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Contaminazione da mercurio dell’asta fluviale Paglia-Tevere

















ARPA Umbria partecipa al monitoraggio del fiume Paglia per studiare e fronteggiare una importante criticità territoriale legata all’inquinamento diffuso da mercurio, molto probabilmente derivante dalle antiche attività estrattive condotte in Toscana.
Unitamente a Regione e USL, l’Agenzia svolge una serie di campionamenti delle matrici aria, acqua, suolo e sedimenti per offrire un quadro integrato dello stato ambientale dell’area di studio e delle eventuali ricadute sulla salute umana.
All’interno di tale monitoraggio la Regione Umbria ha affidato ad ARPA Umbria alcune attività specifiche per l’attuazione del Piano interregionale di indagine nelle aste fluviali del fiume Paglia e del fiume Tevere, finalizzato alla verifica dello stato di contaminazione da mercurio.
L’articolo integrale sull’attività svolta e sui risultati di tale monitoraggio è pubblicato nel Rapporto Ambiente Snpa edizione 2018.



fonte: http://www.snpambiente.it/

Laghi e fiumi europei non superano la prova ambientale

Migliora la qualità ambientale dei corpi idrici d’Europa, ma per la maggior parte di loro la classificazione “buono stato” è ancora un sogno





Basta un veloce sguardo alla cartina che mostra lo stato ecologico dei corpi idrici superficiali per comprendere la situazione: la maggior parte di sorgenti, laghi e fiumi europei non passa la prova ambientale. Nonostante gli sforzi per migliorare la qualità delle acque, messi in campo dai Ventotto in questi anni, allo stato attuale più della metà di queste risorse idriche non raggiunge neppure il “buono stato ecologico”, lo standard minimo fissato dall’Unione Europea. A mostrare la realtà dei fatti è il nuovo rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente (AEA) dal titolo «Acque europee – valutazione della situazione e delle pressioni 2018». Il documento fornisce una valutazione aggiornata dello stato di salute di oltre 130mili corpi idrici superficiali e sotterranei sulla base dei dati acquisiti e riportati da oltre 160 dei cosiddetti piani di gestione dei bacini idrografici nazionali relativi al periodo dal 2010 al 2015.

I numeri parlano chiaro: in molti distretti idrografici dell’Europa centrale, la cui densità di popolazione è più elevata e l’agricoltura maggiormente intensiva, si riscontra la più alta percentuale di acque che non raggiungono un buono stato ecologico. Una situazione che riguarda da vicino anche l’Italia: degli oltre 6100 corpi idrici superficiali monitorati, più del 10% ha fallito il test.





Percentuale di corpi idrici superficiali che non sono in un buono stato ecologico né attuale né potenziale per ogni bacino idrografico

Nel complesso solo il 38 per cento dei laghi e fiumi europei risulta essere in buono stato chimico, ossia con concentrazioni di inquinanti non superiori agli standard UE. Nel restante 62 per cento è disciolto un mix di contaminanti, su cui primeggia il mercurio, seguito da vicino dal cadmio. Non è solo l’inquinamento a preoccupare: dighe, grandi e piccole, e l’eccessivo prelievo restano tra le principali minacce per la salute nel lungo termine dei corpi idrici. Rispetto alle acque di superficie, le sorgenti sotterranee presentano generalmente uno stato migliore. Il 74 per cento dell’area delle acque sotterranee ha raggiunto un buono stato chimico, mentre l’89 per cento ha raggiunto un buono stato quantitativo. In questo caso, tuttavia, l’Italia registra un risultato pessimo con uno stato chimico addirittura inferiore alla media UE.

“Grazie all’attuazione della normativa europea sulle acque negli Stati membri – spiega Karmenu Vella, commissario europeo per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca – la qualità dell’acqua dolce in Europa sta gradualmente migliorando, ma occorre ancora fare molto di più prima che tutti i laghi, i fiumi, le acque costiere e i corpi idrici superficiali siano in buono stato. La lotta all’inquinamento agricolo, industriale e domestico richiede sforzi congiunti da parte di tutti gli utenti delle acque d’Europa”.


fonte: www.rinnovabili.it

Come depurare l’acqua contaminata dai metalli pesanti in pochi secondi

Creata una nuova molecola metallo-organica che può rimuovere rapidamente e selettivamente elevate quantità di piombo e mercurio dall’acqua





















Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, quasi 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile. Nel 2015 risultavano ancora sopra ai 600 milioni gli individui costretti a rifornirsi quotidianamente da fonti definite “non protette” perché contaminate da agenti patogeni e da alti livelli di sostanze nocive. È nel segno della lotta all’inquinamento idrico che si inserisce il nuovo lavoro dei chimici del Politecnico di Losanna. Qui il professore Wendy Lee Queen, assieme a colleghi dell’Università della California a Berkeley e del Lawrence Berkeley National Laboratory, ha messo a punto un nuovo sistema per depurare l’acqua contaminata dai metalli pesanti in pochi secondi.

L’obiettivo della ricerca era creare un dispositivo che unisse efficienza a economia. Gli attuali metodi commerciali per rimuovere questo tipo di inquinanti, infatti, tendono a essere costosi e a consumare parecchia energia, senza però essere, di contro, abbastanza efficienti. Esistono approcci meno convenzionali e più efficaci che sono tuttavia per lo più monouso o producono rifiuti tossici secondari da smaltire.
Per uscire definitivamente da questo aut aut, il gruppo di ricerca svizzero-statunitense ha deciso di impiegare i reticoli metallorganici (MOF), ossia materiali cristallini costituiti da nodi metallici interconnessi da leganti organici rigidi. Queste particolari strutture, ben note al mondo della chimica, offrono un’incredibile porosità: nel loro spazio vuoto posso immagazzinare vapore acqueo, gas come idrogeno o metano e persino i metalli pesanti. Il tutto dipende dalla selettività fornita ai MOF in fase di sintesi. In altre parole, scegliendo le molecole costitutive e l’organizzazione spaziale, è possibile sintonizzare questi materiali per compiti precisi.

Nel caso in questione, il ricercatore Daniel T. Sun del Politecnico ha progettato un composito MOF / polimero resistente all’acqua utilizzando materiali economici, ecologici e biologicamente compatibili. Il team ha quindi trattato il reticolo cristallino con dopamina. Il risultato finale, denominato Fe-BTC / PDA, si è dimostrato in grado di rimuovere rapidamente e selettivamente elevate quantità di metalli pesanti, come piombo e mercurio, dai campioni d’acqua contaminata. Nel dettaglio, può rimuovere oltre 1,6 volte il proprio peso di mercurio e 0,4 volte il suo peso di piombo. Il Fe-BTC / PDA è stato quindi testato in soluzioni tossiche prelevate direttamente dall’acqua contaminata di Flint, nel Michigan. La sperimentazione ha dimostrato che il MOF può, in pochi secondi, ridurre le concentrazioni di piombo a 2 parti per miliardo, un livello che l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti e l’Organizzazione mondiale della sanità ritengono accettabile.

fonte: www.rinnovabili.it

Clima: con scioglimento dei ghiacci inquinamento da mercurio tossico

















Mentre il nostro Pianeta si scalda, gli habitat stanno subendo importanti trasformazioni e le regioni del permafrost sono tra le più colpite. Una nuova ricerca pubblicata sul Geophysical Research Letters espone un’altra preoccupante conseguenza che lo scioglimento dei ghiacci, a causa dei cambiamenti climatici, può avere in tutta la Terra: sotto il permafrost si nasconde una quantità enorme di mercurio tossico, che potrebbe essere presto liberato.

Pare che vi siano oltre 15 milioni di galloni (58 milioni di litri) di mercurio sepolti nel permafrost dell’emisfero settentrionale, ovvero circa il doppio del mercurio che si può trovare nel il resto dei suoli della Terra, oceano e atmosfera messi insieme. Se le temperature globali continuano a salire, tutto quel mercurio potrebbe essere rilasciato nell’oceano e avere conseguenze disastrose sugli ecosistemi anche a migliaia di chilometri di distanza.

In geologia, il permafrost è definito come qualsiasi terreno che è stato congelato per più di due anni. Tanto per capirne meglio l’estensione, nell’emisfero settentrionale, il permafrost si estende per circa 22,79 milioni di km quadrati, circa il 24% della Terra. In una dichiarazione rilasciata in occasione dei risultati emersi con la ricerca, Paul Schuster, idrologo presso l’US Geological Survey di Boulder, in Colorado, ha spiegato che:
Non ci sarebbe alcun problema ambientale se tutto fosse rimasto congelato, ma sappiamo che la Terra si sta riscaldando. Questa scoperta rappresenta un punto di svolta.


