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Rifiuti nucleari tra spese e ritardi in attesa del deposito nazionale

 













“Realizzare il Deposito nazionale, completare il più rapidamente possibile lo smantellamento degli impianti nucleari, mettere l’autorità di controllo nelle condizioni di operare con la massima efficacia: sono queste le priorità oggi in materia di radioattivi, a cui l’Italia non può sottrarsi”. È la sintesi del presidente della Commissione bicamerale Ecomafie, Stefano Vignaroli, alla presentazione della relazione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Italia, approvata ieri all’unanimità dalla Commissione e trasmessa ai presidenti delle Camere.

La relazione è giustamente impietosa: la gestione dei rifiuti radioattivi in Italia è un mezzo disastro. Manca un deposito nazionale adeguato, le scorie stanno sparse in tanti siti poco sicuri. I controlli sono carenti, la gestione discutibile, mancano perfino le normative.

La situazione dei depositi delle scorie

I siti che attualmente custodiscono le scorie sono sparsi lungo la Penisola, costano fino a 10 milioni all’anno l’uno, ma spesso sono vecchi, malridotti e insicuri. I casi più eclatanti sono gli impianti di Saluggia (Vercelli), il sito ITREC di Rotondella (Matera), il CEMERAD di Taranto (quest’ultimo addirittura un capannone abbandonato, senza sorveglianza).

La Commissione non usa parole lusinghiere per la società pubblica che gestisce gli impianti e le scorie nucleari, la Sogin, che negli anni ha visto “considerevoli aumenti di tempi e di costi, a carico della collettività”. E i costi e i tempi del decommissioning delle centrali nucleari (attualmente 7,9 miliardi di euro, con fine dello smantellamento nel 2035) rischiano di aumentare, se non si realizza presto il Deposito nazionale. Quanto all’ente di controllo sul nucleare in Italia, l’Isin, secondo l’Ecomafie soffre di cronica carenza di personale: “Appare quanto mai necessario un aumento delle risorse”.

Il Deposito nazionale

Sul tavolo della relazione, ovviamente, anche il deposito unico nazionale, per il quale a inizio anno è stata finalmente pubblicata la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), ossia la mappa che individua le località che rispondono ai requisiti per ospitare l’infrastruttura. Una mappa temutissima, che ha messo in agitazione i Comuni che amministrano le 67 aree candidate. Le levate di scudi dei sindaci hanno indotto il Parlamento a concedere una proroga dei tempi per presentare le contro-deduzioni a Sogin. Ma si rischiano nuovi ritardi.

L’impianto è un’infrastruttura critica e urgente, prevede un investimento da 900 milioni e darebbe da lavorare a 4.000 persone all’anno nella costruzione e a 1000 persone nella gestione. È destinato ad accogliere 78mila metri cubi di rifiuti a bassa e media intensità. Non solo l’eredità del nucleare italiano, ma anche gli scarti che tuttora generano industrie, laboratori di ricerca o applicazioni sanitarie negli ospedali. Nel depositato finiranno anche i rifiuti che l’Italia ha spedito temporaneamente all’estero, dietro pagamento. E che ora, visti i ritardi, gli altri Paesi tentennano ad accollarsi. La Francia ha interrotto il trasferimento di 13 tonnellate di rifiuti dal deposito di Avogadro, in Piemonte, propria per via dell’incertezza sulla costruzione del deposito.

Le norme (dis)attese

Sui rifiuti radioattivi mancano pure le norme: l’anno scorso sono stati approvati il Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e la Cnapi. Ma mancano ancora numerosi decreti attuativi. Il risultato è che spesso i vari enti pubblici non riescono a coordinarsi fra di loro e finiscono per non fare nulla.

fonte: www.recoverweb.it




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Come si ricicla una centrale nucleare



