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Durante la COP24 sul clima, gli USA sponsorizzeranno il carbone

In occasione del vertice Onu,  l’amministrazione Trump organizzerà un evento collaterale per promuovere i combustibili fossili

















Dal 2 al 14 dicembre 2018 i rappresentati di oltre 190 Paesi si rimoveranno a Katowice, in Polonia, per l’appuntamento “ambientale” più importante dell’anno. Parliamo della COP24, ossia la 24esima Conferenza delle parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Per due settimane delegati internazionali siederanno allo stesso tavolo per continuare i negoziati climatici, con l’obiettivo di redigere un regolamento per l’attuazione del celebre Accordo di Parigi del 2015. Un compito difficile su cui preme tutta l’urgenza delle ultime evidenze scientifiche, che parlano di uno spazio d’azione per combattere il riscaldamento globale ormai ridotto al minimo (leggi anche IPCC: servono sforzi incredibili per limitare riscaldamento a 1,5 °C).
Quale momento migliore potrebbe esserci, dunque, per organizzare un evento d’alto livello che sponsorizzi i combustibili fossili? Sarebbe questa infatti, secondo alcune fonti ufficiali, l’intenzione della Casa Bianca per il prossimo dicembre, in contemporanea con i momenti clou della COP24. A rivelarlo è la Reuters che ha parlato direttamente con uno degli organizzatori dell’evento, guidato probabilmente da Wells Griffith, consigliere internazionale per l’energia e il clima di Trump.

Non si tratta di una vera novità per le Conferenze dell’UNFCCC. Anche prima dell’ascesa di Trump, le pressioni dei combustibili fossili si erano fatte sentire. Basti pensare alle polemiche sorte in occasione della COP16 del 2013, svoltasi sempre in Polonia, ma a Varsavia. Allora l’industria fossile polacca aveva organizzato, con il benestare del mistero dell’economia e assieme a colossi come Rio Tinto, Katowice e Bhp Billiton, il Coal and Climate Summit per ricordare a tutti l’importanza delle “economie basate sul carbone”.

La storia oggi si ripete, in maniera quasi identica, con l’aggiunta della decisione USA di abbandonar l’Accordo sul clima di Parigi. I delegati statunitensi parteciperanno comunque ai colloqui di Katowice. “La Casa Bianca– ha detto una delle fonti alla Reuters – sembra aver ritenuto che sia importante lasciare che i tecnocrati completino il lavoro sul regolamento. È nell’interesse nazionale degli Stati Uniti essere al tavolo e vedere un risultato che enfatizzi la trasparenza”.

fonte: www.rinnovabili.it

Clima: l’Australia se ne frega del rapporto Ipcc e punta sul carbone

Il governo conservatore australiano conferma il suo negazionismo climatico e l’alleanza con Trump




















