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Urgente l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici per i Paesi e le città europee

La costruzione sulle pianure alluvionali, l’aumento della copertura delle superfici del suolo con cemento o asfalto, la piccola quantità di spazi verdi e l’espansione urbana che invade le aree soggette a incendi e frane stanno rendendo le città e le cittadine molto più vulnerabili





Affrontare l’adattamento ai cambiamenti climatici nelle città è sempre più urgente poiché quasi il 75% degli europei vive in aree urbane. Questo numero dovrebbe crescere nei prossimi anni. Inoltre, il modo in cui pianifichiamo e costruiamo le nostre città rimane insostenibile, lo afferma il rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) “Adattamento urbano in Europa: come le città e i paesi rispondono ai cambiamenti climatici.”

https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/TH-AL-20-020-EN-N-Urban-adaptation-in-Europe-compresso.pdf

In particolare, la continua costruzione sulle pianure alluvionali, l’aumento della copertura delle superfici del suolo con cemento o asfalto, la piccola quantità di spazi verdi e l’espansione urbana che invade le aree soggette a incendi e frane stanno rendendo le città e le cittadine molto più vulnerabili.

Il rapporto fornisce informazioni sullo stato di avanzamento dei lavori sulla pianificazione europea dell’adattamento ai cambiamenti climatici e sugli sforzi compiuti a livello locale.

Sebbene molte autorità locali abbiano compreso l’importanza di diventare resilienti ai cambiamenti climatici, i progressi nella pianificazione dell’adattamento rimangono lenti.

L’attuazione delle misure di adattamento e il monitoraggio dell’efficacia di queste azioni sono ancora più lenti. Il rapporto afferma che le misure attualmente messe in atto si concentrano principalmente sullo sviluppo della conoscenza, sulla sensibilizzazione o sugli 
indirizzi politici.



Le soluzioni di adattamento fisico, come lo sviluppo di più spazi verdi per ridurre gli impatti delle ondate di calore o l’adeguamento dei sistemi fognari per far fronte alle inondazioni improvvise, non sono state ancora implementate allo stesso modo in tutta Europa.

L’adattamento delle città è necessario anche dal punto di vista economico. Le aree urbane sono centri economici chiave sede di industrie e servizi. È necessaria un’azione concertata a tutti i livelli di governance – dall’UE al nazionale al locale – per sostenere l’adattamento urbano attraverso un migliore accesso alla conoscenza e ai finanziamenti, l’impegno politico e l’impegno della comunità e l’integrazione dell’adattamento in tutti i settori politici.

Un altro rapporto dell’EEA, “Monitoraggio e valutazione delle politiche nazionali di adattamento durante il ciclo politico“, sottolinea l’importanza del monitoraggio, della rendicontazione e della valutazione e presenta le esperienze apprese su come migliorare le strategie e i piani di adattamento nazionali in futuro.

https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/TH-AL-20-15-EN-N-Monitoring-and-evaluation-compresso.pdf

Il rapporto presenta anche esempi di come gli indicatori possono svolgere un ruolo importante nel monitorare i progressi dell’attuazione e aiutare a comprendere l’efficacia di diversi approcci e misure. Oltre agli indicatori locali e nazionali, ulteriori indicatori a livello europeo possono migliorare il quadro di adattamento in tutta l’UE.

fonte: wwww.snpambiente.it


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In Europa l'inquinamento uccide 630 mila persone ogni anno

Rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Aea): la crisi sanitaria scatenata dal nuovo coronavirus mostra come sia necessario accelerare la sensibilizzazione sul legame tra ambiente e salute




Il 13% dei decessi nell'Unione Europea è legato all'inquinamento: il dato arriva da un rapporto dell'Agenzia europea dell'Ambiente (Aea), per la quale anche la crisi sanitaria scatenata dal nuovo coronavirus mostra come sia necessario accelerare la sensibilizzazione sul legame tra ambiente e salute.


"L'emergenza di agenti patogeni zoonotici è correlata al deterioramento dell'ambiente e alle interazioni tra uomo e animali nel sistema alimentare", fa notare lo studio, che sottolinea come gli europei siano costantemente esposti a rischi ambientali quali e inquinamento acustico e chimico.

Nei 27 Paesi dell'Ue e nel Regno Unito, nel 2012 (secondo gli ultimi dati disponibili) ci sono stati 630 mila decessi che possono essere attribuiti direttamente o indirettamente all'inquinamento. L'inquinamento dell'aria resta la principale minaccia alla salute in Europa ed è responsabile di oltre 400 mila morti premature all'anno nell'Ue.

Seguono l'inquinamento acustico, che contribuisce a 12 mila morti premature, e gli effetti del cambiamento climatico, in particolare le ondate di calore. La maggior parte delle morti a livello nazionale (27%) è attribuibile all'ambiente in Bosnia-Erzegovina, mentre i tassi piu' bassi si registrano in Islanda e in Norvegia (9%).

Principalmente dovuti al cancro, alle malattie cardiovascolari e respiratorie, "questi decessi potrebbero essere prevenuti se si eliminano i rischi ambientali dannosi per la salute", sottolinea l'Aea. "Le persone più povere sono esposte in modo sproporzionato all'inquinamento e alle condizioni meteorologiche estreme. Cio' e' correlato al luogo in cui vivono, lavorano e vanno a scuola, spesso nelle aree socialmente svantaggiate e nei quartieri periferici".

Il dato positivo è la qualità "eccellente" dell'acqua in oltre l'85% delle acque di balneazione e che il 74% dell'acqua potabile nelle aree sotterranee ha un "buono stato chimico".

