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Rifiuti di marca
















I rifiuti solidi, prodotti annualmente in tutto il mondo nelle aree urbane, stanno raggiungendo oltre 10 miliardi di tonnellate. Meno della metà viene raccolta e smaltita.

La gestione dei rifiuti solidi urbani (RSU) è attualmente valutata a livello mondiale a oltre 300 miliardi di dollari di entrate e sta crescendo rapidamente. L’Unione Europea ha prodotto nel 2015 un totale di 3,2 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani, pari a più di 6 tonnellate pro capite all’anno.

Nonostante tutte le campagne di riduzione, riutilizzo e riciclo, il volume totale dovrebbe aumentare di un ulteriore 45% per raggiungere i 4,4 miliardi di tonnellate entro il 2020.

Ma questa non è la parte peggiore. Il mondo occidentale ha molto da farsi perdonare. Il Nord America, con appena il 5% della popolazione mondiale, produce il 30% dei rifiuti del Mondo.

L’Africa, con il 13% delle persone, è responsabile solo del 3% dei rifiuti solidi urbani mondiali. É ovvio che non possiamo continuare così, senza preoccuparcene.

Nel 2010 il mercato tedesco della movimentazione dei rifiuti solidi urbani è stato positivo per un fatturato complessivo di 35 miliardi di euro. Remondis, leader del mercato nazionale con 20.000 dipendenti e 5,4 miliardi di euro di fatturato nello stesso periodo, ha acquisito nel corso degli anni 400 società locali di gestione dei rifiuti. Oltre a 10 grandi operatori, in Germania ci sono 5.000 piccoli operatori. Waste Management Inc. è la più grande azienda di rifiuti al mondo con un fatturato di 13,1 miliardi di dollari e più di 50.000 dipendenti.

L’opzione del trasporto e della messa in discarica sta chiaramente diminuendo in tutto il mondo. Il numero di discariche negli Stati Uniti è diminuito da 8.000, nel 1990, a circa 1.500 oggi.

Il riciclaggio di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche sembra l’unica che funzioni, è applicata nel 93,2% dei casi. Lo smaltimento dei rifiuti biologici invece rappresenta appena il 6,8%. Il compostaggio, molto popolare su piccola scala e praticato da milioni di famiglie urbane, non riesce a fare breccia sul mercato, anche se è l’opzione più economica per il trattamento di una tonnellata di rifiuti organici solidi urbani.

L’incenerimento è la scelta più costosa, con un prezzo medio di $125/t e lascia ceneri tossiche che devono ancora essere smaltite in discarica.

Cosa si può fare? Ogni fornitore offre soluzioni uniche. Il mercato si è evoluto così, ma nessuno che offre l’intero spettro, tra cui compostaggio, riciclaggio, incenerimento, trattamento biologico e/o gassificazione.

Di conseguenza, ogni operatore difende la propria soluzione e compete per ogni contratto. Mentre queste dovrebbero essere considerate complementari e l’attenzione principale dovrebbe essere rivolta al recupero delle risorse.

Tuttavia, la sfida più grande è che i RSU costano denaro. L’estrazione mineraria urbana è stata ampiamente dibattuta come attività commerciale in futuro, ma oggi non è redditizia. Il modello commerciale dominante si concentra sul farsi pagare per il trattamento dei rifiuti, con contratti statali a lungo termine è coperta dal gettito fiscale.

Poiché le barriere all’ingresso sono enormi e i requisiti patrimoniali sono fuori dalla portata di molti, vi è poco spazio per l’imprenditorialità. Gli operatori sono sempre gli stessi. Insomma sembra una situazione in stallo.

Ecco come si può cambiare tutto.

Quando era matricola all’Università di Princeton, Tom Szaky ha scoperto che le colate di vermi sono il miglior fertilizzante. Non riusciva a credere a come i rifiuti alimentari provenienti dalla caffetteria potessero finire in una discarica.

