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Le polveri di un impianto a biomassa nella campagna eugubina

È una triste storia quella di S.

Lei vive a Gubbio, in campagna e verrebbe da dire che è fortunata perché vive in un posto incantato.

Ma proprio come in un bosco incantato quello che si vede può non rappresentare la realtà.



Sarà che lei è cagionevole di salute, possiamo anche metterla così, ma in realtà la sua vita e quella dei suoi figli é diventata pressoché infernale.

Mi spiega che vicino alla sua abitazione da qualche anno, sette per la precisione, è attivo un impianto a biomasse.

La biomassa dovrebbe essere lo scarto delle lavorazioni agricole e dovrebbe essere trasformata in energia a supporto dell’impresa agricola che la produce, almeno inizialmente era così.

Ma la smania di produzione di energie alternative ed ecologiche, va oltre la produzione strettamente domestica e, in questo caso, può avere un rovescio della medaglia anche spiacevole.

Si possono verificare emissioni di odori e di polveri sottili invisibili e impalpabili che possono rendere poco sereno il vivere quotidiano e che possono anche amplificare o provocare patologie a partire da quelle dell’apparato respiratorio.




S. non sta bene e, stranamente, ogni volta che l’impianto viene acceso qualcuno finisce al Pronto Soccorso per attacchi di asma e difficoltà respiratorie.

E non è neppure facile vendere l’immobile e andarsene.

La questione non riguarda solo S., viene costituito un Comitato per dare voce alle persone che abitano nelle vicinanze, a tutela del territorio e della salute.

Inizia una vera e propria vicenda giudiziaria a seguito di un esposto del Comitato.

Si chiedono adeguamenti all’impianto, che nel frattempo rimane inattivo.

Ora si chiedono al Comitato, colpevole di aver sollevato un problema di salute pubblica e di principii precauzionali, ben 400.000,00 euro di risarcimento.

E se invece si potesse accertare che gran parte delle morti, delle malattie e della spesa sanitaria fosse riconducibile alle imprese e alle istituzioni, seppure nel rispetto di norme vigenti, quale risarcimento spetterebbe ai cittadini?

Naturalmente S. sarà sostenuta da Comitati e Associazioni Ambientalisti, perché la sua voce non venga sopraffatta.

Quando si parla di ambiente è difficile che gli animi siano tranquilli, dietro ci sono cli interessi economici, ci sono gli interessi politici... che pesano e molto!


fonte: edicolaweb.tv


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Materiali ecologici: produrre bioplastica diventa facile

Dalla collaborazione tra Olanda e Giappone nasce un processo in un’unica fase che consente la produzione di monomeri derivati dalle piante




















Produrre bioplastica non è mai stato così facile come con il sistema messo a punto da Kiyotaka Nakajima. Lo scienziato, ricercatore, dell’Università di Hokkaido, in Giappone, ha collaborato con Emiel Hensen della Eindhoven University of Technology, in Olanda per realizzare un nuovo processo di sintesi veloce ed efficiente sotto il profilo energetico. E i risultati, pubblicati su ACS Catalysis (documento in inglese), non sembrano deludere le aspettative.

La plastica “vegetale” sta divenendo il materiale di punta per sostituire i polimeri derivati dal petrolio (leggi anche Le alternative alla plastica: ecco i materiali che premiano l’ecologia). La produzione su larga scala incontra però diverse difficoltà. È il caso del polietilene furanoato, polimero a base biologica in grado in teoria di sostituire egregiamente uno dei giganti dell’industria plastica: il polietilentereftalato (PET). Se i due prodotti sono messi a confronto, il PEF vince sul PET per qualità meccaniche e proprietà termiche ma la produzione su larga scala è ostacolata dall’inefficienza di sintesi dei monomeri, i mattoni costitutivi.

Proprio per risolvere questo problema i ricercatori giapponesi e olandesi hanno studiato un processo veloce ed efficiente che richiedesse meno passaggi e soprattutto meno energia. Il punto di partenza è consistito nello sviluppare un composto stabile chiamato HMF-acetale a partire dalla biomassa vegetale che può essere a sua volta convertito con un’efficienza del 95% nei due monomeri del PEF, ossia l’acido 2,5-furandicarbossilico (FDCA) e il glicole etilenico. Il risultato rappresenta un progresso significativo rispetto allo stato attuale della tecnica, superando una limitazione intrinseca dell’ossidazione dell’HMF per produrre bioplastica. I ricercatori osservano che questo metodo ha “meno passaggi di reazione e l’uso di soluzioni altamente concentrate richiederà meno energia rispetto ai processi convenzionali”. Il team è convinto che la nuova tecnica non solo migliorerà la fattibilità della produzione di PEF commerciale nell’industria chimica, ma aiuterà anche a promuovere un uso diffuso delle bioplastiche, oltre a fornire indicazioni per lo sviluppo di altre applicazioni chimiche a base biologica.