Secondo l'agenzia, per migliorare la salute e l'ambiente in Europa è necessario sfruttare gli spazi verdi, luoghi di attivita' fisica, di riposo e anche di integrazione sociale, che "rinfrescano le città quando fa caldo, attenuano le alluvioni, riducono l'inquinamento acustico e sostengono la biodiversità urbana".

Secondo l'agenzia, per trovare una soluzione al problema occorre ridurre la circolazione delle auto, diminuire il consumo di carne e cancellare i sussidi per i combustibili fossili.

fonte: www.agi.it


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Ridurre i rifiuti edili in Europa

I rifiuti da costruzione e demolizione hanno grosse potenzialità di riciclo, per questo l’economia circolare ci punta

















I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano uno dei maggiori flussi di rifiuti in tutta Europa, tanto da rappresentare un importante tassello dell’economia circolare, per questo, l’UE prevede alti tassi di riciclo di questa tipologia di rifiuti, che, però, non sono ancora stati raggiunti se non in pochi paesi membri.

Le percentuali di rifiuti edili riciclati variano da paese a paese, dal 54% al 100%, ma i dati non costituiscono al momento una base solida in quanto sono raccolti ed elaborati in modo differente nei diversi paesi europei.

Il report recentemente prodotto dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, Construction and demolition Waste, mette in evidenza come non sia importante solo il quantitativo di rifiuti edili riciclati o riusati ma la “qualità del riciclaggio”, per lo più, ad oggi, questi materiali, una volta riciclati, perdono parte del loro valore, tanto che si parla di downcycling (recupero di basso grado). Al momento, infatti, il recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione si basa prevalentemente su operazioni di riempimento, ovvero si usano i rifiuti da macerie per riempire i buchi nei cantieri oppure il cemento o le pietre riciclate e frantumate (aggregati) per la realizzazione di fondi stradali.


Il tipo di riciclo è molto importante, se si vuole realmente perseguire gli obiettivi dell’economia circolare, bisogna evitare il riciclaggio di basso valore (o basso grado), che non garantisce alla materia di mantenere il suo flusso nel tempo e che dà vita a prodotti che sono scadenti e difficilmente assoggettabili a nuovi processi di riciclaggio.

La normativa europea nell’affrontare il tema dei rifiuti edili, pone alcuni principi, quali:
la prevenzione, l’obiettivo è e rimane quello di ridurre la mole di rifiuti prodotti
la riduzione, ancora meglio l’eliminazione, di tutte le sostanze tossiche presenti nei materiali da costruzione
l’alta percentuale di riciclaggio, non solo quantitativa ma anche qualitativa
l’abbattimento delle emissioni ad effetto serra prodotte dalla gestione dei rifiuti edili.

Guardando a queste priorità, ci rendiamo facilmente conto cheportare i rifiuti edili in discarica non costituisce la migliore soluzione, in quanto poco sostenibile, nonostante, ad oggi, sia ancora la scelta più comune, almeno nel nostro paese.

Qualcosa sta cambiando, il tema dell’economia circolare sta diventando sempre più “famigliare” anche nel mondo delle imprese edili che cominciano ad interessarsi alla demolizione selettiva, in modo da avere rifiuti omogenei più facili da riciclare.

Il momento è favorevole, infatti, la Direttiva 2018/851/UE modifica alcune definizioni e concetti contenuti nella precedente direttiva 2008/98/CE, anche con riferimento ai rifiuti da costruzione e demolizione. Questa stabilisce che gli Stati membri adottino misure intese a promuovere la demolizione selettiva al fine di consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità tramite la rimozione selettiva dei materiali, nonché garantire l’istituzione di sistemi di cernita dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso.

Occorrerà quindi attendere il recepimento di questa nuova direttiva nel nostro ordinamento (che era prevista per il 5 luglio 2020) per comprendere meglio come questi principi troveranno reale applicazione nel nostro Paese.

In attesa di una normativa nazionale, esistono diversi materiali , che non rappresentano obblighi giuridici, che forniscono un aiuto per eseguire al meglio l’attività di recupero degli inerti nei cantieri, come
il protocollo redatto, a livello europeo, nel 2012, nell’ambito della strategia per il settore delle costruzioni 2020, nonché della Comunicazione sulle opportunità per migliorare l’efficienza delle risorse nell’edilizia
il documento elaborato da ISPRA nel 2016 , denominato “Definire criteri e indirizzi condivisi per il recupero dei rifiuti inerti”
la recente Prassi di Riferimento UNI/PdR 75:2020, a cura dell’UNI, pubblicata nel febbraio del 2020 con il titolo “Decostruzione selettiva – Linea guida per la decostruzione selettiva e il recupero dei rifiuti in un’ottica di economia circolare”

Recuperare i rifiuti edili richiede di sostenere dei costi e la demolizione selettiva necessita l’utilizzo di macchine specializzate, tutto questo ha un costo che incide sui lavori da realizzare ma crea anche un beneficio economico in quanto si abbattono le spese legate allo smaltimento dei rifiuti in discarica, ed oltre a ciò, molti materiali potranno essere riusati, evitando l’acquisto di inerti naturali.

Il vantaggio non è solo economico ma anche ambientale. Gli impatti ambientali prodotti dal settore delle costruzione non si limitano alla gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione ma riguardano anche le emissioni in atmosfera. La sfida climatica, nel settore edilizio, è collegata principalmente al consumo energetico e le soluzioni prospettate prevedono il passaggio alle energie rinnovabili e l’attuazione di misure di efficienza energetica.

