lunedì 10 aprile 2017

Biometano dagli scarti di cucina: un’alternativa pulita per i trasporti

In Italia le emissioni di gas serra stanno diminuendo, tranne che nel settore trasporti su gomma. Ma le soluzioni ci sono: una è l’utilizzo dei rifiuti organici per produrre biometano
















Per vincere la più importante sfida del nostro secolo, cioè limitare l’incremento della temperatura globale per prevenire gli effetti catastrofici del cambiamento climatico in atto, occorre assolutamente ridurre le emissioni di gas serra. Come fare?
I dati sulle emissioni in Italia non sono recentissimi. Dall’ultimo rapporto dell’ISPRA pubblicato nel 2014 si evince che dal 1990 al 2012 le emissioni CO2 eq sono diminuite dell’11% passando da 435 a 387 milioni di tonnellate per la riduzione delle emissioni prodotte dal settore industriale.
La CO2 proveniente dal settore trasporti – che rappresenta circa il 27,4 % del totale delle emissioni – è invece aumentata passando da 103 milioni di tonnellate del 1990 a 106 milioni di tonnellate nel 2012, di cui ben 98 provenienti dal trasporto su strada.

Le problematicità del settore trasporti sono anche evidenziate dal mancato raggiungimento degli obiettivi fissati nel Piano di Azione Nazionale per le Energie Rinnovabili redatto nel 2010 per attuare la della Direttiva 2009/98/CE. Infatti mentre il nostro Paese già nel 2014 ha superato l’obiettivo, fissato per il 2020, di ricavare da fonti di energia rinnovabili il 17% del fabbisogno nazionale nel settore trasporti non è stato raggiunto il target minimo fissato nel 2014 al 5,98%, ci si è infatti attestati al 4,5%. Il ritardo è ancora maggiore rispetto al 2020 con circa 5,6 punti in meno.
In sintesi – pur avendo ridotto le emissioni complessive – il settore trasporti continua ad essere quello che impatta maggiormente anche per il minor apporto di energia da fonti rinnovabili.
Una delle soluzioni possibili è intervenire sull’alimentazione degli automezzi, incentivando l’uso di biocarburanti con ridotte emissioni di gas serra al posto dei carburanti di origine fossile.
Non tutti i biocarburanti hanno però lo stesso impatto: il biometano riduce dell’80% le emissioni di gas a effetto serra, non genera emissioni di composti tossici e cancerogeni di polveri fini ed è il più economico. L’Italia ha un’ottima rete di distribuzione del metano per auto, è infatti il primo paese europeo in Europa con 1.164 impianti attivi, e  circolano già circa 800.000 auto a metano quindi il suo utilizzo è facilitato e contribuirebbe alla riduzione dell’approvvigionamento di metano da altri Paesi.














Un ulteriore vantaggio rispetto a biocarburanti come il biodiesel o il bioetanolo è che il biometano può essere usato liquido al 100% quindi non dev’essere miscelato con i carburanti classici. Ovviamente è possibile anche il “dual fuel”, cioè il sistema di alimentazione combinato biometano-gasolio.

Il biometano può derivare sia dalla Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani (FORSU) che da altri scarti di origine organica come fanghi provenienti dalla depurazione delle acque reflue urbane,  residui agricoli ed effluenti zootecnici, attraverso la digestione anaerobica un processo biologico per mezzo del quale, in assenza di ossigeno, la sostanza organica viene trasformata in biogas costituito principalmente da biometano.

Biometano dagli scarti di cucina: un’alternativa pulita per i trasporti 

Nella composizione merceologica dei rifiuti urbani la frazione organica (umido + verde) rappresenta il 35%, nel 2015 ne sono state prodotte circa 170 kg/abitante e di questi circa 100 kg/abitante – pari a 6.071.510 tonnellate – sono stati raccolti in maniera differenziata (dati fonte Ispra). Ad oggi la maggior parte della FORSU proveniente dalla raccolta differenziata è conferita in 201 impianti di compostaggio aerobico per la produzione di solo compost mentre ci sono solo 20 impianti dedicati alla sola digestione anaerobica che però producono quasi esclusivamente biogas usato per la produzione di energia elettrica.  Da 1 tonnellata di FORSU si possono ricavare circa 70 kg di biometano (95 mc) che permetterebbero a un’utilitaria a metano di percorrere circa 1.000 km.
Abbiamo quindi a disposizione una fonte di materia rinnovabile che potrebbe produrreconsiderando la sola quantità di organico proveniente dalla raccolta differenziata – circa 576.792.500 milioni di mc di biometano e chiuderebbe in maniera efficiente il ciclo rifiuti in linea con i  principi dell’Economia Circolare.
Si aggiunge poi il biogas da effluenti zootecnici, residui agricoli e agroindustriali, colture energetiche e dai fanghi di depurazione proveniente da 1.924 piccoli impianti e attualmente destinato alla produzione di  energia elettrica, ca. 1.400 MWe (fonte GSE).

Certo il biometano non può ancora soddisfare totalmente il fabbisogno dei circa 50 milioni di veicoli circolanti in Italia poichè occorre agire su diversi piani come la riduzione del trasporto su gomma e l’incentivo all’uso del trasporto pubblico, ma il suo sfruttamento può sicuramente contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2

L’Accordo sul clima di Parigi (COP 21) è stato un passo in avanti, ma occorre passare dalle strette di mano e dalle firme dei trattati alle azioni concrete, intervenendo su più fronti per andare verso una sostanziale riduzione della dipendenza da fonti fossili, puntando a massimizzare l’uso di fonti energetiche rinnovabili. Purtroppo, quando si passa ai fatti spuntano i soliti problemi di carattere normativo. In Italia il Decreto Ministeriale 5 dicembre 2013, detto “Decreto Biometano”, che norma operativamente le modalità di incentivazione alla produzione del biometano, non ha funzionato per diversi motivi. Ora, dopo la fase di consultazione, durata dal 13 dicembre 2016 al 13 gennaio 2017, si attende la pubblicazione del nuovo “Decreto Biometano bis”, che dovrebbe contenere semplificazioni e interessanti novità volte ad agevolarne e incentivarne l’uso. Speriamo sia la volta buona.

di Ing. Francesco Siciliawww.francescosicilia.it

fonte: http://www.rinnovabili.it/