Equilibrio impiantistico minacciato dalle richieste avanzate da Cerroni
fonte: Ricicla.tv
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Umbria, lo spettro di Cosa nostra sulla gestione dei rifiuti: nell’interdittiva antimafia i legami pericolosi della Gesenu
Nel mirino della prefettura di Perugia l’impresa a capitale
pubblico-privato che si occupa dei servizi di nettezza urbana. Ad alto
rischio di “infiltrazioni della criminalità organizzata”. Dagli
accertamenti è emerso che l’azienda era controllata dal re della
monnezza romana Manlio Cerroni. Il quale con un sistema di
partecipazioni governava anche il Consorzio Simco in provincia di
Catania. Che nei suoi organici contava 29 dipendenti condannati per
gravissimi reati. Dall’associazione per delinquere di stampo mafioso
all’estorsione al traffico di stupefacenti
Un “concreto pericolo di infiltrazioni mafiose” che dalla Sicilia scala l’Italia fino all’Umbria. Attraverso una complessa rete societaria e un’intricata tela di collegamenti aziendali. Un sistema di scatole cinesi dal quale spunta, ripetutamente, il nome del re della monnezza romana proprietario della maxi-discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni. E’ l’allarmante quadro delineato dall’interdittiva antimafia adottata dalla Prefettura di Perugia nei confronti della Gesenu spa, l’impresa a capitale misto pubblico-privato attiva nel settore della raccolta dei rifiuti nella regione dell’Italia centrale. E, attraverso partecipazioni in diverse società, anche in altre aree del Paese. Una vicenda che, per la sua gravità, ha spinto addirittura la commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta dal dem Alessandro Bratti, a fare tappa proprio in Umbria. Storica regione rossa fino a qualche anno fa bastione della moralità pubblica, vanto della sinistra. E ora in preda a polemiche e riflessioni. Come quella scatenata dalla presa di posizione del sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci che, all’indomani del provvedimento della prefettura, ha puntato l’indice contro l’atteggiamento dell’intera classe politica regionale: “La vicenda dei rifiuti ci restituisce uno spaccato non in linea con la storia democratica dell’Umbria – ha tuonato il sottosegretario -. Mi aspettavo e mi aspetto che da parte dei partiti ci sia una presa di posizione netta”.
DA CATANIA A PERUGIA – Una vicenda che ha scatenato un autentico terremoto. E che prende le mosse dalla Sicilia con un’altra interdittiva. Quella emessa il 10 ottobre 2014 dalla Prefettura di Catania nei confronti del Consorzio Simco, con sede legale a Motta Sant’Anastasia, di cui Gesenu è socia. Anche in base alle risultanze contenute in un’informativa dei Carabinieri, che ha accertato come 29 dipendenti “su una complessiva popolazione lavorativa di 550” addetti, il 5,27% del totale, risultavano “pregiudicati anche per gravissimi reati, quali associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti”. Un’interdittiva che, il 24 giugno 2015, la Prefettura di Catania trasmette a quella di Perugia e nella quale è indicata anche la ripartizione del capitale sociale del consorzio Simco. Nella cui compagine compare, innanzitutto, la Mosema spa, della quale “Gesenu è socio al 40,2%” e che rappresenta, quindi, il tramite di collegamento tra la stessa Gesenu e il consorzio Simco. Al quale partecipa anche un’altra consorziata finita nel mirino della Prefettura catanese: Oikos spa, anch’essa destinataria, l’11 agosto 2014, di un ulteriore provvedimento interdittivo.
CHIUSO PER MAFIA – Un intreccio societario che, si legge nel provvedimento antimafia a carico di Gesenu, evidenzia un “quadro di elementi tali da ritenere fondatamente sussistente un concreto pericolo di infiltrazioni mafiose in grado di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa in questione”. Che detiene, si legge nell’interdittiva del 26 ottobre 2015 emessa dalla Prefettura di Perugia, partecipazioni “in numerose imprese e società operanti nel campo dei rifiuti e della gestione ambientale, alcune delle quali, dagli approfondimenti in corso risultano essere state interessate da procedimenti penali ed attività di polizia giudiziaria per gravi ipotesi di reato”. Fra queste la Tirrenoambiente spa con sede a Messina (della quale Gesenu è socio al 10%), “coinvolta nelle indagini relative alla gestione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea”. Socio di maggioranza della Tirrenoambiente è lo stesso Comune, sciolto per infiltrazioni mafiose dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre 2015.
TRAVOLTI DAL MAESTRALE – Ma “anche altre società della galassia Gesenu sono interessate da indagini e provvedimenti giudiziari”, rileva il Prefetto di Perugia. E’ il caso della Viterbo Ambiente scarl (della quale il 51% del capitale fa capo proprio alla Gesenu), coinvolta nell’operazione “Vento di Maestrale” dei Carabinieri del Noe del capoluogo laziale che il 3 giugno 2015 ha portato all’esecuzione di “un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carlo Rosario Noto La Diega”, presidente del Consiglio di amministrazione, già amministratore delegato di Gesenu, ex consigliere di amministrazione di Tirrenoambiente, nonché ex coordinatore per il monitoraggio ambientale della discarica romana di Malagrotta. Il suo nome compare “nell’organigramma di varie società a vario titolo collegate alla Gesenu ed al gruppo Cerroni”, come “Secit srl, Tecnowaste srl, Green Utility spa, Ambiente Italia srl” e “in atti giudiziari è indicato quale uomo di Cerroni”. Cioè di Manlio Cerroni, il re della monnezza capitolina proprietario della stessa discarica di Malagrotta. Imputato, tra l’altro, per associazione a delinquere finalizzata a “commettere una serie indeterminata di reati di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, traffico di rifiuti, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, gestione illecita di rifiuti e comunque qualsiasi atto o attività illeciti necessari a consentire il mantenimento o l’ampliamento della posizione di sostanziale monopolio” dello stesso Cerroni e delle sue aziende “nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni insistenti all’interno della Regione Lazio”.
CERRONI PIGLIATUTTO – All’esame del Prefetto di Perugia è finito anche il materiale investigativo del Gico della Guardia di Finanza. Che ha scavato nel sistema di scatole cinese che racchiudono l’assetto societario e le molteplici ramificazioni della Gesenu spa. Costituita nel 1980, l’impresa si occupa della “gestione di servizi di nettezza urbana e complementari, costruzione, partecipazione e gestione di impianti per il trattamento e trasformazione dei rifiuti solidi e liquidi”, nonché della “loro vendita, raccolta, trasporto e smaltimento”. Il capitale sociale di 10 milioni di euro risultava, all’epoca degli accertamenti, detenuto per il 45% (4,5 milioni per 900 mila azioni) dal Comune di Perugia, per un altro 45% dalla A.Cecchini & C. srl e per il restante 10% (un milione per 200 mila azioni) da Rosario Carlo Noto La Diega. Considerato, come detto, “uomo di Cerroni”. E’ grazie a lui che “si può pertanto dedurre che la famiglia Cerroni di fatto controlla sia la Gesenu spa e, attraverso questa e la compartecipata Mosema, il consorzio Simco spa”. Quanto alla A.Cecchini & C. srl, il suo capitale sociale di 130 mila euro era ripartito tra le figlie di Cerroni, Donatella e Monica (per il 5% ciascuna pari a 6.500 euro), e la Sorain Cecchini Ambiente spa (per il 90% pari a 117 mila euro), a sua volta controllata (al 100%) dalla Sorain Cecchini spa. Le cui quote sono ripartite tra Manlio Cerroni (330 mila euro pari al 66% del capitale) e le figlie Donatella e Monica (con il 17% pari a 85 mila euro ciascuna).