La costruzione e la manutenzione degli edifici comporta il consumo di quasi la metà di tutti i materiali che entrano nell’economia globale e genera circa il 20% di tutte le emissioni di gas serra.

Il consumo energetico nel settore dell’edilizia è calcolato in tutte le sue fasi, dall’estrazione alla demolizione, escluso la fase di utilizzo. Per comprendere bene quale sia il consumo di energia bisogna fare riferimento alla performance del prodotto e non semplicemente considerare un consumo in base al peso del prodotto stesso. Le emissioni di CO2 prodotte dai materiali da costruzione costituiscono il 40-50% dell’impronta di carbonio totale di un edificio destinato ad uffici, principalmente a causa della produzione del cemento e dell’acciaio necessari per edificarlo.

Si stima che, entro il 2050, i materiali utilizzati in edilizia produrranno emissioni pari a 250 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 in uno scenario di riferimento in cui saranno realizzati secondo i processi produttivi odierni.

L’Agenzia europea per l’ambiente, in un recente briefing, è andata a vedere quali azioni specifiche verso un’economia più circolare nel settore dell’edilizia hanno più efficacia nella riduzione delle emissioni: diminuire l’uso di calcestruzzo, cemento e acciaio può ad esempio ridurre fino al 61% le emissioni di gas a effetto serra legate ai materiali da costruzione emesse durante il ciclo di vita di un edificio.

La valutazione dell’Agenzia europea presenta un nuovo approccio metodologico, sviluppato insieme ad un consorzio di esperti, che può aiutare ad identificare e dare priorità a quelle azioni di economia circolare che possono contribuire maggiormente a ridurre le emissioni in qualsiasi settore (nell’immagine a fianco i passaggi della metodologia).

Lo studio ha scoperto che ciascuna delle fasi del ciclo di vita di un edificio – dalla progettazione, alla produzione, all’utilizzo, alla demolizione e alla gestione dei rifiuti – offre ricche opportunità per una maggiore circolarità e riduzioni delle emissioni.

Fino a due terzi delle emissioni globali di gas a effetto serra sono correlate ai flussi di materiali e al modo in cui li procuriamo, consumiamo e smaltiamo. Questo rende il settore un’area importante per ulteriori riduzioni.

Rendere gli edifici più circolari nel corso del loro ciclo di vita significa progettarli e utilizzarli in modo più efficiente, facendoli durare più a lungo, nonché riutilizzare e riciclare i materiali da costruzione anziché acquistarne di nuovi.

La maggior parte delle azioni selezionate riguarda il calcestruzzo, il cemento e l’acciaio, che hanno un forte impatto in termini di emissioni di gas serra e sono utilizzati in grandi quantità nel settore edile europeo. Questi materiali possono essere ridotti se la loro domanda viene ridotta attraverso una progettazione e una produzione più intelligenti, nonché riutilizzandoli e riciclandoli al termine del ciclo di vita dell’edificio. Altre azioni che vanno dall’aumento del tasso di occupazione dell’edificio al miglioramento della manutenzione che prolunga la vita di un edificio offrono un buon potenziale per ridurre le emissioni.

Approfondisci:

Construction and demolition Waste
Cutting greenhouse gas emissions through circular economy actions in the buildings sector


fonte: https://www.snpambiente.it



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L’ambiente in Europa: stato e prospettive nel 2020

L’Agenzia Europea per l’ambiente presenta il Rapporto UE


























Male la biodiversità, meglio le emissioni, fonti rinnovabili e uso efficiente delle risorse. L’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) presenta un bilancio della situazione ambientale del nostro continente e accompagna i dati con indicazioni concrete per chi è chiamato a prendere decisioni politiche. Lo fa nel Rapporto “State and Outlook of the Environment Report – SOER 2020”, un documento redatto ogni cinque anni sulla base delle informazioni ambientali raccolte dai 33 paesi aderenti (i 28 dell’Unione più Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera e Turchia) e da 6 cooperanti (Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo).



All’interno dell’Agenzia Europea, l’Italia è rappresentata dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e dal Ministero dell’Ambiente. Alessandro Bratti, Direttore generale dell’Ispra, è anche vicepresidente dell’Agenzia.
Il quadro delineato dal Rapporto SOER 2020 presenta tendenze ambientali, nel complesso, simili a quelle del 2015. La preoccupazione maggiore è per quello che viene definito capitale naturale: aree protette, specie animali e vegetali, consumo del suolo, inquinamento dell’aria e impatto sugli ecosistemi. Dei 13 obiettivi strategici fissati per il 2020 in questo settore, solo due – aree terrestri e aree marine protette – hanno buone probabilità di essere raggiunti. Guardando al 2030, se le attuali tendenze dovessero rimanere tali, il deterioramento dell’ambiente naturale si aggraverà e aria, acqua e suolo continueranno a essere inquinati. C’è ancora, però, la possibilità di centrare quelli a più lungo termine del 2030 e 2050.




