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All’Italia piace anche fossile : fondi emotivi per cui vogliamo più gas

Serve per la transizione energetica, ma inquina (seppur meno). In 10 anni l’Ue ha destinato 5,5 miliardi a Tap&C. e continuerà a farlo nonostante i buoni propositi




Decarbonizzare, eliminare le fonti fossili, emissioni zero. I più attenti, negli ultimi anni, si sono accorti che nella dialettica italiana ed europea per la lotta in difesa del clima e per la guerra alle fonti fossili, c’è stato un intoccabile: il gas. Il motivo è semplice: nella transizione energetica rappresenta un passaggio fondamentale in assenza di una copertura adeguata delle fonti rinnovabili che sono discontinue per natura mentre per l’Italia è la principale fonte di approvvigionamento energetico, nutre la quasi totalità delle centrali elettriche ed è al centro di grandi interessi industriali di cui Tap, la Trans Adriatic Pipeline, è l’emblema.

La decisionedella Banca europea per gli investimenti (Bei), che la settimana scorsa ha annunciato lo stop dal 2022 dei fondi pubblici alle fonti fossili, gas incluso, è stata il frutto di una trattativa per un compromesso al ribasso durata mesi, durante la quale anche l’Italia si è messa di traverso. “La bozza originaria della Bei era molto ambiziosa – spiega Luca Bergamaschi esperto del think tank europeo E3G – prevedeva un nuovo target di riduzione dal 2020 anche con lo stop a caldaie a gas, ma ha trovato la resistenza di due gruppi. Il primo, formato da Germania, Italia e commissione Ue in difesa degli interessi industriali legati al gas (leggi Eni, Snam, Edison per l’Italia, Uniper e Wintershall per la Germania, con Nordstream2 e Tap, ndr). Il secondo, composto dai paesi del blocco di Visegrad che, dipendenti ancora molto dal carbone, vedono il gas come fonte di transizione”. Anche la seconda bozza, infatti, in ottobre viene bocciata: ancora troppe restrizioni. Il compromesso arriva a metà novembre. Lo stop inizierà dal 2022. Non solo restano i soldi per le infrastrutture già avviate, ma c’è anche spazio di manovra per prevederne nel bilancio comunitario 2021-2027.

Solo in Italia, dal 2009 a oggi, sono stati finanziati 28 progetti legati al gas per un totale di fondi assegnati pari a 5,5 miliardi di euro. Il 31 ottobre, la Commissione Ue ha pubblicato una lista di 32 (o 55 per gli ambientalisti) progetti Ue sul gas che potrebbero essere rifinanziati in tutta Europa e che comprendono rigassificatori in Irlanda, Croazia, Polonia, Cipro e Grecia oltreché il Corridoio Sud del gas, incluso il Tap. Sono progetti che hanno accesso al cosiddetto fondo “Connecting Europe Facility”, che sostiene programmi infrastrutturali di interesse comune e che possono essere co-finanziati dalla Bei. Se il nuovo budget dedicherà soldi a questo fondo, la Commissione potrà decidere se assegnarli o meno al gas. Ed è probabile che lo faccia. “Il budget europeo, insomma, sarebbe una buona opportunità per capire se il cambio di passo c’è davvero”, dice Bergamaschi.

I progetti italiani sono sei: Tap, tra Grecia e Italia per portare in Europa il gas dall’Azerbaijan; il corridoio per le interconnessioni del gas nord-sud tra Malta e Italia (Gela); il corridoio nord-sud per le interconnessioni nell’Europa centrale e del sud-est Ungheria-Slovenia-Italia (Gorizia); la pipeline “Poseidon” che connette Grecia e Italia a Otranto; il rafforzamento delle capacità di trasmissione in Italia inclusi l’Adriatica Line e il rafforzamento delle capacità Matagiola-Massafra; la Transalpine pipeline tra Trieste e Ingolstadt (Germania). “Indirizzare fondi e capitale politico sulle infrastrutture del gas – conclude Bergamaschi – ci rende ancora più dipendenti dall’importazione. È una diversificazione, certo, ma che crea una nuova dipendenza e promette continui finanziamenti a regimi altrettanto autoritari. La si sposta dalla Russia alla Turchia e all’Azerbaijan. Una dipendenza che oggi si può risolvere con più rinnovabili, efficienza energetica, interconnessioni elettriche e sistemi di stoccaggio e di gestione della domanda intelligenti”.

