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Biogas da rifiuti agroalimentari, norma UNI in consultazione















La futura norma è indirizzata ai gestori di impianti di biogas e biometano, con lo scopo di elaborare un documento di riferimento per prodotti ottenuti dal trattamento di rifiuti agricoli e alimentari destinati agli impianti a biodigestione anaerobica.

Il Progetto UNI1608494, dal titolo "Classificazione e specifiche dei prodotti organici ottenuti dal trattamento e recupero di rifiuti agricoli, alimentari e agro-alimentari destinati agli impianti di biodigestione anaerobica", è in consultazione pubblica preliminare a partire dall'11 settembre 2020.

La futura norma nasce dall'esigenza di elaborare un documento di riferimento a livello nazionale per prodotti organici ottenuti dal trattamento e recupero di rifiuti agricoli, alimentari e agro-alimentari (individuati da specifici codici EER) destinati, a seguito di una loro miscelazione per l’'ottenimento di un prodotto con caratteristiche costanti ed omogenee, all'utilizzo in impianti a digestione anaerobica per la produzione di biogas.

Il suo obiettivo è quello di fornire dei principi univoci e chiari per classificare i prodotti e per definirne le caratteristiche per il loro impiego come biomasse per gli impianti a biogas. La norma si rivolge a una molteplicità di realtà industriali che nel complesso gestiscono a livello nazionale un flusso di rifiuti agro-alimentari pari circa a 6 milioni di tonnellate/anno.

Inoltre, si vuole favorire l'’uso di matrici nobili al posto di colture agricole dedicate (come ad esempio mais, triticale, ecc.) e il recupero e la valorizzazione a fini energetici di rifiuti alimentari, per lo più confezionati, derivanti dalle aziende che ad oggi non trovano una facile collocazione.

La consultazione si chiude il 29 settembre 2020. I soggetti interessati possono inviare i propri commenti nella sezione "Inchieste pubbliche preliminari" del sito UNI.
Riferimenti

Banca dati UNI - Inchiesta preliminare

Gli incentivi e le agevolazioni per il biometano introdotti dal Dm 2 marzo 2018
in Nextville (Incentivi e bandi)



fonte: www.nextville.it


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Biometano da rifiuti organici, 9 impianti in Italia entro il 2018

Dal primo impianto di biometano del Centro-Sud Italia al primo distributore di biometano per automezzi: le eccellenze italiane che guardano al futuro
















“La nuova frontiera dell’economia circolare si chiama biometano e l’Italia sta già dimostrando di essere pronta ad accogliere questa sfida”. A ribadirlo è Massimo Centemero, direttore del Consorzio Italiano Compostatori (CIC). Il biometano è stato proprio uno dei protagonisti della fiera: “si tratta di un biocarburante avanzato, una risorsa rinnovabile e naturale che si ottiene raffinando il biogas generato dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici”, sottolinea Centemero. Gli utilizzi? Sia per l’immissione in rete sia per l’autotrazione.

L’Italia sembra aver colto l’innovazione ed entro la fine dell’anno saranno 9 impianti in grado di produrre biometano da FORSU - di cui 8 consorziati CIC - le cui storie saranno raccontate nel corso del convegno organizzato ad Ecomondo dalla Piattaforma Tecnologica Nazionale Biometano “Il gas rinnovabile nella strategia Clima Energia europea e nazionale” (giovedì 8 novembre). 



Il primo esempio nella produzione di biometano esclusivamente dal trattamento dei rifiuti organici della raccolta differenziata urbana e nell’immissione di biometano nella rete di trasporto nazionale è rappresentato dall’impianto di Montello Spa a Bergamo. Entrato in funzione da giugno 2017, l’impianto è in grado di produrre circa 32 milioni di standard metri cubi, cioè l’equivalente quantitativo di carburante necessario ad automobili a metano per percorrere circa 640 mln di chilometri.

Nelle ultime settimane a seguire l’esempio sono stati due impianti. Il primo si trova a Rende (CS): la Calabra Maceri ha inaugurato il primo impianto di biometano del Centro-Sud Italia connesso alla rete nazionale del gas naturale per gli usi industriali, residenziali e per l’autotrazione. L’impianto è in grado di trasformare 40.000 tonnellate annue di rifiuti organici da raccolta differenziata in 4,5 milioni di metri cubi di biometano annui. Il biometano per autotrazione, prodotto grazie a un sofisticato sistema di purificazione del gas, consente di percorrere 90.000.000 km che, con una media di 20.000 km annui a mezzo di trasporto, può alimentare fino a 4.500 autovetture, con un risparmio complessivo di oltre 16.200.000 kg di CO2 all’anno (3.600 kg per auto). 



