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A Treviso: apre il negozio plastica free, cibo sfuso, niente borse e tanto km zero

Non un negozio, quello di via Veronese, ma una rete. Food&Hope favorisce la sostenibilità e il KM0, fa da ponte con i produttori locali, con artigiani, agricoltori, aziende, cooperative




TREVISO. Ha aperto i battenti a Treviso un negozio a basso impatto ambientale che unisce, come recita il nome, il cibo e la speranza in un mondo migliore: “Food&Hope”.

In vendita prodotti di qualità a chilometro zero, attenzione agli artigiani locali e soprattutto meno contenitori possibili privilegiando lo sfuso, pasta, riso e crochette per gatti comprese. Protagonisti due giovani trevigiani Alessandro Gallina 29 anni e Laura Tallon 33, che si sono lanciati nella nuova avventura aprendo uno spazio commerciale in via Paolo Veronese 16, dove sarà possibile fare una «spesa che rispetta l’ambiente».

L’obiettivo, spiegano, è quello di «impegnarsi con responsabilità, per dare al territorio uno spazio in cui cambiare le abitudini di spesa e consumo quotidiani», certi che ogni piccola azione possa fare la differenza.

Non un negozio, quello di via Veronese, ma una rete. Food&Hope favorisce la sostenibilità e il KM0, fa da ponte con i produttori locali, con artigiani, agricoltori, aziende, cooperative e punta sulla socialità, mettendo a disposizione degli spazi per condividere un libro e un buon caffè.

Attivi sui social, i giovani di “Food&Hope” promettono iniziative mirate consultabili nel sito www.foodhope.it in cui offrono consigli, notizie e spunti di riflessione.

«Ogni giorno siamo bombardati dai media, che ci dicono che non abbiamo più tempo per salvare il nostro pianeta, che è necessario un cambio di rotta nei consumi di massa. E ci siamo chiesti cosa potevamo fare» spiegano i giovani imprenditori che si sono rimboccati le maniche con entusiasmo, convinti che bastino pochi semplici passi per invertire un processo devastante.

Il negozio attua un politica antiplastica. «Siamo stati abituati fin da piccoli ad avere un contenitore per ogni prodotto, involucri su involucri che l’uomo fatica a smaltire: tonnellate di rifiuti che hanno intasato le discariche, sono stati riversati in mare o nascosti sotto terra».

Nel negozio sono poi esposti i prodotti artigianali della Bottega Avsi e Terra Nova promosso dall’Associazione Laboratorio Cooperazione di Treviso. Di progetti commerciali per l’inserimento sociale.

fonte: https://tribunatreviso.gelocal.it

Economia circolare, vince la best practice di Contarina a Treviso






Roma, (askanews) - Mentre Roma è alle prese con la crisi rifiuti, in un costante rimbalzo di responsabilità, c'è un'Italia che crede e approfitta, anche economicamente, delle potenzialità dell'economia circolare. Poco più di tre ore di treno dalla capitale ecco infatti un modello, di valore europeo, nella valorizzazione del bene rifiuto. Porta a porta, differenziata, riciclo. Parole d'ordine declinate a Treviso da Contarina, sistema che vede coinvolti 50 comuni del trevigiano compreso il capoluogo.
Un esempio, che grazie a un'idea di Matteo Favero ha visto sul territorio più riciclone d'Italia arrivare in visita il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti. Obiettivo: conoscere e approfondire le ricette vincenti del sistema Contarina e del Centro di Valorizzazione e Riciclo dei materiali.
Nel territorio servito da Contarina si riesce infatti a riciclare il doppio della media europea, producendo cinque volte meno rifiuti residui: la raccolta differenziata ha, infatti, raggiunto l'85% grazie all'applicazione della tariffa puntuale, tariffa media poco sopra i 100 euro. Il ministro Galletti:
"Questa esperienza ci dice che è possibile fare la raccolta porta a porta con una percentuale elevatissima di differenziata, siamo all'85%, avendo una tariffa dei rifiuti più bassa della media nazionale e regionale. Sfatiamo allora il mito che fare la raccolta porta a porta costi di più. Ci dice anche che l'economia circolare conviene, perchè il materiale non mandato in discarica, che è un costo, ma rivenduto come materia prima seconda diventa un ricavo. E' l'elemento base dell'economia circolare, avere meno rifiuti conviene non solo dal punto di vista ambientale ma anche economico".
E' l'affermazione della filosofia dell'economia circolare nella sua massima espressione, come conferma Franco Zanatta, Presidente di Contarina SPA:
"Considerare il rifiuto non più come una cosa da bruciare o nascondere ma qualcosa che può diventare una risorsa che inserita nel processo produttivo ci rende molto più competitivi come sistema paese".
Intanto competitivo è certamente il trevigiano. Il merito in primis va agli amministratori che hanno sposato il progetto Contarina. Floriana Casella, deputata PD di Maserada:
"Amministratori che hanno saputo guardare avanti, lo dimostra questa realtà come altre in questa provincia. C'è stata una classe poltica seppure territoriale che ha saputo far tesoro, insieme a gente moralmente sana. Che è importante".
Tornando alla visita del ministro Galletti, alla soddisfazione locale per l'eccellenza raggiunta si aggiunge anche la disponibilità ad essere di supporto all'implementazione su tutto il territorio italiano. Lo ribadisce la parlamentare Pd Simonetta Rubinato, già amministratrice nel trevigiano.
"Sono felice che il ministro abbia fatto molte domande per capire, anche nell'ottica di poter esportare il modello, che poi va tarato sulle diversità delle realtà di questo paese lungo e complicato".