MERCATO DISTORTO – Ma non è tutto. Scorrendo l’interdittiva spuntano altre sorprese. “Nell’esaminare gli assetti societari delle imprese all’epoca operanti nel ciclo dei rifiuti, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso commesse”, evidenzia come alcuni gruppi “rappresentano una rilevante quota dell’imprenditoria di settore che se non è ancora un cartello è certamente un sistema che presenta elementi rilevanti di distorsione del mercato”. Insomma, una fitta trama di compartecipazioni societarie che ha spinto la Prefettura di Perugia a “ritenere sussistente il pericolo di tentativi di infiltrazione mafiosa nella ditta Gesenu spa” con sede legale nel capoluogo umbro. E ad adottare il provvedimento di “informazione interdittiva antimafia”. Una misura preventiva, che non rappresenta un giudizio di colpevolezza, ma che in presenza di elementi di pericolo legittima l’adozione di misure idonee a scongiurare la possibile ingerenza illecita nell’attività dell’impresa da parte della criminalità organizzata. Il tutto in una Regione che si riteneva sinora lontana anni luce dalla sola ombra della mafia.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Un “concreto pericolo di infiltrazioni mafiose” che dalla Sicilia scala l’Italia fino all’Umbria. Attraverso una complessa rete societaria e un’intricata tela di collegamenti aziendali. Un sistema di scatole cinesi dal quale spunta, ripetutamente, il nome del re della monnezza romana proprietario della maxi-discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni. E’ l’allarmante quadro delineato dall’interdittiva antimafia adottata dalla Prefettura di Perugia nei confronti della Gesenu spa, l’impresa a capitale misto pubblico-privato attiva nel settore della raccolta dei rifiuti nella regione dell’Italia centrale. E, attraverso partecipazioni in diverse società, anche in altre aree del Paese. Una vicenda che, per la sua gravità, ha spinto addirittura la commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta dal dem Alessandro Bratti, a fare tappa proprio in Umbria. Storica regione rossa fino a qualche anno fa bastione della moralità pubblica, vanto della sinistra. E ora in preda a polemiche e riflessioni. Come quella scatenata dalla presa di posizione del sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci che, all’indomani del provvedimento della prefettura, ha puntato l’indice contro l’atteggiamento dell’intera classe politica regionale: “La vicenda dei rifiuti ci restituisce uno spaccato non in linea con la storia democratica dell’Umbria – ha tuonato il sottosegretario -. Mi aspettavo e mi aspetto che da parte dei partiti ci sia una presa di posizione netta”.
DA CATANIA A PERUGIA – Una vicenda che ha scatenato un autentico terremoto. E che prende le mosse dalla Sicilia con un’altra interdittiva. Quella emessa il 10 ottobre 2014 dalla Prefettura di Catania nei confronti del Consorzio Simco, con sede legale a Motta Sant’Anastasia, di cui Gesenu è socia. Anche in base alle risultanze contenute in un’informativa dei Carabinieri, che ha accertato come 29 dipendenti “su una complessiva popolazione lavorativa di 550” addetti, il 5,27% del totale, risultavano “pregiudicati anche per gravissimi reati, quali associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti”. Un’interdittiva che, il 24 giugno 2015, la Prefettura di Catania trasmette a quella di Perugia e nella quale è indicata anche la ripartizione del capitale sociale del consorzio Simco. Nella cui compagine compare, innanzitutto, la Mosema spa, della quale “Gesenu è socio al 40,2%” e che rappresenta, quindi, il tramite di collegamento tra la stessa Gesenu e il consorzio Simco. Al quale partecipa anche un’altra consorziata finita nel mirino della Prefettura catanese: Oikos spa, anch’essa destinataria, l’11 agosto 2014, di un ulteriore provvedimento interdittivo.
CHIUSO PER MAFIA – Un intreccio societario che, si legge nel provvedimento antimafia a carico di Gesenu, evidenzia un “quadro di elementi tali da ritenere fondatamente sussistente un concreto pericolo di infiltrazioni mafiose in grado di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa in questione”. Che detiene, si legge nell’interdittiva del 26 ottobre 2015 emessa dalla Prefettura di Perugia, partecipazioni “in numerose imprese e società operanti nel campo dei rifiuti e della gestione ambientale, alcune delle quali, dagli approfondimenti in corso risultano essere state interessate da procedimenti penali ed attività di polizia giudiziaria per gravi ipotesi di reato”. Fra queste la Tirrenoambiente spa con sede a Messina (della quale Gesenu è socio al 10%), “coinvolta nelle indagini relative alla gestione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea”. Socio di maggioranza della Tirrenoambiente è lo stesso Comune, sciolto per infiltrazioni mafiose dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre 2015.
TRAVOLTI DAL MAESTRALE – Ma “anche altre società della galassia Gesenu sono interessate da indagini e provvedimenti giudiziari”, rileva il Prefetto di Perugia. E’ il caso della Viterbo Ambiente scarl (della quale il 51% del capitale fa capo proprio alla Gesenu), coinvolta nell’operazione “Vento di Maestrale” dei Carabinieri del Noe del capoluogo laziale che il 3 giugno 2015 ha portato all’esecuzione di “un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carlo Rosario Noto La Diega”, presidente del Consiglio di amministrazione, già amministratore delegato di Gesenu, ex consigliere di amministrazione di Tirrenoambiente, nonché ex coordinatore per il monitoraggio ambientale della discarica romana di Malagrotta. Il suo nome compare “nell’organigramma di varie società a vario titolo collegate alla Gesenu ed al gruppo Cerroni”, come “Secit srl, Tecnowaste srl, Green Utility spa, Ambiente Italia srl” e “in atti giudiziari è indicato quale uomo di Cerroni”. Cioè di Manlio Cerroni, il re della monnezza capitolina proprietario della stessa discarica di Malagrotta. Imputato, tra l’altro, per associazione a delinquere finalizzata a “commettere una serie indeterminata di reati di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, traffico di rifiuti, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, gestione illecita di rifiuti e comunque qualsiasi atto o attività illeciti necessari a consentire il mantenimento o l’ampliamento della posizione di sostanziale monopolio” dello stesso Cerroni e delle sue aziende “nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni insistenti all’interno della Regione Lazio”.
CERRONI PIGLIATUTTO – All’esame del Prefetto di Perugia è finito anche il materiale investigativo del Gico della Guardia di Finanza. Che ha scavato nel sistema di scatole cinese che racchiudono l’assetto societario e le molteplici ramificazioni della Gesenu spa. Costituita nel 1980, l’impresa si occupa della “gestione di servizi di nettezza urbana e complementari, costruzione, partecipazione e gestione di impianti per il trattamento e trasformazione dei rifiuti solidi e liquidi”, nonché della “loro vendita, raccolta, trasporto e smaltimento”. Il capitale sociale di 10 milioni di euro risultava, all’epoca degli accertamenti, detenuto per il 45% (4,5 milioni per 900 mila azioni) dal Comune di Perugia, per un altro 45% dalla A.Cecchini & C. srl e per il restante 10% (un milione per 200 mila azioni) da Rosario Carlo Noto La Diega. Considerato, come detto, “uomo di Cerroni”. E’ grazie a lui che “si può pertanto dedurre che la famiglia Cerroni di fatto controlla sia la Gesenu spa e, attraverso questa e la compartecipata Mosema, il consorzio Simco spa”. Quanto alla A.Cecchini & C. srl, il suo capitale sociale di 130 mila euro era ripartito tra le figlie di Cerroni, Donatella e Monica (per il 5% ciascuna pari a 6.500 euro), e la Sorain Cecchini Ambiente spa (per il 90% pari a 117 mila euro), a sua volta controllata (al 100%) dalla Sorain Cecchini spa. Le cui quote sono ripartite tra Manlio Cerroni (330 mila euro pari al 66% del capitale) e le figlie Donatella e Monica (con il 17% pari a 85 mila euro ciascuna).