Dal Sud al Nord: l’altro taglio del nastro è stato a Vittorio Veneto con l’inaugurazione a settembre del primo distributore di biometano proveniente dalla trasformazione del rifiuto organico. Ad ora il biometano derivato da rifiuto organico, ottenuto presso l’impianto SESA di Este (Padova), viene utilizzato per alimentare la flotta della società di raccolta di rifiuti urbani Savno, attiva su 44 comuni della provincia di Treviso. Un vero e proprio ciclo virtuoso legato ai rifiuti organici: il biometano ottenuto dalla produzione di organico del Bacino potrà coprire oltre l’80% dei km percorsi per la raccolta dell’organico stesso, ovvero circa 1,1 milioni di km all’anno, con un risparmio in termini di semplice acquisto di carburante di oltre 300.000 euro. Savno potrà inoltre risparmiare circa 10 ton di CO2 all’anno per ogni mezzo rispetto ad un veicolo con trazione a gasolio.

A segnare una svolta nel 2018 è stata in primis l’approvazione del decreto per la promozione dell’ uso del biometano nel settore dei trasporti e le agevolazioni per le imprese a forte consumo di gas naturale. “Un passo che, insieme all’approvazione del nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare, permette di valorizzare a pieno il rifiuto organico in Italia e di accelerare il percorso che stiamo costruendo verso modelli di consumo più sostenibili”, commenta Alessandro Canovai, presidente del CIC. L’apertura dei nuovi impianti è “un segnale importante che testimonia come la rivoluzione del biowaste sia in grado di coinvolgere tutto il Paese e soprattutto mette in evidenza quanto le aziende italiane siano pronte a produrre e commercializzare il biometano”. 



Secondo il CIC, considerando il biogas attualmente destinato alla produzione di energia elettrica e il margine di crescita della raccolta differenziata del rifiuto organico, è possibile stimare al 2025 una produzione potenziale di biometano da frazione umida di circa 500 milioni di Nm3/anno, e un potenziale complessivo di 0,8 miliardi di Nm3/anno, se si considera l’intero ammontare di rifiuti organici prodotti in ambito urbano.


@ConsorzioCIC
fonte: www.lastampa.it

Sacchetti bio a pagamento? Andranno in discarica: gli italiani li pagheranno 2 volte

Il governo ha reso obbligatorie e a pagamento le buste dopo aver cominciato a incentivare gli impianti per la produzione di biogas e biometano dai rifiuti organici, dove però i sacchettini creano più di un problema e spesso vengono eliminati in ingresso. Due strade sempre più divergenti: da una parte cresceranno rapidamente questi impianti, dall'altra ci saranno 25mila tonnellate di buste da smaltire (con i costi che ricadranno nelle tasche degli italiani)




I nuovi sacchettini per l’ortofrutta sono biodegradabili, compostabili e quasi ovunque si possono usare per la raccoltadell’organico, ma nella realtà prenderanno sempre più spesso la via della discarica. Possibile? Sì, perché il governo ha reso obbligatorie e a pagamento queste bustine per gli alimenti sfusi nei supermercati dopo aver cominciato a incentivare (in accordo con le politiche energetiche dell’Ue) gli impianti per la produzione di biogas e biometano dai rifiuti organici, dove però i sacchettini creano più di un problema e vengono quindi eliminati in ingresso. Così, ci troveremo di fronte a due strade sempre più divergenti: da una parte cresceranno rapidamente questi impianti, dall’altra avremo 25mila tonnellate di sacchettini da gestire in qualche modo. Aspetti non valutati dal ministero dell’Ambiente prima di infilare questa estate l’emendamento balneare della legge di conversione del decreto Mezzogiorno. Il testo, infatti, è stato scritto senza chiedere un parere di merito al braccio scientifico del dicastero, l’Ispra: il ministro ripete che la misura “fa bene all’ambiente”, ma una valutazione tecnica avrebbe potuto far emergere, oltre ai pro, anche i contro della scelta. A partire proprio dalle criticità per gli impianti e i tempi lunghi di biodegradabilità nel mare, fino all’esortazione dell’Onu ad abbandonare l’usa e getta piuttosto che promuovere le bioplastiche.

L’impianto di Bolzano: “Non buttate l’umido nei sacchettini” – Mentre i consumatori stavano ancora prendendo le misure con la novità, dalla società di igiene urbana di Bolzano Seab è partito l’allarme: “Da noi i cosiddetti sacchetti ecologici non sono adatti per la raccolta dell’organico. Utilizzate quelli in carta”. Il motivo? “Il tempo di degradazione di questi sacchi ecologici, significativamente più lungo rispetto agli altri materiali raccolti, influirebbe sull’intero processo. Inoltre, questi sacchi spesso si incastrano tra le lame del frantumatore causando dei guasti al sistema”. L’impianto in questione tratta i rifiuti umidi attraverso una fermentazione senza ossigeno: si chiama digestione anaerobica e rispetto ai vecchi impianti per il semplice compostaggio (fermentazione aerobica) dell’umido permette di ottenere, oltre a un ammendante per l’agricoltura, anche energia in forma di gas. Per questo, anche per effetto degli incentivi statali, è in corso una forte riconversione e nasceranno nel tempo anche nuovi digestori. Secondo l’Ispra, solo nel 2016 i rifiuti umidi trattati in maniera combinata sono cresciuti di oltre il 30% e il Consorzio italiano compostatori prevede che nel 2020 andranno a digestione anaerobica 5,7 milioni di tonnellate diorganico urbano, contro gli 1,8 milioni di adesso. Non solo: ad oggi, su quasi 30 grossi impianti di questo tipo attivi in Italia, i due terzi usano la tecnologia definita tecnicamente “wet”, quella in cui i sacchetti danno più problemi.