Se da un lato è vero che l’Italia importa circa il 90 per cento del gas per soddisfare il suo fabbisogno, dall’altro è utile guardare bene l’andamento della domanda in questi anni: i dati Ispra mostrano, ad esempio, che a parità di consumi totali e nel contesto di una complessiva riduzione del consumo di fonti fossili, dal 1990 al 2016 il ricorso al gas naturale è aumentato sì di quasi 20mila ktep ma è diminuito di 12 mila rispetto al 2005 e di 10 mila rispetto al 2010. Nel 2016, il consumo finale di energia per gas naturale è più basso del valore del 1995, ma anche di quello dei quinquenni successivi. Certo, contano il calo dei consumi e l’arrivo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, ma è anche vero che sono gli anni in cui il gas diventa giustamente il mezzo di transizione per eccellenza, la rete arriva in tutte le case. Il carbone, in Italia, è da tempo confinato alla sola industria pesante. Per le associazioni ambientaliste e la lobby delle rinnovabili, quindi, ora l’Italia non ha bisogno di ulteriori infrastrutture, soprattutto visto che ci sono almeno tre rigassificatori sottoutilizzati: “Se necessario – si legge in uno studio di E3G – possono soddisfare significative esigenze di importazione aggiuntive: la capacità totale è di circa 15 miliardi di metri cubi con l’infrastruttura attuale, circa il 30% del consumo annuale”.

Dalla sua, il gas è sicuramente meno inquinante delle altre fonti fossili. Ormai è però il primo responsabile di emissioni a gas serra in Italia: quasi 7 mila tonnellate sono fuggitive, cioè gas metano che fuoriesce dalle infrastrutture a gas. Nel secondo semestre del 2019, il gas per la produzione di elettricità è stato la causa principale dell’aumento di emissioni a effetto serra in Italia con una percentuale, solo nel ramo della produzione di energia, di quasi l’8% a un punto di distanza dal carbone. E a discapito delle rinnovabili. “L’incremento delle emissioni – scrive infatti l’Ispra – è dovuto principalmente all’incremento dei consumi di combustibili fossili per la produzione di energia collegata a una riduzione della produzione di energie rinnovabili”.

fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Gasdotto TAP, perché l’Italia vuole dire di sì

Stanno crollando le ultime resistenze degli esponenti M5S di governo: l’opera si farà, perché sarebbe troppo costoso abbandonarla.





