I ricercatori hanno già osservato lo scongelamento del permafrost indotto dai cambiamenti climatici e se si continuerà in tal senso, l’enorme quantità di mercurio ora intrappolato nel permafrost sarà riversata nell’acqua, provocando uno scenario assolutamente non auspicabile: se ciò accadrà, il mercurio potrà essere assorbito da microrganismi e trasformato in metilmercurio, una tossina pericolosa che causa effetti neurologici e riproduttivi sugli animali.

fonte: http://www.greenstyle.it

Inceneritore a potenza ridotta per tre settimane: mercurio nei rifiuti


Le discariche di Druento e Grosso sostituiranno l’impianto del Gerbido per il periodo di semi-stop

La funzionalità dell’impianto del Gerbido sarà ridotta per 3 settimane a causa di conferimenti indebiti di rifiuti contenenti tracce di mercurio. Per questa ragione l’impianto in questione non è in grado di smaltire tutta la quantità di rifiuti urbani di tutta l’area metropolitana che normalmente vengono conferiti al Gerbido.

A causa di questa situazione in data 18 ottobre, per gestire la situazione contingente e non creare disagi alla popolazione, la sindaca della Città Metropolitana, Chiara Appendino, dopo aver consultato Arpa, i funzionari del Comune, della Città Metropolitana, Regione Piemonte, Iren, Amiat, Ato rifiuti di Torino e Trm, in maniera condivisa firmerà in serata un’ordinanza che autorizza a conferire parte di questi rifiuti in alcune discariche presenti sul territorio metropolitano (Druento e Grosso).

Per il futuro Trm ha proposto la costituzione di un tavolo tecnico con la Città Metropolitana, Regione Piemonte ed Arpa per indagare e individuare le possibili fonti dei rifiuti contenenti tracce di mercurio attraverso controlli accurati avviati da Ipla. Trm ed Iren sotto la supervisione di Arpa si impegnano a ripristinare la normale funzionalità dell’impianto e risolvere un problema che con minore rilevanza era stato segnalato in passato. Inoltre è stato deciso in accordo con Amiat una campagna di comunicazione ed informazione sul corretto conferimento dei rifiuti da parte dei cittadini, in particolare quelli contenenti mercurio che potrebbero derivare da pile, lampade, tubi al neon, altre componenti elettroniche e rifiuti di origine sanitaria, mettendo a disposizione appositi contenitori.

fonte: http://www.lastampa.it/

Acqua decontaminata da piombo e mercurio grazie ai fondi del caffè


Lungo, espresso, ristretto, americano il caffè è una delle bevande più apprezzate in tutto il mondo. Negli USA milioni di persone bevono ogni giorno diverse tazze di caffè per affrontare con più energia la giornata lavorativa, studiare fino a tardi o socializzare. Un così largo consumo però fa lievitare l’impatto ambientale della bevanda, generando grandi quantità di rifiuti. Per ridurre i fondi del caffè da smaltire un gruppo di scienziati propone di riutilizzarli per uno scopo non meno nobile del compost: decontaminare l’acqua dal piombo e dal mercurio.
Queste sostanze contaminanti in alte concentrazioni possono rappresentare un rischio per la salute umana e per l’integrità degli ecosistemi. I metodi di depurazione dell’acqua dai metalli spesso sono costosi e non accessibili facilmente. Il nuovo sistema messo a a punto dagli scienziati americani promette una soluzione al problema pratica ed economica.
Il metodo di depurazione alternativo, descritto sulla rivista Sustainable Chemistry & Engineering edita dall’American Chemical Society, prevede l’integrazione dei fondi del caffè in un filtro di spugna.
La ricercatrice Despina Fragouli spiega che ogni anno i ristoranti, l’industria alimentare e i consumatori producono milioni di tonnellate di fondi di caffè. La maggior parte purtroppo finisce ancora in discarica, mentre una percentuale più esigua viene impiegata come fertilizzante, come fonte di biodiesel o nei mangimi per animali.
Esperimenti condotti in precedenza hanno dimostrato che la polvere estratta dai fondi del caffè può essere utilizzata per eliminare gli ioni dei metalli pesanti dall’acqua, scongiurando rischi per la salute. Per separare la polvere dall’acqua pulita finora era necessario però un ulteriore passaggio.
Il merito di Fragouli e dei suoi colleghi è di aver semplificato questo processo, inserendo i residui del caffè macinato usato in una spugna composta da un bioelastomero. La spugna ha rimosso fino al 99% degli ioni di mercurio e di piombo presenti nell’acqua, funzionando per 30 ore.
In un altro test effettuato facendo scorrere l’acqua contaminata sulla spugna gli ioni di piombo rimossi sono stati il 67%. Nel sistema il caffè rimane isolato e fisso. Dopo l’uso può perciò essere rimosso facilmente e smaltito regolarmente senza dover compiere ulteriori passaggi.