Il viaggio dei sacchetti: dal compostaggio alla discarica – Il punto, spiega a ilfattoquotidiano.it Mario Grosso, docente al dipartimento di Ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, è che “i sacchetti compostabili certificati ricevono il marchio dopo il test in un impianto aerobico, cioè di compostaggio, dove si disgregano in 90 giorni. Purtroppo però questo non implica che succeda la stessa cosa in un impianto di digestione anaerobica, dove le condizioni sono totalmente diverse e il processo più breve”. Non solo: “Se anche i sacchetti si disgregassero del tutto, molti impianti di questo tipo continuerebbero comunque a toglierli come fanno adesso perché si tratta di un materiale plastico e filamentoso che dà fastidio al funzionamento: si impiglia nelle lame, intasa le tubazioni”. E anche nei processi di compostaggio le buste vengono tolte in molti casi all’inizio: “In questo caso si fa soprattutto perché più del 40% dei sacchetti con cui i cittadini conferiscono l’umido continua a essere non compostabile”. È il problema delle buste contraffatte, che secondo Assobioplastiche rappresentano il 60% di quelle in circolazione. Così, anche dove i sacchetti biodegradabili e compostabili potrebbero trasformarsi in ammendante agricolo, vengono deviati in discarica: “All’ingresso degli impianti non è possibile distinguere le buste in regola da quelle fuori legge, e quindi si tolgono tutte”.
Il cittadino paga due volte – In Italia crescono pian piano le aree in cui si usano sacchetti in carta o addirittura, in qualche raro caso, direttamente i bidoncini, poi svuotati dagli operatori dell’igiene urbana. Ma i sacchetti biodegradabili rimangono la modalità più diffusa e in questi casi, dice a ilfatto.it – chiedendo di rimanere anonimo – il tecnico di una società che gestisce molti impianti di trattamento dell’organico, “il cittadino paga due volte: la prima al supermercato per il sacchetto, e la seconda nella tariffa rifiuti, visto che i costi di smaltimento degli scarti vengono ovviamente ribaltati in bolletta”. Non solo: “In media ogni sacchetto in plastica o bioplastica, quando viene tolto, si porta dietro materia organica pari a quattro volte il suo peso. Rifiuti che invece di diventare biogas vengono smaltiti. Dove ci sono molti sacchetti, si arriva al 30%-40% di rifiuto organico sprecato”, continua il professor Grosso.

“Bioplastiche biodegradabili in 90 giorni solo negli impianti” – Insomma, se i biopolimeri rimangono un’invenzione eccezionale perché permettono di ottenere manufatti a contenuto di materia fossile più contenuto, o addirittura al 100% rinnovabili, sui singoli usi delle bioplastiche è necessaria una valutazione. La stessa Rete europea delle agenzie ambientali, di cui fa parte anche l’Ispra, ha chiesto a Bruxelles “un approccio consapevole sull’uso delle bioplastiche”, evidenziando che per promuoverne “la produzione e l’uso su larga scala, questi prodotti dovranno misurarsi con il bisogno di essere completamente degradabili”. Requisito oggi assente.
Se infatti associazioni come Legambiente ritengono che i sacchettini per l’ortofrutta siano un passo avanti nella lotta all’inquinamento del mare dalle plastiche, per gli esperti del network europeo “le plastiche bioegradabili non possono essere considerate veramente biodegradabili al momento. Dati affidabili sugli effetti ambientali, in particolare sul suolo e sulle acque marine, non sono disponibili”. Numerosi studi scientifici a livello mondiale confermano i tempi molto lunghi necessari ai sacchetti in plastica biodegradabile per smembrarsi in mare. Tra gli ultimi c’è quello di un gruppo di scienziati dell’università di Pisa, pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment e condotto usando dei sacchetti biodegradabili e compostabili per la raccolta dell’umido, più spessi di quelli per l’ortofrutta ma più sottili delle buste distribuite alle casse dei supermercati. “Studi precedenti al nostro dimostravano che le buste, degradandosi, alterano la composizione e le caratteristiche del sedimento marino e la comunità microbica presente. Partendo da qui, ci siamo chiesti come questo fatto avrebbe potuto influenzare le piante che vivono in quegli ambienti in Mediterraneo”, spiega a ilfattoquotidiano.it la biologa pisana Elena Balestri. “Abbiamo allestito un esperimento in vasca considerando due specie di piante marine e ci siamo accorti che i frammenti di bioplastiche erano ancora presenti nei sedimenti dopo 6 mesi, e avevano modificato la concentrazione di ossigeno, pH e temperatura e alterato i rapporti tra le due specie. Queste alterazioni potrebbe influenzare la composizione delle praterie marine e anche dei popolamenti animali ad esse associati. Le nostre ricerche su questo tema vanno avanti per considerare sia la eventuale completa degradazione dei frammenti sia per osservare come tali processi possono influenzare le specie a lungo termine”.

