giovedì 9 agosto 2018

Dieci idee per salvarci dalla plastica

Nelle reti dei pescatori italiani finiscono pesci e plastica in ugual misura. Come ridurre questo scandalo? Ecco 10 proposte. Più l’identikit di un pericoloso animale marino





LE RETI DEI PESCATORI, nei mari italiani, tirano su una bizzarra varietà di pescato. Metà del peso è pesce. L’altro 50% è plastica. Bottiglie, frammenti, fusti, tubi, cannucce, polistirolo, stoviglie. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, annunciando la ventura legge anti plastica. È di plastica, del resto, l’85% dei rifiuti nel Mediterraneo. Vi stupite? Se state sfogliando 7 in spiaggia, guardatevi attorno. Secondo la ricerca annuale Beach Litter di Legambiente, in 100 metri di litorale italiano ci sono 620 rifiuti, tra cui 26 stoviglie usa e getta, 51 tappi, 39 bottigliette. I cotton fioc buttati nel wc rappresentano un terzo della plastica sui fondali. Il sale li disgrega in pezzetti di meno di mezzo centimetro (o microplastiche) e gli animali li mangiano, spesso soffocando.


FIN QUI, TUTTO ABBASTANZA NOTO. Di lotta alla plastica si parla molto e anche l’Unione Europea approverà entro il 2019 una direttiva per vietare le plastiche monouso. La raccolta differenziata degli imballaggi in questo materiale, in Italia, è passata dal 39% dichiarato nel 1997 all’85% del 2017 (dati Istat). Insomma: non siamo (più) proprio dei barbari. E allora come è possibile che il mare in cui nuotiamo, e i pesci che mangiamo, siano sempre più pieni di plastica? Una domanda forse ingenua: non da esperta, ma da cittadina che occupa, in casa propria, più spazio per la raccolta differenziata che per le scarpe. E paga una tassa rifiuti cospicua: io 170 euro l’anno, a Milano, con casa molto piccola, e la famiglia media circa 300 euro l’anno. Il 70% dei cittadini, per l’ultima indagine Istat, lo considera un costo «elevato». E allora non si può davvero fare di più? Ho provato a chiederlo agli addetti ai lavori: ingegneri dei materiali, ambientalisti, funzionari del ministero dell’Ambiente e del Corepla, il consorzio che si occupa del recupero degli imballaggi in plastica, biologi marini. Ecco dieci proposte per le aziende, per le istituzioni, per i cittadini. Più un mostro marino da fare estinguere al più presto.


1) DISINCENTIVARE L’USA E GETTA. È la strada più battuta, ma anche quella di più sicuro impatto. I sacchetti di plastica sono spariti dalla grande distribuzione, ma le aziende che li producono, in Italia, continuano a venderli a negozi e mercati. Perché non sanzionare anche quelli? Il ministero dell’Ambiente, mi spiega una funzionaria, si sta orientando verso un aumento delle imposte a chi produce plastica monouso, e a un incentivo ai produttori di plastiche biodegradabili o materiali alternativi.


2) INTRODURRE I VUOTI A RENDERE. In Germania, se compro una bottiglietta d’acqua a Norimberga e poi la riconsegno in qualsiasi negozio di Amburgo ricevo indietro 25 cent di cauzione che ho pagato all’acquisto. Il negozio si occupa del recupero. Perché non si fa anche da noi? «Difficile», mi spiega Antonello Ciotti, presidente del Corepla. «L’investimento iniziale è molto alto (in Germania si è parlato di circa 2 miliardi di euro, ndr)». In Italia, poi, i rifiuti sono di pertinenza comunale: difficile istituzionalizzare un sistema in cui io posso far gestire a Palermo un rifiuto di Firenze, e così via.


3) INCENTIVARE IL MERCATO DEL RICICLO. L’Italia, ogni anno, crea 2 milioni e 200 mila tonnellate di imballaggi in plastica. Il consorzio delle aziende che li producono, Corepla, ha l’obbligo di smaltirli. Il 31% si ricicla: il 2017 è stato il primo anno in cui si è riciclata più plastica di quella mandata in discarica, che è il 27%. Quella che non si può riciclare finisce nei termovalorizzatori, o come combustibile nei cementifici. Ma cosa si fa con quella riciclata? In potenza, molto: pannelli per l’edilizia, indumenti in pile, giostre e panchine... Ma i materiali rigenerati non sono sempre la prima scelta dei produttori. «In Italia», spiega ancora Ciotti, «vige il cosiddetto Green procurement: le amministrazioni, nei capitolati di spesa, dovrebbero preferire l’acquisto di arredi urbani in materiali riciclati. Ma spesso non succede perché il Green procurement non è vincolante. Perché non renderlo tale?». La spesa della pubblica amministrazione per l’acquisto di beni e servizi, per inciso, è di circa 90 miliardi l’anno, il 6% del Pil. Orientarne anche solo un punto in senso ecologico potrebbe fare la differenza.


4) INVESTIRE IN NUOVI IMPIANTI. Abbiamo molti rifiuti raccolti bene. Ma pochi impianti per gestirli: appena 40 in tutta Italia, quasi tutti al Nord. La Cina è stata a lungo la valvola di sfogo della differenziata europea: la plastica di Paesi come il Regno Unito, che non hanno una rete efficace di riciclo, finiva lì. Da gennaio scorso, la Cina ha chiuso le frontiere alle nostre materie di scarto, per riciclare le proprie. E l’Europa è intasata di materiali usati. Italia compresa: non a caso i siti di stoccaggio dei rifiuti plastici, strabordanti di materiali che non gestiscono, spesso prendono fuoco. Con frequenza sospetta: negli ultimi 3 anni ci sono stati più di 200 roghi.


