Visualizzazione post con etichetta #SmaltimentoScorie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #SmaltimentoScorie. Mostra tutti i post

Stoccaggio dei rifiuti radioattivi, siamo già in una crisi globale

Greenpeace lancia l’allarme: le strutture di deposito delle scorie nucleari sono ormai prossime alla saturazione



















Dall’inizio dell’era nucleare, circa 70 anni fa, a oggi il mondo ha continuato ad accumulare grandi quantità di pericolosi rifiuti radioattivi. Non solo quelli legati al processo di fissione ma anche tutte le scorie provenienti dalle fasi di estrazione mineraria e di generazione del combustibile. Questa iper-produzione ha portato ci ha condotto velocemente a un punto di non ritorno: negli storici Paesi a vocazione “atomica”, le strutture di stoccaggio temporaneo dei rifiuti sono oramai colme. A lanciare l’allarme è un report di Greenpeace (pdf in inglese), dal titolo La crisi globale delle scorie nucleari, che guarda da vicino alla situazione di Belgio, Francia, Giappone, Svezia, Finlandia, Regno Unito e Stati Unite. In queste nazioni i depositi, non solo sono prossimi alla saturazione, ma devono costantemente tenere alta la guardia contro il rischio di incendio, lo sfiato di gas radioattivi, la contaminazione ambientale, gli attacchi terroristici e costi in progressivo aumento.

“Trenta anni fa, – spiega Greenpeace Belgio, coautore del documento – gli ingegneri avevano assicurato che scaricare le scorie nucleari in mare fosse la migliore opzione possibile. Oggi suggeriscono che il sotterramento in strati geologici profondi sia una buona soluzione definitiva. Tuttavia, l‘opzione dello smaltimento geologico non è ancora operativa e presenta molte imperfezioni e rischi che la rendono inaccettabile, e meno che mai una soluzione”.


Le 100 pagine del rapporto analizzano tutta la catena del combustile nucleare, dalle miniere di uranio ai reattori, fino al riprocessamento del plutonio. Attualmente, stoccati in strutture temporanee di 14 Paesi vi sono circa 250.000 tonnellate di combustibile esaurito altamente radioattivo. La maggior parte di queste scorie rimane nelle “piscine di raffreddamento” delle centrali, quando non esiste nel sito una struttura di contenimento secondario. Al conto bisogna aggiungere anche oltre 2 miliardi di tonnellate di rifiuti di uranio.

“Quando i cosiddetti ecorealisti parlano di ‘energia nucleare pulita’, nascondono la pericolosa eredità dei milioni di tonnellate di polvere radioattiva provenienti dalle miniere di uranio. E non parlano neppure della forma più rischiosa di rifiuti nucleari: il combustibile esaurito delle centrali. Una persona che si trova a meno di un metro di distanza da combustibile non protetto, scaricato da un reattore nucleare un anno prima, riceve una dose di radiazioni letali in meno di un minuto”, aggiunge Greenpeace. “Oggi non esiste in nessun luogo al mondo una soluzione accettabile a lungo termine per la gestione sicura di questi rifiuti radioattivi di alto livello”.

fonte: www.rinnovabili.it

Nucleare: scorie UK potrebbero finire nei parchi nazionali















C’è il pericolo che nel Regno Unito i parchi nazionali siano individuati come possibili siti nei quali stoccare le scorie nucleari. Da qui una lettera aperta è stata inviata dalle associazioni ambientaliste UK al ministro britannico per l’energia nucleare.
In particolare come sito di questo genere, destinato a raccogliere le scorie nucleari, sarebbe stato individuato il Lake District National Park. Le associazioni ambientaliste non ci stanno e fanno sentire il loro monito di protesta contro i rifiuti nucleari.
Gli ambientalisti fanno notare che questo piano sarebbe totalmente incoerente con il progetto ambientale lanciato dal Primo Ministro britannico nei mesi scorsi. Proprio in seguito all’emanazione di questo progetto si era esclusa la possibilità di individuare i parchi nazionali come luoghi di smaltimento.
Secondo le autorità britanniche non sarebbe possibile individuare un deposito di scorie nucleari da realizzare in un parco, perché comunque le comunità locali avrebbero l’ultima parola sull’argomento. La legge nazionale affermerebbe che un provvedimento del genere verrebbe approvato soltanto in circostanze d’eccezione. Nonostante queste rassicurazioni le 19 associazioni ambientaliste impegnate nell’evitare il rischio scrivono apertamente in termini di possibilità di tutela ambientale:
Riconosciamo che lo smaltimento sicuro delle scorie nucleari è una delle sfide chiave che la nostra società attualmente sta affrontando, ma il problema non dovrebbe essere usato come scusa per mettere a rischio l’enorme varietà di benefici che queste aree offrono alla società, all’ambiente e all’economia.
fonte: www.greenstyle.it 

