Da un’idea del Nobel Carlo Rubbia un innovativo impianto solare in Sardegna: media, comitati e politici insorgono
Che in Italia siano tempi duri per le rinnovabili è cosa nota. In
tanti più volte abbiamo denunciato l’incapacità della classe dirigente
di comprendere che la crisi climatica da una parte, e le straordinarie
occasioni di sviluppo connesse alle nuove fonti di energia, avrebbero
richiesto politiche lungimiranti, sul modello della
Energiewende tedesca.
Invece abbiamo assistito ad attacchi continui da parte di tutti i
governi che si sono succeduti negli ultimi anni. E quello attuale
purtroppo non ha affatto “cambiato verso”, anzi si è distinto per
sciocchezze inutili e dannose come lo spalma-incentivi. E anche a
livello locale le cose non sono andate affatto bene. Si pensi alle folli
regole volute dalle Regione Sicilia (all’unanimità) sull’eolico. Ma non
sarebbe onesto nascondere che tra le difficoltà delle rinnovabili c’è
anche un problema di consenso a livello territoriale.
Abbiamo già denunciato il ruolo da “utili idioti”, a servizio della
conservazione fossile, di chi si inventa minacce terribili alla
biodiversità delle pale eoliche (puntualmente smentite da tutte le
ricerche scientifiche), di chi si accorge del consumo di suolo (dopo
aver ignorato cementificazioni selvagge) solo in presenza di qualche
pannello fotovoltaico (sì, d’accordo, è meglio metterli sui tetti), di
chi dipinge un impianto di produzione di biometano da rifiuti o da
scarti agricoli come se fosse una nuova Fukushima e di quelli che
non sanno distinguere
un piccolo impianto di geotermia a ciclo chiuso di nuova generazione e a
emissioni zero da quelli vecchi, tradizionali e più impattanti.
In questi giorni all’onore delle cronache c’è una storia in Sardegna
che può essere presa a paradigma. I fatti: un’azienda italiana – una
società del gruppo Fintel, quotata in Borsa a Milano, con
l’umbra Archimede Solar a fornirei fondamentali tubi ricevitori – si
propone di realizzare in Sardegna un impianto solare termodinamico di 55
MW a sali fusi. Brevetto italiano. Tecnologia Enea che nasce da un’idea
del premio Nobel Carlo Rubbia. Il solare termodimanico ha il vantaggio
rispetto al fotovoltaico e all’eolico di “immagazzinare” l’energia
prodotta, che quindi è disponibile sempre – non solo quando c’è il sole o
il vento. In particolare la tecnologia italiana (a sali fusi) è
preferibile rispetto a quella più diffusa (a olio) sia perché l’olio è
infiammabile (e quindi più pericoloso) sia perché lo stesso è inquinante
e comporta quindi problemi di smaltimento ogni 2-3 anni, quando deve
essere cambiato.
È una tecnologia che ha bisogno – ovviamente – di molto sole ed è
assai promettente per i suoi sviluppi in molti paesi in cui
l’industrializzazione ha fame di energia e non si vuole, o non si può,
continuare a sfruttare fossili (e in particolare il carbone), come ad
esempio in Cina. Ma per rendere appetibile la tecnologia italiana
bisogna realizzare un impianto di dimensioni adeguate (appunto, una
cinquantina di MW almeno) che vada oltre il già funzionante e bellissimo
impianto pilota di Massa Martana in Umbria.
In Italia le condizioni di irraggiamento solare sufficienti per far
funzionare un impianto del genere ci sono solo in Sicilia, Sardegna e in
una parte della Puglia. Da qui la scelta di Flumini Mannu in Sardegna.
Ma non appena il progetto viene proposto media, comitati, politici di
quella regione si scatenano contro sostenendo che l’area occupata (269
ettari) sarebbe sottratta alle attività agricole. Molto spesso sono gli
stessi media e politici che si sono battuti strenuamente per tenere in
vita iniziative decotte e inquinanti come quelle nel Sulcis (miniere di
carbone, produzione di alluminio), centrali termoelettriche vecchie e
pericolose, o che si battevano contro progetti innovativi come quello
della chimica verde a Porto Torres. Oppure sono gli stessi che adesso
propongono un improbabile quanto assurdo e anacronistico piano per la
metanizzazione della Sardegna.
Insomma grande confusione sotto il cielo. Ultimamente anche un giornale nazionale come
La Stampa
si fa ingolosire dal fatto che il proponente è una società partecipata
da capitali giapponesi, per imbastire una storia dove ci sarebbe
un povero pastore sardo
che resiste contro l’invasione nipponica (si suppone al grido di
banzai!). È successo infatti che con qualche anno di ritardo rispetto ai
tempi dettati dalla legge il ministero dell’Ambiente si è deciso a dare
giudizio positivo sulla Valutazione di impatto ambientale e con una
procedura (che anche a chi scrive appare un po’ forzata) ci si avvia
verso l’esproprio del terreno per pubblica utilità.
Ora, qui non si discute la possibilità che siano stati fatti errore
di comunicazione da parte del proponente, ma analoghi deficit di
comunicazione vengono facilmente perdonati quando all’opera ci sono
poteri forti. E in alcuni casi il “circo mediatico” è più forte di
qualsiasi tentativo di informazione corretta. Esemplare il caso della
fotografia diffusa dall’azienda per dimostrare la compatibilità delle
attività di allevamento con l’impianto (solo 1,5% di quei 269 ettari
viene effettivamente coperto) in cui si vedeva una pecora pascolare
serenamente sotto gli specchi in un impianto in Spagna, immediatamente è
stato detto che si trattava di un fotomontaggio (sic!).
In realtà fra le fila di specchi ci sono circa 16 metri di distanza e
anche sotto gli specchi (posti a 3 metri da terra) l’area è
utilizzabile. Infatti in quella centrale è previsto che si coltivino 200
ettari a erba medica e di riservarne 50 proprio al pascolo: un progetto
di Agris (l’Agenzia regionale per lo sviluppo agricolo) in cui si
utilizzerebbero anche tecniche di sub-irrigazione per ridurre il consumo
d’acqua.
Il risultato della “sollevazione popolare” è che il progetto è a
rischio e con esso l’idea di poter fare della Sardegna un’isola sempre
più autosufficiente dal punto di vista energetico basandosi
esclusivamente su rinnovabili (altro che Sulcis!) e all’Italia la
possibilità di esportare tecnologia promettente.
Per cambiare serve urgentemente una politica di sistema che punti
finalmente sull’innovazione e abbandoni la difesa dei fossili e che
quindi consenta anche di fare corretta informazione, tranquillizzare i
cittadini, imporre a tutte le aziende il corretto rapporto con il
territorio. Perché anche “il bene va fatto bene”, e ciò vale pure per le
rinnovabili.
fonte: http://www.greenreport.it/