Il Rapporto dell’Agenzia Europea è indubbiamente preoccupante. Lo scenario europeo mostra un degrado diffuso dell’ambiente, con pochi settori in stato non negativo – ha sottolineato Alessandro Bratti intervenendo alla presentazione del Rapporto a Bruxelles – Anche se l’Italia non è al di sotto della media europea, anzi con situazioni indiscutibilmente buone, come nel caso del patrimonio naturale e delle aree protette, i nostri macrotrend non si discostano da quelli europei. I trend non positivi impongono ulteriori notevoli sforzi per l’implementazione del Green New Deal, verso il quale sono riposte grandi attese. L’impegno di Ispra è di continuare il percorso intrapreso con le ARPA/APPA per operare sempre di più in maniera sinergica”.
Progressi significativi sono stati fatti dall’Europa per quanto riguarda l’efficienza delle risorse, l’economia circolare; con qualche blocco negli ultimi mesi, diminuiscono anche le emissioni di gas serra, quelle industriali e la produzione di rifiutiMigliora l’efficienza energetica e cresce la percentuale di energia rinnovabile. Nonostante i progressi, con difficoltà saranno raggiunti gli obiettivi energetici e climatici per il 2030 e il 2050 senza una forte sterzata.
Tendenze e proiezioni delle emissioni di gas a effetto serra nell’UE-28, 1990-2050




Gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento atmosferico e acustico sull’ambiente e la salute umana sono ancora fonte di preoccupazioneL’esposizione al particolato, responsabile di circa 400 000 decessi prematuri in Europa ogni anno, colpisce i paesi dell’Europa centrale e orientale in modo sproporzionato. Vi è inoltre una crescente preoccupazione per le sostanze chimiche pericolose e i rischi che ne derivano. Guardando al futuro, con una migliore integrazione delle politiche sull’ambiente e la salute, le prospettive per la riduzione dei rischi ambientali per la salute potrebbero essere più ottimistiche.
Il rapporto è stato presentato mercoledì 4 dicembre a Bruxelles nella sede del Consiglio dell’Unione Europea, l’organo che riunisce in varia composizione secondo i temi affrontati i rappresentanti dei vari governi.
Qui il comunicato stampa del SOER 2020, la relazione completa e il documento di sintesi: https://www.eea.europa.eu/it/highlights/lo-stato-dell-ambiente-in-europa.






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fonte: http://www.snpambiente.it

Sostanze dannose per lo strato di ozono: ancora passi avanti nell'eliminazione

L'Unione europea ha raggiunto i suoi obiettivi sull’eliminazione graduale delle sostanze che riducono lo strato di ozono ai sensi del protocollo di Montreal. I dati in un rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente





















La relazione annuale dell'Agenzia europea per l'ambiente conferma che l'Unione europea ha continuato ad eliminare le sostanze che danneggiano lo strato di ozono, in linea con gli impegni assunti con il protocollo di Montreal.
Il rapporto mostra che il consumo di tali sostanze, ampiamente utilizzate in refrigeranti, polimeri, prodotti farmaceutici e prodotti chimici agricoli, è rimasto negativo (-1 505 tonnellate) nel 2018; un numero maggiore di queste sono dunque state distrutte o esportate rispetto a quelle prodotte o importate, situazione in linea rispetto agli ultimi anni.
Consumo sostanze dannose per strato ozono 2006-2018 in UE
Fermare l'uso di sostanze che riducono lo strato di ozono è fondamentale per proteggere lo strato di ozono che svolge un'importante funzione nel proteggere la vita sulla Terra in quanto assorbe i raggi ultravioletti del sole, che possono rappresentare un pericolo per l'ambiente e la salute umana.
Il rapporto dell’Agenzia riporta i dati aggregati e aggiornati, comunicati dalle aziende europee che hanno l'obbligo di segnalare annualmente l'uso di tali sostanze, comprese le importazioni, esportazioni, produzione e distruzione.
Ricordiamo che il Protocollo di Montreal è entrato in vigore nel 1989 con l’obiettivo di proteggere lo strato di ozono eliminando gradualmente la produzione di sostanze che lo riducono. Il protocollo copre oltre 200 singole sostanze con un alto potenziale di riduzione dell'ozono, tra cui clorofluorocarburi (CFC), halon, tetracloruro di carbonio (CTC), 1,1,1-tricloroetano (TCA), idroclorofluorocarburi (HCFC), idrobromofluorocarburi (HBFC), bromoclorometano (BCM) e metilbromuro (MB), tutti denominati "sostanze controllate".
Il Protocollo è stato modificato nel 2016 per regolare gli idrofluorocarburi (HFC); utilizzati sin dagli inizi degli anni ’90 in alcune apparecchiature e applicazioni – come gli impianti di refrigerazione, di condizionamento d’aria e le pompe di calore – in sostituzione dei clorofluorocarburi e degli idroclorofluorocarburi, sono potenti gas serra e la loro produzione e consumo sono cresciuti in modo significativo negli ultimi decenni. Sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo hanno assunto impegni obbligatori per ridurre la produzione e il consumo di HFC nei prossimi tre decenni.
All'interno dell'UE, le sostanze che riducono lo strato di ozono sono coperte dal Regolamento (CE) n. 1005/2009 (noto come regolamento ODS) che risulta più rigoroso delle norme del Protocollo di Montreal e comprende anche sostanze aggiuntive.
Per approfondimenti: leggi il report dell’Agenzia europea per l’ambiente Ozone-depleting substances 2019
fonte: http://www.arpat.toscana.it

Il riutilizzo e il riciclaggio sono fondamentali per affrontare il problema dei rifiuti in Europa e promuovere un'economia più circolare

Agenzia europea dell'ambiente (AEA): migliorare i modelli e le politiche aziendali circolari e rispettosi del clima per favorire il riutilizzo e il riciclaggio, oltre a una maggiore consapevolezza dei consumatori aiuterà l'Unione europea ad affrontare il crescente problema posto dai rifiuti di plastica, batterie, elettronici e tessili



















Gli Stati membri dell'Unione europea devono affrontare un dilemma su come gestire i milioni di tonnellate di rifiuti generati in Europa ogni anno, tra un numero crescente di divieti e norme internazionali più severe sull'esportazione di determinati rifiuti in altri paesi. Vi è una crescente preoccupazione per l'impatto di tali rifiuti sull'ambiente e sulla nostra salute, nonché sugli impatti di una maggiore estrazione, produzione e consumo di risorse. La produzione di rifiuti contribuisce inoltre all'inquinamento dell'aria, dell'acqua e del suolo, nonché ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità.
I due briefing del SEE forniscono una valutazione del ruolo delle esportazioni di rifiuti di plastica nell'economia circolare e un'istantanea delle perdite di risorse derivanti dalla gestione dei rifiuti - quest'ultima esamina specificamente i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, batterie di fine vita, oltre a tessuti e rifiuti di plastica.