Vista dall’Italia – che con il referendum del 1987 fermò la produzione di energia nucleare sul territorio nazionale - la questione del decommissioning delle centrali è una vecchia storia che fatica a giungere ad una fine. La verità però è che, da un punto di vista globale, si tratta di una storia appena cominciata. Il parco nucleare mondiale sta invecchiando. Secondo dati della metà del 2020, i reattori attualmente operativi in tutto il mondo sono 440 distribuiti in una trentina di Paesi, con Stati Uniti (95 reattori), Francia (57) e Cina (47) in cima alla lista. Di questi, circa 270 hanno più di 30 anni. Se si considera che, fatta eccezione per gli impianti di ultima generazione, le centrali nucleari erano state originariamente progettate per una vita utile di una trentina d’anni, si capirà l’entità delle faccenda.
Gli esperti di IAEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ci forniscono qualche dato più preciso: “Oggi i reattori in stato di shutdown sono oltre 190 in 20 Paesi. Di questi, 17 sono stati completamente dismessi, mentre altri stanno per giungere alle fasi finali dello smantellamento. Nel prossimo decennio, stimiamo che verranno messi in stato di shutdown permanente altri 100 reattori in tutto il mondo”.
Insomma, che si voglia o meno continuare sulla strada del nucleare, quel che è certo è che ora bisogna fare i conti con i lasciti della prima stagione dell’energia atomica. Lasciti che, in realtà, sono costituiti da scorie radioattive solo in minima percentuale (5%) e la cui gran parte – non pericolosa - potrebbe invece essere recuperata ad altri usi. Aprendo così la porta, anche in campo di decommissioning nucleare, all’economia circolare.

Prodromi di economia circolare nel decommissioning nucleare italiano

“Pratiche di riciclo e riuso di componenti non sono in realtà nuove nel settore nucleare: si applicano sin dagli anni ‘90, prima che si cominciasse a parlare di economia circolare”, racconta Flaviano Bruno, responsabile del settore Rifiuti radioattivi di Sogin, la società pubblica che da oltre vent’anni si occupa dello smantellamento degli impianti nucleari dismessi in Italia.
Dopo il referendum del 1987, l’Italia è stata tra i primi paesi al mondo a doversi confrontare con il decommissioning nucleare. Le quattro ex centrali di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, l'impianto di produzione di combustibili a Bosco Marengo e gli ex impianti di ricerca e ritrattamento di Saluggia, Casaccia e Rotondella vennero subito messi in condizione di safe store o custodia protettiva passiva, seguendo la pratica internazionalmente riconosciuta di “smantellamento differito”. Solo nel 1999 si avviò il cosiddetto “decommissioning accelerato” con l’entrata in gioco di Sogin. Il termine “accelerato” suona un po’ ironico se si pensa alla ormai lunga storia della dismissione nucleare italiana, tra intoppi burocratici, avvicendamenti ai vertici, sindrome Nimby e mancate assunzioni di responsabilità da parte della politica. Le lungaggini, tuttavia, vanno rapportate agli orizzonti temporali lontanissimi della gestione dei rifiuti radioattivi, dove un sito di smaltimento (come il Deposito Nazionale per i rifiuti a bassa radioattività, di cui si sta discutendo in queste settimane) va progettato per una durata di centinaia di anni, mentre un deposito geologico deve essere adatto a custodire le scorie per millenni.
Scorie radioattive a parte, sin dall’inizio del processo si è tuttavia cercato di recuperare i materiali riutilizzabili secondo pratiche che, già nel 2001, un documento redatto da IAEA ha cominciato a individuare e standardizzare. Sull’onda della crescente attenzione per l’economia circolare, nel 2019 è stata poi la stessa Sogin, forte dell’esperienza accumulata, a organizzare in collaborazione con IAEA un workshop sulle pratiche circolari per il decommissioning. Un’occasione di incontro e discussione fra esperti da tutta Europa e dal Giappone, ma anche una specie di ingresso ufficiale dell’economia circolare nel mondo del nucleare.


Credits: Sogin
Di una centrale nucleare non si butta via (quasi) niente

Che cosa si recupera, in pratica, dallo smantellamento di una centrale nucleare?