Ormai è impossibile fermare la costruzione del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline): lo stop costerebbe troppo all’Italia, a causa delle penali e dei contenziosi che si aprirebbero con il consorzio – di cui fa parte l’italiana Snam con il 20% del pacchetto – che sta realizzando il super progetto per portare nuovo combustibile fossile dall’Azerbaijan al nostro paese.
Così, in sintesi, il Movimento 5 Stelle ha alzato bandiera bianca dopo un vertice molto affollato a Palazzo Chigi per discutere il futuro dell’opera.
Presenti, oltre al premier Giuseppe Conte, i ministri Sergio Costa (Ambiente) e Barbara Lezzi (Sud), il sindaco di Melendugno, Marco Potì, contrario al gasdotto, con alcuni esponenti del M5S pugliese che da sempre contesta l’apertura del corridoio Sud del gas, il cui obiettivo è trasportare 10 miliardi di metri cubi dai giacimenti sul Mar Caspio fino alle coste meridionali italiane.
“Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo”, ha dichiarato il ministro Lezzi alle agenzie di stampa, riferendosi a TAP.
“Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”, ha aggiunto.
Il TAP, ricordiamo in sintesi, diventerebbe la parte finale della linea di tubi in cui viaggerebbe il gas azero, per circa 3.500 km (900 km il solo TAP) attraverso le pianure anatoliche, la Grecia, l’Albania e un tratto offshore nel Mar Adriatico.
Da parte sua, il ministro Costa sta compiendo le ultime verifiche ma il semaforo verde definitivo dell’attuale governo Lega-M5S pare scontato, nonostante le proteste sempre più accese del movimento NO-TAP, che ha anche chiesto le dimissioni degli esponenti M5S se il gasdotto non sarà bloccato.
L’opera, infatti, in campagna elettorale era stata completamente bocciata dai Grillini, e lo stesso Costa, qualche mese fa, aveva dichiarato che TAP sarebbe inutile, ricordando i temi cari ai pentastellati, in particolare l’impatto ambientale della nuova infrastruttura, i consumi di gas previsti in continuo calo, l’ascesa delle fonti rinnovabili.
Poi Conte, all’inizio di agosto, durante un vertice alla Casa Bianca con il presidente Usa, Donald Trump, aveva dato segni contrari, riaffermando che TAP avrebbe un elevato valore strategico per l’Italia.
La stessa tesi sposata dall’ex ministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, nel precedente governo Renzi, quando si sosteneva la necessità di variare le importazioni di gas per circoscrivere un po’ il peso geopolitico della Russia e ridurre il costo dell’energia per le famiglie e le imprese.
Un argomento, quest’ultimo, molto caro all’attuale vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ancora nei giorni scorsi ha ripetuto che all’Italia servono più infrastrutture, TAP compreso, scoprendo una volta di più quelle contraddizioni e tensioni interne tra gli alleati di governo su aspetti cruciali come gli investimenti in campo energetico.
Secondo la Commissione Ue, ricordiamo, il corridoio Sud del gas è di fondamentale importanza per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti energetici per il nostro continente, tanto da aver ottenuto, lo scorso febbraio, un maxi finanziamento da 1,5 miliardi di euro dalla Banca europea per gli investimenti.
In sostanza, la resa del M5S sul dossier TAP sembra dettata da motivazioni esclusivamente economiche, ma ci sono molte prove che dimostrano l’inutilità del gasdotto (vedi QualEnergia.it per approfondire tutte le incertezze: Se il TAP non serve).
Il succo è: ha senso realizzare in Italia una nuova rotta del gas quando la richiesta di combustibile fossile è data in diminuzione e le infrastrutture esistenti sono già sottoutilizzate? Una infrastruttura di questa portata quanti anni richiederà per essere ammortizzata? Come penalizzerà le future politiche, sempre più necessarie, per lo sviluppo di rinnovabili ed efficienza energetica?
fonte: https://www.qualenergia.it

Se il TAP non serve

Il processo di decarbonizzazione e la già grande capacità di importazione dell’Italia, al momento sottosfruttata, pongono un interrogativo chiave sul bisogno reale di nuove infrastrutture per l’importazione di gas.




