Così, ha deciso di usare dei vermi, imbottigliando il tutto in contenitori di plastica usati. Senza saperlo aveva appena prodotto il fertilizzante più eco mai prodotto e poteva venderlo ad un prezzo inferiore di qualsiasi altro.

Tom ha così creato un programma nazionale di raccolta di imballaggi e contenitori usati. Ha immaginato un modello di business che permettesse di pagare le scuole e le organizzazioni non-profit per raccogliere tutti i tipi di roba usata. Ha messo le persone a immaginare, progettare e produrre prodotti di alta qualità come zaini e aquiloni utilizzando i rifiuti raccolti selettivamente come materia prima.

Il modello di Tom va oltre il semplice riciclo e la creazione di prodotti di valore a partire dai rifiuti: mette un marchio sui rifiuti. Crea un brand di valore con i rifiuti.

Fino ad ora, le aziende hanno voluto nascondere il loro nome nei rifiuti, Tom invece ha sviluppato prodotti che dicono al consumatore chi è stato l’ideatore delle materie prime da cui viene prodotto un prodotto finale. I sacchetti di succhi di frutta di Capri Sun vengono trasformati in sacchetti per la tote bag; i sacchetti di trucioli usati di Frito Lay vengono riciclati in lattine per la spazzatura e raffreddatori per bevande. Koolaid in Canada e Tang in Messico e Brasile seguono lo stesso concetto. Il 20% del programma di conversione dei rifiuti di Tom è marchiato.

Come creare posti di lavoro.

Oggi TerraCycle, la società di Tom, lavora in più di 45.000 scuole in America, ma anche con aziende, gruppi civici e palestre, che si iscrivono al sito web di TerraCycle per raccogliere vari tipi di rifiuti. Effettua pagamenti a scuole e enti di beneficenza per l’invio dei rifiuti e copre le spese di spedizione.

TerraCycle, pur conservando i rifiuti provenienti dalle discariche, crea prodotti e materiali che sostituiscono altri prodotti realizzati con materiali vergini.

Nessuna delle aziende è convinta che i propri rifiuti si trasformino in articoli di vendita di marca; al contrario, questi prodotti promuovono la fedeltà dei consumatori e le vendite ripetute. Solo un decennio dopo aver proposto per la prima volta questo modello di business alla Princeton University, TerraCycle ha generato nel 2015 un fatturato annuo stimato di 18 milioni di dollari con appena 50 dipendenti.

Dimostrare che il genio è nella progettazione del modello di business e non nella tecnologia, dal momento che tutte le tecnologie necessarie per operare sono disponibili e facilmente reperibili.

Gunter Pauli

fonte: http://www.beppegrillo.it

Entro il 2050 serviranno 600 milioni di tonnellate di metalli per lo sviluppo delle rinnovabili
