Mancano standard per il mare – Sul comportamento in mare di questi nuovi materiali, dunque, molte domande devono ancora trovare una risposta. Dall’Istituto sui polimeri e biomateriali del Cnr, Mario Malinconico spiega a ilfattoquotidiano.it: “Premesso che bisogna scoraggiare l’abbandono delle plastiche nell’ambiente e che l’Italia è all’avanguardia nel settore delle bioplastiche, al momento i tempi di degradazione in un ambiente non controllato non sono prevedibili. In futuro saranno fissati degli standard anche per il mare: una plastica che sopravvive anche solo tre mesi potrebbe comunque creare problemi agli animali”. In questo quadro, dalle Nazioni Unite sono stati chiari, considerando anche il peso del fenomeno delle buste contraffatte: “Fino a che non c’è una definizione di biodegradabilità in mare accettata a livello internazionale, l’adozione di prodotti plastici etichettati come biodegradabili non porterà una diminuzione significativa né nella quantità di plastica che finisce negli oceani né rispetto al rischio di impatti fisici e chimici sull’ambiente marino”.
Il governo contro l’Onu: solo sacchetti usa e getta – Per l’Unep, il programma ambientale dell’Onu, “a salvare davvero il mare sarà il cambiamento dei nostri comportamenti. La cosa più importante è abbandonare la nostra mentalità usa e getta”. Un indirizzo che però il governo italiano ha totalmente ignorato.Dopo il no del ministero dell’Ambiente alla possibilità per i consumatori di portarsi da casa borsine riutilizzabili per l’ortofrutta al supermercato, è arrivato il sì del ministero dello Sviluppo economico e infine il passo indietro di quello della Salute: ammessi sono sacchettini usa e getta portati da casa, sulla cui conformità però il supermercato ha l’onere di vigilare. Un provvedimento inattuabile nella pratica, mentre sull’esclusione delle borsine riutilizzabili continua il dibattito. “È un provvedimento senza senso: si fa appello a ragioni igienico-sanitarie, ma parliamo di alimenti che non sono pronti per il consumo e devono essere prima lavati e sbucciati dal consumatore. Una mela o un pomodoro arrivano al supermercato già contaminati da una carica batterica, non sarebbe certo il fatto di metterli in una borsina riutilizzabile a creare problemi per la salute delle persone”, dice a ilfattoquotidiano.it Alessandro Del Nobile, docente di Scienze e tecnologie alimentari all’università di Foggia. E dall’associazione Comuni Virtuosi, che sette anni fa ha lanciato l’iniziativa “Mettila in rete” proprio a questo scopo, la responsabile campagne Silvia Ricci spiega: “Così non si ottiene alcuna riduzione dei rifiuti come invece chiesto dall’Europa e dall’Unep, e ci fa piacere che gli allarmi da noi lanciati da tempo ora vengano condivisi anche da altri soggetti. Questo bagno di sangue poteva essere evitato con un tavolo di ascolto preventivo di tutti i portatori di interessi e gli esperti in materia. Purtroppo il rischio da noi evidenziato di un approccio di disincentivazione economica che non va a colpire tutti i materiali monouso si sta concretizzando, perché la grande distribuzione sta in questi giorni massicciamente passando ai sacchetti di carta”.

fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Homebiogas 2.0: il biogas fatto in casa















Homebiogas 2.0 è il nome di una apparecchiatura autonoma per la produzione di biogas ad uso di cucina, realizzato dall'azienda statunitense Kickstarter.
Si tratta di un digestore di rifiuti organici, abbastanza piccolo da trovar spazio nel giardino di una casa di campagna e che produce fino a 700 litri di gas al giorno, per un totale di 4,4 kWh di energia prodotta (equivalenti a 15,4 mega Joule).

Il gas può essere utilizzato per la cottura dei cibi attraverso una normale cucina a gas, a cui occorre cambiare semplicemente gli ugelli. Come sottoprodotto, il digestore produce circa 12 litri al giorno di percolato da usarsi come liquido fertilizzante.

Homebiogas è costituito da due comparti: uno è il digestore vero e proprio, un altro è il contenitore per il biogas. Occupa circa 2 metri quadrati e si monta in un'ora. Una volta assemblato, basta inserire i rifiuti organici (scarti vegetali e deiezioni animali) e un'attivatore dei processi di digestione anaerobica. Al resto pensano i batteri. Il biogas prodotto arriva alla cucina a una pressione di circa 10 millibar.
L'unico fattore critico è la temperatura: Homebiogas 2.0 infatti dà il meglio di sé in climi caldi, con temperature mediamente superiori ai 20°C.
Kickstarter è una piccola azienda statunitense che ha iniziato nel 2014 le prime installazioni con HomeBiogas 1.0. Le consegne del modello Homebiogas 2.0, il cui prezzo è fissato a 790 dollari (circa 680 euro), avverranno all'inizio del 2018.




fonte: http://www.nextville.it

E' italiano il primo impianto europeo di biogas bi-stadio

E' stato inaugurato a Soliera, in provincia di Modena, il primo impianto di biogas in Europa dotato di tecnologia di digestione anaerobica bi-stadio e realizzato dall’azienda Biogas Italia Srl.

















