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Lo strano caso dei rifiuti da costruzione e demolizione

Una corretta gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione può portare importanti benefici di sostenibilità e considerevoli vantaggi per il settore edile. Mettendo in rassegna potenzialità e nodi da sciogliere il focus di Antonio Pergolizzi consegna una riflessione sull'economia circolare nel mondo dei cantieri


Al vertice della piramide rovesciata dei rifiuti troneggia la prevenzione, per dire che il miglior rifiuto è quello non prodotto. Un principio che è un destino tutto da scrivere. Che passa dal cambio dei modelli di produzione, prima ancora che di consumo, da un design capace di incentivare il remanufactirung e il riuso e da processi davvero circolari e aperti, quindi capaci di usare solo materiali facilmente smontabili e ricollocabili sul mercato. La circolarità è fatta di testa, cuore e azione.

Aggregati che annaspano, trafficanti che ringraziano

Poi ci sono i rifiuti che non è stato possibile evitare di produrre e che non possono essere riparati e riusati tal quale, come una giacca passata di moda o senza bottoni. Per esempio i rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), di cui ogni anno ne produciamo circa 60 milioni di tonnellate, la fetta più grossa tra quelli prodotti, più o meno il 43% (Ispra 2019). Si tratta di rifiuti facilmente recuperabili vista la loro stessa natura sostanzialmente omogenea, e poco pericolosi per l’ambiente: trattandosi di inerti sono per definizione quelli con i minori problemi di contaminazione (se si esclude, ovviamente, la presenza di amianto e affini).

Eppure annaspano ancora tra i gironi dei dannati, logorati da procedure di recupero costose e pedanti e orfani di mercati davvero competitivi, almeno rispetto ai materiali vergini. Così questi ultimi continuano ad alimentare il ciclo dell’edilizia nel classico modello dell’economia lineare, inghiottendo e pezzi di territori, mentre gli aggregati riciclati tipici dell’economia circolare arrancano e i trafficanti di rifiuti ringraziano.

Seppure le stime ufficiali si crogiolano su un 74% di riciclo, in realtà questa percentuale indica solo che questi rifiuti sono passati da un qualche impianto, non certo che sono stati impiegati nei cantieri. Di quel 74%, solo un 15 verrà effettivamente utilizzato. Alcuni operatori, sentiti per scrivere queste righe, ritengono che questa percentuale particolarmente alta di pseudo riciclo sia dovuta, semplicemente, al fatto che i produttori certificano come effettivamente trattati materiali semplicemente stoccati in qualche magazzino, così da non dover esibire alcuna pezza giustificativa per operazioni di smaltimento: un modo semplice per risparmiare sul conferimento.

Al netto di ciò, in questo iato (tra percentuali di riciclo ufficiale stimato ed effettivo impiego nei cantieri), profondo quanto un abisso, si misura una delle tante contraddizioni nel ciclo dei rifiuti: come accade con le raccolte differenziate, la scommessa si vince se, e solo se, gli scarti raccolti in maniera separata finiscono poi per diventare davvero valore. Altrimenti lo sforzo fatto a monte rischia di azzerarsi a valle. E le frustrazioni sono nemici delle buone pratiche.

Rinchiusi nella gabbia normativa

La gabbia normativa nella quale sono rinchiusi i rifiuti C&D non è facilmente giustificabile. Si tratta di materiali che prima stavano in una parete o in muro di contenimento dando riparo e protezione. Non si capisce perché, appena tirati giù questi materiali prima innocui diventino immediatamente un nemico pubblico. In particolare, il calcestruzzo è completamente riciclabile ed è una fonte alternativa all’impiego di aggregati naturali. La corretta gestione dei rifiuti C&D e dei materiali riciclati – tra cui la corretta manipolazione dei rifiuti pericolosi – può comportare importanti benefici in termini di sostenibilità e qualità della vita, ma può anche offrire considerevoli vantaggi per l’industria delle costruzioni e del riciclaggio dell’Unione europea grazie all’aumento della domanda di materiali riciclati C&D che ne deriva (Protocollo UE per la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione, Commissione UE, settembre 2016: qui in Pdf). Già la Direttiva 98 del 2008 fissava al 2020 il target di riciclo di questa tipologia di rifiuti al 70% in peso rispetto a quelli prodotti nello stesso anno, target confermato anche dalla nuova Direttiva 851/2018. Come già detto, il problema sta nel loro impiego effettivo, ancora disincentivato nei fatti.