Inceneritori e rifiuti pericolosi. Le nuove norme sfidano i bilanci

Dal 5 luglio di quest’anno si applica il nuovo regolamento europeo che potrebbe costringere i gestori degli impianti a spendere molto di più per smaltire correttamente scorie e ceneri. Con conseguenze economiche tutte da valutare





Sul calendario degli inceneritori italiani c’è una data cerchiata in rosso: 5 luglio 2018. Da quel giorno, infatti, scatta in tutta l’Unione europea l’applicazione del nuovo regolamento comunitario che riguarda la classificazione della pericolosità dei rifiuti per l’ambiente (il 2017/997). E in quanto regolamento, le sue pagine vanno prese alla lettera da tutti gli Stati membri. Italia compresa. Per le scorie e le ceneri pesanti prodotte dagli impianti di incenerimento potrebbe essere una rivoluzione: applicando i criteri del regolamento, infatti, da rifiuto “non pericoloso” potrebbero risultare rifiuto “pericoloso”. Il condizionale è d’obbligo, perché nonostante sia stato dato oltre un anno di tempo alle imprese e alle autorità competenti “per adattarsi ai nuovi requisiti” -come si legge nel testo adottato dal Consiglio dell’Ue l’8 giugno 2017-, il nostro Paese rischia di trovarsi impreparato.

“Questo regolamento era molto atteso”, spiega il dottor Giovanni Cherubini, dell’ufficio Analisi chimiche dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA) del Friuli-Venezia Giulia. “Fino ad oggi -continua Cherubini- i Paesi europei potevano adottare discipline autonome rispetto all’attribuzione della caratteristica di pericolo HP 14 ‘Ecotossico’”. L’Italia -che si riferiva alla cosiddetta normativa ADR (legge 125/2015)- era tra questi. Con le nuove regole europee, invece, i ben più restrittivi limiti di concentrazione delle sostanze pericolose vengono abbassati anche di dieci volte. E la definizione di “Ecotossico” contenuta nel regolamento (con criteri annessi) varrà per tutti: “Rifiuto che presenta o può presentare rischi immediati o differiti per uno o più comparti ambientali”.

Risultato? Molti rifiuti verranno riclassificati da non pericolosi a pericolosi, e potrebbe trattarsi ad esempio di ceneri pesanti o scorie, dove sono presenti ossidi di rame o di zinco e il cui limite di concentrazione passa da 25mila mg/kg a 2,5mila mg/kg. Non è questione di poco conto. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), i 41 inceneritori che nel nostro Paese hanno trattato rifiuti urbani (26 al Nord, 8 al Centro e 7 al Sud), hanno prodotto 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti, il 23% del “totale incenerito” (dati 2016). La maggioranza schiacciante di questi, e cioè 1 milione di tonnellate, faceva riferimento proprio alla voce “ceneri pesanti e scorie”, classificate prima del 5 luglio 2018 come “non pericolose”. Quelle già “pericolose”, invece, sono al di sotto delle 153mila tonnellate.