fonte: http://www.greenstyle.it

Emergenza mercurio: l’Unione europea corre ai ripari

Previsto per il 2018 un nuovo regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio per allineare maggiormente la legislazione comunitaria alla convenzione internazionale di Minamata.UnioneEuropea 
Alla luce della molteplicità di fonti sia naturali che antropiche e, di conseguenza, dell’ampio ventaglio di utilizzi (due su tutti, l’attività mineraria e la composizione dell’amalgama dentale), il mercurio è praticamente diffuso in tutto il mondo, finendo, tuttavia, per porre seri problemi di carattere sanitario e ambientale. Tante sono, infatti, le patologie legate all’esposizione e all’ingestione del mercurio e relativi composti, con complicazioni gravissime per cervello, polmoni, reni e sistema immunitario, che spesso portano al decesso; tra queste, la malattia di Minamata prende il nome da una città giapponese che, a seguito un episodio di inquinamento persistente occorso a metà degli anni ’50 (rilascio di metilmercurio di fonte industriale nelle acqua della baia antistante la città), negli anni a seguire ha contato oltre 2.000 vittime umane e un numero incalcolabile di animali (di allevamento e selvatici) deceduti.
Sulla scorta di questo gravissimo episodio, nel 2013, dopo 4 anni di lavori preparatori sotto la direzione del programma delle nazioni unite per l’ambiente (UNEP – United Nations Environment Programme), è stata firmata da oltre 90 paesi (tra cui l’Italia) una convenzione, che ha preso proprio il nome di Convenzione di Minamata, finalizzata a tutelare proteggere l’uomo e l’ambiente dall’impatto negativo del mercurio. Tra i punti principali del documento, il divieto all’apertura di nuove miniere e un limite massimo di 15 anni dalla ratifica della Convenzione per quelle esistenti, severi limiti al commercio internazionale, la graduale dismissione di prodotti (termometri, lampade a fluorescenza) e processi (estrazione del carbone e dell’oro) che prevedono l’utilizzo di mercurio e composti e nuove regole per la gestione in sicurezza dei rifiuti contenenti questo elemento.
A livello comunitario, esiste un consolidato corpus legislativo in materia – del quale il regolamento (CE) n. 1102/2008 costituisce il “capofila” – che recepisce e attua le disposizioni della Convenzione, anche se non integralmente. Mentre, infatti, gli obblighi sul divieto di esportazione e sull’inquadramento come “rifiuto” e il conseguente stoccaggio per determinate forme possono considerarsi assolti, altri punti quali l’importazione e determinati processi produttivi che contemplano l’uso di mercurio, secondo una rilevazione della stessa Unione europea, restano ancora disallineati dal protocollo internazionale. Per colmare questo gap, a febbraio di quest’anno è stata formulata una proposta di un nuovo regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio sul mercurio, abrogativo dell’attuale regolamento (CE) n. 1102/2008, la cui entrata in vigore è prevista a partire dal 1° gennaio 2018.
In conclusione, l’applicazione della convenzione di Minamata a un numero sempre maggiore di paesi dovrebbe garantire una sensibile diminuzione del livello complessivo di contaminazione da mercurio nei terreni, nelle falde acquifere e persino in atmosfera, vista l’elevata mobilità delle emissioni; requisito indispensabile è la volontà, da parte degli stati che hanno aderito alla Convenzione, di adottare le migliori tecniche disponibili ai fini di ridurre le emissioni dei grandi impianti industriali, oltre a tutto quanto espressamente previsto dal documento internazionale.

fonte: http://nonsoloambiente.it