Rispetto ad un impianto tradizionale, la nuova tecnologia bi-stadio consente di aumentare la resa energetica di circa il 20%. Separando le fasi biologiche della digestione anaerobica, il processo bi-stadio consente una più veloce degradazione della biomassa, con un aumento della produzione di idrogeno nel primo stadio del processo e della produzione di biometano alla fine del ciclo. L'idrogeno può essere utilizzato in celle a combustibile, commercializzato come gas tecnico o usato per incrementare il tenore in metano del biogas, facilitandone il successivo upgrading a biometano.
Grazie ai tempi ridotti di digestione della biomassa, l'impianto bi-stadio comporta volumi inferiori e costi di realizzazione più contenuti rispetto agli impianti tradizionali. Inoltre, biomasse a elevato contenuto di zucchero (siero di latte, sansa di olive, pastazzo di agrumi, ecc.) possono essere usate senza i problemi di stabilità biologica normalmente riscontrati nei sistemi tradizionali, facendole così rientrare in un ciclo virtuoso di riutilizzo.
L'impianto di Soliera, dotato di una potenza di 100 KW e alimentato prevalentemente a reflui zootecnici, rappresenta un ottimo esempio di collaborazione tra mondo della ricerca e mondo dell'impresa. Numerosi infatti i soggetti coinvolti: ENEA e CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) in qualità di depositari del brevetto, l'azienda Biogas Italia che – licenziataria del brevetto – ha realizzato l'impianto beneficiando di un finanziamento di Invitalia e infine l'azienda agricola Lugli, che ha ceduto in comodato d'uso il terreno e che fornisce la materia prima per l'alimentazione dell'impianto partecipando alla gestione dello stesso.
"Ancora una volta – dichiara Piero Gattoni, presidente del CIB (Consorzio Italiano Biogas) – il settore del biogas/biometano si dimostra in grado di trainare l'innovazione tecnologica, stimolando la ricerca di nuove soluzioni e favorendo l'instaurarsi di collaborazioni proficue tra soggetti pubblici e privati. Biogas e biometano si confermano risorse fondamentali nel bilanciamento delle rinnovabili all’interno di una strategia di progressiva decarbonizzazione del sistema energetico nazionale. Il biogas/biometano italiano è 100% Made in Italy perché nasce dai sottoprodotti dell'agricoltura e della zootecnia italiana: è programmabile, flessibile e capace di valorizzare il settore primario. Col giusto supporto del legislatore – conclude Gattoni – il comparto potrà offrire un contributo importante allo sviluppo del Paese".

fonte: http://www.nextville.it

Biometano dagli scarti di cucina: un’alternativa pulita per i trasporti

In Italia le emissioni di gas serra stanno diminuendo, tranne che nel settore trasporti su gomma. Ma le soluzioni ci sono: una è l’utilizzo dei rifiuti organici per produrre biometano
















Per vincere la più importante sfida del nostro secolo, cioè limitare l’incremento della temperatura globale per prevenire gli effetti catastrofici del cambiamento climatico in atto, occorre assolutamente ridurre le emissioni di gas serra. Come fare?
I dati sulle emissioni in Italia non sono recentissimi. Dall’ultimo rapporto dell’ISPRA pubblicato nel 2014 si evince che dal 1990 al 2012 le emissioni CO2 eq sono diminuite dell’11% passando da 435 a 387 milioni di tonnellate per la riduzione delle emissioni prodotte dal settore industriale.
La CO2 proveniente dal settore trasporti – che rappresenta circa il 27,4 % del totale delle emissioni – è invece aumentata passando da 103 milioni di tonnellate del 1990 a 106 milioni di tonnellate nel 2012, di cui ben 98 provenienti dal trasporto su strada.

Le problematicità del settore trasporti sono anche evidenziate dal mancato raggiungimento degli obiettivi fissati nel Piano di Azione Nazionale per le Energie Rinnovabili redatto nel 2010 per attuare la della Direttiva 2009/98/CE. Infatti mentre il nostro Paese già nel 2014 ha superato l’obiettivo, fissato per il 2020, di ricavare da fonti di energia rinnovabili il 17% del fabbisogno nazionale nel settore trasporti non è stato raggiunto il target minimo fissato nel 2014 al 5,98%, ci si è infatti attestati al 4,5%. Il ritardo è ancora maggiore rispetto al 2020 con circa 5,6 punti in meno.
In sintesi – pur avendo ridotto le emissioni complessive – il settore trasporti continua ad essere quello che impatta maggiormente anche per il minor apporto di energia da fonti rinnovabili.
Una delle soluzioni possibili è intervenire sull’alimentazione degli automezzi, incentivando l’uso di biocarburanti con ridotte emissioni di gas serra al posto dei carburanti di origine fossile.
Non tutti i biocarburanti hanno però lo stesso impatto: il biometano riduce dell’80% le emissioni di gas a effetto serra, non genera emissioni di composti tossici e cancerogeni di polveri fini ed è il più economico. L’Italia ha un’ottima rete di distribuzione del metano per auto, è infatti il primo paese europeo in Europa con 1.164 impianti attivi, e  circolano già circa 800.000 auto a metano quindi il suo utilizzo è facilitato e contribuirebbe alla riduzione dell’approvvigionamento di metano da altri Paesi.