Ridurre le esportazioni di rifiuti di plastica è un'opportunità per riutilizzare e riciclare

Il riutilizzo e il riciclaggio sono fondamentali per affrontare il problema dei rifiuti in Europa e promuovere un'economia più circolareAll'inizio del 2019, l'UE ha esportato circa 150 000 tonnellate di rifiuti di plastica al mese. Si tratta di circa la metà dell'importo esportato nel 2015 e nel 2016, quando le esportazioni sono andate principalmente in Cina e Hong Kong. Tuttavia, nuovi divieti e restrizioni sulle importazioni dalla Cina, combinati con un certo numero di tipi di plastica vietati che vengono aggiunti a una convenzione delle Nazioni Unite, stanno costringendo l'UE e i paesi a migliorare le proprie capacità di gestire i rifiuti a casa. Questi divieti e restrizioni e un mercato internazionale in calo per la plastica probabilmente aumenteranno le discariche e l'incenerimento a breve termine, ma dovrebbero anche innescare investimenti in capacità e sistemi per aumentare il riciclaggio e il riutilizzo dei rifiuti di plastica.
Il briefing SEE sulle esportazioni di rifiuti di plastica mostra che esiste un enorme potenziale per aumentare il riutilizzo e il riciclaggio nei prossimi anni. Il riutilizzo e il riciclaggio dei rifiuti di plastica potrebbero fornire una grande quantità di risorse materiali per i produttori locali. Il briefing rileva che l'UE ha già preso provvedimenti per migliorare la gestione della produzione, dell'uso e dei rifiuti di plastica, tra cui la strategia europea per la plastica nell'economia circolare, la direttiva sulle materie plastiche monouso dell'UE e nuovi obiettivi più ambiziosi per il riciclaggio della plastica inclusi nelle direttive UE aggiornate sui rifiuti del 2018.

La gestione sostenibile dei rifiuti è la chiave

In Europa si stanno compiendo progressi per rafforzare una politica dei rifiuti già ambiziosa e per stabilire un solido quadro di economia circolare. Tuttavia, l'UE sta ancora perdendo l'opportunità di riutilizzare una quantità significativa di risorse preziose attualmente perse a causa di pratiche di gestione dei rifiuti inefficienti.
Il briefing SEE sulle risorse e la gestione dei rifiuti mostra che ogni anno vengono generati nell'UE decine di milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Oltre alla plastica, milioni di tonnellate in più di rifiuti elettronici - come vecchi computer, macchine fotografiche o televisori e tessuti (principalmente abbigliamento) vengono regolarmente gettati via con poco o nessun riciclo o riutilizzo. La raccolta, il riutilizzo e il riciclaggio inadeguati o inadeguati di questi flussi di rifiuti, nonché una scarsa consapevolezza da parte dei consumatori del problema dei rifiuti, devono essere affrontati per migliorare la situazione. La presenza di sostanze pericolose può anche ostacolare il riciclaggio e quindi le opportunità di passare a una maggiore circolarità, così come i prodotti non adeguatamente progettati per il riciclaggio.