La prima cosa da sapere, spiega Flaviano Bruno a Materia Rinnovabile, “è che solo il 5% del materiale dismesso da una centrale è radioattivo. Del restante, circa un 90% può essere recuperato o riciclato, mentre un altro 5% viene smaltito come rifiuto convenzionale”.
La gran parte del materiale smantellato è costituito da cemento e metallo, separati attraverso un processo di deferrizzazione del cemento armato. Ci sono poi quantità minori di altri materiali, soprattutto plastiche, più difficili da gestire. “Il motivo principale – continua Bruno – è che non esiste un unico tipo di plastica e ciascuna ha una diversa linea di gestione, senza contare poi che, essendo le centrali piuttosto vecchie, in alcuni casi le plastiche usate non hanno più una filiera di riferimento. Inoltre, le quantità minime presenti non ci consentono di raggiungere economie di scala e il processo diventa quindi inefficiente. Ci stiamo però lavorando per migliorare ulteriormente la percentuale di riciclo”.
Secondo le stime di Sogin, il decommissioning delle centrali e degli impianti nucleari italiani permetterà di recuperare oltre un milione di tonnellate di materiale. E il recupero è già cominciato. “Ad esempio a Caorso – racconta Bruno - dove nel 2014 lo smantellamento dell’edificio Off Gas (dove si trattavano gli scarichi gassosi prima della loro emissione in atmosfera ndr) ha prodotto circa 7.000 tonnellate di calcestruzzo, trasformate poi in materia prima seconda e riutilizzate per riempire gli scavi prodotti dallo smantellamento dei sistemi interrati attigui alla struttura”. Nel complesso, dalla dismissione dell’intera centrale di Caorso la società conta di recuperare 300mila tonnellate di materiali su 320mila, ovvero il 93% del totale.
Altro esempio recente è la gestione della lana di roccia che serviva per la coibentazione dell'impianto di Latina. “Una parte della lana di roccia è stata rilasciata, mentre la porzione contaminata è stata trattata con una super pressa per ridurne il volume - continua l’ingegner Bruno - Siamo partiti da 190 metri cubi di materiale: di questi, 120 metri cubi sono stati rilasciati per il riciclo e i restanti 70 compattati, arrivando a poco più di una decina di metri cubi di materiale da smaltire”.
Ridurre al minimo i volumi dei rifiuti radioattivi è infatti uno dei principi cardine del decomissioning nucleare: viste e considerate le problematiche legate al loro smaltimento in sicurezza e alla difficoltà nel trovare un sito dove stoccarle (in Europa, per il momento, solo Finlandia e Svezia stanno costruendo un deposito geologico permanente), è fondamentale che occupino meno spazio possibile.

Radioattività e sicurezza

Tornando ai materiali riciclabili, il primo dubbio che sorge quando si parla di economia circolare applicata al settore nucleare è, ovviamente, la sicurezza. Si tratta, a dire il vero, di un dubbio profano, perché per gli addetti ai lavori è abbastanza scontato che il materiale “rilasciato” debba essere sottoposto a controlli scrupolosi per verificarne i livelli di radioattività. La trafila, anzi, comincia ben prima di partire con lo smantellamento. “Si fanno delle analisi preliminari e delle caratterizzazioni chimico-fisiche e radiologiche per riuscire a capire esattamente come gestire tutti i flussi di materiali – spiega Flaviano Bruno – È necessario infatti adottare metodi di segregazione puntuale per dividere i rifiuti radioattivi dai materiali ‘convenzionali’. Appena smontato un componente, se sappiamo che può essere rilasciato, dobbiamo gestirlo in maniera separata onde evitare che possa esserci una cross-contamination. La segregazione dei materiali avviene già a livello di logistica, con aree di stoccaggio separate, un po’ come si fa adesso negli ospedali con i rifiuti Covid. Il concetto di fondo è lo stesso: separare i flussi in modo da poter gestire il materiale in maniera coerente con quella che sarà la sua fine”.


Garigliano: smantellamento del turboalternatore (credits: Sogin)
Rilascio, riuso, riciclo