Un ulteriore vantaggio rispetto a biocarburanti come il biodiesel o il bioetanolo è che il biometano può essere usato liquido al 100% quindi non dev’essere miscelato con i carburanti classici. Ovviamente è possibile anche il “dual fuel”, cioè il sistema di alimentazione combinato biometano-gasolio.

Il biometano può derivare sia dalla Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani (FORSU) che da altri scarti di origine organica come fanghi provenienti dalla depurazione delle acque reflue urbane,  residui agricoli ed effluenti zootecnici, attraverso la digestione anaerobica un processo biologico per mezzo del quale, in assenza di ossigeno, la sostanza organica viene trasformata in biogas costituito principalmente da biometano.

Biometano dagli scarti di cucina: un’alternativa pulita per i trasporti 

Nella composizione merceologica dei rifiuti urbani la frazione organica (umido + verde) rappresenta il 35%, nel 2015 ne sono state prodotte circa 170 kg/abitante e di questi circa 100 kg/abitante – pari a 6.071.510 tonnellate – sono stati raccolti in maniera differenziata (dati fonte Ispra). Ad oggi la maggior parte della FORSU proveniente dalla raccolta differenziata è conferita in 201 impianti di compostaggio aerobico per la produzione di solo compost mentre ci sono solo 20 impianti dedicati alla sola digestione anaerobica che però producono quasi esclusivamente biogas usato per la produzione di energia elettrica.  Da 1 tonnellata di FORSU si possono ricavare circa 70 kg di biometano (95 mc) che permetterebbero a un’utilitaria a metano di percorrere circa 1.000 km.
Abbiamo quindi a disposizione una fonte di materia rinnovabile che potrebbe produrreconsiderando la sola quantità di organico proveniente dalla raccolta differenziata – circa 576.792.500 milioni di mc di biometano e chiuderebbe in maniera efficiente il ciclo rifiuti in linea con i  principi dell’Economia Circolare.
Si aggiunge poi il biogas da effluenti zootecnici, residui agricoli e agroindustriali, colture energetiche e dai fanghi di depurazione proveniente da 1.924 piccoli impianti e attualmente destinato alla produzione di  energia elettrica, ca. 1.400 MWe (fonte GSE).

Certo il biometano non può ancora soddisfare totalmente il fabbisogno dei circa 50 milioni di veicoli circolanti in Italia poichè occorre agire su diversi piani come la riduzione del trasporto su gomma e l’incentivo all’uso del trasporto pubblico, ma il suo sfruttamento può sicuramente contribuire alla riduzione delle emissioni di CO2

L’Accordo sul clima di Parigi (COP 21) è stato un passo in avanti, ma occorre passare dalle strette di mano e dalle firme dei trattati alle azioni concrete, intervenendo su più fronti per andare verso una sostanziale riduzione della dipendenza da fonti fossili, puntando a massimizzare l’uso di fonti energetiche rinnovabili. Purtroppo, quando si passa ai fatti spuntano i soliti problemi di carattere normativo. In Italia il Decreto Ministeriale 5 dicembre 2013, detto “Decreto Biometano”, che norma operativamente le modalità di incentivazione alla produzione del biometano, non ha funzionato per diversi motivi. Ora, dopo la fase di consultazione, durata dal 13 dicembre 2016 al 13 gennaio 2017, si attende la pubblicazione del nuovo “Decreto Biometano bis”, che dovrebbe contenere semplificazioni e interessanti novità volte ad agevolarne e incentivarne l’uso. Speriamo sia la volta buona.

di Ing. Francesco Siciliawww.francescosicilia.it

fonte: http://www.rinnovabili.it/

Il biogas italiano, eccellenza internazionale: nel 2030 coprirà il 13% del fabbisogno nazionale

Potenziale da 8,5 miliardi di metri cubi, più di tutto il gas naturale estratto oggi nel Paese

