L’applicazione del regolamento europeo, in teoria, imporrebbe quindi agli impianti una profonda trasformazione ambientale ma soprattutto economica. L’ha riconosciuto anche il direttore generale di una società pubblica che gestisce uno degli undici forni inceneritori di rifiuti urbani attivi in Lombardia. “L’applicazione del nuovo regolamento europeo -si legge in un verbale del consiglio di amministrazione di inizio 2018- potrebbe portare ad una nuova classificazione delle scorie come pericolose; la mancanza di impianti sul territorio nazionale per il recupero di scorie pericolose e la scarsezza di discariche autorizzate per i rifiuti pericolosi sul territorio nazionale ha destabilizzato il mercato alzandone in maniera significativa i prezzi”. Trattare un rifiuto “pericoloso” costa di più e le gare a prezzi antecedenti al 5 luglio -come accaduto per quel forno- vanno deserte.



L’eventualità -che non è automatica- preoccupa non poco i gestori degli impianti, che in qualità di produttori dei rifiuti hanno la responsabilità della corretta classificazione sulla base di analisi approfondite. In Lombardia, prima in Italia per numero di impianti, è stato aperto un “tavolo” regionale di confronto sul punto. “Per il momento -spiegano dall’assessorato all’Ambiente retto da Raffaele Cattaneo- ha coinvolto gli operatori che producono e trattano scorie perché direttamente connessi al servizio pubblico di smaltimento dei rifiuti urbani, soprattutto per quanto concerne la fase preparativa e criteri di valutazione”. La Regione teme un “blocco della filiera del recupero”. “Le scorie di incenerimento ‘pesanti’ che sono state finora classificate come non pericolose -recita una nota inviata ad Altreconomia- potrebbero acquisire, sulla base di alcune analisi chimiche la qualifica di rifiuto pericoloso. L’eventuale passaggio da non pericoloso (EER 190112) a pericoloso (EER 190111*) porterà immotivatamente al rischio di blocco della filiera del recupero stante che gli impianti a valle, pur essendo idonei al recupero, non hanno autorizzazione a ricevere e soprattutto a trattare scorie classificate come pericolose. Analoghi problemi potrebbero sorgere nella commercializzazione dei prodotti derivati (simil argille di vario tipo) e nella classificazione di altri rifiuti. È il caso di ricordare che si tratta di filiera ben consolidata […] e che il fatto che le scorie cambino di classificazione nulla incide sulla qualità del prodotto (le scorie cambiano classificazione non composizione)”.


“Analoghi problemi potrebbero sorgere nella commercializzazione dei prodotti derivati (simil argille di vario tipo) e nella classificazione di altri rifiuti” – Regione Lombardia

Stando alla Regione Lombardia, quindi, “nulla incide” nella sostanza ma si tratterebbe semmai di una “immotivata” grana formale. Ma non è così. Tutto ruota intorno a “come” si conduce l’analisi di eco-tossicità sul rifiuto. I metodi sono due. Il primo è quello della cosiddetta “sommatoria”: “Prevede l’applicazione di apposite equazioni (sommatorie con specifici fattori correttivi in funzione della pericolosità della sostanza), ed è evidentemente necessario conoscere le tipologie di sostanze classificate ecotossiche presenti nel rifiuto e le relative concentrazioni”, spiega Rosanna Laraia, responsabile del Centro nazionale per il ciclo dei rifiuti dell’Ispra. Accanto a questo, prosegue Laraia, “il regolamento prevede che si possano anche applicare test di ecotossicità”. Di che cosa si tratta lo sintetizza bene Cherubini dell’Arpa friulana: “Il biotest consiste nel mettere a contatto la tipologia di rifiuto con l’ecosistema acquatico. La normativa europea ne prevede l’esecuzione su crostacei, alghe o altre piante acquatiche e pesci, specie considerate rappresentative di tutti gli organismi acquatici”. Le prove devono essere eseguite su tutte e tre, seppure la Commissione europea abbia definito i test sui vertebrati “non appropriati”. Se i viventi sopravvivono significa che il “campione” non rilascia sostanze pericolose, nonostante abbia concentrazioni elevate di sostanze chimiche. E se impiegando i due metodi (sommatoria o biotest) vi fossero risultati contrastanti, “pericoloso” secondo la sommatoria ma “non pericoloso” secondo il “biotest”, per l’Unione europea prevalgono “i risultati della prova”, e cioè del biotest. Il punto è che queste “prove” sono nate per testare sostanze pure (solide e liquide) generalmente abbastanza solubili in acqua, in procinto di essere messe in vendita sul mercato. Che è cosa ben diversa da un campione estratto da un flusso di rifiuti: il “punto debole” sta proprio nella riproducibilità del test.