MERCATO DISTORTO – Ma non è tutto. Scorrendo l’interdittiva spuntano altre sorprese. “Nell’esaminare gli assetti societari delle imprese all’epoca operanti nel ciclo dei rifiuti, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso commesse”, evidenzia come alcuni gruppi “rappresentano una rilevante quota dell’imprenditoria di settore che se non è ancora un cartello è certamente un sistema che presenta elementi rilevanti di distorsione del mercato”. Insomma, una fitta trama di compartecipazioni societarie che ha spinto la Prefettura di Perugia a “ritenere sussistente il pericolo di tentativi di infiltrazione mafiosa nella ditta Gesenu spa” con sede legale nel capoluogo umbro. E ad adottare il provvedimento di “informazione interdittiva antimafia”. Una misura preventiva, che non rappresenta un giudizio di colpevolezza, ma che in presenza di elementi di pericolo legittima l’adozione di misure idonee a scongiurare la possibile ingerenza illecita nell’attività dell’impresa da parte della criminalità organizzata. Il tutto in una Regione che si riteneva sinora lontana anni luce dalla sola ombra della mafia.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Traffico di rifiuti, il pentito: “Abbiamo scaricato anche a Malagrotta a Roma”
Ambiente & Veleni
Intervista
esclusiva a Nunzio Perrella, il boss che fece entrare la camorra nel
business dello smaltimento illecito e ha cominciato a collaborare con la
giustizia nel 1992. "I signori della monnezza facevano affari anche
prima dell'arrivo della criminalità. E oggi sono ancora attivi". Nomi
che poi hanno continuato a operare e incappare in disavventure
giudiziarie. A cominciare dallo storico imprenditore della capitale. Il
suo braccio destro replica: "Si trattava di conferimenti legittimi"Perrella smaltiva rifiuti a Pianura, quartiere napoletano, nella discarica di proprietà dei Di Francia e dei La Marca, poi punta su Roma. “Zio Mimì (Domenico La Marca) mi disse vai a scaricare a Malagrotta così risparmiavo sulla benzina. Ho scaricato rifiuti urbani, ma anche fanghi, gli altri trasportatori hanno scaricato anche ceneri, insomma, rifiuti pesanti”.
Un elemento inedito, datato fine anni Ottanta, inizio Novanta, e mai contestato all’avvocato Cerroni. Cerroni, oggi, per altre vicende è sotto processo per traffico illecito di rifiuti. Orazio Duvia, invece, gestore della discarica Pitelli, a La Spezia, ribattezzata la collina dei veleni, è stato assolto dal reato di disastro ambientale dopo che gli altri reati erano finiti prescritti. Duvia era legato a Fernando “Nando” Cannavale, altro signore dei rifiuti, coinvolto nell’inchiesta Adelphi, titolare della Trasfermar, era deputato a curare i rapporti con la politica e a mediare nelle rotte nord-sud. Non solo. Duvia era in affari societari con i La Marca, questi ultimi, destinatari, con le loro sigle, di un’interdittiva antimafia. I La Marca erano in rapporti societari con Cerroni e i suoi uomini. Rapporti che emergono anche leggendo la recente interdittiva che ha colpito la Viterbo ambiente.
Proprio i La Marca sono stati condannati, per un reato minore, nel processo Adelphi a inizio anni novanta. Un dibattimento, Adelphi, che si origina proprio dalle dichiarazioni di Perrella, ma finisce tra prescrizioni e assoluzioni, lievi condanne. “Si poteva fermare tutto allora, ma finì con un nulla di fatto” racconta il pentito. Quell’organigramma, indicato dall’allora collaboratore, era, davvero, responsabile del saccheggio, come dimostreranno le inchieste che arriveranno oltre un decennio dopo.
Perrella da qualche anno è uscito dal programma di protezione. Ha confessato i suoi crimini, traffico di armi, droga, e poi i rifiuti e ha pagato per le sue colpe. Al termine del programma di protezione ha rimediato anche una condanna per evasione dai domiciliari. “Ho pagato anche per questo, per tutti i miei errori. Ma 22 anni dopo quelli che io ho denunciato sono ancora attivi. Non è giusto, di chi è la colpa?
Il boss colletto bianco
Dai capannoni Fiat al grande traffico illecito di rifiuti, dalla cocaina alle armi, dall’edilizia al sacco ambientale. I settori di business di Perrella erano diversi. Davanti all’attuale capo della direzione nazionale antimafia Franco Roberti, all’epoca pubblico ministero, coniò la frase che racconta, meglio di ogni altra, il business della spazzatura domestica e soprattutto industriale: “Dotto’ la monnezza è oro”. Aggiunse pure: “E la politica è una monnezza”. Perrella racconta le origini: “Io ero un colletto bianco del crimine organizzato. Io ero amico di Antonio Bardellino, Mario Iovine, Umberto Ammaturo ed ero agli ordini di Giuseppe Pedana, detto Peppe ‘a braciola. Io ho iniziato gestendo bische clandestine”. I primi affari li muove con l’edilizia. “Facevamo coperture impermeabili, asfalti stradali. Ero subappaltatore di una società di Vicenza. Abbiamo fatto tutti i capannoni della Fiat così come abbiamo realizzato il Cis di Nola”. I rifiuti arrivano più tardi.
Il grande affare
Era la fine degli anni ottanta. Bisognava scaricare la monnezza del centro-nord Italia e le discariche campane avevano chiuso i cancelli, c’era bisogno dell’aiuto della camorra. Il cognato chiede a Perrella un aiuto per conto di Mariano Fornaciari, titolare della Italrifiuti. “Con la Italrifiuti – aggiunge Perrella – guadagnavo 150 milioni di lire al mese”. Italrifiuti vinceva gli appalti mentre le discariche erano autorizzate attraverso il pagamento degli enti di controllo. Il boss, oggi pentito, inizia a scaricare a Pianura presso la discarica gestita dalla Di.fra.bi, di proprietà dei La Marca e Di Francia. “Abbiamo smaltito gli urbani, i rifiuti assimilati, quelli speciali, altri smaltivano anche tossici. Le carte si inventavano, c’erano le autorizzazioni di Raffaele Perrone Capano, assessore provinciale che era a disposizione, a libro paga. Senza soldi, non si faceva niente. Lui mi disse ‘non facciamo rompere il giocattolo’”. Perrone Capano, arrestato nel 1993, finisce sotto processo, ma ne esce pulito per intervenuta prescrizione dei reati, a fine anni novanta torna a fare il professore alla Federico II di Napoli. “La Di.fra.bi era la madre, lì è iniziato tutto”. E i rifiuti tossici: “Li gestiva Giambattista Toninelli, imprenditore del nord, venivano 30, 40 camion al giorno. C’erano tutti i rifiuti che producono gli industriali del Nord”. Perrella, però, precisa: “Il resto d’Italia non sta meglio, la mia organizzazione ha smaltito ovunque”.
Sugli smaltimenti Francesco Rando, storico braccio destro di Cerroni, spiega che un comparto della discarica era autorizzata, dal 1984, a ricevere anche rifiuti tossico-nocivi. Quanto al racconto di Perrella, Rando spiega che “Italrifiuti (una delle società di Perrella, ndr) non figura nell’anagrafico clienti a partire dal 1984″, ma non esclude comunque che “possano essere stati conferiti legittimamente a Malagrotta rifiuti provenienti da altre regioni d’Italia trasportati da Italrifiuti per conto di altre imprese”.
Perrella sul punto non teme smentite: “Ho scaricato a Malagrotta prima con Italrifiuti e poi 3F-Ecologia come dimostrano i documenti in mio possesso”. Infine, i rapporti con la Di.fra.bi. Rando li limita all’acquisto del 50% della Ines sud da parte di Secor (gruppo Cerroni) precedentemente detenuto da La Marca Enterprise srl.