In Italia sono operativi più di 1.500 impianti di biogas, dei quali circa 1.200 in ambito agricolo, con una potenza elettrica installata di circa 1.200 MW, equivalente a una produzione di biometano pari a 2,4 miliardi di metri cubi l’anno: potenzialmente, il nostro Paese potrebbe produrre entro il 2030 fino a 8,5 miliardi di metri cubi di biometano (ovvero, più di tutto il gas naturale estratto in Italia nel 2015, pari a 6,9 miliardi di metri cubi di gas), in grado di soddisfare il 12-13% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale. Con risvolti positivi anche per quanto riguarda il lavoro: la filiera del biogas-biometano ha un’intensità occupazionale pari a 6,7 addetti per MW installato, e ha già favorito la creazione di oltre 12 mila posti di lavoro stabili e specializzati.
Numeri di un successo italiano che merita di essere adeguatamente valorizzato quelli presentati oggi a Roma durante la terza edizione di Biogas Italy, l’evento annuale che si tiene sotto l’egida del Cib (Consorzio italiano biogas, che conta quasi 800 aziende associate e più di 400 MW di capacità installata), svoltosi all’insegna del motto L’alba di una rivoluzione agricola.
L’Italia è da tempo uno dei principali produttori di biogas in agricoltura, quarta al mondo dopo Germania, Cina e Stati Uniti, ma i risultati più interessanti arrivano oggi sotto il profilo qualitativo. Ecofys, società internazionale leader nella consulenza energetica e climatica, in collaborazione con l’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e con il CRPA, Centro Ricerche Produzioni Animali di Reggio Emilia, ha analizzato il modello e disciplinare di produzione promosso dal Consorzio italiano biogas, denominato ‘Biogasdoneright®’ (Biogasfattobene). Un modello basato sull’uso prevalente di sottoprodotti e sui doppi raccolti, in modo da non essere in competizione con le produzioni alimentari e foraggere, che consente di produrre di più in modo sostenibile, contribuendo al contempo alla crescita delle energie rinnovabili.
«La produzione di biogas e biometano secondo princìpi del Biogasdoneright® – sono le conclusioni dello studio condotto da Ecofys – ha ricadute positive misurabili non solo con l’aumento delle produzioni alimentari e foraggere ma anche con il miglioramento di livelli di biodiversità, qualità e nutrienti del suolo grazie all’uso del digestato  Il modello italiano si basa sul criterio delle doppie colture: una coltura invernale denominata ‘di copertura’ viene aggiunta a quella convenzionale del periodo estivo, senza necessità di irrigazione o fertilizzazione aggiuntiva, grazie alle condizioni di umidità favorevoli».
Inoltre il biogas e il biometano (il risultato di un processo di upgrading del biogas) prodotti secondo i principi del Biogasdoneright® sono oltretutto carbon negative, come emerge da un’analisi di ciclo di vita (LCA) condotta dal CIB con il supporto del CRPA su un campione di quattro impianti di digestione anaerobica: dallo studio è emerso che l’elettricità prodotta da Biogasfattobene “genera” emissioni climalteranti prevalentemente negative (in un range da -335 a 25 g CO2eq per kWh), al contrario di quanto accade con il gas naturale (che in Ue produce 72 g CO2eq per MJ). Dati assai incoraggianti anche per quanto riguarda l’impiego del biogas nell’autotrasporto: in questo caso il biometano presenta infatti livelli di emissioni paragonabili all’elettrico ovvero 5 gC02eq/Km, il 97%  in meno di un analogo veicolo alimentato a benzina. Nei motori alimentati a metano e biometano sono inoltre praticamente assenti le missioni di PM10 e gli ossidi di azoto sono ridotti del 70%.
Anche alla luce di tali risultati, cinque docenti di fama internazionale, coordinati da dal professor Bruce Dale della Michigan University, già consulente del governo degli Stati Uniti, hanno deciso costituire in occasione di Biogas Italy un team internazionale per valutare la scalabilità del modello italiano nei vari contesti internazionali.
«Sin dalla nostra costituzione 10 anni fa – osserva Piero Gattoni, presidente del Cib – ci siamo posti l’obiettivo di promuovere un percorso di sviluppo della digestione anerobica in azienda agricola che permettesse di continuare a produrre cibo e foraggi di qualità, in modo ancora più sostenibile e a costi minori, utilizzando sottoprodotti e colture di integrazione, come quelle di secondo raccolto che altrimenti non avrebbero avuto mercato. L’interesse di importanti studiosi internazionali per approfondire scientificamente quello che noi stiamo sperimentando nella pratica della gestione delle nostre aziende ci motiva a continuare lungo una strada che può portare le nostre aziende ad essere più competitive e sostenibili».

fonte: www.greenreport.it

Valutazione del Ciclo di Vita, applicata al Compostaggio e alla Digestione Anaerobica. 1^ parte.