E’ sorprendente la mancanza dal dibattito sul gasdotto TAP di un’analisi basata sui fatti e sulle reali dinamiche economiche, energetiche e geopolitiche che determinano gli effetti e l’utilità o meno del progetto. L’ultima fantasia populista di Matteo Salvini è che con il TAP l’energia costerà il 10% in meno.
Questa si aggiunge ai motivi ricorrenti contro o a favore del progetto, dalle preoccupazioni circa la destinazione finale del gasdotto al disegno di una strategia di sicurezza energetica tutta da verificare. Tutto ciò oscura in realtà gli aspetti determinanti del TAP.
Manca inoltre un inquadramento della scelta all’interno di una visione strategica sul futuro energetico dell’Italia e dell’Europa in un momento di profonda trasformazione tecnologica e della consapevolezza che dobbiamo accelerare il processo di decarbonizzazione per limitare gli effetti destabilizzanti del cambiamento climatico in corso (vedi anche QualEnergia.it, Ma almeno ci serve il gasdotto TAP?, ndr).
Innanzitutto occorre riscontrare che la domanda di gas, sia in Italia che in Europa, è in calo strutturale. Il livello attuale dei consumi di gas in Italia è sceso a quello dei primi anni 2000 in maniera crescente grazie al contributo fondamentale dell’efficienza energetica e delle rinnovabili che sostituiscono il consumo e le importazioni di gas, e in generale quello dei combustibili fossili, nel settore termico e in quello elettrico.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia calcola che l’efficienza energetica è stato il fattore che più ha contribuito in Europa, dunque di più delle varie congiunture economiche, a ridurre le importazioni di gas dal 2000 al 2015. Questi dati sono confermati da diversi studi di impatto della Commissione Europea, la quale calcola inoltre che ogni 1% guadagnato in efficienza energetica provoca un risparmio del 2,5% sulle importazioni di gas. L’impiego delle rinnovabili dal 2005 al 2015 ha invece permesso agli italiani di ridurre i consumi di combustibili fossili del 12%.
Nonostante normali fluttuazioni annuali, l’aspettativa predominante è che il calo continuerà trainato dalla sempre più profonda decarbonizzazione dell’economia. La Strategia Energetica Nazionale (SEN), varata alla fine 2017, stima un calo dei consumi di gas del 10% al 2030 rispetto il 2015, contribuendo così alla riduzione attesa della dipendenza energetica da importazioni di oltre dodici punti percentuali (da 76,5% nel 2015 a 63,8% nel 2030). Tutto ciò nonostante la progressiva chiusura delle centrali a carbone entro il 2025.
I dati della Commissione Europea confermano questo trend: il raggiungimento dei nuovi target europei al 2030 del 32% di energie rinnovabili e del 32,5% di efficienza energetica provocherebbe un taglio netto delle importazioni di gas in Europa equivalente alle importazioni annuali dell’Italia (circa 70 miliardi di metri cubi), con un risparmio per cittadini e imprese di oltre 10 miliardi di euro l’anno. Questi dati prendono in considerazione il calo atteso della produzione di gas interno all’Europa, soprattutto nei Paesi Bassi, che sarà così sovra-compensato dall’utilizzo sempre maggiore di rinnovabili ed efficienza energetica.
Queste sono dunque da considerarsi dirette concorrenti del gas. Il processo di decarbonizzazione e la già grande capacità di importazione dell’Italia, al momento sottosfruttata, pongono un interrogativo chiave sul bisogno reale di nuove infrastrutture per l’importazione di gas.
Il calo dei consumi di gas mette in questione l’effettiva utilità di nuovi gasdotti e rigassificatori che rischiano così di rimanere sottosfruttati e diventare investimenti non ammortizzabili. E’ difficile capire come i flussi di importazioni attesi per il TAP, stimati a 8,8 miliardi di metri cubi e legati a un contratto di fornitura dalle condizioni ignote per i prossimi 25 anni, si realizzeranno in un mercato in calo, con infrastrutture già sottoutilizzate e con prezzi potenzialmente non competitivi.
Infatti già oggi la capacità di importazione dell’Italia, di oltre 130 miliardi di metri cubi, è sfruttata in media per solo il 50%. I flussi attesi del TAP rischiano così di diventare una fantasia come anche la promessa di nuove importazioni di gas liquido dagli Stati Uniti promessa dal Presidente della Commissione Europea Juncker al Presidente americano Trump durante la sua ultima visita a Washington.
Guardando ai prezzi, studi dell’Università di Oxford mostrano come il gas del Mar Caspio rischia di non essere competitivo sui mercati europei rispetto agli approvvigionamenti esistenti fin tanto che i prezzi del gas russo, e la capacità di Gazprom di reagire alla nuova concorrenza, risultano più bassi rispetto ai prezzi di importazioni che l’Italia dovrebbe sostenere attraverso il TAP.