Una volta che i materiali sono stati rilasciati in sicurezza, per cosa e in quali settori si potranno riutilizzare e riciclare? La destinazione dipende dagli standard e dalle leggi vigenti in ciascun Paese. “In Italia ad esempio vige il rilascio incondizionato o free release - precisa Bruno - Significa che ciò che esce dal sistema del controllo radiologico e che quindi è rilasciabile, può essere riutilizzato senza condizioni d'uso”. In realtà, la responsabilità della società di decommissioning si estende anche oltre il momento del rilascio. “Per i metalli, secondo la legge, Sogin è responsabile fino all'atto della rifusione in fonderia. La fonderia, che ha l’obbligo di diluire di dieci volte il metallo che noi conferiamo, deve poi rimandarci indietro un certificato che attesti la procedura corretta”. Solo allora il metallo riciclato sarà effettivamente libero di rientrare nel ciclo produttivo.
Nonostante esistano degli standard europei e internazionali sulla gestione di questi materiali, la legge nazionale li supera sempre e così si possono riscontrare sostanziali differenze di gestione anche fra “vicini di casa”. Ad esempio in Francia non è ammesso nessun rilascio di materiale dal decommissioning delle centrali. Per un paese che ricava oltre il 70% della sua energia elettrica dal nucleare, la scelta di blindare tutti i materiali prodotti dalle dismissioni era sembrata inizialmente strategica per mantenere tranquilla l’opinione pubblica. “In realtà in questo modo si ottiene l’effetto contrario – commenta Bruno – La gran parte dei materiali non sono pericolosi, mentre proibendone il riutilizzo si alimenta l’idea che lo siano e quindi anche le preoccupazioni”.
In Germania, al contrario, ci sono degli standard di riutilizzo più larghi che in Italia. È permesso, infatti, il rilascio incondizionato per i materiali “puliti” e un rilascio condizionato con vari livelli, e in specifici ambiti industriali, per quelli lievemente contaminati (che in Italia non sarebbero rilasciabili). “In genere – precisa Bruno – si tratta di metalli leggermente contaminati che vengono riutilizzati ancora nel settore nucleare”.
Più difficile è fare un confronto con Paesi extra-europei, che non fanno riferimento a direttive UE che tendono a standardizzare molti approcci. “Ad esempio con gli Stati Uniti c’è proprio una differenza in alcuni aspetti gestionali, dovuti anche alla configurazione geografica: molti dei loro impianti sono in zone desertiche o comunque lontane dai centri abitati e quindi il loro approccio può essere più ‘rilassato’. Per noi europei, che abbiamo una situazione altamente antropizzata, la gestione dei materiali è più delicata perché deve sempre tenere conto degli impatti verso il sistema territoriale locale”.

Ostacoli e buone pratiche: il futuro del decommissioning circolare

Se il decommissioning nucleare è già di per sé un settore pieno di difficoltà, la strada per renderlo più circolare ha i suoi ostacoli peculiari.
A livello italiano si tratta spesso di lacune del sistema di gestione rifiuti nazionale, come spiega Flaviano Bruno: “Il nostro problema è soprattutto la distribuzione dei centri di raccolta, che non è capillare. È quindi spesso difficile trovare un centro di raccolta vicino dove conferire i materiali che rilasciamo e questo comporta dei costi economici che vanno valutati. Un sistema più capillare e più strutturato a livello nazionale ci permetterebbe di essere più efficaci”.
Più in generale, a ostacolare la circolarità del settore è lo stesso fattore che renderà questo decennio l’epoca del decommissioning nucleare: l’età delle centrali. “Gli impianti più vecchi sono stati progettati e gestiti con poca o nulla considerazione per i principi dell’economia circolare e un loro decommissioning sostenibile pone sfide non banali. - spiegano gli esperti di IAEA interpellati da Materia Rinnovabile - D'altra parte, però, le nuove centrali nucleari vengono ora progettate tenendo già conto del futuro smantellamento, della gestione dei rifiuti e dell'economia circolare, che offre l'opportunità di utilizzare soluzioni innovative. Ad esempio, i componenti dell'edificio del reattore possono essere costruiti in maniera modulare per uno smantellamento più facile oppure possono essere utilizzati materiali da costruzione più facili da decontaminare”.
Sicuramente lo scambio di buone pratiche anche con altri settori dell’industria più avanti in materia di economia circolare potrà aiutare a migliorare. “L'industria petrolifera e del gas, l'industria della demolizione convenzionale e altri comparti offrono preziose esperienze in termini di tecnologie disponibili, valutazione dei costi, valutazione del rischio. - commentano da IAEA - Tecnologie di remote handling, robotica e digitalizzazione utilizzate per la gestione di progetti complessi sono alcune delle nuove soluzioni disponibili che l'industria nucleare può applicare. Le nuove tecniche digitali consentono, ad esempio, indagini fisiche e radiologiche 3D che supportano la gestione delle informazioni sugli impianti da smantellare”.
Naturalmente è fondamentale anche il confronto interno allo stesso settore, tant’è che, dopo il primo workshop internazionale organizzato con Sogin nel 2019, la IAEA ne proporrà un altro nel 2021 in versione webinar.
Insomma, l’interesse per la circolarità, anche nel settore nucleare, è alto. Soprattutto perché, al di là del pur importante recupero di risorse, massimizzare il riciclo vuol dire minimizzare i rifiuti e quindi ridurre, almeno in volume, l’entità del problema delle scorie nucleari. Nell’attesa che alcuni dei progetti avveniristici attualmente allo studio per riutilizzare le barre di combustibile nucleare usate vedano la luce. Ma questo è un altro capitolo della storia.

fonte: www.renewablematter.eu

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Scorie nucleari, a breve il decreto sul deposito. Regioni e cittadini pronti alla mobilitazione

In uscita la prossima settimana il decreto sulla Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il deposito nazionale delle scorie nucleari. Una pesante eredità per il prossimo esecutivo che sta già sollevando dure critiche.



