fonte: www.rinnovabili.it

Sottoprodotti, il nuovo Dm si limita a dare buoni consigli. Risolve poco per le biomasse e rischia di complicare la vita alle altre frazioni



















Mentre la proroga delle sanzioni Sistri (e della sua conseguente operatività) veleggia verso la fine del 2017, arrivano i criteri Ispra per stabilire quando, ai fini dello smaltimento in discarica dei rifiuti, il trattamento non è necessario. Questi criteri hanno natura integrativa del Dm 27 settembre 2010 sull'ammissibilità in discarica e sono cogenti poiché previsti dalla legge (221/2015). Sarebbe stato sicuramente più opportuno che fosse stato previsto un decreto che incorporasse i criteri Ispra. Perché la loro emissione aggiunge confusione alla tanta che già c’è. Non solo e non tanto in termini di merito, quanto in termini di metodo circa le fonti normative.
A marzo entra in vigore il Dm 13 ottobre 2016, n. 264 che, in attuazione del comma 2 dell’articolo 184-bis, “Codice ambientale”, individua “alcune modalità” (segno evidente che ce ne possono essere molte altre) con le quali dimostrare che si hanno dei sottoprodotti a base biomassa e non dei rifiuti. Così ora per le biomasse “residuali” destinate all’impiego per la produzione di biogas e di energia mediante combustione il
Dm individua i requisiti di impiego e di qualità ambientale che, insieme a certezza del riutilizzo e normale pratica industriale, possono traghettare una biomassa dall’inferno del rifiuto al radioso paradiso del sottoprodotto. Si tratta di buoni consigli limitati ai materiali ivi indicati; perché la venuta ad esistenza del sottoprodotto non è una questione di diritto che può essere risolta da un decreto. Resta sempre una questione di fatto, da valutare – dunque – caso per caso. Quando demandata al giudice di merito, se
sorretta da motivazione esente da vizi logici o giuridici, non è neanche sindacabile in sede di legittimità (cioè non è possibile ricorrere in Cassazione). Un decreto, questo sui sottoprodotti a base biomassa, che non solo non risolve nulla (essendo fondamentalmente un dispensatore di consigli) ma penalizza anche la gestione di questi possibili sottoprodotti poiché prescrive la solita italianissima litania di adempimenti burocratici: obbligo di iscrizione per produttori e utilizzatori in elenchi pubblici istituiti presso le Cciaa, obbligo di conservazione dei documenti per tre anni, condizioni di realizzazione dei depositi, schede tecniche da predisporre.
Per fortuna il decreto riguarda solo le biomasse ivi indicate. Quindi, chi vorrà continuare ad operare con i sottoprodotti di cui al comma 1 dell’articolo 184-bis del “Codice ambientale” potrà continuare a farlo, senza elenchi e senza iscrizioni.
Si è tuttavia convinti, fin da ora, che ci sarà il fenomeno di turno il quale dirà che per ottenere un sottoprodotto, a prescindere dal materiale, elenchi e iscrizioni saranno necessari.
Stupisce sempre, però, come nell’epoca ormai votata alla circolarità della materia e quindi dell’economia per far sì che la paglia sia un sottoprodotto ci si debba (anche) iscrivere in un registro. Un po’ come nelle terre e rocce di scavo, il cui riutilizzo è l’unica vera arma contro l’erosione delle cave e l’impiego indiscriminato di materiali naturali. E allora cosa si fa? Si creano norme di difficilissima attuazione anche per i piccoli cantieri dove il fulcro risiede tutto nella (spesso impossibile) caratterizzazione del materiale scavato e nell’infinito carteggio con l’autorità competente. Tutto si riduce così ad una rappresentazione estetica, un trucco metanarrativo. Del resto, se è vero che ogni scelta comporta la perdita delle alternative da scartare è vero che in Italia si perdono sempre le alternative più semplici. Nella nevrosi della coazione a ripetere
norme fintamente prudenti, si incarna l’epica della nostra nazione che mai trova l’energia per affrontare sé stessa e le sue questioni aperte. Tra queste quella ambientale, dove la gestione dei rifiuti è, tra le ferite, la più dolorosa.