Nello Trocchia
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Rifiuti, ambientalisti serrano le fila
In confronto, sabato pomeriggio, per affrontare la vicenda che lega in questo settore l’Umbria e il Lazio
Insieme, di nuovo. Dopo essersi ritrovati venerdì a Perugia, per protestare, le associazioni che contestano le misure relative all’ambiente e contenute nel decreto ‘Sblocca Italia’, hanno dato vita a un pomeriggio di confronto. Perché, oltre alla protesta, c’è la proposta.L’incontro Sabato, il comitato ‘No inceneritori’ di Terni, il comitato ‘Contro la discarica di Pietramelina’ di Umbertide, l’osservatorio sulla discarica di Borgogiglione di Perugia e il coordinamento ‘No inceneritore di Albano’ dei Castelli Romani, si sono dati appuntamento a palazzo Gazzoli di Terni per affrontare insieme tutta la vicenda che lega, in questo settore, l’Umbria e il Lazio: ‘I signori dei rifiuti – Umbria e Lazio tra inceneritori, discariche, privatizzazioni e le stesse lobbies romane’.
I temi Nel corso dell’incontro i comitati del perugino hanno affrontato il tema della ‘vicenda Gesenu’, mentre con il coordinamento di Albano è stata affrontata la ‘battaglia’ – che li ha visti uscire vittoriosi – contro il progetto di inceneritore che «al tempo – hanno spiegato – era stato presentato da una società che teneva dentro Cerroni, lo stesso che ha una parte della Gesenu, Ama e Acea, proprietaria sia della discarica di Orvieto che dell’inceneritore di Terni».
Vincere le battaglie Lo scopo dell’iniziativa, ha spiegato Fabio Neri del comitato ‘No inceneritori’ di Terni, «era sostanzialmente questo: mettere insieme le esperienze di lotta contro gli inceneritori e discariche, dare un quadro generale di come si muovono ‘I signori dei rifiuti’ e capire come vincere le nostre battaglie. Nel caso ternano la battaglia da vincere è quella della chiusura degli inceneritori, per eliminare il problema dello ‘Sblocca Italia’ e dell’emergenza rifiuti».
Il PD «L’articolo 35 dello Sblocca Italia – dice il Partito Democratico dell’Umbria – continua a lasciarci fortemente perplessi. Per noi l’incenerimento dei rifiuti non è una soluzione che vada oltre la gestione dell’emergenza. La strategia del lungo periodo deve esser quella di ridurne la produzione a monte, potenziare la raccolta differenziata e il riutilizzo dei materiali. Dunque un utilizzo efficiente delle risorse per la riduzione dell’impatto sull’ambiente. In quest’ottica la deroga allo Sblocca Italia, ottenuta dall’Umbria a valle della trattativa, per tutte le Regioni in grado di superare insieme la necessità di autorizzare nuovi impianti, è un primo risultato».
Gli inceneritori La collaborazione tra Regioni, dice il PD, «deve garantire, a chi nel proprio piano dei rifiuti ha scelto di non utilizzare inceneritori, di portare avanti politiche più virtuose ed evitare di dover bruciare rifiuti nel proprio territorio. Il Partito Democratico ribadisce la contrarietà all’incenerimento di rifiuti all’interno del territorio regionale, poiché la tutela della salute e dell’ambiente richiedono chiarezza e incisività nelle scelte e nell’azione politica e amministrativa. Chiediamo quindi alle Amministrazioni di accelerare sulla raccolta differenziata e sullo sviluppo di un’economia circolare che eviti la produzione di rifiuti, riducendo drasticamente anche il ricorso alle discariche, con l’obiettivo di un loro progressivo superamento».
Il M5S Secondo il capogruppo regionale del M5S, Andrea Liberati, «l’Umbria è passata in pochi anni da Cuore verde
d’Italia a regione-discarica, con annesso mega-inceneritore pronto a bruciare di tutto. La dirigenza PD, responsabile di plurifallimentari politiche sui rifiuti, dovrebbe finalmente aprire gli occhi sui propri disastri per affrontare tale delicata tematica in modo nuovo, così da respingere finalmente l’assalto delle mafie ai nostri territori e restituire efficienza e legalità al settore. Ma il placet della presidente Marini allo ‘Sblocca Italia’ va però in direzione opposta, aprendo a fantomatici accordi interregionali di cui chiederemo presto conto in aula».
«Vaso di coccio» Secondo Liberati, l’Umbria è «sempre più vaso di coccio tra vasi di ferro, senza una nomenclatura autorevole e in grado di farsi sentire dagli stessi vicini e, a maggior ragione, dal livello
nazionale. Catiuscia Marini ha così preferito per l’ennesima volta la via per lei più comoda, assecondando inceneritoristi e monnezzari vari, pur di non mettersi contro Matteo Renzi e interessi economici che hanno molto a che fare col partito degli affaristi», mentre «le cooperative che volteggiano sul sistema rifiuti rappresentano il suggello dell’intreccio incestuoso tra affari e politica in Umbria».
fonte: www.umbriaon.it
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Rifiuti Roma, 7 arresti: c’è il patron di Malagrotta Cerroni. Indagato Marrazzo
L'accusa: associazione a delinquere. Il patron della discarica
contestata era definito "il Supremo". Misure cautelari anche nei
confronti dell'ex presidente della Regione Landi e del funzionario da 10
incarichi Fegatelli. All'ex governatore contestato l'ok al
termovalorizzatore di Albano
Sette persone sono state arrestate dai carabinieri del Noe di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei rifiuti del Lazio. Tra questi anche l’imperatore dei rifiuti di Roma, “l’ottavo re” che ha vissuto negli anni di centrodestra e centrosinistra come il padrone, il monopolista nella gestione del pattume sia nella capitale che nel Lazio: Manlio Cerroni, proprietario dell’area della discarica di Malagrotta, è finito ai domiciliari. Un’inchiesta, quella della Procura di Roma, che scompagina un sistema di potere giocato in forza del controllo della catena di comando a rischio di lasciare la Città eterna inondata di rifiuti. Sistema che ha fatto comodo alla politica, incapace di scelte e di governare il ciclo.
Con Cerroni agli arresti domiciliari altre 6 persone: imprenditori, ma anche funzionari pubblici. Si tratta in questo caso dei dirigenti regionali Luca Fegatelli (“l’uomo dei 10 incarichi”) e Raniero De Filippis. Agli arresti Francesco Rando, uomo di fiducia dell’avvocato e gestore della Pontina Ambiente. Rando gestisce anche la E.giovi srl che, insieme al Consorzio Co.la.ri., è tra le aziende principali dell’avvocato che fatturano in media 150 milioni di euro all’anno. Non è l’unico collaboratore di Cerroni coinvolto nell’inchiesta: anche altri due storici assistenti dell’avvocato sono finiti ai domiciliari, Pino Sicignano (direttore della discarica di Albano Laziale) e Piero Giovi. Associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa sono tra i reati contestati a vario titolo agli indagati. La Guardia di Finanza di Roma ha nel frattempo sequestrato beni mobili ed immobili per 18 milioni di euro.
La “piramide” guidata da Cerroni “il Supremo”
Secondo l’ordinanza firmata dal gip si trattava di un “sodalizio criminale” “in grado di condizionare l’attività dei vari enti pubblici coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti nel Lazio, a partire dalla Regione”. L’esistenza e il funzionamento di questo gruppo era costituito da soggetti privati (Cerroni, Landi, Rando, Giovi, Sicignano), pubblici funzionari (il deceduto Arcangelo Spagnoli, Fegatelli) e politici (tra cui il deceduto Mario Di Carlo, Giovanni Hermanin de Reichfield e Romano Giovannetti, quest’ultimo segretario particolare dell’ex assessore Pietro di Paolantonio) è stata nel tempo monitorata e ricostruita grazie a intercettazioni, testimonianze, acquisizioni di documenti e perizie. Cerroni, indicato dagli inquirenti come dominus delle iniziative del gruppo, era soprannominato nel gruppo come “il Supremo“.
Subito sotto Cerroni, nella piramide organizzativa, si trovava Landi, organizzatore – secondo i magistrati – in grado di condizionare l’attività dei vari enti pubblici coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti nel al fine di consentire al gruppo imprenditoriale riconducibile a Cerroni di realizzare e mantenere un sostanziale monopolio nella gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai Comuni.
