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La strategia statunitense relativa alle alluvioni cambia andando verso il trasferimento 'inevitabile' di interi quartieri

















L'uso di denaro pubblico per trasferire intere comunità via da zone
(soggette a ripetuti) allagamenti, un'idea che per molto tempo era stata
scartata come radicale, sta velocemente diventando una politica che
caratterizza una fase nuova e senza precedenti del cambiamento climatico.
Dal 2017 ad oggi , considerando l'uragano Laura ed la tempesta tropicale
Marco di questa settimana, sono state nove le tempeste che hanno colpito
il Texas e la Louisiana. Anche queste hanno contribuito ad arrivare ad
importanti cambiamenti federali nel modo in cui gli Stati Uniti
gestiscono le alluvioni; si sta arrivando ad accettare l'idea che
ricostruire più e più volte dopo successive alluvioni ha poco senso. I
trasferimenti riguardano non solo aree lungo le coste ma tutte quelle
soggette a ripetuti allagamenti. Le case soggette a ripetuti allagamenti
vengono acquistate e demolite, ad esempio lo stato USA del New Jersey
ha acquistato circa 700 case e si è offerto di acquistarne altre
centinaia. Dall'altra parte degli USA lo stato della California ha
informato alcune amministrazioni locali di iniziare a pianificare la
ri-collocazione delle case via dalla costa.

https://www.nytimes.com/2020/08/26/climate/flooding-relocation-managed-retreat.html?referringSource=articleShare

Nadia Simonini

Rete Nazionale Rifiuti Zero



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Lo sciopero del clima ai Caraibi

















Re:Common ha sostenuto lo sciopero per il clima promosso a livello mondiale dai movimenti di giovani del Fridays for future partecipando alla manifestazione a Santo Domingo, in Repubblica Dominicana. Migliaia di studenti scendono in piazza in varie città del paese caribico chiedendo che il governo dominicano cambi drasticamente rotta sullo sviluppo dell’estrazione ed il consumo di combustibili fossili.
Proprio i Caraibi sono tra le aree del pianeta che sono e saranno maggiormente impattate dai cambiamenti climatici, come dimostra il recente uragano Dorian, la cui violenza senza precedenti ha devastato in un giorno le Bahamas.
Re:Common è attiva da tempo nel paese in solidarietà con i movimenti sociali e le organizzazioni della società civile che si oppongono su diversi fronti all’economia fossile. Re:Common è denunciante presso la Procura di Milano sul caso di corruzione internazionale che sembra aver caratterizzato la realizzazione della centrale a carbone di Punta Catalina (a questo link l’inchiesta sul sito de L’Espresso), a 60 chilometri da Santo Domingo, da parte di un consorzio guidato dalla brasiliana Odebrecht e che include l’italiana Tecnimont.
Nel 2016, l’impresa brasiliana ha patteggiato una sanzione rilevante (3,5 miliardi di dollari) con le autorità brasiliane e statunitensi ed in parte con quelle dominicane. Punta Catalina rappresenta uno sperpero di denaro pubblico, visto che il conto finale potrebbe superare i 3 miliardi di dollari per soli 750 MW di potenza a carbone, il tutto segnato da enormi ritardi e difficoltà. Ad oggi solo la prima unità dell’impianto è stata inaugurata e funziona a singhiozzo per problemi tecnici. Una centrale a carbone che mette al rischio con le sue emissioni altamente inquinanti le colture biologiche di mango del paese, il turismo e la salute delle comunità locali.
Banche europee, tra cui UniCredit, garantite dalla agenzia di credito all’esportazione italiana Sace, hanno smesso di finanziare l’opera con nuovi esborsi in seguito allo scandalo internazionale di corruzione e resta da vedere se ritireranno i prestiti già erogati. Se completata la centrale di Punta Catalina emetterà più di 6 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno pari al 20 per cento delle attuali emissioni di gas clima alteranti del paese.
Ma i piani di devastazione del paradiso caraibico dominicano e del clima da parte del governo locale e delle multinazionali fossili non si fermano a Punta Catalina. La scorsa estate l’esecutivo di Santo Domingo ha aperto una gara internazionale per l’aggiudicazione di licenze petrolifere per lo sfruttamento di risorse ad oggi intoccate in 10 blocchi onshore e 4 offshore, quest’ultimi proprio di fronte alla capitale. Ignorando il disastro ambientale causato dalla piattaforma Deepwater Horizon della BP nello stesso golfo del Messico alcuni anni fa, il governo dominicano vuole gettarsi nel business del petrolio e gas, dimenticando che ha preso un impegno con la comunità internazionale di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 25 per cento entro il 2030 secondo il dettame dell’Accordo di Parigi. Una follia, a cui 29 società petrolifere internazionali, compresa l’italiana Eni[1], sembrano interessate vista la loro partecipazione alla pre-selezione nella gara internazionale.
I giovani di Santo Domingo nella loro lotta per la salvezza del clima si intrecciano al movimento popolare della Marcia Verde, che nacque nel paese proprio dopo lo scandalo Odebrecht a Punta Catalina ed in diverse occasioni hanno marciato con numeri imponenti chiedendo le dimissioni del Presidente Danilo Medina. Oggi la lotta si allarga e un movimento più forte ed incisivo potrebbe mettersi di traverso ai piani di rendere la Repubblica Dominica l’ennesimo inferno dell’economia fossile.
fonte: https://comune-info.net/

La "nuova normalità" di Harvey e la politica dello struzzo sul global warming

Mentre l'uragano Harvey causa danni per decine di miliardi di $ e mette sott'acqua 1300 kmq di territorio in Texas, Trump, le autorità politiche e i meteorologi Usa evitano qualsiasi collegamento tra questo evento estremo e i cambiamenti climatici, avallando le irresponsabili scelte della politica.



