Paola Ficco

fonte: http://www.reteambiente.it

UE 2016: quasi 90% nuova potenza installata è da fonti rinnovabili

Dei 24.500 MW di nuova potenza elettrica installata nel 2016 nei paesi europei, ben l’86% - pari a 21.100 MW - è rappresentato da eolico, solare, biomassa e idroelettrico.

















I dati del 2016 superano il precedente record del 2014, quando le fonti rinnovabili avevano coperto il 79% della nuova capacità installata. Scomponendo il dato del 2016, emerge che per la prima volta l’eolico rappresenta oltre la metà del nuovo installato, superando così il carbone e affermandosi come la seconda fonte - dopo il gas - in termini di potenza installata.
Questo il dato più eclatante contenuto nel nuovo report dell'associazione europea dell'eolico WindEurope.
La Germania è il paese che lo scorso anno ha installato più eolico, mentre Francia, Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda e Lituania hanno segnato numeri record rispetto agli anni precedenti. L’incremento dell’eolico offshore, che costa circa due volte l’eolico installato a terra, ha portato al comparto eolico europeo investimenti senza precedenti, pari a 27,5 miliardi di euro. Il progetto più importante è rappresentato dal parco eolico "Gemini", situato al largo delle coste dei Paesi Bassi, che una volta completato al termine di quest’anno, sarà il secondo più grande parco eolico offshore al mondo.
"I numeri sull’installato al momento sono buoni, mentre i numeri sugli investimenti sono più che buoni," commenta Giles Dickson, amministratore delegato di WindEurope. "Ma sulle prospettive a lungo termine, solo 7 dei 28 paesi dell'UE hanno politiche chiare e programmazioni per l'eolico per il periodo successivo al 2020. Noi oggi constatiamo da parte di molti Stati membri una minore ambizione politica e strategica per le energie rinnovabili, rispetto anche solo a cinque o tre anni fa".
Ad esempio Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, che negli anni 2000 hanno dato un contributo fondamentale alla crescita dell’eolico, ora installano soltanto una frazione minima del totale europeo. Con il risultato che un numero di paesi sempre più ridotto investe su nuovi impianti eolici di grandissime dimensioni. Come la Germania che, pur avendo più potenza eolica installata di qualsiasi altro stato Ue, lo scorso anno ha installato da sola il 44% di tutta la nuova capacità eolica europea.
I 157.700 MW di eolico installati oggi in Europa rappresentano una cifra enorme, ma che va comunque confrontata con il totale europeo di capacità elettrica pari a 918.800 MW. Esistono dunque ancora enormi margini di crescita del comparto eolico nel Vecchio Continente, soprattutto se i governi decideranno di spingere sulla chiusura forzata delle vecchie centrali a carbone, così come si è impegnato a fare il Regno Unito entro il 2025.
Riferimenti

Europe adds 12.5 GW of new wind capacity in 2016 with record €27.5bn in new investments
sul sito di WindEurope


La tecnologia eolica
in Nextville (Tecnologie rinnovabili)


Incentivi FER 2016 (Dm 23 giugno 2016)
in Nextville (Incentivi e Bandi)

fonte: http://www.nextville.it

Solare termico e nocciolino di oliva: energia a chilometro zero














Cosa si intende per chilometro zero? Dipende dal punto di vista di chi osserva. Per un imprenditore, sicuramente la parola risparmio ben si abbina al concetto espresso, mentre per il consumatore, alla ricerca della qualità e dell'esperienza legata al servizio fruito, la parola sostenibile ben si sposa con il proposito. Abbinando i due termini ne ricaviamo un concetto preciso: risparmio sostenibile
Per capire meglio il concetto prendiamo un esempio concreto di impresa che produce energia a chilometro zero da solare termico e dal nocciolino di oliva: Villino Odaldo, nel Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine in agro di Mottola, in Puglia.
Fare impresa nel rispetto dell'ambiente rispondendo alla sempre più importante richiesta dei consumatori di sostenibilità ambientale, è diventata la mission di molte attività imprenditoriali. Al Villino Odaldo, graziosa residenza estiva dei primi del '900, oggi bed & breakfast all'interno del Parco Naturale Regionale Terra delle Gravine, oasi con una biodiversità di rilevante interesse naturalistico, l'energia consumata dalle utenze domestiche e dalle stanze per gli ospiti è sostenibile.