LoSpecial Report on Global Warming of 1.5°C dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) appena approvato nel summit di Incheon, tenutosi in Corea del sud, sottolinea che  per limitare il riscaldamento globale entro 1,5° C  è essenziale l’eliminazione graduale  (ma rapida) dell’utilizzo del carbone per produrre energia, ma il vicepremier Michael McCormack, della destra sovranista del National Party –  che con i suoi voti tiene in piedi la fragile maggioranza guidata dal Partito Liberale –  ha detto subito che l’Australia deve «assolutamente» continuare a utilizzare e sfruttare il suo carbone.
L’Australia è uno dei più grandi esportatori di carbone del mondo, ma la Cina ne rimane il più grande consumatore di carbone del mondo. E anche da lì non vengono buone notizie: nonostante le assicurazioni date da Pechino, le immagini satellitari dimostrano che in Cina sono ripresi i lavori per realizzare centinaia di centrali elettriche a carbone. Secondo l’indagine di  CoalSwarm, in Cina si starebbero costruendo centrali a carbone per altri 259 gigawatt, cioè la stessa elettricità prodotta da tutte le centrali a carbone statunitensi, e i tentativi del governo comunista di chiudere molti impianti obsoleti sarebbero falliti. Ma alcuni ricercatori ritengono che la costruzione di queste centrali bbia più a che fare con il potenziamento dell’economia locale in Cina che con l’aumento delle emissioni. Glen Peters, del Centre for International Climate Research  di Oslo, ha detto a BBC News che «In Cina le centrali elettriche a carbone funzionano solo per metà del tempo e si potrebbe obiettare che la nuova capacità non è necessaria. Le nuove costruzioni di centrali elettriche a carbone sono probabilmente basate sul mantenimento dell’economia, in particolare dal punto di vista dei governi provinciali, piuttosto che essere necessarie per la produzione futura di elettricità».
Tornando a McCormack, il vicepremier australiano, ha detto a The Guardian che il suo governo non cambierà politica «solo perché qualcuno potrebbe suggerire che una specie di rapporto è la strada che dobbiamo seguire ed è tutto ciò che dovremmo fare». Liquidato così il rapporto Ipcc, frutto del lavoro di centinaia di scienziati  – compresi quelli australiani indicati dal suo governo – il leader della destra nazionalista  ha aggiunto che «Il carbone ha fornito il 60% dell’elettricità in Australia, 50.000 posti di lavoro ed è stata la principale esportazione del paese».
La ministro australiana dell’ambiente, la liberale Melissa Price, ha detto alla radio ABC che l’Ipcc in realtà avrebbe fatto un’inversione di rotta, chiedendo la fine del carbone entro il 2050 e sottolineando la necessitò di nuove tecnologie come mezzo per risparmiare il carburante inquinante.
In realtà il nuovo rapporto Ipcc  avverte che  per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C ed evitare così  una estinzione catastrofica di specie e la distruzione climatica, saranno  necessari «cambiamenti senza precedenti» e che per questo la produzione di energia da carbone dovrebbe terminare del tutto entro il 20500, che è l’esatto contrario di continuare a estrarre carbone come fa l’Australia (e gli Usa) o costruire centrali come fa la Cina.
La lobby del carbone sta spingendo per l’adozione della Carbon capture and storage (Ccs), una tecnologia sperimentale, costosissima e controversa che permetterebbe di stoccare la CO2 prodotta dalla combustione di combustibili fossli sottoterra o sotto il mare. Il rapporto Ipcc è d’accordo sulla necessità di diffondere tecnologie come la Ccs ed altre che catturano la CO2 dall’atmosfera, ma numerosi scienziati ed esperti fanno notare che i progressi tecnologici in questo settore sono troppo lenti per consentire il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Inoltre, le energia rinnovabile stanno diventando più economiche rispetto al carbone, un trend che – come dimostrano anche il fallimento delle politiche pro-carbone di Trump – e probabilmente continuerà.