Indagato anche l’ex governatore Marrazzo
E nello scandalo dell’immondizia finisce anche Piero Marrazzo. L’ex presidente della Regione Lazio è accusato di falso in atto pubblico per l’ok dato alla realizzazione del termovalorizzatore di Albano Laziale da parte del consorzio Coema, il cui “dominus” secondo la Procura è Cerroni. Un’ordinanza illegittima, dicono i magistrati, perché il commissario straordinario per l’emergenza rifiuti – Marrazzo appunto – aveva cessato i suoi poteri il 30 giugno del 2008, mentre il documento fu emanato il 22 ottobre. D’altra parte il provvedimento fu annullato dal Tar del Lazio nel 2010 e questa decisione fu poi confermata anche dal Consiglio di Stato. Cerroni viene definito dagli inquirenti “ispiratore del provvedimento”.
L’inchiesta da VelletriNe ha fatta di strada Cerroni, una vita in sella dai tempi della sindacatura nel piccolo paese di Pisoniano, in provincia di Roma, anni Cinquanta – quando si faceva immortalare vicino a Giulio Andreotti – fino all’ascesa da imprenditore. Cerroni ha costruito un impero controllando la mega discarica di Malagrotta che per 30 anni ha ingoiato i rifiuti di Roma, di Fiumicino e della città del Vaticano. Società in tutta Italia e anche all’estero, un patrimonio sconfinato e impianti costruiti in mezzo mondo. Ora l’epilogo dei domiciliari.
L’inchiesta è partita nel 2009, condotta dai carabinieri del Noe di Roma agli ordini del colonnello Ultimo e del capitano Pietro Rajola Pescarini. La Procura di Velletri, pm Giuseppe Travaglini, aveva chiesto gli arresti, ma il gip nell’aprile 2012 ha trasferito gli atti per competenza alla Procura capitolina. Sotto accusa era finita la gestione del polo industriale di Albano Laziale, dove Cerroni, con la Pontina Ambiente, gestisce una discarica e un Tmb, impianto di produzione del cdr, le balle dei rifiuti da incenerire. Secondo l’accusa veniva prodotto cdr in misura inferiore rispetto a quanto veniva poi fatto pagare ai Comuni conferitori, con risparmio per il privato che spendeva di meno per smaltirlo in discarica, che in tanto si esauriva prima, piuttosto che per incenerirlo. I Comuni pagavano per un servizio che non ricevevano procurando così un vantaggio alla società di Cerroni. L’inchiesta per competenza si è spostata a Roma, i pm Alberto Galanti e Maria Cristina Palaia sotto la guida del procuratore Giuseppe Pignatone, hanno chiesto le misure cautelari, accolte dal gip Massimo Battistini.
Il funzionario a disposizione
Se c’è l’imprenditoria non può mancare il funzionario regionale, anche lui ai domiciliari, si tratta di Luca Fegatelli. Notizie riguardo l’indagine, che oggi ha portato all’esecuzione delle misure cautelari, erano già state pubblicate eppure Fegatelli, anche quando Nicola Zingaretti è stato eletto presidente della Regione, è rimasto in sella con una sfilza di incarichi (ilfattoquotidiano.it ne contò 10). Tra questi anche quello di direttore dell’agenzia regionale per i beni confiscati. Fegatelli è stato dirigente della direzione regionale energia e rifiuti fino al 2010 prima di passare a capo del dipartimento istituzionale e territorio, ruolo che oggi ricopre. Per gli inquirenti è stato a disposizione del gruppo imprenditoriale, è risultato il vero regista, l’uomo chiave della strategia “cerroniana” in Regione. Insieme a Cerroni ai domiciliari finiscono i suoi uomini di sempre, i fedelissimi che da anni sono stati ai vertici della galassia di imprese dell’avvocato.
Poi c’è Raniero De Filippis. Prima direttore del dipartimento del territorio (dal 2007 al 2010), poi attualmente alla guida della direzione regionale ambiente e politiche abitative. De Filippis, con Fegatelli, fu tra i “fortunati” che vide il suo incarico prorogato da Renata Polverini in extremis del suo mandato da governatrice (che stava esaurendosi sotto i colpi degli scandali). E lo stesso funzionario si è “distinto” anche per la coincidenza di avere come collega – funzionario in Regione Lazio – il nipote Alessandro. Anche De Filippis è stato confermato da Zingaretti nonostante tutto. Nonostante la Corte dei Conti lo avesse condannato a risarcire la Regione accertando un danno erariale di 750mila euro. E nonostante nel 2002 avesse già patteggiato 5 mesi per abuso d’ufficio e falso ideologico per vicende legate ad una comunità montana di cui era stato commissario liquidatore.
L’assessore al telefono
Ai domiciliari anche Bruno Landi, ex presidente della Regione Lazio negli anni Ottanta, craxiano di ferro, presidente di FederLazio Ambiente, che ha ricoperto diversi ruoli nelle società dell’avvocato da Viterbo a Latina. Landi è stato il punto di contatto con il mondo della politica. Quella politica che ha sempre acconsentito alle richieste dell’avvocato per lo spettro della spazzatura in strada e l’incapacità dei partiti di avviare un ciclo di gestione dei rifiuti. Negli atti, l’informativa dei carabinieri del Noe inviata alla Procura di Velletri, anche una telefonata con l’attuale assessore regionale Michele Civita (estraneo all’inchiesta), quando era assessore in Provincia. Conversazioni che raccontano il ruolo e il potere di Cerroni. Era il 2010. I carabinieri scrivono nell’informativa: “L’assessore, sebbene in un primo momento sembra tenere testa alle pretese dell’avvocato, alla fine soccombe dietro la paura di creare un problema igienico-sanitario simile a quello vissuto dalla città di Napoli, così come paventato dal Cerroni stesso”. Un potere e un ruolo che hanno affascinato anche Goffredo Sottile (pure lui estraneo all’indagine), ultimo commissario per l’emergenza rifiuti a Roma, che anche in pubblico aveva espresso apprezzamenti per l’avvocato. Nonostante l’indagine in corso a carico di Cerroni – nota già dallo scorso anno – Sottile ha insistito per affidargli la gestione della nuova discarica che avrebbe servito Roma dopo Malagrotta. Ipotesi poi tramontata. Tramontata come la rete di potere dell’anziano avvocato.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Sette persone sono state arrestate dai carabinieri del Noe di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei rifiuti del Lazio. Tra questi anche l’imperatore dei rifiuti di Roma, “l’ottavo re” che ha vissuto negli anni di centrodestra e centrosinistra come il padrone, il monopolista nella gestione del pattume sia nella capitale che nel Lazio: Manlio Cerroni, proprietario dell’area della discarica di Malagrotta, è finito ai domiciliari. Un’inchiesta, quella della Procura di Roma, che scompagina un sistema di potere giocato in forza del controllo della catena di comando a rischio di lasciare la Città eterna inondata di rifiuti. Sistema che ha fatto comodo alla politica, incapace di scelte e di governare il ciclo.
Con Cerroni agli arresti domiciliari altre 6 persone: imprenditori, ma anche funzionari pubblici. Si tratta in questo caso dei dirigenti regionali Luca Fegatelli (“l’uomo dei 10 incarichi”) e Raniero De Filippis. Agli arresti Francesco Rando, uomo di fiducia dell’avvocato e gestore della Pontina Ambiente. Rando gestisce anche la E.giovi srl che, insieme al Consorzio Co.la.ri., è tra le aziende principali dell’avvocato che fatturano in media 150 milioni di euro all’anno. Non è l’unico collaboratore di Cerroni coinvolto nell’inchiesta: anche altri due storici assistenti dell’avvocato sono finiti ai domiciliari, Pino Sicignano (direttore della discarica di Albano Laziale) e Piero Giovi. Associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e truffa sono tra i reati contestati a vario titolo agli indagati. La Guardia di Finanza di Roma ha nel frattempo sequestrato beni mobili ed immobili per 18 milioni di euro.