risparmi in bolletta promessi da Salvini rimarranno una fantasia. A questa sfavorevole situazione economica vanno aggiunti importanti fattori geopolitici che potrebbero limitare l’effettivo sviluppo delle risorse caspiche e il loro trasporto, come la disputa aperta sulla divisione delle acque territoriali del Mar Caspio tra Azerbaijan, Iran, Russia, Kazakistan e Turkmenistan, e il trasporto del gas attraverso la nuova Turchia di Erdogan.
Una strategia che punta a diversificare le rotte da un regime autoritario illiberale (Russia) e che promette dipendenza (non assicurata per i motivi di cui sopra) da fornitori e paesi di passaggio dalle credenziali altrettanto autoritarie e illiberali (Azerbaijan e Turchia) pone dei seri interrogativi sulla reale effettività della strategia e sulla credibilità europea.
In un momento di profonda trasformazione tecnologica, di crisi del multilateralismo e dei valori liberali europei e della consapevolezza di dover agire più in fretta sul fronte del cambiamento climatico occorre un ripensamento profondo di questa strategia. Il concetto di “diversificazione” deve essere allora ripensato alla luce sia di soluzioni infrastrutturali alternative, dando priorità a quelle dai benefici più alti come l’efficienza energetica e le rinnovabili, sia delle nuove relazioni internazionali che vogliamo e dobbiamo costruire nel ventunesimo secolo senza sacrificare i valori fondativi europei.
Il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi di limitare l’aumento di temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi con sforzi di rimanere entro l’1,5 implica che il sistema energetico europeo deve raggiungere “zero emissioni nette” entro il 2050.
Garantire la sicurezza di un tale sistema è possibile con le tecnologie già a disposizione, come i sistemi di gestione intelligente della domanda, le smart grids, le interconnessioni e i sistemi di stoccaggio. Il problema non è tecnologico ma politico: dobbiamo fare di più per schierare le nuove tecnologie su larga scala attraverso nuove regole e nuovi investimenti.
Il mito del gas come “fonte fossile pulita”, per le sue minori emissioni rispetto al carbone, ha creato la percezione che ne possiamo disporre a piacimento senza preoccuparci dei suoi impatti climatici. Il gas è responsabile del 20% delle emissioni globali di CO2 del settore energetico e, se paragonato agli obiettivi di Parigi e alle sue conseguenze ambientali, è una fonte fossile ad alte emissioni perché senza una sua progressiva dismissione non sarà possibile raggiungere gli obiettivi e garantire la sicurezza e la prosperità di cittadini e imprese.
L’idea del gas come “fonte di transizione” o “ponte” va allora pensata all’interno degli obiettivi di Parigi e del sistema energetico del futuro che vogliamo costruire. Le infrastrutture a gas esistenti possono contribuire in modo positivo alla sicurezza e flessibilità del sistema energetico attuale fin tanto che le nuove tecnologie non siano dispiegate su larga scala. Ma è altrettanto chiaro che non vi è più spazio per nuove infrastrutture fossili se vogliamo seriamente limitare il cambiamento climatico a un livello gestibile.
Una delle lezione più importanti che emerge dal caso TAP è che prima di investire ingente capitale politico ed economico in un nuovo progetto di natura fossile occorre una seria e attenta valutazione dei costi e dei benefici alla luce degli obiettivi di Parigi e delle alternative non fossili che già oggi non solo offrono gli stessi servizi di sicurezza e flessibilità ma sono fonte di lavoro e crescita locali.
Per una decisione definitiva sul futuro del progetto, considerato lo stadio dei lavori completati al 70% e l’accordo politico tra Italia, Albania e Grecia, occorre un’accurata e trasparente valutazione dei costi e dei benefici della cancellazione del progetto.
I costi reali per i cittadini devono essere bilanciati dai benefici di breve, medio e lungo periodo derivanti dal risparmio generato dalle mancate importazioni, dagli investimenti nelle alternative pulite e i conseguenti benefici occupazionali e di crescita e dalla riduzione delle emissioni. I dati del Ministero dello Sviluppo Economico parlano chiaro: le misure di efficienza energetica attuate tra il 2005 e il 2017 hanno generato risparmi per 3,5 miliardi di euro dall’importazioni di fonti fossili ed evitato l’emissione di 34,9 milioni di tonnellate di CO2. A livello geopolitico e diplomatico, occorre un ripensamento delle relazioni internazionali a favore di scelte in linea con i trattati internazionali e i valori fondativi e gli interessi dell’Italia e dell’Europa in un clima politico e ambientale in profondo cambiamento.
fonte: https://www.qualenergia.it