Appuntamento con CleanAir@School il 5 novembre a Ecomondo

























80 scuole aderenti in 33 Comuni italiani per un totale di 6.000 studenti raggiunti: sono questi ad oggi i numeri del progetto CleanAir@School, a cui partecipano 15 Agenzie del SNPA – Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente coordinate da ISPRA – Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale.
Il progetto CleanAir@School è un’iniziativa di Citizen Science e di educazione ambientale dell’EPA Network (la rete delle agenzie ambientali europee), coordinata dall’AEA (Agenzia Europea per l’Ambiente), che ha un obiettivo preciso: coinvolgere le scuole di numerose città europee nel processo di sensibilizzazione nei confronti di uno dei temi ambientali più rilevanti per la salute dei cittadini, la qualità dell’aria.
In sintesi e nello specifico, il progetto prevede attività di educazione ambientale e formazione attraverso il monitoraggio del biossido di azoto, uno degli inquinanti principali delle aree urbane, determinato in larga misura dal traffico autoveicolare. I risultati del monitoraggio, che saranno effettuati nelle scuole coinvolte utilizzando i campionatori passivi forniti in cessione gratuita da Aquaria srl, saranno pubblicati in una piattaforma europea già disponibile.
Le agenzie che hanno aderito ad oggi sono: ARPA Basilicata, ARPA Campania, ARPAE Emilia Romagna, ARPA Friuli Venezia Giulia, ARPA Lazio, ARPA Liguria, ARPA Lombardia, ARPA Marche, ARPA Piemonte, ARPA Puglia, ARPA Sicilia, ARPA Toscana, ARPA Umbria, ARPA Valle D’Aosta, ARPA Veneto.
Per saperne di più su CleanAir@School e ricevere materiale informativo e di divulgazione, l’appuntamento è il 5 novembre presso lo stand SNPA a Ecomondo, la fiera di Rimini dedicata al mondo del riciclo e delle energie rinnovabili. Qui potrete fare domande ai nostri esperti e scoprire i dettagli delle prossime tappe dell’iniziativa: la presentazione ufficiale del 14 novembre a Roma, presso la Sala della Regina di Montecitorio, e il taglio del nastro delle attività di monitoraggio in tutte le scuole previsto per il 20 novembre.
Grazie a CleanAir@School sarà possibile:
  • sensibilizzare e formare i giovani sui temi ambientali e, in particolare, sulle problematiche dell’inquinamento atmosferico e della qualità dell’aria e sulle modalità di monitoraggio;
  • informare i cittadini circa l’operato dei soggetti preposti alla protezione dell’Ambiente e sulle strategie in atto per ridurre l’inquinamento atmosferico;
  • fornire informazioni su dove trovare dati ufficiali sulla qualità dell’aria nella propria città e sulla differenza con i risultati di monitoraggi alternativi;
  • acquisire dati indicativi della qualità dell’aria nei pressi delle scuole coinvolte dall’iniziativa;
  • favorire la partecipazione attiva dei cittadini nel processo di acquisizione di dati e di sviluppo di conoscenza, attraverso il ruolo di “citizen scientist”;
  • stimolare nei cittadini la consapevolezza di poter avere un ruolo attivo nella salvaguardia dell’ambiente e indurre un cambio di comportamento verso soluzioni sostenibili;
  • creare un confronto diretto tra cittadini e istituzioni, favorendo l’instaurarsi di un rapporto di fiducia.
Dopo il lancio ufficiale del progetto del 14 novembre, su cui daremo dettagli in seguito, sarà possibile scaricare da questo sito tutto il materiale informativo e divulgativo disponibile.
fonte: http://www.snpambiente.it

Riduzione delle emissioni dai grandi impianti di combustione in Europa

Quanto è merito della normativa? Ce lo dice uno specifico report dell’Agenzia europea per l’ambiente




















Le emissioni di importanti inquinanti atmosferici, come anidride solforosa, ossidi di azoto e polveri, da grandi impianti di combustione sono diminuite in modo significativo nell'Unione europea (UE) tra il 2004 e il 2015: - 81% le emissioni di anidride solforosa, - 49% di ossidi di azoto, - 77% di polveri. Questi inquinanti sono importanti in quanto dannosi per la salute umana e gli ecosistemi e causa di una vasta gamma di perdite economiche.
Secondo un rapporto dell'Agenzia europea per l'ambiente, il merito di queste importanti riduzioni sarebbe soprattutto della Direttiva UE sui grandi impianti di combustione, che continuano comunque a rappresentare importanti fonti di emissione in molti paesi europei per anidride solforosa, ossidi di azoto e polveri.
La Direttiva avrebbe in primo luogo svolto un ruolo importante nell'armonizzare le prestazioni ambientali del settore in tutta Europa: gli Stati membri con i livelli di emissione più elevati nel 2004 avrebbero migliorato maggiormente le loro prestazioni ambientali, portando a differenze molto più piccole tra Stati membri entro il 2015.
Il rapporto prende anche in considerazione aspetti della Direttiva che avrebbero potuto essere più ambiziosi.
Le riduzioni delle emissioni nei grandi impianti di combustione forniscono una chiara storia di successo su cui costruire future politiche e regole, anche in altri settori. La valutazione e la comprensione dei motivi dei precedenti successi in materia di politica ambientale e climatica, infatti, sono fondamentali per garantire che le nuove politiche siano efficaci nello stimolare la transizione verso un'Europa più sostenibile.
fonte: http://www.arpat.toscana.it

Ispra presenta l’Annuario dei dati ambientali


















Martedì 19 marzo 2019 si terrà a Roma presso la Sala della Regina nel Palazzo di Montecitorio la presentazione dell’edizione 2018 dell’Annuario Ispra dei dati ambientali. (Programma e modulo di iscrizione)
L’Annuario contiene 306 indicatori ambientali per un totale di 150.000 dati aggiornati, rappresentando, quindi, un utile e completo strumento di conoscenza al servizio di cittadini, esperti e decisori politici.
L’edizione 2018  comprende anche alcuni strumenti informativi aggiuntivi:
  • il rapporto “Dati sull’Ambiente”, con una selezione e sintesi delle tematiche e degli indicatori ambientali in linea con gli obiettivi del VII Programma di Azione Ambientale dell’Agenzia Europea per l’Ambiente;
  • l’“Annuario in cifre”, che restituisce una sintesi dell’Annuario fruibile da un ampio pubblico anche di non esperti;
  • “Ricapitolando…l’ambiente” che, per alcuni tra i temi ambientali di maggiore interesse, fornisce una sintesi e un confronto con gli altri paesi europei.
fonte: http://www.snpambiente.it

Laghi e fiumi europei non superano la prova ambientale

Migliora la qualità ambientale dei corpi idrici d’Europa, ma per la maggior parte di loro la classificazione “buono stato” è ancora un sogno





Basta un veloce sguardo alla cartina che mostra lo stato ecologico dei corpi idrici superficiali per comprendere la situazione: la maggior parte di sorgenti, laghi e fiumi europei non passa la prova ambientale. Nonostante gli sforzi per migliorare la qualità delle acque, messi in campo dai Ventotto in questi anni, allo stato attuale più della metà di queste risorse idriche non raggiunge neppure il “buono stato ecologico”, lo standard minimo fissato dall’Unione Europea. A mostrare la realtà dei fatti è il nuovo rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente (AEA) dal titolo «Acque europee – valutazione della situazione e delle pressioni 2018». Il documento fornisce una valutazione aggiornata dello stato di salute di oltre 130mili corpi idrici superficiali e sotterranei sulla base dei dati acquisiti e riportati da oltre 160 dei cosiddetti piani di gestione dei bacini idrografici nazionali relativi al periodo dal 2010 al 2015.