Solo due settimane fa, a ferragosto, Trump aveva firmato un “Executive Order” per eliminare una norma che Obama aveva introdotto nel gennaio 2015 al fine di garantire che gli impatti di alluvioni e altri fenomeni estremi connessi con il cambiamento del clima venissero attentamente considerati nella valutazione delle infrastrutture.
L’ampiezza del disastro causato dall’uragano Harvey in Texas dimostra l’insensatezza ideologica di queste decisioni.
Perché se il “global warming” non è la causa di questi fenomeni estremi, certo li accentua. Come ha spiegato bene Michael Mann, direttore del Penn State Earth System Science Center, la temperatura elevata dell’Oceano, comportando un aumento del contenuto d’acqua in atmosfera, ha certamente influito sulla forza distruttiva di Harvey.
Negli ultimi decenni non solo la temperatura della superficie del Golfo del Messico ha visto un incremento di mezzo grado, ma anche le acque più profonde si sono riscaldate a seguito del cambiamento del clima.
La temperatura dell’area nella quale si è sviluppato Harvey era di ben 2 °C sopra la media, una condizione che ha favorito lo scatenarsi di piogge torrenziali che in alcune aree hanno raggiunto un altezza di 1,2 metri, stracciando ogni record storico negli Usa continentali.
Nella sola contea dove è situata Houston sono andati sott’acqua 1.300 kmq, sommersi da un volume paragonabile a quello scaricato in 15 giorni delle cascate del Niagara.
Ma c’è un altro elemento legato al riscaldamento del pianeta che spiega le devastazioni in corso. Parliamo dell’incredibile stazionarietà dell’uragano che invece di spostarsi rapidamente si è mosso a passo d’uomo, andando anche a ricaricarsi nell’oceano per poi tornare a colpire. 
Questo comportamento è legato alla presenza di un’area di alta pressione subtropicale in larga parte del cuore degli Stati Uniti, una situazione anomala prevista dai modelli di simulazione climatici.
Stupisce che, a fronte di un disastro che economicamente avrà un impatto di qualche decina di miliardi di dollari, si cerchi di evitare un collegamento con il riscaldamento del pianeta. 
Nelle dirette no-stop delle televisioni statunitensi si continua a parlare dell’implacabilità di “Mother Nature” e della imprevedibilità dell’evento. Anche il compassato Servizio Meteorologico Nazionale dichiara: “questo evento non ha precedenti e gli impatti sono imponderabili e vanno aldilà di ogni passata esperienza”.
La probabilità di un uragano come Harvey è stata valutata pari allo 0,1%, dovrebbe cioè capitare solo una volta ogni 1.000 anni. Ma la realtà è che nel recente passato di Houston ci sono stati altri uragani con una probabilità di accadimento ogni 500 anni e che la frequenza di fenomeni estremi è raddoppiata negli ultimi tre decenni.
Non a caso, quest’area ha ricevuto, a parità di superficie, una quantità di aiuti statali a causa delle alluvioni 200 volte superiore rispetto alla media degli Usa.
Il fatto è che siamo entrati in una “nuova normalità” che imporrebbe non solo la capacità di gestire situazioni eccezionali, ma anche una riflessione critica sul modello di sviluppo urbano
Houston, da questo punto di vista, è un esempio di assoluta irresponsabilità. Unica grande città statunitense priva di zonizzazione, si è rapidamente espansa fino a diventare la quarta area urbana del paese con il risultato che la superficie cementificata è aumentata del 25% in soli quindici anni.
Una dinamica facilitata dalle pressioni delle potenti lobby dei costruttori che hanno finanziato le campagne elettorali, inclusa quella dell’attuale sindaco.
Non stupisce quindi che Mike Talbott, responsabile per 18 anni del controllo delle acque della città, abbia candidamente affermato che non sono previsti studi per valutare i possibili impatti del cambiamento del clima. E con un presidente come Trump, che ha deciso di non sostituire il delegato alle trattative sul clima, questa opacità rischia di continuare.
Ma sono molti i segnali di preoccupazione in giro per il mondo. 
Mentre l’attenzione dei media era concentrata sul Texas, Bombay, una metropoli con 18 milioni di abitanti, veniva sommersa da piogge dieci volte superiori alla norma. Per non parlare delle 1.200 vittime delle alluvioni delle ultime settimane in Nepal, India e Bangladesh, che hanno comportato la fuga di milioni di persone dalle loro case.
Tutto ciò mentre, nel 2017 come nei due anni precedenti, la temperatura del pianeta ha raggiunto livelli record, dall’Antartide si è staccata una piattaforma di ghiaccio dell’ampiezza della Liguria e per la prima volta una petroliera russa ha seguito la rotta artica e senza bisogno di rompighiaccio.
Se, dunque, occorre fronteggiare condizioni climatiche sempre più estreme con adeguate politiche di adattamento per minimizzare i rischi, vanno anche accelerate le politiche di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Su questo fronte, dopo l’Accordo di Parigi i segnali sono ambivalenti. Negli Usa, mentre Trump smantella le politiche di Obama abbiamo risposte forti come quelle della California che punta ad eliminare i fossili nella generazione elettrica già nel 2045. In Cina, mentre il consumo di carbone, calato negli ultimi due anni, è tornato a crescere, con largo anticipo è stato raggiunto l’obbiettivo di 100 GW fotovoltaici previsto per il 2020.
Insomma, indicazioni ancora contradditore, a fronte di una sfida che non ammette sconti.
L'articolo è stato pubblicato anche su La Stampa di oggi, con il titolo "Houston, abbiamo un problema

fonte: www.qualenergia.it