fonte: http://stream24.ilsole24ore.com/

End of waste: il paradosso che frena l’economia circolare “made in Italy”
















Che la green economy italiana si sia ormai ritagliata una posizione di rilievo a livello europeo lo confermano i dati pubblicati oggi dalla Fondazione Symbola nel rapporto “L’Italia in 10 selfie”. Con 47 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi recuperati per essere avviati a riciclo, si legge nel dossier, l’Italia è prima della classe in Ue per recupero di materia dagli scarti, lasciandosi alle spalle Germania, Regno Unito e Francia. Eppure, se i numeri raccontano una trionfale cavalcata verso l’economia circolare,  i fatti non di rado dipingono invece scenari ben più sfumati. Il quadro che ne emerge, piuttosto che ad una cavalcata, assomiglia anzi spesso ad una vera e propria corsa a ostacoli. Soprattutto per le imprese di settore.
Come nel caso della spa pubblica Contarina, in house controllata dal consorzio trevigiano Priula, alla quale lo scorso 16 agosto Regione Veneto aveva negato l’autorizzazione ordinaria al riciclo richiesta per l’impianto sperimentale di recupero materia dai prodotti assorbenti costruito in partnership con Fater a Lovadina di Spresiano, in provincia di Treviso. L’impianto, inaugurato nel 2015, era stato salutato con grande entusiasmo tanto dall’opinione pubblica quanto dagli addetti ai lavori. I prodotti assorbenti, simbolo dell’usa e getta, sono infatti da sempre considerati impossibili da riciclare. Puntando su tecnologie innovative e ricerca, Contarina e Fater – con il supporto dell’Ue – avevano però vinto la sfida, mettendo a punto un impianto capace di trasformare una tonnellata di prodotti assorbenti usati in 350kg di cellulosa e 150kg di plastica.
Un esempio virtuoso di economia circolare “made in Italy”, dalla portata quasi rivoluzionaria. Forse addirittura troppo rivoluzionaria per Regione Veneto, che infatti ad agosto 2016, con delibera di giunta, decide di non concedere a Contarina l’autorizzazione ordinaria al riciclo, richiesta ad ottobre 2015 dalla società pubblica «al fine di perfezionare il processo di trattamento per migliorare la qualità dei materiali riciclabili». Nella delibera, recependo un parere sulla vicenda reso a giugno 2016 dalla Commissione tecnica regionale sezione Ambiente, la giunta sostiene di non avere «titolo per definire nuove materie prime seconde o di definire, caso per caso, i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto di materiali non ricompresi negli specifici regolamenti europei o in decreti del Ministero dell’Ambiente». Niente autorizzazione, insomma, e tanti saluti all’economia circolare, visto che senza il “nulla osta” regionale i materiali generati dall’impianto non acquisiscono lo staus di materia prima seconda ma restano semplici rifiuti, da avviare, onerosamente, ad ulteriore trattamento.
Quella sul rilascio delle autorizzazioni ordinarie al riciclo è una disputa a colpi di carte bollate che da anni vede coinvolte su fronti contrapposti imprese ed enti locali ad ogni latitudine dello Stivale, al punto da spaccarne in due la geografia amministrativa: da un lato le Regioni dove è possibile ottenere le autorizzazioni, dall’altro quelle dove invece le richieste vengono nella maggior parte dei casi respinte al mittente. Pomo della discordia sono i criteri “end of waste”, ovvero i parametri che stabiliscono quando i materiali esitanti dal processo produttivo possano essere considerati “fine rifiuto”, cioè materia prima seconda tout-court. Ad oggi risultano disciplinati in maniera puntuale solo rottami ferrosi, vetro, rame e in parte i combustibili solidi da rifiuto, ma sia la normativa nazionale che quella comunitaria stabiliscono che, in assenza di criteri specifici per determinati flussi di materiali, il rilascio dell’autorizzazione ordinaria alle imprese del riciclo spetta obbligatoriamente alle Regioni o agli Enti da queste delegati, previa verifica “caso per caso” della sussistenza dei criteri di fine rifiuto stabiliti all’articolo 184-ter del Testo unico ambientale.
In realtà, sebbene sul punto la legge sia piuttosto esplicita, accade spesso che le autorità competenti, di fronte all’inerzia del legislatore nazionale e comunitario, scelgano di sottrarsi all’obbligo di legge, ritenendosi non deputate al rilascio delle autorizzazioni per quei flussi di materiali che non siano già disciplinati da appositi regolamenti. Ultimo caso in ordine di tempo è appunto quello della società in house trevigiana. La vicenda, come tante altre prima di lei, è puntualmente approdata alle aule della giustizia amministrativa. Con un esito che lascia ben sperare, visto che lo scorso 14 dicembre la terza sezione del Tar del Veneto ha dato ragione con sentenza a Contarina, annullando la delibera di giunta regionale.
Nel dispositivo si cita, tra l’altro, la circolare 10045 diramata dal Ministero dell’Ambiente il primo luglio 2016un mese prima cioè della delibera incriminata, che aveva ricordato proprio come «in via residuale, le Regioni – o gli enti da queste individuati – possono, in sede di rilascio dell’autorizzazione prevista agli articoli 208, 209 e 211, e quindi anche in regime di autorizzazione integrata ambientale (Aia), definire criteri EoW previo riscontro della sussistenza delle condizioni indicate al comma I dell’articolo 184-ter, rispetto a rifiuti che non sono stati oggetto di regolamentazione dei succitati regolamenti comunitari o decreti ministeriali». Una posizione cristallina, quella del Ministero, tuttavia non sufficiente a convincere Regione Veneto ad autorizzare Contarina ad effettuare operazioni di riciclo nell’impianto di Lovadina di Spresiano. L’auspicio è che possa riuscirci la sentenza del Tar del Veneto, mettendo finalmente la parola fine ad una impasse burocratica che rischia di rallentare la corsa dell’Italia verso un futuro all’insegna dell’economia circolare.