Anche nel migliore dei mondi possibili l’impatto zero delle attività umane sul mondo che ci circonda rimane un’utopia, pericolosa nella misura che ci allontana dal raggiungimento di obiettivi concreti. È indispensabile dunque sapere da subito che la lotta ai cambiamenti climatici, pur indispensabile, comporterà dei costi significativi in termini di risorse naturali prelevate (e relativi impatti). A metterlo chiaramente in evidenza è l’International resource panel (Irp), un gruppo di eminenti esperti in fatto di gestione delle risorse naturali che opera all’interno del Programma Onu per l’ambiente (Unep).
Secondo i dati elaborati dai ricercatori all’interno del rapporto Green technology choices: the environmental and resource implications of low-carbon technologies, il contributo di efficienza energetica ed energie rinnovabili è e rimarrà indispensabile per centrare l’obiettivo individuato con l’Accordo di Parigi, ovvero contenere il riscaldamento globale entro +2 °C rispetto all’era preindustriale.
Grazie ad esse l’umanità potrebbe riuscire ad evitare l’immissione in atmosfera di qualcosa come 25 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno da qui al 2050, 3 miliardi di tonnellate/anno di emissioni tossiche per l’uomo, 17 milioni di ton/anno di particolato atmosferico; potremmo inoltre risparmiare 200 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, oltre 150mila kmq di territorio dal cemento al 2050.
Risultati d’importanza capitale, ma che chiedono una contropartita in cambio. Non solo in fatto di investimenti economici, ma anche – cosa più importante – in termini di risorse naturali non rinnovabili.
“Siamo sulla buona strada – spiga Erik Solheim, al vertice dell’Unep – Sappiamo che rendere l’aria che respiriamo più pulita genera enormi vantaggi sia per la salute umana sia per quella dell’ambiente, e sappiamo anche che le tecnologie a basso tenore di carbonio ed energeticamente efficienti possono aiutarci a ridurre i danni del cambiamento climatico. Ma dobbiamo anche essere chiari circa la necessità di una forte azione per realizzare un’economia circolare che tagli i rifiuti e produca innovazione che possa a sua volta creare nuovi lavori verdi”.
Il perché è presto detto. Non esiste lotta ai cambiamenti climatici senza un’economia circolare, visto che lo sviluppo delle energie pulite necessarie per centrare l’obiettivo dei 2 °C ci porterà a consumare altre 600 milioni di tonnellate di metalli, necessarie per industria, infrastrutture, cablaggi. Si tratta di risorse non rinnovabili che, se non è possibile preservare, sarà necessario prelevare per quanto più possibile dalle nostre miniere urbane, ovvero grazie al riciclo: o lo sviluppo sostenibile sarà integrato, agendo in contemporanea per rendere più efficienti i flussi di materia metabolizzati all’energia dalla nostra economia, o non sarà.

fonte: www.greeenrepot.it

Riciclaggio rifiuti: anche intorno all'"Urbe" nascono i fiori ("il caso Tivoli")














Come ben sappiamo, anche attraverso la cronaca quotidiana, l'ambito della gestione dei rifiuti è sicuramente quello sul quale si registra il maggior numero di ecoreati nel nostro paese. Nell'immaginario collettivo, quando si parla di malagestione dei rifiuti nelle grandi aree urbane, si pensa spesso alla "città eterna", alla travagliata ricerca di un modello di gestione integrata dei rifiuti che deve fare i conti con radicati e consolidati meccanismi perversi di speculazione.

Pur in un contesto così difficile come quello della "Città Eterna" assume un particolare significato il percorso che sta facendo a Tivoli, comune di circa 60.000 abitanti dove la nuova Amministrazione Comunale guidata da 8 liste civiche, sta sperimentando da circa due anni una strategia di gestione dei rifiuti davvero innovativa. dove l'economia circolare è diventata realtà e già alcuni cicli di produzione (artigianale e a piccola scala) si stanno chiudendo. Con questo concetto nella cittadina tiburtina, sono stati letteralmente sottratti ad una economia sommersa molto viva a Roma, come quella avviata e condotta dai Rom, materiale combustibile come legno di baracche e materia prima seconda come frigoriferi, lavatrici e altri RAEE e ingombranti, andando direttamente a intercettare questi flussi attraverso l'organizzazione di servizi di raccolta di piazza e a domicilio (anche incentivati), oltreché andando direttamente a "fregare" il ferro residuale dalle combustioni tossiche perpetrate ai danni della collettività da questi soggetti interessati unicamente alla vendita di questi metalli nel mercato nero.
E' da metà aprile 2016, giorno in cui è stato fatto il prelievo di ferro dopo l'ennesimo rogo, che i roghi nel campo rom abusivo di Tivoli non ci sono più.