Tap, la società del gasdotto già in rosso per 100 milioni. Tanti i rischi all’orizzonte

Il bilancio 2014 di Trans Adriatic Pipeline AG evidenzia potenziali problemi connessi a permessi, motivi politici ed eventuali sfide geologiche inaspettate che, in caso di ritardi, potrebbero indurre gli azionisti a concludere che il progetto non sia realizzabile
Tap, la società del gasdotto già in rosso per 100 milioni. Tanti i rischi all’orizzonte
Entro il 16 maggio 2016 dovranno cominciare i lavori per la realizzazione del Tap, il TransAdriatic Pipeline, metanodotto che dalla riserva di Shah Deniz II in Azerbaijan porterà il gas fino al Comune di Melendugno, in provincia di Lecce. Un’opera colossale: 878 chilometri, tre Paesi toccati ma ancora tanti passaggi burocratici da completare prima dell’apertura dei cantieri. L’investimento sul progetto è talmente importante che la Banca europea per gli investimenti, l’istituto che sostiene le opere considerate più rilevanti per lo sviluppo dell’Eurozona, ha concesso in agosto un prestito da 2 miliardi di euro: il più alto nella sua storia. L’Italia detiene il 16% del capitale della banca, il cui denaro proviene dagli Stati membri Ue e dalla Commissione europea. Il bilancio del Tap per il 2014, che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare, mostra però qualche crepa nel mega progetto.
E il punto non è solo il rosso, quasi 100 milioni di euro a fine 2014, com’è normale nel caso di un cantiere. Il tempo è un nemico per la Trans Adriatic Pipeline AG, compagnia che realizzerà la Tap, con sede a Baar (Svizzera) e i cui i maggiori azionisti sono la British Petroleum (20%), Socar (società di Stato dell’Azerbaijan, 20%), Statoil (20%), Fluxys (19%), Enagás (16%) e Axpo (5%). Lo scrive nero su bianco la società nelle note ai rendiconti finanziari del 2013 e del 2014, dove si sottolinea che “il progetto è soggetto ad una serie di rischi che possono variare nel corso del tempo”, inclusi i rischi “connessi ai permessi, a motivi politici o tecnici che possono comportare ritardi nella tabella di marcia del progetto o eccedenze di spesa che potrebbero indurre gli azionisti a concludere che il progetto non sia realizzabile”. Un’eventualità che potrebbe portare i soci a “decidere di liquidare la società. Di conseguenza sarebbe necessario cancellare i costi capitalizzati e la società potrebbe trovarsi sovraindebitata“.
La questione non è secondaria, come hanno notato anche i revisori di Deloitte, in un richiamo al bilancio. Dove si sottolinea che i costi capitalizzati (cioè quelle spese pluriennali che non vengono inserite tra le uscite del conto economico, bensì spalmate su più esercizi) da Trans Adriatic Pipeline AG al 31 dicembre 2014 ammontavano a oltre 344 milioni di franchi, circa 286 milioni di euro secondo il cambio dell’epoca. Il rischio, quindi, è che il buco diventi voragine, se non si rispettano le scadenze. Le fasi del cronoprogramma prevedono tra il resto che nel 2020 il Consorzio Shah Deniz, detentore delle licenze per lo sfruttamento del gas, cominci a vendere ai Paesi europei. Nel mezzo, oltre alle approvazioni ancora da venire, notano i revisori, c’è il fatto che la costruzione del metanodotto “tocca anche regioni con situazioni politiche instabili. Inoltre il progetto potrebbe dover affrontare sfide geologiche inaspettate”.