Il neo ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, 
Sergio Costa © Roberto Dia

Ed è su questo che si sta giocando una partita che potrebbe determinare la sopravvivenza o meno dei bilanci delle società che gestiscono i forni inceneritori. A un anno dall’adozione del regolamento, infatti, l’Ispra non ha ancora emanato delle linee guida sul punto che possano uniformare gli standard e agevolare alle diverse Arpa i controlli delle classificazioni fatte dai produttori. È stata una scelta. “L’Istituto non ha emanato specifiche linee guida in materia di attribuzione della caratteristica di pericolo HP14, trattandosi di un regolamento che automaticamente entrerà in vigore il 5 luglio non si è ravvisata la necessità di fornire ulteriori chiarimenti”, spiega Laraia. Che però aggiunge: “Su richiesta del ministero dell’Ambiente si provvederà tuttavia a elaborare una nota tecnica per fornire agli operatori economici interessati indicazioni sulle modalità di applicazione dei due differenti metodi (metodo delle sommatorie e test di ecotossicità)”. Potrebbe essere tardi e dal 5 luglio il rischio è di una fase di “transizione”. A metà giugno 2018, infatti, ognuno si sta muovendo in autonomia. “Non siamo a conoscenza delle modalità che adotteranno i gestori degli impianti per classificare i propri rifiuti una volta entrato in vigore il nuovo regolamento -chiarisce Laraia-. Ci sono state, comunque, riunioni, anche presso il competente ministero, in cui gli operatori economici hanno sollevato alcune problematiche legate, in particolare, alle metodologie di preparazione del campione di rifiuto da sottoporre ai test di ecotossicità ma, anche, indicato modalità analitiche volte a superare dette problematiche”.



“Non siamo a conoscenza delle modalità che adotteranno i gestori per classificare i propri rifiuti una volta entrato in vigore il nuovo regolamento” – Ispra

I gestori, quindi, starebbero “valutando l’applicazione dei metodi di prova in luogo del metodo delle sommatorie”, conferma Laraia, appoggiandosi a laboratori certificati. È il caso ancora una volta della Lombardia, dove il leader indiscusso della gestione degli impianti di incenerimento è il colosso A2a Spa (i soci pubblici di riferimento sono i Comuni di Milano e Brescia). Soltanto i forni dei due capoluoghi gestiti da A2a producono ben 200mila tonnellate di ceneri pesanti e scorie attualmente classificate come “non pericolose”. La società siede a quel tavolo regionale: “Il gruppo di lavoro sta completando la redazione dei rapporti di valutazione conclusivi -spiegano dall’ufficio stampa-, e pertanto non sono ancora disponibili dati pubblici”. A quell’assise ha preso parte anche il laboratorio “LabAnalysis” di Casanova Lonati (Pavia). L’invito è giunto dai “clienti” che gestiscono gli impianti di incenerimento. A2a è uno di questi. Secondo le prove e le analisi condotte con bio test dal laboratorio pavese, le scorie non diventerebbero pericolose, anche dopo “stress” precauzionali effettuati per 28 giorni. L’Ispra, che precisa di non aver “effettuato attività di classificazione delle scorie”, è al corrente che in base ad analisi “non effettuate però dall’Istituto”, risulterebbe che in alcuni casi i “rifiuti risultanti pericolosi secondo il metodo delle sommatorie non sarebbero tali applicando i test”.