Ne vedremo a breve di tutti i colori con la “polpetta avvelenata” della potenziale collocazione del deposito per le scorie nucleari che il Ministro Carlo Calenda lascerà in eredità al nuovo governo.
Infatti sembra imminente, forse in uscita la prossima settimana, il decreto sulla Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico (CNAPI). Il ministro del MiSE parla soprattutto di una ormai urgente decisione tecnica, ma di fatto la questione è soprattutto di natura politica, tanto da sollevare dure critiche, peraltro bipartisan.
"La pubblicazione della mappa dei siti adatti per deposito non è atto discrezionale del Governo, ma termine di un lungo processo tecnico. C'è stato un enorme ritardo che mette a rischio accordi con paesi che tengono materiale. Pubblicarla è atto dovuto di responsabilità e di trasparenza", ha detto il ministro nei giorni scorsi.
Il Deposito Nazionale – spiega oggi il MiSE in una nota - è un'infrastruttura ambientale di superficie dove saranno conferiti i rifiuti radioattivi prodotti in Italia, generati dall'esercizio e dallo smantellamento delle centrali e degli impianti nucleari, dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca.
Servirà per lo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività e per lo stoccaggio temporaneo, a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti radioattivi ad alta attività.
Insieme al Deposito Nazionale sorgerà un Parco Tecnologico, nel quale saranno avviate attività di ricerca specializzata, ha spiegato il MiSE in una nota.
La disciplina europea- si legge nel comunicato del MiSE - richiede che ciascun Paese si dia una strategia per gestire in sicurezza i rifiuti radioattivi. La Direttiva 2011/70/EURATOM prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati. La maggior parte dei Paesi europei si è dotata o si sta dotando di depositi per mettere in sicurezza i propri rifiuti a bassa e media attività.
Per consentire all'opinione pubblica di avere un quadro più chiaro sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Italia e per assicurare l'effettiva partecipazione da parte del pubblico ai processi decisionali in materia- prosegue ancora la nota- è stato sottoposto alla procedura di VAS (Valutazione Ambientale Strategica) il Programma Nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito provenienti da attività civili.
Su tale Programma si è tenuta la consultazione pubblica e transfrontaliera. All'esito della fase di VAS, il Ministro dello sviluppo economico e il Ministro dell'ambiente dovranno proporre il Programma nazionale per l'approvazione al Presidente del Consiglio dei Ministri, sentiti il Ministro della salute, la Conferenza unificata e l'Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione.
Ricordiamo che il Programma Nazionale non riguarda in modo specifico la localizzazione del Deposito Nazionale, il cui processo è definito, invece, da un’altra legge che prevede una apposita consultazione pubblica sulla CNAPI. Il decreto legislativo 31/2010 e successive modifiche ha individuato, infatti, la procedura per realizzare anche in Italia un sito di stoccaggio centralizzato dei rifiuti radioattivi.
La CNAPI è predisposta dalla Sogin, che, dopo la validazione da parte di Ispra, su nulla osta dei Ministeri, avvierà la consultazione pubblica.
L’iter per la realizzazione del Deposito è presidiato di verifiche e requisiti molto stringenti e ha tutte le garanzie per un’ampia partecipazione pubblica (vedi grafico), spiegano da via Molise.
Una volta realizzato il deposito potranno rientrare in Italia anche i rifiuti radioattivi derivanti dal riprocessamento del combustibile nucleare all’estero, in base agli impegni assunti dal Governo italiano.
Alcune regioni, in predicato di ospitare sul loro territorio il deposito, già stanno protestando con forza e minacciano di ribellarsi.
"Il governo non osi sfidare la volontà espressa dal popolo sardo democraticamente con il referendum", ha detto Ugo Cappellacci, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia. Infatti il 97% dei votanti sardi ha espresso la propria contrarietà alla realizzazione del deposito nella Regione Sardegna. Ancora però nessuna dichiarazione ufficiale da parte del governatore Pigliaru.
Il governatore della Basilicata Marcello Pittella nei giorni scorsi aveva ribadito “l'assoluta indisponibilità della terra lucana ad essere sito nazionale di deposito”, minacciando, come 15 anni fa, una seconda Scanzano Jonico.
Molti esponenti di diversi partiti hanno considerato inaccettabile che un governo uscente e in carica solo per il disbrigo degli affari correnti possa indicare per decreto le aree nelle quali dovrebbero essere depositate le scorie.
Inoltre si critica il fatto che non si conosca ancora il programma per la gestione dei rifiuti nucleari nazionali, sul quale l'Italia è in procedura di infrazione europea , ma si sta invece solo decidendo il sito dove stoccarli in maniera definitiva.
Sulla scarsa trasparenza e livello di partecipazione pubblica, oltre che per l’insufficienza dei contenuti dei documenti finora pubblicati dal Governo, si sono espressi in un recente articolo pubblicato su QualEnergia, Massimo Scalia e Gianni Mattioli (Nucleare Italia, le criticità del Programma Nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi), due riconosciuti esperti del settore.
fonte: www.qualenergia.it