La società mette nero su bianco che “i rischi sono monitorati costantemente dal management e dagli azionisti. Inoltre la loro valutazione è formalmente analizzata ogni anno dal consiglio di amministrazione” e al 31 dicembre 2012 cda e manager “non prevedono e non sono a conoscenza di altri importanti ostacoli al progetto e ritengono che i costi capitalizzati rappresentino un beneficio economico per la società”. Concetto recepito dai revisori e ribadito a voce dalla stessa società. “Si tratta di normale rischio d’impresa”, commentano dall’ufficio stampa, secondo il quale non c’è alcun pericolo di sovraindebitamento dovuto ai ritardi. “Il dato importante è che la commissione di Via (Valutazione d’impatto ambientale, ndr) nel settembre 2014 ha già dato l’approvazione al progetto”, aggiungono. Nel decreto ministeriale che ha autorizzato l’opera, però, ci sono 58 “prescrizioni”, ossia doveri che la società deve assolvere per poter concludere l’opera. Di questi, circa una quarantina (dato dell’ufficio stampa) riguardano l’”ante operam”, la fase prima dell’apertura dei cantieri. Solo tre di queste sono state completate e approvate dal ministero dell’Ambiente.
Se dal dicastero c’è tutto l’interesse a far procedere spedito il progetto (vista anche la pressione europea sull’opera), dal Comune e dalla Regione, invece, c’è una forte opposizione per le conseguenze ambientali che potrebbe avere il metanodotto sulle coste pugliesi. Le due istituzioni locali vogliono che la loro voce sia tenuta in considerazione: nella delibera regionale 1949 del 3 novembre si elencano le 39 prescrizioni in cui, sola o con l’Arpa, la Regione dovrà dare il suo parere. E le carte da presentare ancora non sono sufficienti, per gli enti locali: “Per ora non abbiamo nemmeno visto nemmeno un progetto esecutivo completo”, aggiunge il sindaco di Melendugno Marco Potì. La società tira dritto, forte di quanto dice l’approvazione all’ottemperanza A29: “La verifica di ottemperanza [sarà] attivata separatamente per i lotti individuati”. Quindi nessun progetto esecutivo unico, ma tanti quanti sono i lotti coinvolti. Il rischio concreto è che si apra una guerra di carte bollate tra enti locali e ministero su chi deve esprimere l’ultimo parere sull’opera.
Intanto, si legge ancora nel bilancio, il progetto “dipende dai futuri finanziamenti degli azionisti” che l’anno scorso hanno partecipato a ben tre ricapitalizzazioni che hanno portato il capitale a 274mila franchi (circa 250mila euro). Sullo sfondo ci sono le indiscrezioni che si rincorrono da mesi sull’uscita di Statoil, il gruppo norvegese del petrolio, che detiene un quinto delle azioni. In ottobre l’agenzia Reuters ha dato notizia della vendita della quota alla malese Petronas. “Non commentiamo le speculazioni. In generale, ogni cambiamento nel nostro portafoglio sarà comunicato a tempo debito”, replica Statoil. Di sicuro c’è che Total ef E.on, che detenevano il 19% in due, sono uscite lo scorso anno. E a fine settembre l’amministratore delegato di Snam Carlo Malacarne ha dichiarato a Il Sole 24 Ore: “Entro fine anno molto probabilmente ci sarà l’ufficializzazione della vendita del 20%. Noi parteciperemo sicuramente, anche se non siamo ancora entrati nella fase di due diligence”. La partita è ancora aperta.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

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