Ma c’è un confronto serrato in corso sul “documento” con il quale la Lombardia si appresta a “validare una metodica analitica che tenga presente i test sperimentali”. Creerà parecchie discussioni perché non è condiviso da molti altri tecnici. Il tutto è riconducibile alla mancanza di chiarezza sulle metodiche ecotossicologiche e, in particolare, sulla parte di preparazione del “campione” da sottoporre ai test. Inoltre, le esistenti norme Ocse non sarebbero però adeguate ai rifiuti, in particolare a quelli fisicamente caratterizzati da matrici grossolane eterogenee. Senza contare l’assenza di indicazioni europee e la mancanza di una linea guida nazionale.


fonte: https://altreconomia.it

Passo avanti nell’iter per il deposito dei rifiuti radioattivi

Passate le elezioni, l’ISPRA trasmette al governo la carta delle aree potenzialmente idonee ad ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi

















“L’ISPRA ha consegnato nei giorni scorsi al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare e al Ministero dello Sviluppo Economico un aggiornamento della relazione prevista dal D.Lgs. n.31/2010 sulla proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) alla localizzazione del Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi predisposta dalla Sogin SpA”.
Comincia così il comunicato dell’ISPRA uscito il giorno dopo le elezioni, e forse per questo sfuggito ai media. La pubblicazione della carta era stata promessa prima della tornata elettorale dal Ministro Calenda, titolare del dicastero dello Sviluppo Economico. Ma i tempi stretti, e soprattutto l’opportunità politica di mettere un simile tema nelle urne, hanno portato ad uno spostamento.


La relazione dell’ISPRA al governo, così come la proposta di CNAPI avanzata da Sogin, è stata classificata come riservata. Manterrà questa segretezza fino alla pubblicazione (a cura di Sogin) a seguito del nulla osta rilasciato dai Ministeri coinvolti. Da qui inizierà un percorso così strutturato: dopo quattro anni di consultazioni con le comunità locali nelle aree considerate idonee ad ospitare le scorie nucleari italiane, bisognerà individuare il sito per la costruzione del deposito. Le operazioni richiederanno altri quattro anni, perciò – se la carta delle aree idonee sarà pubblicata nei prossimi mesi, entro il 2026 l’iter si dovrebbe concludere.
In realtà, è ragionevole pensare che ci vorrà più tempo: non è affatto semplice far digerire a una comunità la costruzione di un deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, non è semplice costruirlo con appalti trasparenti e non è detto che bastino quattro anni a finire i lavori. Intanto, però, i siti temporanei si avvicinano alla capienza massima. Come ha ricordato la presidente della Commissione Ecomafie, Chiara Braga, ad esempio, “lo stoccaggio a medio termine dei rifiuti sanitari radioattivi contenenti radionuclidi avviene nel deposito temporaneo Nucleco in Casaccia, ed è del tutto evidente che la continua e costante produzione negli anni di rifiuti radioattivi in ambito sanitario porterà ad un ulteriore aggravamento della già difficile capacità di gestione dei volumi prodotti”.

fonte: www.rinnovabili.it

LE BASI MILITARI ABBANDONATE NEL PROFONDO NORD DEL PIANETA, BOMBE AD OROLOGERIA SOTTO LA PRESSIONE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

CI SONO BARILI COLMI DI SOSTANZE TOSSICHE ESPOSTI AGLI ELEMENTI E MATERIALI RADIOATTIVI SEPOLTI TRA I GHIACCI IN SCIOGLIMENTO