Ma sia gli australiani che l’Amministrazione Usa fanno notare che la Cina produrrebbe circa 993 gigawatt di energia elettrica con il carbone e i nuovi impianti approvati aumenterebbero questa capacità del 25%. E’ anche vero che, a differenza di Canberra e Washington, il governo centrale di Pechino ha cercato di frenare questo boom emettendo più di 100 ordini di chiusura di centrali elettriche. Ma il rapporto di CoalSwarm e le  immagini satellitari suggeriscono che questi sforzi non sono stati del tutto efficaci. La Cina rimane il più grande emettitore di gas serra del mondo, seguito dagli Usa, mentre l’Australia è il 13esimo, ma gli australiani hanno forse il maggior indice di emissioni procapite.
Gli Australian Greens – all’opposizione insieme al Partito Laburista –  dicono che Il Rapporto speciale dell’Ipcc «Delinea una catastrofe climatica di dimensioni e impatto senza precedenti sulla nostra comunità e sulla natura se il riscaldamento globale aumenterà di oltre 1,5 gradi» e fanno notare che secondo gli scienziati «E’ improbabile che tutte le barriere coralline sopravvivano a un riscaldamento globale di 2 gradi, compresa la Grande barriera corallina; a 1,5 gradi l’innalzamento del livello del mare sarebbe di circa 10 cm in meno; A 2 gradi aumenta il rischio di cambiamenti di lunga durata o irreversibili, compresa la perdita di più specie ed ecosistemi. In termini di combustibili fossili, il rapporto rileva che, se si vuole rispettare il limite di 1,5 gradi, l’uso di carbone per produrre elettricità deve essere eliminato entro il 2050».
Jeremy Buckingham, responsabile green energy e risorse dei Verdi australiani  ha sottolineato che «Il rapporto speciale dell’Ipcc è una chiamata alle armi: il prossimo decennio è fondamentale nella lotta per proteggere le persone che amiamo e il nostro pianeta dai cambiamenti climatici pericolosi. Ecco perché la politica dei Verdi è quella di eliminare gradualmente l’estrazione di carbone nel Nuovo Galles del Sud (NSW) nei prossimi 10 anni. La scienza di questo rapporto chiarisce che non possiamo continuare a bruciare carbone e proteggere il clima. Il fallimento da parte del governo federale di avere un politica climatica o una politica energetica credibili».
Per Buckingham, «I prossimi anni faranno definitivamente la storia. Questo governo e il prossimo possono smetterla di giocherellare mentre il clima si scalda oltre il nostro controllo, oppure possono trasformare la nostra comunità, l’economia e il mondo naturale eliminando il carbone e alimentando il nostro mondo con il 100% di energia rinnovabile. Questa trasformazione porterà grandi opportunità per nuovi posti di lavoro e tecnologie innovative: l’Australia può passare dall’essere una miniera ad aprire la strada all’innovazione rinnovabile, esportando la nostra scienza, il nostro know-how e il combustibile solare pulito nel mondo. Il compito di eliminare progressivamente i combustibili fossili è ora urgentemente critico: se il mondo avesse agito dopo l’Earth Summit di Rio del 1992, il compito sarebbe stato più facile, ma Labour e Liberali, prendendo milioni di dollari dai donatori dei combustibili fossili, l’hanno stroncato».
Nel marzo 2019 in Australia si vota per il nuovo Parlamento federale e i Verdi promettono che  faranno della politica climatica ed energetica il tema centrale della loro campagna e Buckingham conclude: «I Verdi sono l’unico partito a occuparsi seriamente dell’emergenza climatica in Australia: quando gli altri partiti  prenderanno provvedimenti per i forti  livelli di riduzione delle emissioni di carbonio o ammetteranno e che non c’è futuro per il carbone o la gassificazione del carbone?»
fonte: www.greenreport.it