La crescente attenzione alla qualità dell’ambiente, alle risorse naturale, alla salute di tutti gli eco-sistemi, compreso quello umano, ha posto in evidenza l’opportunità di avere nuovi strumenti di valutazione, in grado di  tener conto della complessità dei sistemi produttivi e di consumo di una moderna società globalizzata.
A partire dagli anni settanta si sono messe le basi di una nuova disciplina, necessariamente multidisciplinare, definita come Life CycleAssesment (LCA) , in italiano “Valutazione del Ciclo di Vita”.
In sintesi, l’obiettivo di uno studio LCA dovrebbe essere in grado di dare risposte a domande di questo tipo:

"qual è l’impatto ambientale e sanitario della produzione di una bottiglia di Poli Etilen Tereftalato (PET), mettendo in conto gli impatti dell'estrazione, del trasporto e raffinazione di petrolio utilizzato come materia prima,  della produzione di energia per la realizzazione degli impianti e la loro gestione, degli impatti  della  produzione del PET e, infine degli impatti per lo smaltimento della bottiglia, una volta che questa sia stata utilizzata, mettendo a confronto, ad esempio, la discarica, l’incenerimento con recupero energetico e il riciclo?"
Dopo i primi anni pioneristici, la LCA si è progressivamente evoluta e oggi è diventato uno strumento frequentemente utilizzato per orientare i progettisti a realizzare impianti o merci a basso impatto ambientale e sempre più rispettosi di un modello di sviluppo durevole.
Nel 1999, il metodo LCA è stato applicato a diverse tipologie di impianti per il trattamento delle frazioni organiche di rifiuti urbani: compostaggio, digestione anaerobica con uso energetico del biogas e incenerimento con recupero di energia.
Questo studio, dal titolo  Ecological, energetic and economic comparison of anaerobic digestion with different competing technologies to treat biogenic wastes “ porta la firma di Edelman W, Schleiss K Joss A, ricercatori svizzeri ed è stato pubblicato su
Water Science Technology 2000; 41 (3) 263-73

Nel prossimo post analizzeremo l'impostazione di questo studio.
fonte: http://federico-valerio.blogspot.it

Con il pacchetto economia circolare diminuiranno i tassi di riciclo?

Per la nuova normativa Ue sull’economia circolare i rifiuti avviati a riciclo sono quelli che superano la selezione meccanica. Non si potranno più gonfiare i dati


Con il pacchetto economia circolare diminuiranno i tassi di riciclo

Il nuovo pacchetto sull’economia circolare dell’Unione europea, invece di aumentare il tasso di riciclo negli Stati membri, potrebbe avere l’effetto opposto. È quanto venuto fuori alla recente Energy from Waste Conference di Londra, durante la quale alcuni delegati di Austria, Germania e Svezia hanno sollevato il problema con il rappresentante della Commissione europea presente, Jose-Jorge Diaz del Castillo. Molte delle nazioni con le migliori performance nel settore, sostengono i delegati, potrebbero vedere i loro tassi di riciclo calare se le proposte delineate nel pacchetto economia circolare entrassero in vigore.
La normativa è altamente perfettibile poiché basata su obiettivi poco ambiziosi. Ma non è questo il problema. Si teme che possa giocare un ruolo negativo l’armonizzazione del metodo di calcolo che gli Stati membri adottano per misurare i loro progressi verso il target di riciclaggio dei rifiuti urbani. Al momento, gli Stati membri possono scegliere una delle quattro metodologie stabilite dalla Commissione. Il pacchetto europeo, tuttavia, ne prevede uno soltanto, che raggruppa carta, metallo plastica, vetro e altri flussi singoli di rifiuti differenziati dalle famiglie.
L’obiettivo, che attualmente si attesta al 50% entro il 2020, potrebbe anche salire al 65% entro il 2030, nell’ambito dei piani della nuova normativa.

Con il pacchetto economia circolare diminuiranno i tassi di riciclo 4 
Inoltre, la Commissione ha proposto che per «peso dei rifiuti urbani riciclati si intenda il peso dei rifiuti che entrano nel processo finale di riciclo», ossia dopo la selezione meccanica. Prima, invece, si poteva calcolare il volume di materiale raccolto complessivamente, nel quale cui si nascondono molti rifiuti non recuperabili.
Al convegno londinese, pertanto, rappresentanti del settore dei rifiuti di alcuni degli Stati europei con le performance migliori, si sono preoccupati. Se il metodo di calcolo viene affinato, i loro tassi di riciclo diminuiscono. La Germania attualmente è vicina al 64%, l’Austria al 57% e la Svezia al 52%. Con il nuovo sistema, potrebbero scendere tutti sotto il 50%. In pratica, agli Stati membri primi della classe non importa tanto la quota di rifiuti che vengono effettivamente rimessi in circolo, quanto piuttosto che la metodologia di calcolo li continui a premiare.
Inoltre, chiedono di fare chiarezza su come vadano definiti (e quindi calcolati) alcuni residui dei processi di riciclo, o i rifiuti organici filtrati dagli impianti di digestione anaerobica. La risposta di Jose Castillo, rappresentante della DG Ambiente della Commissione europea, ha cercato di fugare i dubbi: non diminuirà il numero di materiali da avviare a riciclo, il compost continuerà a rientrare nella definizione, così come i rifiuti che entrano nelle strutture di digestione anaerobica. Ma il sistema di calcolo sarà unico, con buona pace di chi fino a ieri ha gonfiato le sue performance.

fonte: www.rinnovabili.it