La “piramide” guidata da Cerroni “il Supremo”
Secondo l’ordinanza firmata dal gip si trattava di un “sodalizio criminale” “in grado di condizionare l’attività dei vari enti pubblici coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti nel Lazio, a partire dalla Regione”. L’esistenza e il funzionamento di questo gruppo era costituito da soggetti privati (Cerroni, Landi, Rando, Giovi, Sicignano), pubblici funzionari (il deceduto Arcangelo Spagnoli, Fegatelli) e politici (tra cui il deceduto Mario Di Carlo, Giovanni Hermanin de Reichfield e Romano Giovannetti, quest’ultimo segretario particolare dell’ex assessore Pietro di Paolantonio) è stata nel tempo monitorata e ricostruita grazie a intercettazioni, testimonianze, acquisizioni di documenti e perizie. Cerroni, indicato dagli inquirenti come dominus delle iniziative del gruppo, era soprannominato nel gruppo come “il Supremo“.
Subito sotto Cerroni, nella piramide organizzativa, si trovava Landi, organizzatore – secondo i magistrati – in grado di condizionare l’attività dei vari enti pubblici coinvolti nella gestione del ciclo dei rifiuti nel al fine di consentire al gruppo imprenditoriale riconducibile a Cerroni di realizzare e mantenere un sostanziale monopolio nella gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai Comuni.
Indagato anche l’ex governatore Marrazzo
E nello scandalo dell’immondizia finisce anche Piero Marrazzo. L’ex presidente della Regione Lazio è accusato di falso in atto pubblico per l’ok dato alla realizzazione del termovalorizzatore di Albano Laziale da parte del consorzio Coema, il cui “dominus” secondo la Procura è Cerroni. Un’ordinanza illegittima, dicono i magistrati, perché il commissario straordinario per l’emergenza rifiuti – Marrazzo appunto – aveva cessato i suoi poteri il 30 giugno del 2008, mentre il documento fu emanato il 22 ottobre. D’altra parte il provvedimento fu annullato dal Tar del Lazio nel 2010 e questa decisione fu poi confermata anche dal Consiglio di Stato. Cerroni viene definito dagli inquirenti “ispiratore del provvedimento”.
L’inchiesta da VelletriNe ha fatta di strada Cerroni, una vita in sella dai tempi della sindacatura nel piccolo paese di Pisoniano, in provincia di Roma, anni Cinquanta – quando si faceva immortalare vicino a Giulio Andreotti – fino all’ascesa da imprenditore. Cerroni ha costruito un impero controllando la mega discarica di Malagrotta che per 30 anni ha ingoiato i rifiuti di Roma, di Fiumicino e della città del Vaticano. Società in tutta Italia e anche all’estero, un patrimonio sconfinato e impianti costruiti in mezzo mondo. Ora l’epilogo dei domiciliari.
L’inchiesta è partita nel 2009, condotta dai carabinieri del Noe di Roma agli ordini del colonnello Ultimo e del capitano Pietro Rajola Pescarini. La Procura di Velletri, pm Giuseppe Travaglini, aveva chiesto gli arresti, ma il gip nell’aprile 2012 ha trasferito gli atti per competenza alla Procura capitolina. Sotto accusa era finita la gestione del polo industriale di Albano Laziale, dove Cerroni, con la Pontina Ambiente, gestisce una discarica e un Tmb, impianto di produzione del cdr, le balle dei rifiuti da incenerire. Secondo l’accusa veniva prodotto cdr in misura inferiore rispetto a quanto veniva poi fatto pagare ai Comuni conferitori, con risparmio per il privato che spendeva di meno per smaltirlo in discarica, che in tanto si esauriva prima, piuttosto che per incenerirlo. I Comuni pagavano per un servizio che non ricevevano procurando così un vantaggio alla società di Cerroni. L’inchiesta per competenza si è spostata a Roma, i pm Alberto Galanti e Maria Cristina Palaia sotto la guida del procuratore Giuseppe Pignatone, hanno chiesto le misure cautelari, accolte dal gip Massimo Battistini.
Il funzionario a disposizione
Se c’è l’imprenditoria non può mancare il funzionario regionale, anche lui ai domiciliari, si tratta di Luca Fegatelli. Notizie riguardo l’indagine, che oggi ha portato all’esecuzione delle misure cautelari, erano già state pubblicate eppure Fegatelli, anche quando Nicola Zingaretti è stato eletto presidente della Regione, è rimasto in sella con una sfilza di incarichi (ilfattoquotidiano.it ne contò 10). Tra questi anche quello di direttore dell’agenzia regionale per i beni confiscati. Fegatelli è stato dirigente della direzione regionale energia e rifiuti fino al 2010 prima di passare a capo del dipartimento istituzionale e territorio, ruolo che oggi ricopre. Per gli inquirenti è stato a disposizione del gruppo imprenditoriale, è risultato il vero regista, l’uomo chiave della strategia “cerroniana” in Regione. Insieme a Cerroni ai domiciliari finiscono i suoi uomini di sempre, i fedelissimi che da anni sono stati ai vertici della galassia di imprese dell’avvocato.
Poi c’è Raniero De Filippis. Prima direttore del dipartimento del territorio (dal 2007 al 2010), poi attualmente alla guida della direzione regionale ambiente e politiche abitative. De Filippis, con Fegatelli, fu tra i “fortunati” che vide il suo incarico prorogato da Renata Polverini in extremis del suo mandato da governatrice (che stava esaurendosi sotto i colpi degli scandali). E lo stesso funzionario si è “distinto” anche per la coincidenza di avere come collega – funzionario in Regione Lazio – il nipote Alessandro. Anche De Filippis è stato confermato da Zingaretti nonostante tutto. Nonostante la Corte dei Conti lo avesse condannato a risarcire la Regione accertando un danno erariale di 750mila euro. E nonostante nel 2002 avesse già patteggiato 5 mesi per abuso d’ufficio e falso ideologico per vicende legate ad una comunità montana di cui era stato commissario liquidatore.
L’assessore al telefono
Ai domiciliari anche Bruno Landi, ex presidente della Regione Lazio negli anni Ottanta, craxiano di ferro, presidente di FederLazio Ambiente, che ha ricoperto diversi ruoli nelle società dell’avvocato da Viterbo a Latina. Landi è stato il punto di contatto con il mondo della politica. Quella politica che ha sempre acconsentito alle richieste dell’avvocato per lo spettro della spazzatura in strada e l’incapacità dei partiti di avviare un ciclo di gestione dei rifiuti. Negli atti, l’informativa dei carabinieri del Noe inviata alla Procura di Velletri, anche una telefonata con l’attuale assessore regionale Michele Civita (estraneo all’inchiesta), quando era assessore in Provincia. Conversazioni che raccontano il ruolo e il potere di Cerroni. Era il 2010. I carabinieri scrivono nell’informativa: “L’assessore, sebbene in un primo momento sembra tenere testa alle pretese dell’avvocato, alla fine soccombe dietro la paura di creare un problema igienico-sanitario simile a quello vissuto dalla città di Napoli, così come paventato dal Cerroni stesso”. Un potere e un ruolo che hanno affascinato anche Goffredo Sottile (pure lui estraneo all’indagine), ultimo commissario per l’emergenza rifiuti a Roma, che anche in pubblico aveva espresso apprezzamenti per l’avvocato. Nonostante l’indagine in corso a carico di Cerroni – nota già dallo scorso anno – Sottile ha insistito per affidargli la gestione della nuova discarica che avrebbe servito Roma dopo Malagrotta. Ipotesi poi tramontata. Tramontata come la rete di potere dell’anziano avvocato.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Mafia capitale anche in Umbria: gli affari di Buzzi e i rapporti con i clan nelle aziende dei rifiuti. Socie dei Comuni
Un'interdittiva antimafia ha colpito Viterbo ambiente, partecipata dalla Gesenu, partner anche del Comune di Perugia. Il prefetto evidenzia contatti con il clan Santapaola, con Francesco Schiavone dei casalesi e Francesco La Marca, vicino ai Cutolo. La società è coinvolta in un'inchiesta sulla gestione
della raccolta nella regione
Dopo quella di mafia e camorra, ora anche l’ombra di Mafia Capitale grava sulla gestione dei rifiuti in Umbria e nel viterbese. Un’interdittiva antimafia emessa lo scorso 28 novembre nei confronti di una società che gestisce i rifiuti del Comune di Viterbo traccia un ampio quadro di affari in odore di criminalità. Quelli condotti da società controllate dal Comune di Perugia e da Manlio Cerroni — coinvolto nelle inchieste sulla gestione rifiuti nel Lazio — insieme alle cooperative vicine a Salvatore Buzzi —arrestato nell’ambito dell’inchiesta su Mafia Capitale.
