mercoledì 17 maggio 2017

Enel: troppo sangue per quel carbone

L’ostinazione delle denunce, a cominciare da quelle di Re:Common, che – grazie a Luca Manes – compaiono regolarmente su Comune, li ha costretti ad andare a vedere “persona”. Un anno dopo, l’Enel ha mantenuto la promessa e ha sospeso i contratti per l’importazione di carbone dalla Colombia. Un successo significativo per chi da molti anni conduceva una dura battaglia contro la violenza dei paramilitari, il business indecente delle multinazionali e l’utilizzo dei paradisi fiscali. Nell’ultima assemblea annuale degli azionisti, l’amministratore delegato ha comunicato la decisione dell’utility energetica italiana, che resta un piccolo passo nella lunga ma inevitabile marcia per de-carbonizzare l’economia e l’ambiente
















Come evidenziato nella pubblicazione “Profondo Nero”  e nel video “La Via del carbone” , pubblicati da Re:Common nell’aprile del 2016 e da vari rapporti della Ong olandese Pax, il percorso del carbone dalla Colombia all’Italia era infatti segnato da gravi violazioni dei diritti umani e da orrendi crimini perpetrati dalle unità paramilitari.
Un anno dopo aver promesso sempre in assemblea degli azionisti che l’Enel avrebbe condotto una sua indagine ad hoc – “Andremo a vedere di persona cosa succede in Colombia se non ci piace usciremo, come ha fatto Dong” (compagnia energetica danese)  dichiarò Starace – ora l’azienda ha preferito non rinnovare i contratti di fornitura in essere con le multinazionali estrattive Drummond (Stati Uniti) e Prodeco/Glencore (Svizzera).
La Colombia è il più grande produttore di carbone dell’America Latina e il quinto esportatore al mondo. Le sue riserve potrebbero durare per i prossimi 200 anni. Dalla regione carbonifera del Cesar arrivavano i carichi di polvere nera per far funzionare le grandi centrali dell’Enel di Civitavecchia e Brindisi.


 


“Dopo anni di lavoro sulla spinosa questione del carbone insanguinato importato dalla Colombia, siamo molto contenti della decisione dell’Enel di non rinnovare i contratti di importazione della polvere nera dal Cesar e della Guajira” ha dichiarato Giulia Franchi di Re:Common. “Detto questo, pensiamo che Enel debba fare molto di più sulla questione carbone. Promettere di diventare carbon neutral entro il 2050 è del tutto inadeguato, le centrali esistenti vanno chiuse il prima possibile” ha aggiunto la Franchi.
Enel, che come sappiamo è ancora per il 30 per cento sotto il controllo pubblico, possiede infatti la più grande centrale a carbone d’Europa a Brindisi, oltre a “vantare” 7,000 MW di potenza a carbone installati in Italia. Inoltre controlla il 70 per cento di Endesa, la multinazionale elettrica spagnola che possiede più di 5,000 MW di potenza a carbone installata sul territorio iberico. Centrali che continuano a emettere enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e inquinano localmente.
Al proposito Re:Common, insieme ai ricercatori dell’Instituto Internacional de Derecho y Medio Ambiente (IIDMA), oggi ha lanciato un briefing  in cui si mettono in evidenza le responsabilità di Enel, quale azionista di maggioranza di Endesa, nella produzione da carbone in Spagna e in Portogallo e nell’assenza di un piano urgente di uscita dal carbone nella Penisola iberica. Pensare a una transizione fuori dal carbone in Italia – per quanto ancora da definire – senza intervenire in Spagna risulterebbe una contraddizione e un’ingiustizia macroscopica.





L’intervento di Re:Common all’assemblea degli azionisti dell’ENEL 2017
Intervengo a nome dell’associazione Re:Common.
Il 26 maggio 2016, in questa stessa sede, nel corso dell’Assemblea degli Azionisti dello scorso anno, in risposta alle nostre domande in merito alle controversie legate all’importazione del carbone dalla Colombia, l’Amministratore Delegato aveva dichiarato (cito testualmente):
“Sappiamo che esiste una profonda preoccupazione che le violazioni dei diritti umani e gli abusi registrati 10 anni fa nella zona del Cesàr in Colombia possano continuare ad oggi, e che possano essere di nuovo fonte di preoccupazione per le popolazioni che vivono lì. Noi vi assicuriamo che prenderemo immediatamente sul serio tutte le vostre segnalazioni. Di fatto vi dico che noi di questa storia siamo abbastanza stufi, del carbone colombiano ci interessa fino ad un certo punto, e che andremo a vedere cosa succede in Colombia di persona e se troveremo cose che non ci piacciono usciremo da questo sistema come ha fatto Dong. Ci ritroveremo su questo tema sicuramente nei prossimi mesi. Non scapperemo.”
E noi ci auguriamo che effettivamente, nei mesi successivi, non siate scappati. Ci auguriamo che abbiate effettuato direttamente missioni di campo in Colombia e che abbiate condotto le vostre indagini, e che esse abbiano incluso anche aspetti relativi alle condizioni dei diritti delle comunità nei contesti di estrazione del carbone nella zona del Cesàr. Nell’ultimo anno la situazione nella regione non è affatto migliorata e violazioni dei diritti delle comunità locali continuano.
Perciò noi oggi ci aspettiamo che ENEL dichiari pubblicamente di interrompere le importazioni di carbone dal Cesàr.
Cessare l’utilizzo del carbone nelle centrali italiane è certamente un’urgenza, ambientale, sanitaria e climatica. In logica coerenza con l’obiettivo dichiarato dall’azienda di voler diventare carbon-neutral entro il 2050, è centrale che ENEL inizi ad usare sempre meno carbone, in Italia ed altrove, e quindi anche interrompere l’import della polvere nera, ad iniziare dalla Colombia.

Tuttavia crediamo che in questo caso si tratti di un’urgenza più profonda e che richiede una risposta etica chiara, ben oltre aspetti legali o contrattuali. Ci rivolgiamo in particolare all’amministratore delegato, che si appresta ad iniziare un nuovo triennio alla guida di una delle più importanti aziende italiane che ha avviato un’importante trasformazione. Leadership nel cambiamento implica avere il coraggio di dire le cose come stanno. Lei è pronto oggi a riconoscere che è giunto il momento di abbandonare immediatamente l’importazione del carbone dal Cesàr non solo in coerenza con gli impegni per combattere il cambiamento climatico, ma soprattutto perché esiste una questione irrisolta che riguarda il rispetto dei diritti delle comunità afflitte da decenni di violenza e guerra civile nelle zone di estrazione? Come detto, è una questione etica in primo luogo che richiede un impegno etico in prima persona.
*Re:Common 

fonte: http://comune-info.net/