La "nuova normalità" di Harvey e la politica dello struzzo sul global warming

Mentre l'uragano Harvey causa danni per decine di miliardi di $ e mette sott'acqua 1300 kmq di territorio in Texas, Trump, le autorità politiche e i meteorologi Usa evitano qualsiasi collegamento tra questo evento estremo e i cambiamenti climatici, avallando le irresponsabili scelte della politica.



















Solo due settimane fa, a ferragosto, Trump aveva firmato un “Executive Order” per eliminare una norma che Obama aveva introdotto nel gennaio 2015 al fine di garantire che gli impatti di alluvioni e altri fenomeni estremi connessi con il cambiamento del clima venissero attentamente considerati nella valutazione delle infrastrutture.
L’ampiezza del disastro causato dall’uragano Harvey in Texas dimostra l’insensatezza ideologica di queste decisioni.
Perché se il “global warming” non è la causa di questi fenomeni estremi, certo li accentua. Come ha spiegato bene Michael Mann, direttore del Penn State Earth System Science Center, la temperatura elevata dell’Oceano, comportando un aumento del contenuto d’acqua in atmosfera, ha certamente influito sulla forza distruttiva di Harvey.
Negli ultimi decenni non solo la temperatura della superficie del Golfo del Messico ha visto un incremento di mezzo grado, ma anche le acque più profonde si sono riscaldate a seguito del cambiamento del clima.
La temperatura dell’area nella quale si è sviluppato Harvey era di ben 2 °C sopra la media, una condizione che ha favorito lo scatenarsi di piogge torrenziali che in alcune aree hanno raggiunto un altezza di 1,2 metri, stracciando ogni record storico negli Usa continentali.
Nella sola contea dove è situata Houston sono andati sott’acqua 1.300 kmq, sommersi da un volume paragonabile a quello scaricato in 15 giorni delle cascate del Niagara.
Ma c’è un altro elemento legato al riscaldamento del pianeta che spiega le devastazioni in corso. Parliamo dell’incredibile stazionarietà dell’uragano che invece di spostarsi rapidamente si è mosso a passo d’uomo, andando anche a ricaricarsi nell’oceano per poi tornare a colpire. 
Questo comportamento è legato alla presenza di un’area di alta pressione subtropicale in larga parte del cuore degli Stati Uniti, una situazione anomala prevista dai modelli di simulazione climatici.
Stupisce che, a fronte di un disastro che economicamente avrà un impatto di qualche decina di miliardi di dollari, si cerchi di evitare un collegamento con il riscaldamento del pianeta. 
Nelle dirette no-stop delle televisioni statunitensi si continua a parlare dell’implacabilità di “Mother Nature” e della imprevedibilità dell’evento. Anche il compassato Servizio Meteorologico Nazionale dichiara: “questo evento non ha precedenti e gli impatti sono imponderabili e vanno aldilà di ogni passata esperienza”.
La probabilità di un uragano come Harvey è stata valutata pari allo 0,1%, dovrebbe cioè capitare solo una volta ogni 1.000 anni. Ma la realtà è che nel recente passato di Houston ci sono stati altri uragani con una probabilità di accadimento ogni 500 anni e che la frequenza di fenomeni estremi è raddoppiata negli ultimi tre decenni.
Non a caso, quest’area ha ricevuto, a parità di superficie, una quantità di aiuti statali a causa delle alluvioni 200 volte superiore rispetto alla media degli Usa.
Il fatto è che siamo entrati in una “nuova normalità” che imporrebbe non solo la capacità di gestire situazioni eccezionali, ma anche una riflessione critica sul modello di sviluppo urbano
Houston, da questo punto di vista, è un esempio di assoluta irresponsabilità. Unica grande città statunitense priva di zonizzazione, si è rapidamente espansa fino a diventare la quarta area urbana del paese con il risultato che la superficie cementificata è aumentata del 25% in soli quindici anni.
Una dinamica facilitata dalle pressioni delle potenti lobby dei costruttori che hanno finanziato le campagne elettorali, inclusa quella dell’attuale sindaco.
Non stupisce quindi che Mike Talbott, responsabile per 18 anni del controllo delle acque della città, abbia candidamente affermato che non sono previsti studi per valutare i possibili impatti del cambiamento del clima. E con un presidente come Trump, che ha deciso di non sostituire il delegato alle trattative sul clima, questa opacità rischia di continuare.
Ma sono molti i segnali di preoccupazione in giro per il mondo. 
Mentre l’attenzione dei media era concentrata sul Texas, Bombay, una metropoli con 18 milioni di abitanti, veniva sommersa da piogge dieci volte superiori alla norma. Per non parlare delle 1.200 vittime delle alluvioni delle ultime settimane in Nepal, India e Bangladesh, che hanno comportato la fuga di milioni di persone dalle loro case.
Tutto ciò mentre, nel 2017 come nei due anni precedenti, la temperatura del pianeta ha raggiunto livelli record, dall’Antartide si è staccata una piattaforma di ghiaccio dell’ampiezza della Liguria e per la prima volta una petroliera russa ha seguito la rotta artica e senza bisogno di rompighiaccio.
Se, dunque, occorre fronteggiare condizioni climatiche sempre più estreme con adeguate politiche di adattamento per minimizzare i rischi, vanno anche accelerate le politiche di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Su questo fronte, dopo l’Accordo di Parigi i segnali sono ambivalenti. Negli Usa, mentre Trump smantella le politiche di Obama abbiamo risposte forti come quelle della California che punta ad eliminare i fossili nella generazione elettrica già nel 2045. In Cina, mentre il consumo di carbone, calato negli ultimi due anni, è tornato a crescere, con largo anticipo è stato raggiunto l’obbiettivo di 100 GW fotovoltaici previsto per il 2020.
Insomma, indicazioni ancora contradditore, a fronte di una sfida che non ammette sconti.
L'articolo è stato pubblicato anche su La Stampa di oggi, con il titolo "Houston, abbiamo un problema