Spesso le basi militari abbandonate, lasciate in fretta e furia durante le ritirate, sono una vera fonte di informazioni storiche e belliche. Ricercati dagli appassionati un po’ in tutto il mondo, i reperti bellici diventano materia da collezionisti.
Purtroppo però gli orrori della guerra non si lasciano dietro solo qualche elmetto o qualche bossolo, a volte si lasciano dietro anche intere forniture di carburante e rifiuti radioattivi che rischiano di diffondersi nell’ambiente e nell’oceano.
Le basi militari abbandonate in Groenlandia
La Bluie East, anche chiamata American Flowers
I rifiuti radioattivi di Camp Century
La storia, nella sua particolarità, è degna di essere raccontata. La costruzione risale alla guerra fredda quando gli americani nel 1959 costruirono una base missilistica per ospitare 600 missili nucleari puntati contro la Russia… a 65 metri di profondità sotto il ghiaccio. Furono scavati tunnel che collegavano alloggi, centri logistici, laboratori, e addirittura anche un ospedale, una chiesa ed un cinema.
Come veniva prodotta l’energia per la vita di oltre 200 soldati sotto il ghiaccio? Con un piccolo reattore nucleare.
Proprio questi movimenti iniziarono a danneggiare le strutture e nel 1967 i militari dovettero abbandonare Camp Century.
Il reattore fu l’unico ad essere portato via dalla base ma non le sue scorie che rimangono ancora sepolte e che potrebbero riemergere a causa dello scioglimento dei ghiacci.
Basi militari perdute
Parliamo in questo caso della Groenlandia, terra di ghiacci e di ex sedi militari per il controllo dei traffici nelle acque del nord. Nel 1941 la Danimarca, che all’epoca controllava il Paese, diede il permesso agli americani di costruire lì le loro basi per prevenire una possibile invasione nazista del paese.
Oggi il territorio selvaggio della Groenlandia è ammorbato da una serie di rifiuti pericolosi lasciati mezzo secolo fa dai miliari USA: baracche, galloni di combustibile, tralicci, camionette e spazzatura di ogni genere.
La Groenlandia ha quindi chiesto alla Danimarca di ripulire. Ne è sorta una diatriba su “chi deve pulire cosa” tra americani e danesi. Ovviamente il problema riguarda il denaro.
La Danimarca ha infine deciso di predersi le proprie responsabilità attraverso un programma statale di pulizia dei rifiuti tossici. Un investimento di 30 milioni di dollari che coinvolgerà nel progetto studiosi e ed esperti per valutare i danni e il livello di pericolo delle zone da bonificare. Con il team scientifico collaboreranno anche gli abitanti che meglio di tutti sanno identificare le zone in cui giacciono i rifiuti.
Purtroppo i fondi danesi non coprono la pulizia di tutta la “spazzatura americana e alcuni siti, tra i quali la pericolosa Camp Century, di cui parleremo tra poco, non saranno bonificati.
Il disastro ambientale della Bluie, base aerea americana in funzione nel 1941, è stato portato all’attenzione dei medi dal reportage di Ken Bower, fotografo di New York.  Nei suoi scatti si vedono oggetti metallici, tetti di amianto delle baracche crollate e decine e decine di barili arrugginiti, accatastati ed abbandonati in mezzo alla natura selvaggia e bellissima della Groenlandia.
La base, collocata sulla costa orientale della più grande isola del mondo, è stata soprannominata American Flowers dagli abitanti: lo scintillio dei rottami metallici sotto il sole ricorda da lontano un giardino di fiori. Da vicino purtroppo la realtà è ben diversa. Lo sfavillio proviene da 100 mila taniche di petrolio degradate.
basi militari abbandonate
“Poco dopo aver scattato una di queste foto, il cielo si è schiarito e la temperatura è salita rapidamente. È stato uno dei giorni più caldi del mio viaggio; si superavano i 15 gradi. Circa tre quarti d’ora dopo, ho iniziato a sentire dei colpi sordiEra il carburante contenuto nelle botti che si espandeva e faceva rumore premendo contro con i coperchi. Questo mi ha fatto capire che c’erano molti più barili pieni rispetto a quanto pensavo inizialmente. Un altro aspetto che mi ha scioccato è la quantità di tegole e di materiale isolante per le tubature realizzati in amianto. L’amianto era diffusissimo all’epoca. E ora, resta lì a deteriorarsi in mezzo ai detriti dagli edifici in rovina” Ken Bower
Come si evince dal racconto del fotografo, rimasto per qualche giorno nel luogo estremamente isolato in cui sorgeva la Bluie, il petrolio fuoriesce dai barili deformati dall’escursione termica e l’amianto si disintegra sotto le intemperie dell’estremo nord.
C’è di peggio. E si chiama Camp Century. Tra le basi militari abbandonate in Groenlandia c’è anche lei.
Basi militari abbandonate
Il ghiaccio però come si sa è una creatura viva, si deforma e “si sposta” scivolando sul terreno.
La contaminazione da rifiuti radioattivi potrebbe essere catastrofica per l’ambiente circostante.
Il climatologo William Colgan ha deciso di effettuare dei carotaggi: già a 35-40 metri si trova ghiaccio contaminato dagli idrocarburi.
Non solo basi militari abbandonate USA. Le terre a nord sono state oggetto negli anni di costruzioni strategiche da parte di vari eserciti. È recente infatti il ritrovamento nell’Artico, da parte di un gruppo di scienziati del Russian Arctic National Park, anche di una base meteorologica nazista costellata di reperti bellici di ogni genere.
Vista la tipologia di rifiuti abbandonati sarebbe bene che le nazioni si prendessero la responsabilità di ripulire, con le dovute precauzioni e tecnologie, i rifiuti dei loro eserciti evitando in questo modo possibili catastrofi ambientali.
fonte: www.green.it


