venerdì 10 marzo 2017

Sottoprodotti, il nuovo Dm si limita a dare buoni consigli. Risolve poco per le biomasse e rischia di complicare la vita alle altre frazioni



















Mentre la proroga delle sanzioni Sistri (e della sua conseguente operatività) veleggia verso la fine del 2017, arrivano i criteri Ispra per stabilire quando, ai fini dello smaltimento in discarica dei rifiuti, il trattamento non è necessario. Questi criteri hanno natura integrativa del Dm 27 settembre 2010 sull'ammissibilità in discarica e sono cogenti poiché previsti dalla legge (221/2015). Sarebbe stato sicuramente più opportuno che fosse stato previsto un decreto che incorporasse i criteri Ispra. Perché la loro emissione aggiunge confusione alla tanta che già c’è. Non solo e non tanto in termini di merito, quanto in termini di metodo circa le fonti normative.
A marzo entra in vigore il Dm 13 ottobre 2016, n. 264 che, in attuazione del comma 2 dell’articolo 184-bis, “Codice ambientale”, individua “alcune modalità” (segno evidente che ce ne possono essere molte altre) con le quali dimostrare che si hanno dei sottoprodotti a base biomassa e non dei rifiuti. Così ora per le biomasse “residuali” destinate all’impiego per la produzione di biogas e di energia mediante combustione il
Dm individua i requisiti di impiego e di qualità ambientale che, insieme a certezza del riutilizzo e normale pratica industriale, possono traghettare una biomassa dall’inferno del rifiuto al radioso paradiso del sottoprodotto. Si tratta di buoni consigli limitati ai materiali ivi indicati; perché la venuta ad esistenza del sottoprodotto non è una questione di diritto che può essere risolta da un decreto. Resta sempre una questione di fatto, da valutare – dunque – caso per caso. Quando demandata al giudice di merito, se
sorretta da motivazione esente da vizi logici o giuridici, non è neanche sindacabile in sede di legittimità (cioè non è possibile ricorrere in Cassazione). Un decreto, questo sui sottoprodotti a base biomassa, che non solo non risolve nulla (essendo fondamentalmente un dispensatore di consigli) ma penalizza anche la gestione di questi possibili sottoprodotti poiché prescrive la solita italianissima litania di adempimenti burocratici: obbligo di iscrizione per produttori e utilizzatori in elenchi pubblici istituiti presso le Cciaa, obbligo di conservazione dei documenti per tre anni, condizioni di realizzazione dei depositi, schede tecniche da predisporre.
Per fortuna il decreto riguarda solo le biomasse ivi indicate. Quindi, chi vorrà continuare ad operare con i sottoprodotti di cui al comma 1 dell’articolo 184-bis del “Codice ambientale” potrà continuare a farlo, senza elenchi e senza iscrizioni.
Si è tuttavia convinti, fin da ora, che ci sarà il fenomeno di turno il quale dirà che per ottenere un sottoprodotto, a prescindere dal materiale, elenchi e iscrizioni saranno necessari.
Stupisce sempre, però, come nell’epoca ormai votata alla circolarità della materia e quindi dell’economia per far sì che la paglia sia un sottoprodotto ci si debba (anche) iscrivere in un registro. Un po’ come nelle terre e rocce di scavo, il cui riutilizzo è l’unica vera arma contro l’erosione delle cave e l’impiego indiscriminato di materiali naturali. E allora cosa si fa? Si creano norme di difficilissima attuazione anche per i piccoli cantieri dove il fulcro risiede tutto nella (spesso impossibile) caratterizzazione del materiale scavato e nell’infinito carteggio con l’autorità competente. Tutto si riduce così ad una rappresentazione estetica, un trucco metanarrativo. Del resto, se è vero che ogni scelta comporta la perdita delle alternative da scartare è vero che in Italia si perdono sempre le alternative più semplici. Nella nevrosi della coazione a ripetere
norme fintamente prudenti, si incarna l’epica della nostra nazione che mai trova l’energia per affrontare sé stessa e le sue questioni aperte. Tra queste quella ambientale, dove la gestione dei rifiuti è, tra le ferite, la più dolorosa.

Paola Ficco

fonte: http://www.reteambiente.it