5) PREMIARE LA DIFFERENZIATA FATTA BENE. Molta plastica viene gettata via unta, sporca, o non separata da altri materiali: produce così rifiuti più difficili da gestire, e da vendere. D’altro canto, l’83% degli italiani ha dichiarato all’Istat che farebbe la differenziata con più scrupolo se questa pratica fosse collegata a incentivi fiscali o tariffari. Oggi sono in vigore multe per chi non la fa, ma sono efficaci, dice l’Istat, solo per il 60% dei cittadini. Meglio incentivare!


6) COINVOLGERE I PESCATORI. Che se ne fanno, vi sarete chiesti, i pescatori, del famoso 50% del pescato composto da plastica? Oggi sono costretti a ributtarlo a mare: portando a riva bottiglie e frammenti dovrebbero pagarci su una tassa, o addirittura sarebbero imputati di traffico illegale di rifiuti. Perché non incentivarli, invece, a collaborare? Una proposta di legge c’è già, l’ha presentata la deputata Rossella Moroni (Leu); la legge anti plastica a cui sta lavorando il ministero dell’Ambiente la includerà, prevedendo anche isole ecologiche mobili nei porti.


7) INSTALLARE FILTRI ALLE FOCI DEI FIUMI. L’80% dei rifiuti in mare arriva da terra. L’associazione Marevivo sta lavorando a una proposta di legge per installare, alle foci, sistemi meccanici che fermino la plastica. «Si fa già in Canada e negli Stati Uniti», spiega il biologo Gianluca Poeta. Con qualche difficoltà: le barriere si intasano di rami, sassi, animali. E in Italia, osserva Poeta, si ripresenterebbe il problema della pertinenza comunale dei rifiuti: «I comuni situati alle foci dei fiumi sono in genere contrari a occuparsi di rifiuti altrui».


8) RIVEDERE L’ACCORDO ANCI-CONAI. I Comuni italiani, rappresentati dall’Anci, ricevono dal Consorzio nazionale dei produttori imballaggi (Conai) un rimborso per la differenziata: il principio è che chi produce il rifiuto (i produttori di imballaggi) si occupi di pagarne il recupero (con i produttori che si autotassano per ogni tonnellata di materiale prodotto). Il contributo è fissato ogni 5 anni: nell’ultimo lustro è stato di 1,5 miliardi. Che non bastano mai: i Comuni sono spesso in perdita nella gestione della differenziata. Perché? Intanto, spesso delegano la raccolta a società multiservizi: per la plastica succede nell’87% dei casi. Il servizio è affidato in Italia a 1.800 aziende; in maniera spesso diretta, con contratti lunghi, senza gara. Alle condizioni più convenienti? Non sempre. Tanto che nel 2016 se n’è occupato l’Antitrust, che ha decretato fra l’altro che «il finanziamento della differenziata da parte dei produttori di imballaggi», alla fine, non arrivi a superare «il 20% del totale, laddove dovrebbe essere per intero a loro carico». I contributi del Conai, infatti, sono anche tra i più bassi d’Europa. L’associazione Comuni Virtuosi stima che, per la raccolta degli imballaggi, i Comuni arrivino a spendere tre volte quello che recuperano. Alzando la tassa rifiuti, o investendo meno in una raccolta differenziata corretta. O, addirittura, uscendo dall’accordo: lo fanno molti comuni al Sud, e portano tutto in discarica. Nel 2019 l’accordo scadrà: non è il caso che l’Anci punti a rinnovarlo in modo più favorevole ai Comuni, accettando magari di vincolarli a una gestione più oculata del servizio e tutelando i cittadini?


9) INVESTIRE SULL’ECODESIGN. Per esempio: le bottigliette dell’acqua sono fatte di un tipo di plastica, mentre tappo e anello, spesso, di un altro. Le buste in cui spediamo i libri sono carta foderata da pluriball, e per differenziarli tocca separarli. Non si possono progettare diversamente? «Forse: ma a scapito della leggerezza della busta, o dell’impatto visivo della bottiglia», spiega il presidente di Corepla. Si può agire in modo indiretto: ad esempio – e Corepla lo fa – aumentando il contributo richiesto a chi produce imballaggi in plastiche non riciclabili. Peccato che poi i produttori scarichino il costo sul consumatore: oltre a pagare la tassa rifiuti ci troviamo il costo della differenziata nascosto nello scontrino del supermercato.


10) DIFFERENZIARE TUTTA LA PLASTICA. A oggi la raccolta comprende solo gli imballaggi (un terzo di tutta la plastica che buttiamo via), ed è gestita da Corepla. Perché non estenderla anche a giocattoli, indumenti, attrezzature mediche, tubature? «Se le imprese che li producono dovessero autotassarsi per gestirne il recupero, come fanno i produttori di imballaggi, ci avvicineremmo agli obiettivi Ue per il riciclo», spiega Ciotti. Cioè al 50% della plastica riciclata entro il 2020.


E PER FINIRE, lottare con lo ZZL! Cioè lo Zozzone Litoraneo: sottospecie dell’homo sapiens (o meglio insipiens?) che va in spiaggia, fa il picnic, fuma e lascia sulla sabbia una tossica eredità di mozziconi e rifiuti. O al massimo, per pulirsi la coscienza, li butta nei cestini pubblici già pieni, e pazienza se poi il vento li fa volare nell’ambiente. Non è una specie rara: la ricerca Beach litter di Legambiente mostra che il 48% dell’immondizia delle spiagge si deve proprio a lui. Se il vostro vicino d’ombrellone è uno così, chiedeteglielo: «Ma perché non te la porti a casa?»



fonte: www.corriere.it