Il problema Sogin: sia del tutto ristrutturata e non poltrona per politici in declino

In un duro comunicato la Commissione scientifica sul Decommissioning ha stigmatizzato le incapacità di programmazione e gestione per lo smantellamento del nucleare in Italia. Le responsabilità di Sogin: “va completamente ristrutturata”. Il caso del CEMEX di Saluggia.




















Ci sono tante, troppe cose che non vanno nell’attività di Sogin.
Si sono accavallate incapacità di programmazione e pessime gestioni, appetiti politici, interessi di lobby grandi, medie e minuscole, velleità varie sui finanziamenti per lo smantellamento degli impianti.
Tra queste velleità va segnalata quella del ritorno al nucleare che, incredibilmente, non si è mai spenta. Peggio dei militari giapponesi, che da una qualche isoletta del Pacifico si arrendevano ancora venticinque dopo la fine della guerra. Già, ma dal referendum del 1987 sono passati più di cinque lustri e c’è stato un altro referendum per chi non avesse capito. E arrendetevi!
In questi giorni stanno girando insistenti rumors di commissariamento della Sogin. L’intervento su questa società è ormai ineludibile, ma deve essere una ristrutturazione completa e di alto livello. Chi pensasse che possa essere un mezzo per creare una poltroncina per qualche politico, trombato o “trombaturus”, sarebbe un irresponsabile. Un cretino irresponsabile.
La vicenda EUREX di Saluggia
EUREX è l’impianto nel quale, da oltre 40 anni, sono allocati dei serbatoi ormai vetusti che contengono più di 200 litri di rifiuti liquidi radioattivi residuati dal ritrattamento del combustibile nucleare. Nel 2000 il Dipartimento nucleare dell’ANPA impose di solidificare quei rifiuti entro il termine improrogabile del 31 dicembre 2005.
Nel 2003 gli impianti passarono alla Sogin e il generale Jean, commissario pro tempore, decise da bravo generale di cambiare il progetto ENEA, basato sulla tecnologia della vetrificazione, a favore, invece, di una più semplice cementazione dei liquidi in modo da accelerare i tempi: il progetto CEMEX.
La Sogin ha impiegato ben 10 anni per portare a gara il progetto, mentre tra i due gruppi pubblici, Ansaldo Nucleare (Finmeccanica) e SAIPEM (gruppo ENI), si svolgeva uno scontro a colpi bassi.
E quando la SAIPEM vince la gara, lo scontro si sposta al contenzioso continuo tra appaltatore e committente e all’interno della stessa Sogin fino alla paralisi totale dell’operatività.
Oggi, dopo che nel luglio scorso il nuovo CdA Sogin ha rescisso unilateralmente il contratto, siamo alla carta bollata tra Sogin e SAIPEM.
Sullo sfondo un’umiliante e grave realtà: di fatto siamo tornati indietro di 20 anni nella gestione di quella che è la situazione più critica dei rifiuti radioattivi in Italia. E ne va della salute e della sicurezza dei cittadini.
Sì, “Industria 4.0”! È l’italietta delle faide tra corporazioni medievali, e se il Ministro Calenda, così impegnato sul futuro, si voltasse a dare un’occhiata a questo pregresso non farebbe un’oncia di danno.
Comunicato della Presidenza della Commissione scientifica sul Decommissioning
Il presidente della Commissione è Giorgio Parisi, premio Max Planck della Fisica teorica. Nella presidenza anche Massimo Scalia, fisico e storico leader ambientalista.
fonte: www.qualenergia.it