Il provvedimento emesso dal prefetto di Viterbo Rita Piermatti riguarda la Viterbo Ambiente s.c.a.r.l., che dal 2012 gestisce lo smaltimento dei rifiuti per il Comune di Viterbo. L’azienda è partecipata dalla cooperativa ternana Cosp Tecno Service e dalla società per azioni Gesenu — che come socio di minoranza ha il Comune di Perugia e come socio di maggioranza la Sorain e Cecchini di Manlio Cerroni.
L’interdittiva evidenzia da un lato i contatti di Gesenu con il clan Santapaola, con Francesco Schiavone dei casalesi e Francesco La Marca, vicino ai Cutolo. Dall’altro i rapporti d’affari tra Cosp Tecno Service e Buzzi. Da metà anni ’90 la Cosp di Danilo Valenti e la coop 29 Giugno di Salvatore Buzzi sono consorziate del Centro Nazionale Servizi (Cns) di Bologna, una delle più grandi realtà di Legacoop. Dal 2011, Valenti e Buzzi sono nel consiglio di sorveglianza del Cns.
Secondo il prefetto Piermatti, per il viterbese si configura una “preordinata intenzione di infiltrazione nel sistema degli appalti pubblici” dovuta alla partecipazione, alle medesime gare, di aziende per la quale la permeabilità mafiosa è già stata oggetto di interdittive. Due sono gli appalti nel mirino di Piermatti. Quello indetto dal Comune di Viterbo nel 2012, aggiudicato da un’associazione temporanea d’impresa (Ati) tra la Gesenu e il consorzio Cns, che daranno poi vita a Viterbo Ambiente – la società a cui verrà materialmente affidata la gestione dei rifiuti. Il secondo, indetto dal Comune di Montefiascone nel 2013, a cui partecipano lo stesso Cns, la coop Edera di Franco Cancelli, coinvolta nell’inchiesta su Mafia Capitale, una controllata di Gesenu oggetto anch’essa di un’interdittiva, e infine l’Ati costituta tra Gesenu e Cosp, che si aggiudicherà l’appalto.
La Gesenu, il cui nome è inserito in altre quattro interdittive antimafia, è anche oggetto di due inchieste della magistratura. La prima, per la presunta gestione illecita dei rifiuti in Umbria. La seconda, per truffa, sempre nella gestione dei rifiuti, imputata questa volta alla controllata di Gesenu, la Viterbo Ambiente. Quest’ultima inchiesta ha portato agli arresti, lo scorso giugno, anche di Maurizio Tonnetti, consigliere di Viterbo Ambiente e responsabile di Cosp, e Rosario Carlo Noto La Diega (poi rilasciato, ma tuttora indagato), ex amministratore delegato Gesenu. Secondo gli inquirenti, La Diega è “uomo di Cerroni”, come ricorda anche il provvedimento del prefetto di Viterbo.
Nonostante gli arresti della scorsa estate, secondo Piermatti Viterbo Ambiente è tuttora permeabile alle infiltrazioni mafiose, e lo è per il 100%. Anche cioè per la parte controllata da Cosp, nonostante la prefettura di Terni l’avesse inserita lo scorso agosto nella white list delle aziende non soggette a infiltrazione mafiosa.
Dal 2000, la Cosp e la 29 Giugno hanno partecipato anche ai consorzi Raccolta Differenziata Roma s.c.a.r.l. Uno, Due e Tre, che si sono aggiudicati appalti importanti banditi da Ama, l’azienda per la raccolta dei rifiuti della Capitale. A fine 2011 c’è però un importante cambio di rotta. La 29 Giugno rileva le quote di Cosp e dell’azienda Formula Ambiente, anch’essa nel consorzio. Una mossa chiave per il ruolo di Buzzi nella gestione rifiuti su Roma, come lui stesso ammette: “Questa acquisizione ha permesso al nostro gruppo [Coop 29 Giugno] di diventare in ambito Cns l’impresa di riferimento per l’igiene urbana nel territorio della Provincia di Roma,” scrive nella relazione di bilancio del 2012 della 29 Giugno. “E a Cosp di concentrarsi sul nuovo cantiere di Viterbo”.
Prima di fondare con Gesenu la Viterbo Ambiente, la Cosp aveva effettivamente presentato un’ultima offerta sulla piazza romana, a fine 2011. Quella per l’appalto indetto da Ama per la gestione del multimateriale. Offerta che Cosp ritirerà subito dopo averla presentata. Per quello stesso appalto Buzzi è stato rinviato a giudizio con l’accusa di turbativa d’asta e per aver agevolato l’associazione di tipo mafioso diretta da Massimo Carminati. Nelle intercettazioni a Buzzi, emerge come anche Cerroni fosse presente a una riunione all’Ama prima dell’aggiudicazione di quella gara, che, stando alle indagini, Buzzi era sicuro di aver vinto già 20 giorni prima dell’apertura delle buste.
Le triangolazioni tra le aziende vicine a Cerroni e Buzzi e la loro permeabilità al crimine organizzato, messe ora in luce dal provvedimento del prefetto di Viterbo, sollevano interrogativi anche rispetto ad un’altra indagine in corso. Quella che, secondo la stampa locale, è coordinata da Cesare Martellino, procuratore di Terni, conl’obiettivo di approfondire le potenziali derive di Mafia Capitale nel ternano. Cesare Martellino è anche il padre di Giorgio Martellino, attualmente legale di Manlio Cerroni, socio di maggioranza di Gesenu. La stessa Gesenu che insieme al Cns e alle sue consorziate si è aggiudicata gli appalti viterbesi su cui il prefetto Piermatti ha acceso il faro.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
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Malagrotta, senza bonifiche la discarica rischia di tracimare
Gli esperti del Politecnico di Torino
sentiti dalla commissione bicamerale sui rifiuti: discarica priva di
coperture, grossi rischi dalla pioggia che cade sui rifiuti
Ogni pioggia porta i brividi sulla schiena degli abitanti della Valle
Galeria. Ma più del freddo fa la paura. Gli interventi di bonifica e
messa in sicurezza sono fermi a zero: la discarica di Malagrotta rischia
di tracimare.
Nella discarica più grande d’Europa, pur se dismessa, tra i rifiuti accumulati in trent’anni di sversamento, c’è una bomba d’acqua velenosa. Inquinata e inquinante già oggi, un avvelenamento lento ma costante. Inquinante e pericolosa ancora oggi, a quattro anni dalle prescrizioni della giunta Alemanno per metterla in sicurezza e a due anni dalla chiusura. Una bomba a cielo aperto mai disinnescata, come ribadito nell’ultima seduta della commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti. L’audizione dei due professori del Politecnico di Torino, incaricati di una perizia sulla discarica dal Consiglio di Stato e il cui report ha già dato materiale alle inchieste della procura su Manlio Cerroni (indagato per disastro ambientale permanente), ha i toni dell’emergenza. L’allarme è evidente.