L'acqua calda, ad esempio, è prodotta da un impianto solare termico, dispositivo che consente di catturare l'energia solare, immagazzinarla e impiegarla, come in questo caso, per la fornitura di acqua; in mancanza del sole, una caldaia alimentata a nocciolino di oliva provvede a sostituire l'impianto. 
Considerato biomassa, il nocciolino di oliva è una buona alternativa al pellet, ma soprattutto è abbondante e facilmente reperibile; infatti, il Villino Odaldo è parte integrante di un'azienda agricola che possiede anche un frantoio, perciò una volta estratto l'olio questo sottoprodotto della lavorazione torna a nuova vita, diventando combustibile dal costo relativamente basso e dall'alto rendimento calorico. Non solo, riduce notevolmente la produzione di cenere e di fumi, garantendo una vita più lunga alle caldaie e un impatto ambientale molto basso.
Il resto dell'energia è attinto dalla rete elettrica, ma è in programma la realizzazione di un impianto fotovoltaico per implementare l'efficientamento energetico e rendere la struttura ancora più green. 














Energia a chilometro zero, dicevamo, per un risparmio sostenibile. Dal sole e dal nocciolino di oliva può nascere dunque un mix di approvvigionamento energetico utile a soddisfare sia le esigente economiche di investimento di un imprenditore, sia il desiderio dei consumatori, sempre più attenti alla qualità ambientale dell'offertaSono sempre più numerosi gli esempi di imprese di ogni genere (agricole, manifatturiere, ricettive, artigianali) che investono i loro capitali in energia verde, innanzitutto perché nel lungo periodo i ricavi sono più alti dei costi di realizzazione e gestione degli impianti, perché un ambiente contaminato ha un costo in termini sociali e sanitari spesso difficili da sostenere, soprattutto perché è intelligente: quelli che erano scarti diventano risorse, il sole sorgerà ogni giorno e la felicità di chi vuole tornare alla natura non ha prezzo.

fonte: www.greenme.it

Da scarto a risorsa: chi sono gli imprenditori dell’Economia Circolare?

Si sta diffondendo anche in Italia un nuovo modello economico che fa dello scarto la materia prima per la produzione di nuovo valore, vantaggi nel sociale e nuovi posti di lavoro. La Fiera delle Idee, ospitata dalla manifestazione culturale Novo Modo, è stata l'occasione per conoscere alcuni imprenditori virtuosi rappresentativi della cosiddetta Economia circolare.
In un’epoca in cui le risorse sono diventate scarsissime e parlare di utilizzo massiccio di materie prime diventa quasi anacronistico, l’Economia Circolare risveglia in noi la voglia di cambiare le cose, secondo un nuovo paradigma in cui il rifiuto in quanto tale non esiste più ed i processi produttivi utilizzano solo materie prime seconde realizzate a partire da scarti di altre filiere.

Se l’impianto teorico è già affascinante di per sé, poter incontrare di persona chi questo tipo di economia la sta portando avanti ogni giorno è semplicemente emozionante e ci dà la misura di quanto questa scelta coraggiosa e lungimirante sia indispensabile per il futuro del nostro pianeta.

Grazie all’ospitalità di Novo Modo 2016 ed al supporto di FIRST Toscana, nasce la Fiera delle Idee, “una fucina di belle intelligenze che stanno scommettendo sulla propria intuizione”, come la definisce Giovanni Gheri, libraio di LibriLiberi, ideatore dell’iniziativa insieme ad Antonio Di Giovanni, cofondatore di Funghi Espresso, una tre giorni incentrata sul toccare con mano cosa significa fare Economia Circolare oggi.

“La Bioeconomia, definita il cuore biologico dell’Economia Circolare, conta per il 7,9% del nostro PIL nazionale, con un valore che oggi in Europa si aggira intorno ai 20.000 miliardi di euro stimati” ricorda Irene Ivoi, moderatrice della tavola rotonda che da molti anni si occupa del tema dell’economia circolare da un punto di vista del design di prodotto. Si capisce quindi che non stiamo parlando di realtà secondarie, ma di numeri che hanno le potenzialità per cambiare le carte in tavola.

