lunedì 22 ottobre 2018

Gasdotto TAP, perché l’Italia vuole dire di sì

Stanno crollando le ultime resistenze degli esponenti M5S di governo: l’opera si farà, perché sarebbe troppo costoso abbandonarla.





















Ormai è impossibile fermare la costruzione del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline): lo stop costerebbe troppo all’Italia, a causa delle penali e dei contenziosi che si aprirebbero con il consorzio – di cui fa parte l’italiana Snam con il 20% del pacchetto – che sta realizzando il super progetto per portare nuovo combustibile fossile dall’Azerbaijan al nostro paese.
Così, in sintesi, il Movimento 5 Stelle ha alzato bandiera bianca dopo un vertice molto affollato a Palazzo Chigi per discutere il futuro dell’opera.
Presenti, oltre al premier Giuseppe Conte, i ministri Sergio Costa (Ambiente) e Barbara Lezzi (Sud), il sindaco di Melendugno, Marco Potì, contrario al gasdotto, con alcuni esponenti del M5S pugliese che da sempre contesta l’apertura del corridoio Sud del gas, il cui obiettivo è trasportare 10 miliardi di metri cubi dai giacimenti sul Mar Caspio fino alle coste meridionali italiane.
“Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo”, ha dichiarato il ministro Lezzi alle agenzie di stampa, riferendosi a TAP.
“Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”, ha aggiunto.
Il TAP, ricordiamo in sintesi, diventerebbe la parte finale della linea di tubi in cui viaggerebbe il gas azero, per circa 3.500 km (900 km il solo TAP) attraverso le pianure anatoliche, la Grecia, l’Albania e un tratto offshore nel Mar Adriatico.
Da parte sua, il ministro Costa sta compiendo le ultime verifiche ma il semaforo verde definitivo dell’attuale governo Lega-M5S pare scontato, nonostante le proteste sempre più accese del movimento NO-TAP, che ha anche chiesto le dimissioni degli esponenti M5S se il gasdotto non sarà bloccato.
L’opera, infatti, in campagna elettorale era stata completamente bocciata dai Grillini, e lo stesso Costa, qualche mese fa, aveva dichiarato che TAP sarebbe inutile, ricordando i temi cari ai pentastellati, in particolare l’impatto ambientale della nuova infrastruttura, i consumi di gas previsti in continuo calo, l’ascesa delle fonti rinnovabili.
Poi Conte, all’inizio di agosto, durante un vertice alla Casa Bianca con il presidente Usa, Donald Trump, aveva dato segni contrari, riaffermando che TAP avrebbe un elevato valore strategico per l’Italia.
La stessa tesi sposata dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, nel precedente governo Renzi, quando si sosteneva la necessità di variare le importazioni di gas per circoscrivere un po’ il peso geopolitico della Russia e ridurre il costo dell’energia per le famiglie e le imprese.
Un argomento, quest’ultimo, molto caro all’attuale vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ancora nei giorni scorsi ha ripetuto che all’Italia servono più infrastrutture, TAP compreso, scoprendo una volta di più quelle contraddizioni e tensioni interne tra gli alleati di governo su aspetti cruciali come gli investimenti in campo energetico.
Secondo la Commissione Ue, ricordiamo, il corridoio Sud del gas è di fondamentale importanza per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici per il nostro continente, tanto da aver ottenuto, lo scorso febbraio, un maxi finanziamento da 1,5 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti.
In sostanza, la resa del M5S sul dossier TAP sembra dettata da motivazioni esclusivamente economiche, ma ci sono molte prove che dimostrano l’inutilità del gasdotto (vedi QualEnergia.it per approfondire tutte le incertezze: Se il TAP non serve).
Il succo è: ha senso realizzare in Italia una nuova rotta del gas quando la richiesta di combustibile fossile è data in diminuzione e le infrastrutture esistenti sono già sottoutilizzate? Una infrastruttura di questa portata quanti anni richiederà per essere ammortizzata? Come penalizzerà le future politiche, sempre più necessarie, per lo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica?
fonte: https://www.qualenergia.it

Nessun commento:

Posta un commento