Eni, Marghera: il cane a sei zampe si rifà la verginità?


Diciamo la verità: un cane che avesse sei zampe sarebbe considerato mostruoso, forse una mutazione genetica. Se poi sputasse fuoco, beh, allora, sarebbe messo davvero male.
Non è così per l’Eni, il nostro (meglio dire “loro”, mio non è) colosso nel campo energetico, presente in novanta paesi del mondo, che invece, ad onta del suo simbolo, se la passa abbastanza bene. Forse meno bene se la passa la natura dove arriva il cane a sei zampe.
Il delta del Niger, ad esempio, dove opera stabilmente il colosso energetico, è una delle aree più inquinate d’Africa, anche a causa delle fuoriuscite di petrolio. Da ciò che si legge nei documenti delle associazioni non governative, dai reportage che girano in rete (non sulla Rai, s’intende), il delta del Niger è un vero e proprio inferno sulla terra.
Certo la Val d’Agri non è la Nigeria, il Lago del Pertusillo non è il Niger, però anche lì – dove da anni opera sempre il cane deforme – pare che l’ambiente non se la passi molto bene. E coloro che denunciano la situazione a quanto sembra rischiano grosso.
Ma, si sa, i giganti petroliferi ci tengono ad avere un’immagine ambientalmente corretta e quale migliore occasione che immergersi nell’avventura della green economy? Ecco allora la riconversione della raffineria di Porto Marghera, che produrrà biodiesel, cioè additivi per il gasolio a scopo autotrazione. Ma da dove prenderà il combustibile il cane a sei zampe? Forse che attorno alla raffineria si metteranno a coltivare pannocchie, pomodori e marijuana come cantavano i Pitura Freska? No, la materia prima pare non sarà propriamente a chilometri zero. E già si dice in rete di 180.000 ettari di foresta a rischio nel sud-est asiatico per fare posto a coltivazioni di olio di palma per alimentare la ex raffineria.
Eni investe molto in pubblicità. Vanta collaborazioni con persone di successo come Jovanotti e Lucia Annunziata. Bene. Si compri un bello spazio sui media per dirci come stanno davvero le cose, da dove prenderà il combustibile? Non verranno distrutte foreste? E se non verranno distrutte, da dove proverrà il combustibile? Ed aggiungo una chiosa volutamente ingenua. Perché quando si fanno le valutazioni di impatto ambientale non si estende la valutazione alle conseguenze sull’ambiente che l’opera può avere non solo dove viene realizzata ma anche, come nel caso di un impianto energetico, dove viene rifornita?

fonte: ilfattoquotidiano.it