I volti dell’Economia Circolare
“La buccia vale più del succo”, esordisce Adriana Santanocito cofondatrice insieme a Enrica Arena di Orange Fiber, start-up siciliana che crea filati a partire dagli scarti di spremitura delle arance, il cosiddetto “pastazzo”. Consapevoli che la moda è il secondo settore più inquinante al mondo, le due giovani imprenditrici hanno sperimentato un tipo di produzione che riduca questo impatto, utilizzando come materia prima per produrre i loro tessuti quello che veniva considerato solo rifiuto: il sottoprodotto dell’industria agrumicola rappresenta infatti un problema per le aziende di spremitura, che solo in Italia generano ogni anni 700.000 tonnellate di pastazzo da smaltire a caro prezzo.

“Il pastazzo d’agrumi potrebbe essere usato non solo nel tessile, ma trasformato per ottenere oggetti di uso comune, sostituendo materie prime che provengono dall’industria del petrolio”, dice Giovanni Milazzo, cofondatore insieme ad Antonio Caruso di Kanèsis. Questi due giovani catanesi studiano da anni i polimeri provenienti da materiali vegetali e affermano senza paura che tutte le materie prime si possono ricavare dagli scarti.

L’idea che sta alla base di Kanésis è quindi quella di rimpiazzare la plastica con biocompositi e alla Fiera delle Idee ci mostrano un primo prodotto sviluppato dalla canapa sotto forma di filamento per stampanti 3d, utilizzandolo sotto i nostri occhi grazie all’aiuto di Fab Lab, associazione culturale che supporta le intuizioni di giovani imprenditori attraverso la realizzazione di prototipi.

A ricordarci l’importanza della produzione di biomasse organiche ed il conseguente impatto positivo che questo settore potrebbe generare su occupazione e gestione del territorio rurale, è Rachele Invernizzi, responsabile di South Hemp Tecno, impianto di prima trasformazione della paglia di canapa nato due anni fa a Crispiano, Taranto. “Se non ci fossero stati impianti di prima trasformazione, in Puglia non si iniziava davvero a coltivare canapa industriale in modo massiccio”, dice Rachele, sottolineando che “la canapa industriale è il futuro dell’economia ed è una grandissima opportunità sia per l’agricoltura che per tutti i reparti industriali”.

La paglia di canapa, considerata scarto della coltivazione di canapa industriale, rappresenta invece una materia prima seconda di grande qualità che ha tantissimi utilizzi in svariati ambiti, dalla carta, alle bioplastiche, ai pannelli per l’isolamento in edilizia, per citare solo alcuni esempi, rappresentando una risorsa preziosissima.

Sulla valorizzazione dello scarto organico in agricoltura lavora anche il CLT – Centro di Lombricoltura Toscano, con sede in provincia di Pisa, che ha incentrato la sua attività sull’idea di chiudere il ciclo dei rifiuti delle aziende agricole, contribuendo alla rigenerazione dei terreni agricoli. Marco Calcaprina, uno dei tre soci fondatori, spiega come l’azienda toscana ha improntato un sistema che utilizza l’azione dei lombrichi per trasformare lo scarto in fertile humus, che viene poi commercializzato in agricoltura e giardinaggio urbano, chiudendo così il ciclo produttivo.


Nell’ottica di ottimizzare le risorse esistenti ed intercettare lo scarto prima che diventi rifiuto si muove Funghi Espresso, start-up fondata nel 2013 da Antonio Di Giovanni e Vincenzo Sangiovanni. A partire da uno studio realizzato con il Centro Ricerche Rifiuti Zero del Comune di Capannori su come valorizzare il fondo di caffè in agricoltura, Funghi Espresso ha creato un modello produttivo che recupera lo scarto dei bar utilizzandolo come substrato di crescita di funghi che sfruttano le sostanze nutritive in esso contenute per il loro metabolismo. “Vogliamo dimostrare che da uno scarto che viene buttato via si può creare valore”, dice Antonio, “reimmettendo sul mercato un prodotto dalle alte proprietà nutritive”. Un’impresa virtuosa che opera all’interno della città, utilizzando proprio gli scarti che la città stessa produce, in un ottica di urban farming.

“Quali possono essere le soluzioni per coltivare cibo dove non si può utilizzare il suolo perché inquinato?”. È la domanda che si pone Stefano Secci, agronomo fiorentino che insieme a Leonardo Boganini, Chiara Casazza, Alessandra Carta, e Giulia Sala, hanno presentato alla Fiera delle Idee il loro progetto di Modular City Farm, un sistema per produrre cibo negli spazi residuali della città. Unendo competenze inerenti l’architettura, il design, l’agronomia e grazie alla collaborazione con l’azienda Cammelli, hanno sviluppato un’idea di agricoltura urbana che operi attraverso sistemi modulari idroponici, in cui l’acqua sostituisce la terra come substrato di crescita delle piante. La sfida è quella di utilizzare un sistema di produzione intensivo in ambito cittadino o addirittura domestico, nonché quella di ripensare il recupero di acque piovane su larga scala da convogliare in un tipo di coltivazione come questa.