In sostanza attraverso pratiche di ecologia applicata, nella cittadina laziale sono state avviate iniziative finalizzate a scontare adeguatamente l'acquisto di oggetti fatti in materiale da riuso il cui sconto pagato da ASA Tivoli SpA (Azienda Speciale Ambiente del Comune di Tivoli), è quantificato in base al peso del nuovo oggetto ricreato o rigenerato. Si tratta ad esempio dell'esperienza degli EcoArtigiani dell'associazione ESSA!, sostenuti dalla amministrazione comunale di Tivoli sostenuti con l'iniziativa del recupero degli oggetti non riciclabili di piccola dimensione, come le cassette VHS.
















In meno di due anni dall'avvio ed estensione del porta a porta in città, che oggi ha raggiunto circa il 50 % della popolazione, la percentuale media mensile  di raccolta differenziata, si è portata da meno del 10 % a circa il 51% del novembre 2016, con una riduzione della TARI di circa 2 milioni di euro. Si tratta di un risultato sicuramente da correlare con la nuova politica voluta dalla nuova Giunta e dall'Amministratore Unico scelto alla guida della municipalizzata ASA Tivoli SpA Francesco Girardi, tutta incentrata sulla riduzione della produzione di rifiuti e dei costi di smaltimento in favore delle logiche del riciclo e del riuso.
Proprio in questa specifica area di azione, molto significativo il progetto "TIVOLI MINIERA URBANA", che si presenta come la perla delle varie iniziative che ha risolto il problema dell'abbandono di rifiuti  ingombranti nelle campagne  e in città.
Allestiamo nei quartieri più lontani dall'isola ecologica, in piazza, una isola ecologica itinerante che ogni sabato mattina in 4 piazze diverse, gira e i cittadini vengono incentivati con Ecopunti (TIVOLI PREMIA) e buoni sconto nella Grande Distribuzione Organizzata (Unieuro ed Expert).

Questo ha consentito di passare da 2 kg per abitante anno raccolti di RAEE, a 4,7 nell'ultimo bimestre (ottobre-novembre 2016) superando la media nazionale e anche i dati ISPRA del 2016 per il Nord Italia.

Un riscontro altrettanto significativo si registra a Tivoli anche relativamente agli ingombranti, i quali passano da 3/4 kg/abitante/anno intercettati, a 11 kg per abitante anno ben al di sopra delle medie.
Un sistema che prevede ogni settimana la destinazione ai  cittadini di Tivoli, di migliaia di "ecopunti" spendibili nei circuiti del commercio locale aderenti alla iniziativa come già accennato.
Il progetto "Tivoli Miniera Urbana" è stato insignito, tra l'altro, dell'importante menzione tra le attività virtuose di Let's Clean Europe finalizzata ad aumentare la raccolta di rifiuti ingombranti e RAEE, fino ad oggi abbancati nelle periferie e nelle campagne cittadine.
 A seguire un documento video che ci  introduce al progetto "Tivoli Miniera Urbana" con alcuni testimoni dello stesso





