perché una polizia (il CFS, appunto) non è sufficiente.

Secondo Pettenella, le riflessioni sul Corpo forestale, iniziate nell'estate del 2015 con l’approvazione della legge Madia (qui l'approfondimento pubblicato su Ae 175, http://bit.ly/corpoforestale), avrebbero mancato di evidenziare il problema principale: “Il CFS era un tempo il corpo tecnico e di polizia per la gestione dei territori montani, ma è andato negli ultimi decenni a focalizzarsi sulle funzioni di polizia, perdendo poco a poco la propria identità ‘forestale’, e quasi tutte le funzioni di carattere tecnico”.
Pettenella le elenca: “Il coordinamento delle politiche forestali delle Regioni, il ruolo di cerniera tra queste e ciò che viene definito a livello internazionale, la raccolta delle statistiche forestali, il monitoraggio delle foreste, la gestione del patrimonio forestale del Demanio statale, che dovrebbe essere condotto in modo esemplare, come modello di riferimento gestionale, promozione e coordinamento nel settore. Faccio un solo esempio nel campo dell’economia e politica forestale -aggiunge il docente dell’Università di Padova-: non è dato sapere quanto legname si taglia in Italia. Questo dato da 2 anni non viene più raccolto, non è più disponibile, e non viene trasmesso alla FAO e agli altri organismi internazionali di statistica”.

Per comprendere davvero ciò che sta accadendo serve tornare indietro, a quando “il Capo del CFS era un dirigente del settore ‘Economia montana e foreste’ [del Ministero dell’Agricoltura, ndr], e il Corpo rappresentava l’amministrazione civile e tecnica dello Stato nei territori montani. Con la regionalizzazione, a partire dalla fine degli anni Settanta, e poi con l’evoluzione del settore, il CFS è cambiato. Alcun funzioni sono passate alle Regioni, che oggi faticano a portale avanti. Altre sono state accantonate perché non erano premianti, almeno nella logica di chi oggi guida il CFS: di fronte all’opinione pubblica conta molto di può denunciare il reato ambientale che fare assistenza tecnica, monitorare, raccogliere statistiche, controllare e promuovere investimenti nel settore forestale”.

“L’aspetto più problematico è che il CFS ‘spegnendosi’ nelle proprie funzioni ha limitato la capacità dell’autorità centrale dello Stato di promuovere politiche attive di gestione delle risorse forestali che sono oggetto di estesi fenomeni di abbandono”.
Si legge nel testo della petizione online: “Sembra […] che per l’autorità centrale dello Stato il fatto che la superficie forestale nazionale sia raddoppiata negli ultimi 50 anni, che l’Italia sia il più grande importatore di legname illegale in Europa e il primo importatore mondiale di legna da ardere, che sia un paese molto più forestale di Francia, Germania e Regno Unito, e con una superficie boscata in forte espansione ma anche sempre più abbandonata, siano tutti elementi di scarsa rilevanza, tanto da comportare uno smantellamento progressivo di un ruolo di governance del settore” .

Secondo il professor Pettenella, è su questi aspetti che dovrebbe essere aperto nel Paese un dibattito, che ad oggi si è però limitato ad affrontare il tema della riorganizzazione delle funzioni di polizia in ambito ambientale ed agroalimentare legata al possibile accorpamento di alcune attività del CFS all’interno dell’Arma dei Carabinieri, con conseguente militarizzazione del Corpo.

“Mi sembra di poter dire che la situazione attuale, con CFS, Polizia di Stato, Carabinieri e talvolta anche Guardia di Finanza impegnate sulle stesse tematiche crea una sovrapposizione” dice Pettenella. Con la riforma Madia, afferma il docente dell’Università di Padova, “si è colpito l’anello più debole: avrebbe avuto molta più logica, come nel disegno iniziale, abolire anche la polizia penitenziaria, e pensare di andare a 2 corpi di polizia, di cui uno con una organizzazione territoriale capillare, come i Carabinieri, ed uno specializzato in diverse funzioni -postale, penitenziaria, ferroviaria, finanziaria, etc.-. Ciò comporterebbe un risparmio in termini di funzioni di servizio e logistiche, oltre che sugli stipendi dei quadri dirigenti”. Secondo un articolo pubblicato nel 2014 su lavoce.info dal professor Roberto Perotti -che allora coordinava un gruppo di lavoro della segreteria di Matteo Renzi sulla spesa pubblica-, nel CFS c’è oggi un dirigente in posizione apicale ogni 90 dipendenti (nella Polizia di Stato lo stesso dato è di circa 100, nei Carabinieri è di oltre 250, anche se lo stipendio medio di un dirigente del CFS è in media di 15-20mila euro inferiore a quello che si registra negli altri corpi).


fonte: www.altraeconomia.it 

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