fonte: http://www.riciclanews.it/

Rifiuti, boom del Veneto a impatto zero

La nuova frontiera: tecnologia d’avanguardia e riciclo oltre il record virtuoso della raccolta differenziata














TREVISO. Gli scarti alimentari e i reflui di fognature si trasformano in biometano, che alimenta i camion che raccolgono i rifiuti della Sinistra Piave. Alla Sesa di Pordenone. E uno
Dalla plastica che avvolge panini e tramezzini, insalate, salumi nascono granulati blu, da usare nell’edilizia, nella asfaltature, persino nei bidoncini in cui fare la differenziata ogni giorno. E due.
Pannolini e pannoloni possono ancora essere riusati. Il 50% del loro peso diventa in metà provincia di Treviso carta e plastica di ottima qualità, richiesti dalle aziende. Contarina e Fater, la produttrice dei Pampers. E tre.
E in Polesine c’è la prima fabbrica al mondo, completamente autosufficiente, che produce mater-bi da fonti rinnovabili. La Novamont: e quattro. E i fanghi e i veleni sversati nei terreni da bonificare? Si possono recuperare, in granuli per l’edilizia, efficacissimi. Lo garantisce Integ Group: e cinque.
Economia e posti di lavoro a migliaia, ricerca e alta tecnologia che rendono migliore l’ambiente. Sviluppo vicino ormai al rifiuti zero, alla «End of Waste», come dicono gli inglesi, alla fine del rifiuto in quanto tale.
C’è una terra di Treviso primo riferimento di un Veneto leader, e di un Nordest hi-tech, all’avanguardia in Italia e in Europa. C’era una volta, e c’è ancora, il record nella differenziata della Marca, in un Veneto riciclone. Ma adesso c’è una nuova frontiera, quella che gli anglosassoni chiamano Lca Lifa cycle assessment, l’impatto zero, la chiusura del cerchio, dalla produzione al riuso e alla nuova produzione. Ricordate Lavoisier? Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Ecco, Marca Veneto e Nordest stanno raggiungendo l’utopia del rifiuti zero. Castelcucco è un paese modello: ogni abitante produce poco più di 17 chili di rifiuto secco non riciclabile. E dall’altro lato della filiera ci sono aziende, imprese, consorzio di bacino che sperimentano e allargano progetti pilota, che lasciano il 3% di scarti dal riuso del rifiuto. E i consorzi del settore imballaggi che pagano la materia prima seconda, il prodotto dei trattamenti di riuso e riciclo: in Veneto sono arrivati 54 milioni, nella Marca.
Questa avanguardia – orgoglio di questi territori e vanto dell’Italia tutta – è stata l’assoluta protagonista, ieri a palazzo dei Trecento a Treviso, del primo forum rifiuti organizzato da Legambiente veneto. Scelta di Treviso non casuale perché la Marca è oggi in vetta alle classifiche della differenziata. E come hanno sottolineato tutti i sindaci premiati, da Giovanni Manildo ad Adriano Torresan di Castelcucco, è merito dei cittadini, in un raro esempio di eccellenza che nasce dal basso. Tu chiamala se vuoi, la democrazia del cassonetto che diventa sistema economico alternativo, green come ha ammonito il Cuoa di Vicenza (autore di un progetto supportato da Regione e Ue) che rovescia il concetto storico dell’economia di produzione, perché sin dalla partenza della filiera ha in sé il concetto di riuso.
A supportare i cittadini e gli enti locali una rete di consorzipubblici,
società private attivissime, guardati dal resto del mondo per i loro traguardi. E ancora, un contesto sociopolitico anomalo, che vede la politica, dalla Lega alla sinistra, dalla destra ai centristi, in piena sintonia con gli ambientalisti: un patto unico in Italia.

fonte: http://mattinopadova.gelocal.it