Finita l’era commissariale, la gestione è tornata alle società del Re dei rifiuti. Campidoglio e Regione hanno un potere di indirizzo ma blandi strumenti di pressione. I ricorsi legali si sovrappongono e i tempi della giustizia non sono brevi. A far precipitare la situazione potrebbe bastare qualche giorno di pioggia. «L’inquinamento nella falda del fiume Galeria già c’è. E non essendo stato fatto nulla, continua anche adesso. Bisogna essere sicuri che l’utilizzo di quest’acqua non sia a scopo agricolo e che nessuno si sogni di berla», è il riassunto di Rajandrea Sethi e Mariachiara Zanetti.
Secondo il complesso studio dei due esperti, c’è un elevato dislivello tra la quantità d’acqua all’interno della discarica e quella nel sottosuolo perimetrale. Dato che compromette l’efficacia delle pareti impermeabili (polder) costruite nel 1987. La soluzione definitiva sarebbe pompare via dalla discarica l’acqua eccedente (da 1,4 a 7,5 milioni metri cubi) attraverso 30 o 50 pozzi di estrazione, con un lavoro che può durare cinque anni. Intanto andrebbe evitato che altra acqua piovana penetri, ma il capping (la copertura di terreno e argilla) è presente in una porzione minima dei 240 ettari dell’area che riceveva fino a 5.000 tonnellate di rifiuti al giorno.
A valle di Malagrotta ci sono sostanze inquinanti in quantità più elevata di quanto siano a monte. Elementi chimici tipici dei rifiuti ma anche metalli come arsenico e nichel, in teoria non attribuibili alla discarica. Forse però spiegabili con quanto riversato nell’invaso nei primi anni di attività, quando controlli e divieti erano molto blandi. E se continua a piovere sui rifiuti, gli esperti del Politecnico prevedono due scenari: «Il primo, è che il livello d’acqua interno si stabilizzi, perché ne defluisce in parte uguale attraverso il polder. L’altra è che ci sia una tracimazione verso l’esterno. Sicuramente un’evenienza poco auspicabile».
Nella discarica più grande d’Europa, pur se dismessa, tra i rifiuti accumulati in trent’anni di sversamento, c’è una bomba d’acqua velenosa. Inquinata e inquinante già oggi, un avvelenamento lento ma costante. Inquinante e pericolosa ancora oggi, a quattro anni dalle prescrizioni della giunta Alemanno per metterla in sicurezza e a due anni dalla chiusura. Una bomba a cielo aperto mai disinnescata, come ribadito nell’ultima seduta della commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti. L’audizione dei due professori del Politecnico di Torino, incaricati di una perizia sulla discarica dal Consiglio di Stato e il cui report ha già dato materiale alle inchieste della procura su Manlio Cerroni (indagato per disastro ambientale permanente), ha i toni dell’emergenza. L’allarme è evidente.
Finita l’era commissariale, la gestione è tornata alle società del Re dei rifiuti. Campidoglio e Regione hanno un potere di indirizzo ma blandi strumenti di pressione. I ricorsi legali si sovrappongono e i tempi della giustizia non sono brevi. A far precipitare la situazione potrebbe bastare qualche giorno di pioggia. «L’inquinamento nella falda del fiume Galeria già c’è. E non essendo stato fatto nulla, continua anche adesso. Bisogna essere sicuri che l’utilizzo di quest’acqua non sia a scopo agricolo e che nessuno si sogni di berla», è il riassunto di Rajandrea Sethi e Mariachiara Zanetti.
Secondo il complesso studio dei due esperti, c’è un elevato dislivello tra la quantità d’acqua all’interno della discarica e quella nel sottosuolo perimetrale. Dato che compromette l’efficacia delle pareti impermeabili (polder) costruite nel 1987. La soluzione definitiva sarebbe pompare via dalla discarica l’acqua eccedente (da 1,4 a 7,5 milioni metri cubi) attraverso 30 o 50 pozzi di estrazione, con un lavoro che può durare cinque anni. Intanto andrebbe evitato che altra acqua piovana penetri, ma il capping (la copertura di terreno e argilla) è presente in una porzione minima dei 240 ettari dell’area che riceveva fino a 5.000 tonnellate di rifiuti al giorno.
A valle di Malagrotta ci sono sostanze inquinanti in quantità più elevata di quanto siano a monte. Elementi chimici tipici dei rifiuti ma anche metalli come arsenico e nichel, in teoria non attribuibili alla discarica. Forse però spiegabili con quanto riversato nell’invaso nei primi anni di attività, quando controlli e divieti erano molto blandi. E se continua a piovere sui rifiuti, gli esperti del Politecnico prevedono due scenari: «Il primo, è che il livello d’acqua interno si stabilizzi, perché ne defluisce in parte uguale attraverso il polder. L’altra è che ci sia una tracimazione verso l’esterno. Sicuramente un’evenienza poco auspicabile».
fonte: http://roma.corriere.it
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L'ingombrante, speciale e pericoloso re della monnezza
fonte: Micropolis
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Una storia che puzza
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Realacci, Rutelli e Fioroni: "Lobbisti per Cerroni" Processo rifiuti: con Ama e Acea per i fondi pubblici
All'ormai "processino" su 40 anni di gestione della monnezza romana, l'accusa chiama in causa Acea, Ama e Pontina Ambiente per il progetto del gassificatore di Albano. Le spinte della politica per rientrare nei fondi "Cip6". Stravolto il calendario delle udienze
Pressioni su politici e istituzioni per spianare la strada alla
costruzione di un nuovo impianto di gassificazione ad Albano. Un'azione
che il patron di Malagrotta, Manlio Cerroni, avrebbe esercitato
attraverso una vera e propria strategia di lobbing e relazioni con
politici di alto livello per assicurare alla Regione Lazio un impianto
di trattamento dei rifiuti da realizzare con Ama e Acea.
E' la tesi accusatoria emersa durante l'udienza del maxiprocesso sui
rifiuti iniziato ormai nel giugno 2014 e che so appresta ad entrare nel
vivo dell'accusa di associazione a delinquere. Per la terza volta
consecutiva è tornato sul banco dei testimoni il maresciallo dei
carabinieri del Nucleo Tutela Ambiente, Massimo Lelli, che ha continuato
a snocciolare l'iter delle operazioni investigative e dei relativi dati
emersi, confluiti nell'informativa del 27 dicembre 2010: un fascicolo
da 1200 pagine con centinaia di telefonate e conversazioni intercettate.
Ermete Realacci, Francesco Rutelli, Giuseppe Fioroni: sarebbero stati
loro, secondo l'accusa guidata da Alberto Galanti, i tre nomi chiave che
avrebbero dovuto aiutare Cerroni e il Consorzio Co.e.ma, nato nel 2007
dall'unione della Pontina Ambiente, con Ama e Acea, a costruire le
condizioni per poter realizzare un impianto di incenerimento su un
terreno della stessa Pontina Ambiente. Sempre secondo il piemme Galanti,
la “lobby” orchestrata dal potente Cerroni, avrebbe dato una mano al
Consorzio per usufruire, nell'ambito della gestione dell'mpianto dei
contributi pubblici denominati “CIP 6” erogati dallo Stato ad aziende
produttrici di energia derivante da fonti rinnovabili. Funzionari
pubblici e politici regionali si sarebbero insomma dati da fare per fare
emettere un'ordinanza del presidnte della Regione Lazio (che all'epoca
era Piero Marrazzo) che avrebbe consentito di anticipare i tempi per
l'autorizzazione alla costruzione dell'impianto, in modo tale da
rientrare nella griglia dei finanziamenti.
Con la terza sessione del lunghissimo esame del maresciallo Lelli, il
piemme Alberto Galanti, ha così spaziato dal filone di indagine relativo
a gassificatore di Albano a quello, più spinoso ma anche più “volatile”
dell'associazione a delinquere che di udienza in udienza, perde
efficacia. La deposizione del militare continuerà ancora nella prossima
sessione prevista per il 9 dicembre. La data del 18 novembre è infatti
misteriosamente saltata per indisponibilità delle aule, nonostante fosse
stata calendarizzata prima dell'estate. Quello che si era preannunciato
come il max
fonte: http://www.affaritaliani.it
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