Il terreno coltivabile ancora presente nella prima periferia delle nostre città rappresenta a sua volta una risorsa da tutelare. Maria Leo ci presenta Orto x mille, associazione nata circa un anno fa con lo scopo di recuperare terreni incolti ed abbandonati per insegnare alle famiglie a coltivarli in modo naturale, creando piccoli orti familiari. L’associazione di Maria, attraverso il progetto “Adotta il contadino” attivo a Scandicci, è riuscita a rimettere in moto una rete di piccoli agricoltori che aiutano le famiglie nella realizzazione di un orto sinergico. In questo modo le conoscenze vengono tramandate, non vanno perse e le famiglie riscoprono il valore di coltivare da soli il proprio cibo.

Il tema del futuro del cibo riveste infatti un’importanza enorme e si lega indissolubilmente con l’Economia Circolare. “Qualcuno deve parlare di Economia Circolare e cibo, fare educazione in tal senso!”, afferma Antonio Gagliardi, ricercatore del Future Food Institute di Bologna, il cui obiettivo è creare un impatto sulla società riguardo ai temi del futuro del cibo, sia attraverso il settore educativo che tramite l’innovazione d’impresa, aiutando le start-up a crescere e lavorare sinergicamente con le aziende che possono finanziarle. A Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna, stanno realizzando una Future Farm, un progetto pilota per chiudere in 60 ettari il concetto di Economia Circolare.

Gli ostacoli, la sfida e uno sguardo al futuro
Tutte queste realtà hanno il grande merito di provare coraggiosamente a cambiare le cose, dimostrando che si può fare economia e creare prodotti di qualità anche senza razziare le risorse del pianeta. Gli ostacoli che incontrano ogni giorno sono la misura di quanto questo percorso sia difficile e della determinazione che hanno nel perseguire i loro progetti.

“La difficoltà più grande è stata ed è ancora quella di ottimizzare il processo”, dice Adriana Santanocito di Orange Fiber, “passando da un prodotto artigianale ad un processo su scala industriale”. Per fare questo ci vogliono soldi, investimenti e competenze.

“Ci muoviamo a tentoni nel buio”, afferma Antonio Di Giovanni di Funghi Espresso, “in un limbo normativo che ci rende difficile ogni passo, totalmente privi di punti di riferimento certi”. Non esiste infatti ad oggi una legislatura definita in merito al recupero degli scarti.

“Lo sforzo normativo a livello europeo deve indirizzarsi verso leggi che obblighino grandi settori, come ad esempio quello dell’auto, ad utilizzare percentuali fisse minime di biocompositi nei loro prodotti, aprendo così vaste aree di mercato che incentivino lo sviluppo del settore e della ricerca”, sostiene Antonio Caruso di Kanèsis.

I prodotti che questi imprenditori propongono vanno a toccare ambiti commerciali dove la competizione è fortissima e ogni fetta di mercato viene difesa strenuamente dalle grandi lobby, poco inclini a modificare i loro modelli produttivi e sensibili alle crescenti critiche che gli vengono mosse dal progressivo risveglio di una coscienza ambientale collettiva. Un panorama ostile, dove “si deve lottare contro interessi enormi, non si può mollare”, afferma Rachele Invernizzi di South Hemp Tecno.

Per questo serve unirsi. “Fare rete e cooperazione è il futuro, dobbiamo avere qualcuno che ci rappresenti nel dialogo con le istituzioni politiche italiane, ma anche con la Comunità Europea”, sottolinea Rachele Invernizzi, vicepresidente di Federcanapa – Federazione italiana canapa che da quest’anno unisce tutte le figure del settore, produttori, trasformatori e commercio. La rete permette di sviluppare sinergie, per attraversare questo momento di transizione.

La Fiera delle Idee di fine ottobre è stata un’occasione per riunire a Firenze gli imprenditori che in Italia stanno facendo innovazione a partire dagli scarti. Ecco il video con le interviste realizzate da Alessia Macchi e Marco Orazzini, Agenti del Cambiamento, durante l’evento.



fonte: http://www.italiachecambia.org