Il problema Sogin: sia del tutto ristrutturata e non poltrona per politici in declino

In un duro comunicato la Commissione scientifica sul Decommissioning ha stigmatizzato le incapacità di programmazione e gestione per lo smantellamento del nucleare in Italia. Le responsabilità di Sogin: “va completamente ristrutturata”. Il caso del CEMEX di Saluggia.




















Ci sono tante, troppe cose che non vanno nell’attività di Sogin.
Si sono accavallate incapacità di programmazione e pessime gestioni, appetiti politici, interessi di lobby grandi, medie e minuscole, velleità varie sui finanziamenti per lo smantellamento degli impianti.
Tra queste velleità va segnalata quella del ritorno al nucleare che, incredibilmente, non si è mai spenta. Peggio dei militari giapponesi, che da una qualche isoletta del Pacifico si arrendevano ancora venticinque dopo la fine della guerra. Già, ma dal referendum del 1987 sono passati più di cinque lustri e c’è stato un altro referendum per chi non avesse capito. E arrendetevi!
In questi giorni stanno girando insistenti rumors di commissariamento della Sogin. L’intervento su questa società è ormai ineludibile, ma deve essere una ristrutturazione completa e di alto livello. Chi pensasse che possa essere un mezzo per creare una poltroncina per qualche politico, trombato o “trombaturus”, sarebbe un irresponsabile. Un cretino irresponsabile.
La vicenda EUREX di Saluggia
EUREX è l’impianto nel quale, da oltre 40 anni, sono allocati dei serbatoi ormai vetusti che contengono più di 200 litri di rifiuti liquidi radioattivi residuati dal ritrattamento del combustibile nucleare. Nel 2000 il Dipartimento nucleare dell’ANPA impose di solidificare quei rifiuti entro il termine improrogabile del 31 dicembre 2005.
Nel 2003 gli impianti passarono alla Sogin e il generale Jean, commissario pro tempore, decise da bravo generale di cambiare il progetto ENEA, basato sulla tecnologia della vetrificazione, a favore, invece, di una più semplice cementazione dei liquidi in modo da accelerare i tempi: il progetto CEMEX.
La Sogin ha impiegato ben 10 anni per portare a gara il progetto, mentre tra i due gruppi pubblici, Ansaldo Nucleare (Finmeccanica) e SAIPEM (gruppo ENI), si svolgeva uno scontro a colpi bassi.
E quando la SAIPEM vince la gara, lo scontro si sposta al contenzioso continuo tra appaltatore e committente e all’interno della stessa Sogin fino alla paralisi totale dell’operatività.
Oggi, dopo che nel luglio scorso il nuovo CdA Sogin ha rescisso unilateralmente il contratto, siamo alla carta bollata tra Sogin e SAIPEM.
Sullo sfondo un’umiliante e grave realtà: di fatto siamo tornati indietro di 20 anni nella gestione di quella che è la situazione più critica dei rifiuti radioattivi in Italia. E ne va della salute e della sicurezza dei cittadini.
Sì, “Industria 4.0”! È l’italietta delle faide tra corporazioni medievali, e se il Ministro Calenda, così impegnato sul futuro, si voltasse a dare un’occhiata a questo pregresso non farebbe un’oncia di danno.
Comunicato della Presidenza della Commissione scientifica sul Decommissioning
Il presidente della Commissione è Giorgio Parisi, premio Max Planck della Fisica teorica. Nella presidenza anche Massimo Scalia, fisico e storico leader ambientalista.
fonte: www.qualenergia.it