fonte: http://www.ecquologia.com

Metalli puri estratti dalle batterie

Metalli puri estratti dalle batterie
I ricercatori della Lappeenranta University of Technology (LUT) hanno portato il valore dell’urban mining ad un livello mai raggiunto fino a oggi. L’urban mining è il processo di recupero di composti ed elementi preziosi nei prodotti di scarto, per lo più RAEE, altrimenti destinati alla discarica. In questo contesto gli scienziati finlandesi sono riusciti a mettere a punto una tecnologia che estrae dalle batterie esauste, metalli con un grado di purezza molto vicino al 100%.
In un perfetto processo circolare, litio, nichel e cobalto potranno essere recuperati dai vecchi dispositivi di accumulo ed essere direttamente reimpiegati nella fabbricazione di nuove batterie, senza bisogno di ulteriori passaggi. Come spiega il ricercatore Sami Virolainen, che ha condotto lo studio, la purezza dei metalli utilizzati come materia prima nella produzione delle batterie è di fondamentale importanza. “Le nuove pile richiedono elementi di purezza particolarmente elevata. Se, ad esempio, la purezza del litio è inferiore 99,5 per cento, non può essere usato così come è”.
Gli scienziati non sono riusciti a toccare esattamente il 100 % ma ci sono andati abbastanza vicino: la loro tecnologia permette di estrarre cobalto puro al 99,6 per cento, nichel al 99,7 per cento e litio a 99,9 per cento.
Al di là del risultato scientifico, lo studio risponde ad una delle preoccupazioni più pressanti dell’attuale periodo energetico. Focalizzando l’attenzione sulla disponibilità delle materie prime necessarie a sostenere la futura produzione di batterie e dispositivi di energy storage, ci accorgiamo come il mercato di litio e cobalto si troverà inevitabilmente sotto stress nei prossimi anni. Anche se esistono riserve sufficienti nel mondo per soddisfare una crescita della domanda di questi metalli non si può dire la stessa cosa per quanto riguarda la capacità di trasformazione, che richiede un know-how specifico per riuscire a rendere utilizzabile la materia grezza. L’estrazione di elementi puri risolverebbe i problemi a monte. In un esperimento su piccola scala, gli scienziati hanno separato i metalli attraverso un processo di estrazione liquido-liquido: le due fasi liquide non si dissolvono l’una nell’altra e permettono di separare facilmente dalla soluzione tutte le impurità.

fonte: http://www.zerowasteitaly.org

A Bergamo il terzo simposio sull’urban mining

Si parlerà di economia circolare e urban mining al SUM 16, l’evento lombardo che coinvolgerà centinaia di delegati da decine di nazioni

A Bergamo il terzo simposio sull'urban mining 5

Guardare oltre la responsabilità del consumatore. Sarà questo l’obiettivo del prossimo SUM 16, il terzo simposio sull’urban mining e l’economia circolare. Dal 23 al 25 maggio a Bergamo centinaia di delegati da decine di Paesi convergeranno nella città di Bergamo per seguire i lavori del simposio, organizzato da Eurowaste, che si terrà nel Monastero di Sant’Agostino. Si parlerà di responsabilità del produttore, tutela dell’ambiente, maggiore recupero delle risorse. L’economia circolare è la lente attraverso cui osservare e migliorare le pratiche di urban mining. Questo significa sostenere azioni in ogni fase della catena del valore e cioè durante produzione, consumo, riparazione e rigenerazione, gestione dei rifiuti e reimmissione nell’economia delle materie prime secondarie.
Il SUM 16 durerà sarà organizzato in sessioni orali, una sessione poster e una visita tecnica guidata a un impianto di selezione materie plastiche. I lavori del simposio si svilupperanno nel corso di due giornate e in quattro sessioni parallele. Verrà presentato il concetto generale di urban mining attraverso nuove strategie di approccio alla gestione dei rifiuti in una prospettiva di circular economy, dalla minimizzazione allo sviluppo di sistemi alternativi di riutilizzo e recupero.

A Bergamo il terzo simposio sull'urban mining

Nello specifico, verranno affrontati i temi della caratterizzazione e della raccolta dei rifiuti orientate al riutilizzo e al riciclo, oltre a valutazioni di tipo economico e del ciclo di vita dei sistemi di gestione. Sessioni specializzate saranno dedicate al recupero di risorse da specifiche categorie di rifiuti, come RAEE, fanghi, rifiuti da veicoli a fine vita, materiali di costruzione e provenienti dall’escavazione di discariche.
Oggi in Italia vi sono ancora pochi impianti che estraggono le terre rare dai rifiuti elettrici ed elettronici. Si tratta di attività che molto spesso sono appannaggio di imprese estere, ma in un’ottica di economia circolare è necessario ricostruire un tessuto industriale con base territoriale per poter avviare il volano economico rappresentato dalle materie prime seconde.

fonte: www.rinnovabili.it