fonte: www.qualenergia.it

Dal carbone al solare, tutti i vantaggi di una transizione pulita

Uno studio Usa prova a stimare i benefici economici e sanitari dell’ipotetica sostituzione di tutte le centrali a carbone americane con 755 GW di fotovoltaico. Quanto costerebbe? Quante vite umane si potrebbero salvare? Spunti e riflessioni in tema di esternalità negative, carbon pricing e infrastrutture obsolete.




















Quante vite umane potremmo salvare, sostituendo tutte le centrali a carbone degli Stati Uniti con impianti fotovoltaici? Quanto costerebbe e su quali vantaggi sociali ed economici potremmo contare?
Sembrano quesiti destinati a rimanere senza risposte plausibili. Eppure c’è un gruppo di ricercatori della Michigan Technological University che ha provato a stimare i benefici di questa transizione energetica accelerata coal-to-solar, in uno studio intitolato "Potential Lives Saved by Replacing Coal with Solar Photovoltaic Electricity Production in the U.S." (allegato in basso).
In sintesi, senza addentrarci nei complessi calcoli eseguiti dall’università USA, il team guidato dal prof. Joshua Pearce ritiene che si potrebbero evitare quasi 52.000 morti premature ogni anno, dovute all’utilizzo di carbone con relativo incremento delle emissioni inquinanti, rimpiazzando l’intera capacità di generazione della fonte fossile “sporca” con il solare FV.
Parliamo di circa 755 GW cumulativi di potenza fotovoltaica necessaria per eliminare il carbone, con un investimento complessivo di quasi 1.500 miliardi di dollari. L’investimento iniziale per ogni vita umana, quindi, è nell’ordine di 1,1 milioni di $, ma lo studio intende dimostrare che è un’operazione profittevole.
In altre parole, i benefici sociali, economici e ambientali permettono di assegnare a ogni individuo “salvato” un valore di alcuni milioni di $, secondo le circostanze e i parametri di riferimento. Ad esempio: tasso di mortalità indicato in kWh/anno di produzione del carbone, inquinamento atmosferico, costo dell’energia elettrica generata dai moduli solari in 25 anni di durata media utile e così via.
A prescindere dalle ipotesi formulate nello studio, che possono essere criticate sotto vari aspetti - partendo dall’obiettivo stesso di cancellare completamente il carbone dal mix energetico statunitense con il solo fotovoltaico, mentre sarebbe più utile pensare a un portafoglio più esteso di rinnovabili - le conclusioni dei ricercatori americani meritano attenzione per diversi motivi.
Il primo è che bisogna incorporare le esternalità negative nei prezzi elettrici: sono quegli extra-costi, molto difficili da quantificare con precisione, che normalmente sono scaricati sulla collettività anziché “pesare” su chi gestisce gli impianti di produzione o parti della filiera (articolo di QualEnergia.it sulla proposta di una carbon tax globale).
Costi sanitari, soprattutto, dovuti alle morti premature e all’insorgere di determinate malattie cardiovascolari e respiratorie provocate dall’inquinamento atmosferico, oltre ai costi ecologici per contrastare gli effetti più rovinosi dei cambiamenti climatici, attraverso bonifiche ambientali, ripristino di ecosistemi danneggiati, eccetera.
La seconda considerazione rilanciata da questo studio è che le rinnovabili sono in grado di competere con le fonti tradizionali di generazione elettrica.
Di recente, Lazard ha pubblicato delle tabelle con i valori LCOE (Levelized Cost of Energy) medi delle diverse tecnologie negli Stati Uniti (vedi QualEnergia.it), mostrando che i migliori progetti eolici e solari riescono già a produrre elettricità in piena concorrenza - senza sussidi - con gas, nucleare e carbone.
Parliamo di valori prettamente economici: tassi d’interesse, fattori di capacità, spese fisse-variabili per l’operatività e manutenzione degli impianti, prezzi dei combustibili (quando pertinenti) e così via, per definire il costo “tutto compreso” delle fonti nel loro ciclo di vita, ma tralasciando le esternalità negative.
Il documento dell’università americana, oltre a farci riflettere sui benefici aggiuntivi delle rinnovabili rispetto ai combustibili fossili, si lega infine al tema degli stranded asset, le infrastrutture energetiche obsolete, inefficienti e sempre meno remunerative, di cui gli impianti a carbone sono un perfetto esempio.
Fa quasi sorridere - anche se purtroppo Donald Trump sta prendendo la sua politica nazional-fossile molto sul serio - che nei giorni scorsi, proprio mentre la Casa Bianca stava preparando il suo annuncio di uscire dagli accordi di Parigi, tre grandi centrali a carbone sono state chiuse in New Jersey e Massachusetts, messe definitivamente fuori mercato dai prezzi bassi del gas naturale.
Il rischio per le utility, quindi, è conservare investimenti in beni e servizi destinati a essere scavalcati dalle nuove tecnologie delle rinnovabili e dell’accumulo energetico

