martedì 6 giugno 2017

L’anima nera dell’energia italiana

Mentre a Taormina si apre quello che alcuni definiscono come il vertice “più impegnativo” degli ultimi anni per i 7 “grandi” della terra, Re:Common lancia “L’anima nera dell’Italia”. E’ un nuovo video realizzato per denunciare l’attività delle imprese che, nel territorio nazionale e all’estero (in Montenegro, in particolare), continuano a gestire centrali a carbone altamente inquinanti, nonostante ne siano ormai riconosciuti da tutti i danni ambientali. Le comunità locali  hanno già pagato un prezzo troppo alto “allo sviluppo”, le alternative energetiche e di sviluppo locale non possono che escludere gli altri combustibili fossili, a cominciare dal gas naturale















Prodotto dall’associazione e realizzato dai documentaristi Mario e Stefano Martone e da Fosco d’Amelio, il video di 9 minuti mostra come imprese italiane, nel nostro Paese e all’estero (nella fattispecie in Montenegro) gestiscano ancora centrali a carbone altamente inquinanti, nonostante siano universalmente riconosciuti gli impatti negativi della polvere nera, nonché gli impatti deleteri per il clima del pianeta.
Le recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e dell’amministratore delegato dell’Enel Francesco Starace, che prefigurano uno stop alle centrali a carbone entro un arco di tempo di 10-15 anni, vanno solo parzialmente nella giusta direzione, dal momento che sono troppo generiche e soprattutto lasciano in sospeso alcuni temi di enorme rilievo. In primis la necessità di avere da oggi date certe e molto ravvicinate di chiusura degli impianti inquinanti, a partire dalla mega centrale di Brindisi in cui nessun nuovo investimento andrà fatto, tranne che per lo smantellamento dell’impianto e la bonifica del territorio.

















Con questo lavoro Re:Common vuole sollevare da subito anche la questione dei costi per le bonifiche e la mitigazione e compensazione degli effetti nefasti sulla salute della popolazione e sull’ambiente locale causati dalle attività delle centrali, per arrivare a che cosa accadrà nelle comunità dopo la chiusura degli impianti. E soprattutto è necessario da subito discutere con le comunità locali che hanno già pagato un prezzo troppo alto “allo sviluppo” le alternative energetiche e di autentico sviluppo locale sostenibile e democratico per i territori segnati dagli impianti. Alternative che, una volta mandato in “pensione” il carbone, escludano anche gli altri combustibili fossili ed in particolare il gas naturale.



Luca Manes - Re:common

fonte: comune-info.net