I numeri parlano chiaro: in molti distretti idrografici dell’Europa centrale, la cui densità di popolazione è più elevata e l’agricoltura maggiormente intensiva, si riscontra la più alta percentuale di acque che non raggiungono un buono stato ecologico. Una situazione che riguarda da vicino anche l’Italia: degli oltre 6100 corpi idrici superficiali monitorati, più del 10% ha fallito il test.





Percentuale di corpi idrici superficiali che non sono in un buono stato ecologico né attuale né potenziale per ogni bacino idrografico

Nel complesso solo il 38 per cento dei laghi e fiumi europei risulta essere in buono stato chimico, ossia con concentrazioni di inquinanti non superiori agli standard UE. Nel restante 62 per cento è disciolto un mix di contaminanti, su cui primeggia il mercurio, seguito da vicino dal cadmio. Non è solo l’inquinamento a preoccupare: dighe, grandi e piccole, e l’eccessivo prelievo restano tra le principali minacce per la salute nel lungo termine dei corpi idrici. Rispetto alle acque di superficie, le sorgenti sotterranee presentano generalmente uno stato migliore. Il 74 per cento dell’area delle acque sotterranee ha raggiunto un buono stato chimico, mentre l’89 per cento ha raggiunto un buono stato quantitativo. In questo caso, tuttavia, l’Italia registra un risultato pessimo con uno stato chimico addirittura inferiore alla media UE.

“Grazie all’attuazione della normativa europea sulle acque negli Stati membri – spiega Karmenu Vella, commissario europeo per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca – la qualità dell’acqua dolce in Europa sta gradualmente migliorando, ma occorre ancora fare molto di più prima che tutti i laghi, i fiumi, le acque costiere e i corpi idrici superficiali siano in buono stato. La lotta all’inquinamento agricolo, industriale e domestico richiede sforzi congiunti da parte di tutti gli utenti delle acque d’Europa”.


fonte: www.rinnovabili.it

Indagine Beach Litter 2018: 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia

Torna Spiagge e Fondali Puliti: 200 eventi, in Italia e nel Mediterraneo, per liberare arenili e fondali dai rifiuti e sensibilizzare i cittadini ad una loro corretta gestione





















«Quattro rifiuti per ogni passo che facciamo sulle nostre spiagge. Di ogni tipo, colore, forma, dimensione. Invece delle conchiglie, ormai, a farla da padrona sui nostri litorali ci sono plastica, vetro o pezzi di metallo: rifiuti spiaggiati gettati consapevolmente o che provengono direttamente dagli scarichi non depurati e dall’abitudine di utilizzare i wc come una pattumiera e soprattutto dalla cattiva gestione dei rifiuti a terra». E’ in sintesi il riassunto del Dossier Beach Litter 2018 , frutto di un’indagine condotta da Legambiente che fotografa anche stavolta una situazione critica per molti arenili italiani: «su 78 spiagge monitorate, per un totale di oltre 400mila metri quadri, pari a quasi 60 campi di calcio, sono stati trovati una media di 620 rifiuti ogni 100 metri lineari di spiaggia. La plastica si conferma la regina indiscussa tra i materiali più trovati, con un percentuale dell’80%, seguita da seguita da vetro/ceramica (7,4%), metallo (3,7%) e carta/cartone (3,4%). Sul podio dei rifiuti più trovati ci sono i frammenti di plastica, ovvero i residui di materiali che hanno già iniziato il loro processo di disgregazione, anelli e tappi di plastica e infine i cotton fioc, che salgono quest’anno al terzo posto della top ten. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate». Si tratta di oggetti creati per finire la loro vita immediatamente o poco dopo il loro utilizzo, come bottiglie, stoviglie e buste, e sui quali per il Cigno Verde «E’ necessario insistere a livello legislativo e a livello europeo, sia per la loro riduzione che per un più controllato e corretto smaltimento se si vuole affrontare con determinazione il problema del marine litter».

Le spiagge monitorate – Le spiagge oggetto dell’indagine sono state ventidue in Campania; quindici in Sicilia; sette in Calabria; sette nelle Marche; sei in Puglia; quattro nel Lazio; quattro in Basilicata; tre in Sardegna; tre in Toscana; due in Veneto; due in Molise; una in Emilia-Romagna, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia.

L’indagine di Legambiente (realizzata per il quinto anno consecutivo nei mesi di aprile e maggio nell’ambito di Spiagge e Fondali Puliti – Clean Up The Med, campagna realizzata in collaborazione con Mareblu, Novamont, Sammontana e Virosac), è una delle più importanti azioni a livello internazionale di citizen science, il risultato cioè di un monitoraggio eseguito direttamente dai volontari dei circoli dell’associazione, che setacciano le spiagge italiane contando i rifiuti presenti secondo un protocollo scientifico riconosciuto dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, a cui ogni anno vengono inviati i dati dell’indagine.