fonte: www.qualenergia.it

Trump tagli i fondi all’ambiente, -29,6% per l’EPA secondo Bloomberg













La scure di Trump si abbatte sull’EPA e nello specifico sui fondi destinati all’Environmental Protection Agency. L’Agenzia per l’ambiente statunitense vede il suo budget per il nuovo anno ridotto del 29,6% e i suoi programmi più connessi al cambiamento climatico (emissioni CO2 e inquinamento) che si potrebbero eufemisticamente definire come “messi in secondo piano” in funzione di settori quali “Sicurezza interna”, “Difesa”, “Veterani” e “Trasporti”.

Questa è l’analisi sulla pianificazione finanziaria dell’amministrazione Trump effettuata da Bloomberg, che ha tirato le somme di quello che sarà il “giro di vite” imposto dal neo presidente USA alle agenzie governative. Altri pesanti tagli sono quelli previsti per l’agricoltura, che vede i suoi fondi ridursi del -29%, e per l’istruzione (13,6%).

Tagli che non sorprendono più di tanto, soprattutto alla luce di quelle che sono state le nomine di Trump ai vertici delle agenzie. Tra le più eclatanti quella di Scott Pruitt all’Environmental Protection Agency: il nuovo capo dell’EPA è un avvocato da sempre impegnato nel sostenere il negazionismo climatico.
Appena una settimana fa lo stesso Pruitt (leader delle lotte anti aborto, unioni gay e contro la stessa EPA che ora rappresenta) ha rilasciato pesanti dichiarazioni, negando in sostanza qualsiasi responsabilità delle emissioni di CO2 sui cambiamenti climatici:
Credo che misurare con precisione l’impatto dell’attività degli uomini sul clima sia qualcosa di molto difficile. Sul livello di questo impatto mi sembra che esista un immenso disaccordo, io direi che le emissioni di CO2 non incidono, non sono d’accordo che si tratti di un fattore primario nel riscaldamento globale.

