sabato 20 ottobre 2018

Il cibo e le risorse per riprodurlo
























Maude Barlow (Council of Canadians) viene arrestata durante una protesta contro l’estrattivismo legato alle sabbie bituminose in Canada nel 2010 (credito: Renée Leahy / IPS, tratta da stephenleahy.net)


Il Governo Italiano si è impegnato a bocciare il CETA per riaprire in Europa e nel mondo una discussione su regole più giuste e stringenti per il commercio e i diritti, e ad approvare una legge per l’acqua pubblica attualmente in discussione in Parlamento: è ora di passare alle parole ai fatti”. Un campanello d’allarme e una sveglia: la suona Maude Barlow, presidente del Council of Canadians,organizzazione ambientalista e dei consumatori canadese che si batte il diritto all’acqua, al cibo e per la giustizia commerciale e contro CETA, NAFTA e gli altri trattati tossici, ospite a Roma del Forum dei Movimenti per l’acqua e della Campagna Stop TTIP/CETA.
Barlow, già relatrice speciale per il diritto all’acqua delle Nazioni Unite e, per il suo impegno, vincitrice nel 2005 del Premio Nobel “alternativo”, è a Roma per il World Food day 2018 che si celebra il 16 ottobre alla Fao, come tutti gli anni, anche se non c’è molto da festeggiare: la stessa Fao ci dice, infatti, che dal 2016 il numero delle persone che nel mondo ha fame è tornato a aumentare. Si stima che le persone che hanno fame siano ormai 821 milioni – circa una 1 persona su nove 9 al mondo.
“Il diritto a un cibo sano, all’acqua pubblica e per tutti, la lotta ai cambiamenti climatici ma anche il sostegno a un’economia ecologica, non estrattiva che includa territori e persone valorizzandoli senza depredarli, rimarranno solo parole senza regole con standard elevati per i sistemi produttivi e commerciali”, spiega Barlow che ha incontrato associazioni e movimenti italiani il 16 ottobre pomeriggio a Roma presso il Nuovo Cinema Palazzo in piazza dei Sanniti 9A.
Anche in Italia il diritto al cibo non è scontato: nel 2017 1 milione e 778 mila famiglie (6,9% del totale), in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui (l’8,4% del totale degli italiani residenti), si trovavano in povertà assoluta, secondo l’Istat. Due decimi di punto in più rispetto al 2016. Ci sono ancora 768 milioni di persone che non hanno a disposizione una fonte d’acqua potabile sicura, e 185 milioni di persone che sono costrette ad abbeverarsi alle fonti di superficie, come fiumi e laghi.
Le politiche commerciali promosse in ambito dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), ma anche dall’Unione Europea in tutti i suoi trattati bilaterali, in primis il trattato di liberalizzazione commerciale con il Canada, CETA, antepongono tutte gli interessi delle grandi aziende al diritto al cibo, alla salute, e alla lotta contro i cambiamenti climatici che aggrava la crisi alimentare.
A Roma in questi giorni alla FAO oltre 300 leader di organizzazioni di contadini, di donne, di popoli indigeni, consumatori e associazioni, che rappresentano più di 12 milioni di abitanti del pianeta di tutti i Paesi del mondo, sono rappresentati nel Meccanismo della società civile (Civil Society Mechanism-CSM) che partecipa all’organo di Governo della FAO (UN Committee on World Food Security  – CFS). Essi hanno spiegato ai propri Governi, in occasione del 45esimo Comitato per la sicurezza alimentare[i], che questa situazione è il risultato dell’impossibilità, per la maggioranza delle persone, di assicurarsi un reddito adeguato per acquistare il cibo necessario per nutrire le loro famiglie in modo dignitoso e per acquisire diritti e accesso alle risorse – acqua, terra, semi, biodiversità – necessarie per produrlo.
L’acqua è uno dei diritti essenziali più a rischio con il CETA: in un fact sheet redatto dalla esperta di commercio del Council of Canadians Sujata Dey in occasione della visita in Italia di Berlow, si chiarisce, infatti, che nel CETA, “sebbene alcune modalità di erogazione del servizio idrico siano protette dall’accesso al mercato e dagli impegni di trattamento nazionale (come la raccolta, la depurazione e la distribuzione dell’acqua), esse non sono completamente escluse dal mercato e non così protette come prevederebbero le legislazioni europee. Mentre alcuni servizi idrici sono protetti dagli obblighi di approvvigionamento, altri non lo sono, come i servizi igienico-sanitari. Ciò induce le aziende a mettere un “piede nella porta” per stabilire ed espandere la consegna privata o il trattamento dell’acqua”, spiegano dalla stotica associazione ambientalista canadese”.
“È importante sottolineare che i servizi idrici sono soggetti all’applicazione dell’ISDS o sistema di risoluzione delle controversie investitore-Stato. Quindi, mentre lo Stato italiano, Compresi i suoi comuni, è libero di impegnarsi nella privatizzazione dei sistemi idrici pubblici, ma questi sistemi saranno difficili da ripubblicizzare perché soggetti a ritorsioni commerciali o a cause arbitrali da parte delle imprese d’oltre Oceano”, ha spiegato Barlow.
Contrariamente a quanto sostenuto e ottenuto rispetto all’acqua come diritto umano essenziale, “una volta che l’acqua lascia il suo ‘stato naturale’ (all’interno di corpi naturali come fiumi o laghi), secondo il CETA – ricordano dal Council – essa è soggetta allo stesso trattamento e regole che si applicano a qualsiasi altro bene commerciale. L’acqua sarebbe quindi soggetta a tutte le protezioni espansive offerte a società e investitori, che potranno influire su tutti gli standard minimi di trattamento e accesso al mercato. Ad esempio, gli investitori potranno estrarre l’acqua dal suo stato naturale per esportarla imbottigliata o in altro mezzo comprese le autobotti, e qualsiasi tentativo di porre limitazioni sulla quantità di acqua esportata potrebbe essere messo in discussione grazie a quanto previsto rispetto alle controversie investitore-Stato[ii]”.
L’invito, dunque, ai movimenti italiani è di “non smettere di premere finché l’impegno ufficiale assunto dal Governo italiano non sia mantenuto”, per impedite che gli interessi delle grandi aziende anche italiane limitino ancora di più il diritto all’acqua e ai servizi essenziali di tutte e tutti noi.

Monica di Sisto 
Vicepresidente associazione Fairwatch, campagna Stop TTIP Italia
fonte: https://comune-info.net

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