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, sottolinea che «Si tratta di un’esperienza unica che fornisce dati ed elementi per denunciare il marine litter, una delle più gravi emergenze ambientali dei nostri tempi al pari dei cambiamenti climatici Una sfida contro la quale sempre più Paesi nel mondo si stanno attrezzando, come è emerso alla conferenza mondiale dell’Onu sugli Oceani del giugno 2017 a New York, in cui abbiamo raccontato la nostra esperienza anche in Assemblea generale. L’Italia fino ad ora ha fatto da apripista grazie alle leggi sulla messa al bando dei sacchetti di plastica tradizionale, sui cotton fioc non compostabili e sulle microplastiche nei prodotti cosmetici. Per questo chiediamo all’Europa di essere ancora più ambiziosa nella sua strategia anti plastica, definendo nuove misure legislative per contrastare l’usa e getta, con la messa al bando di alcuni oggetti come ad esempio stoviglie, posate o bicchieri di plastica, per ridurre l’uso eccessivo di acque in bottiglia. Se da un lato occorrono sempre più controlli per garantire il rispetto delle leggi approvate, a partire da quella sui sacchetti, dall’altro è anche urgente avviare la rimozione dei rifiuti dai fondali marini, con la messa a sistema del sistema del fishing for litter e con la raccolta e il riciclo di quelli plastici presenti sulle spiagge oltre che dare avvio ad azioni di prevenzione, incrementando il riciclo degli imballaggi con una nuova consapevolezza di tutti gli attori in gioco, dai cittadini ai turisti, dagli operatori turistici alle amministrazioni locali e regionali, fino ai pescatori, per mettere in campo comportamenti virtuosi per la riduzione dei rifiuti plastici e l’azzeramento della loro dispersione nell’ambiente».

Anche perché, ricorda Legambiente «Questa emergenza, oltre al devastante impatto sull’ambiente, ha drammatiche conseguenze sugli esseri viventi che vivono in contatto con l’ecosistema marino: l’ingestione dei rifiuti di plastica è stata documentata in oltre 180 specie marine. Senza dimenticare che, secondo uno studio commissionato ad Arcadis dall’Unione europea, il marine litter costa all’Europa 478 milioni di euro all’anno solo per i settori di turismo e pesca, mentre per pulire tutte le spiagge europee il costo stimato è di 412 milioni di euro. Ma problema più grande è che questi rifiuti non scompaiono, ma anzi restano nell’ambiente, si degradano e si frammentano in pezzi sempre più piccoli: microplastiche che hanno una via facilitata per entrare nella catena alimentare e contaminarla».

La cattiva gestione dei rifiuti urbani resta la causa principale (42%)della presenza dei rifiuti sulle spiagge italiane. Il Dossier spiega che «Questa categoria di rifiuto è rappresentato per lo più da imballaggi alimentari (sacchetti di dolciumi e bottiglie, ad esempio), in primis, e da rifiuti da fumo, principalmente mozziconi di sigaretta ma anche accendini, pacchetti di sigarette e imballaggi dei pacchetti. La carenza dei sistemi depurativi, unita con la pessima abitudine di usare il wc e gli scarichi domestici come una pattumiera, è causa della presenza di bastoncini cotonati, ma anche blister di medicinali, contenitori delle lenti a contatto, aghi da insulina, assorbenti o applicatori e altri oggetti di questo tipo che ritroviamo sulle spiagge (il 10% dei rifiuti). Pesca e acquacoltura (sia professionale che amatoriale) sono, infine, responsabili del 6% degli oggetti registrati, in particolare reti e lenze».

Poi c’è l’emergenza che nei mesi scorsi ha riguardato le coste tirreniche: milioni di dischetti di plastica, utilizzati negli impianti di depurazione delle acque, si sono riversati in mare per un cedimento di un depuratore nel Golfo di Salerno e hanno riempito le spiagge di plastica. L’allarme era stato lanciato dal progetto Clean Sea Life, di cui è partner Legambiente (che ha già permesso di raccogliere oltre 100mila dischetti). Un’emergenza che non è finita: in nove spiagge, distribuite tra Campania, Lazio e Toscana, i volontari continuano a trovare questo tipo di rifiuto.

Legambiente è da 29 anni impegnata in questo campo con l’Operazione Spiagge e Fondali Puliti e anche quest’anno sono state ben 200 le spiagge in Italia e nel Mediterraneo che dal 25 al 27 maggio sono state ripulite dai volontari e cittadini. Appuntamenti che sono anche l’occasione per coinvolgere le comunità locali e discutere di buone pratiche, della riduzione e corretta gestione dei rifiuti o della salvaguardia e del recupero degli ambienti dunali. In molte località sono state inoltre realizzate attività di educazione ambientale e animazione rivolte ai bambini.

Alcuni dei litorali italiani al centro della pulizia sono stati scelti direttamente dai cittadini grazie al contest social, realizzato insieme a Sammontana. Anche Sky ha collaborato al grande week-end di Spiagge e Fondali puliti di Legambiente, attraverso la campagna un Mare da salvare partecipando, il 26 maggio, al week-end di mobilitazione a Genova, a Cagliari e a Castel Fusano, sul litorale romano.

Ma Spiagge e Fondali puliti non è finito questo week-end. Le attività continueranno per tutta la stagione estiva anche grazie a due progetti speciali. Il primo, PuliAMO le spiagge, vedrà la pulizia straordinaria di altre 10 spiagge grazie al sostegno di P&G e Carrefour Italia che hanno coinvolto i consumatori nella scelta della spiaggia del cuore. Il secondo, Fondali Puliti, permetterà la rimozione dei rifiuti sommersi in dieci località italiane grazie a Multicentrum My Omega 3 nell’ambito della campagna #scelgoilmare.



fonte: www.greenreport.it