fonte: http://www.greenstyle.it

Un riciclo da evitare





















Il riciclo è cosa buona e giusta. Ma ci sono eccezioni. E la presidenza Trump ne offre la prova. Di fronte a una comunità scientifica che quasi all’unanimità chiede di mettere in sicurezza l’atmosfera, The Donald ha deciso di porre a capo dell’Environmental Protection Agency un climascettico, l’uomo che per anni ha lottato proprio contro l’agenzia ambientale impugnandone le decisioni davanti alla Corte Suprema. La scelta di Scott Pruitt, il procuratore generale dell’Oklahoma definito da Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera “il portavoce togato della lobby energetica: petrolio e soprattutto gas”, come direttore dell’Epa non è solo una beffa, uno schiaffo alla California devastata da una siccità infinita, alle centinaia di città e associazioni statunitensi che si battono contro il cambiamento climatico, alle aziende a stelle e strisce che rischiano di perdere competitività e mercati. È anche una pericolosa forma di riciclo: quello delle tossine sociali che rischiano di spaccare gli States spargendo risentimento e divisione.
E infatti il Times ha dedicato la copertina a Trump come uomo dell’anno: è il “Presidente degli Stati divisi d’America”. Nella motivazione si legge: “Davanti a questo barone dell’immobiliare e proprietario di casinò diventato star di un reality e provocatore senza mai aver passato un giorno da pubblico ufficiale e gestito altro interesse che non il suo, si prospettano le rovine fumanti di un vasto edificio politico che un tempo ospitava partiti, politologi, donatori, sondaggisti, tutti quelli che non lo avevano preso sul serio e non avevano previsto il suo arrivo”.
È difficile prevedere quali effetti produrrà la gestione della Casa Bianca che si è appena inaugurata: molti ritengono che sarà meno disastrosa delle premesse. Certo la mossa Pruitt non lascia grande spazio alla speranza. L’ex procuratore, in prima fila anche nelle campagne contro l’aborto e i matrimoni gay, è la voce di un’America che guarda verso il passato ed entra in risonanza con la parte dell’Europa più spaventata dalla crisi economica, dalla perdita del lavoro, dall’aumento dei flussi migratori.
Sarà il segno del prossimo decennio? In questo numero di Materia Rinnovabile Emanuele Bompan fa il punto sulle reazioni negli Stati Uniti ascoltando i suggerimenti di chi non si arrende: da Michael Brune, il direttore del Sierra Club che prevede “guerra nei tribunali, al Congresso e nelle strade” a Richard Heinberg, del Post Carbon Institute, che immagina una doppia strategia basata sul sostegno ai democratici e su proteste dal basso organizzate dalle città e dalle comunità.

Per l’economia circolare, in particolare, sarà una bella sfida: si tratta di far quadrare i conti in un contesto molto sfavorevole. Missione difficile ma non impossibile. Anche perché si gioca a ruoli rovesciati rispetto a un immaginario ancora abbastanza diffuso che vede gli ecologisti come romantici che sanno tutto sulle specie in pericolo e nulla sui bilanci da salvare. Negli Stati Uniti sembra vero il contrario: appare piuttosto difficile che Trump possa mantenere gli impegni anti ambientali annunciati in campagna elettorale senza danneggiare gravemente le industrie americane impegnate nella corsa verso l’efficienza e l’energia pulita. E infatti, proprio mentre sto chiudendo questo articolo, arriva la notizia della sfida green tra due giganti. Apple ha aperto un nuovo filone di investimenti sull’eolico acquisendo il 30% delle controllate della Goldwind, con sede in Cina. Google ha annunciato che dal 2017 tutta l’elettricità di cui ha bisogno per i suoi uffici e data center sparsi nel mondo sarà al 100% rinnovabile.
Sono scelte motivate sia da un diretto vantaggio economico sia dalla necessità di rafforzare i brand con azioni in sintonia con i clienti: poter dire che il bilancio energetico di un iPhone è più leggero o che si possono mandare Gmail senza far salire la concentrazione di gas serra vuol dire migliorare il posizionamento delle rispettive aziende.
Mentre gli Stati Uniti che escono dalle urne sembrano voler tornare alla prima metà del ventesimo secolo, gli Stati Uniti che si misurano con il mercato rilanciano scommettendo sul futuro. Ci attendono anni interessanti.

fonte: http://www.materiarinnovabile.it/