Uguali ma diversi (nel trattamento normativo)

Per farla breve, questa tipologia di rifiuto – al pari di altre – è nella morsa di un quadro di regolazione eccessivamente farraginoso e di un pauroso caso di fallimento di mercato che lascia per terra gran parte dei rifiuti C&D prodotti ogni anno. Trattandosi di materiali pesanti e ingombranti, i costi di trasporto e di trattamento per renderli conforme alle norme tecniche di settore li rendono ancora oggi poco convenienti, soprattutto se rapportati al costo risibile del materiale vergine, altra piaga del nostro Paese (che avremo occasione di argomentare prossimamente). Il paradosso è che se i materiali vergini sono considerati buoni di per sé, al contrario gli aggregati riciclati devono sudare sette camice per dimostrare di avere lo stesso status di quelli. Seppure identici in termini di prestazioni tecniche. In questa fatica di dover dimostrare di essere quello che sono (ovviamente, salvo le furbate) ci sta tutto il disincentivo al loro impiego. Basti pensare che il loro impiego è disciplinato dall’Allegato C della Circolare 15/7/05 n. 5205, che prevede ben 5 categorie diverse di parametri prestazionali (corpo dei rilevati; sottofondi stradali; strati di fondazione; recuperi ambientali e riempimento di colmate strati accessori aventi funzioni antigelo, anticapillare, drenante, ecc.) una selva di limiti e valori di soglia da rispettare al milligrammo, il cui rispetto e soprattutto la cui verifica di conformità, sulla base di test di cessione, sono argomento da psichiatri.

Le proposte di Unacea

Per provare a fare il punto della situazione, recentemente l’associazione dei costruttori di macchine per l’edilizia Unacea, che rappresenta un comparto che dà lavoro a oltre 50.000 persone per un fatturato di circa 3,5 miliardi di euro l’anno, ha redatto un position paper per spiegare l’importanza del recupero degli inerti, facendo alcune proposte concrete.

Intanto il documento parte da una considerazione: l’uso di macchine di nuova generazione capaci di demolire in maniera selettiva e di recuperare materiali direttamente in cantiere, incide direttamente sul vertice della gerarchia dei rifiuti, ai sensi dell’art. 179 TUA, cioè sulla prevenzione. Queste macchine di nuova generazioni, innovative e pulite (in linea con le Best available technique imposte dal TUA), consentono di saltare ed efficientare alcuni passaggi e dunque sono un tema cruciale per la sostenibilità dei cantieri. Le demolizioni selettive e le caratterizzazioni preventive che si andranno a produrre, potrebbero evitare la giostra sfiancante di materiali che vengono prima raccolti e censiti, poi depositati per essere trasportati (anche a lunghe distanze con annessi impatti ambientali legati al trasporto) e trattati per poi rifare il percorso a ritroso, magari ritornando al cantiere presso il quale sono stati prodotti. Un nonsense, in tutti i sensi. Se è chiaro che dalle demolizioni, anche quelle selettive, si ricavano sempre e solo rifiuti, è pur vero che il loro recupero dovrebbe avvenire in modo da contenerne i costi, pena la loro messa fuori mercato.
Il paradosso dei macchinari per l’edilizia

La stessa Direttiva 851/2018 che riforma la Direttiva Quadro 98/2008 punta tutto sulla prevenzione, sul riuso e sul riciclo dei rifiuti C&D. Riscrivendo l’art. 12, l’UE nella parte relativa alla “preparazione per il riutilizzo e riciclaggio” chiede agli Stati membri di adottare e promuovere la demolizione selettiva onde consentire la rimozione e il trattamento sicuro delle sostanze pericolose e facilitare il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità tramite la rimozione selettiva dei materiali, nonché garantire l’istituzione di sistemi di cernita dei rifiuti da costruzione e demolizione almeno per legno, frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), metalli, vetro, plastica e gesso”.

Senza contare sul fatto che l’uso nei cantieri di macchine di nuova generazione avrebbe impatti benefici anche in tema di emissione, eliminando l’uso di macchine poco performanti e particolarmente inquinanti. Più del 30% del parco mezzi in circolazione non è nemmeno immatricolato, quindi escluso da ogni regolamentazioni sulle fonti emissive. Con l’evidente paradosso che se nelle nostre città si regolamenta in maniera sempre più stringente (a ragione) la circolazione di auto inquinanti, per le macchine usate nei cantieri non vale nessuna regola. È anche per l’eccessivo ricorso nei cantieri di macchine abbondantemente datate che recentemente l’Italia è stata messa in mora dalla Commissione Ue in merito alla pessima qualità dell’aria che respiriamo, in particolare per le emissioni di particolato PM 2,5.

Hardware della circolarità

La lotta ai cambiamenti climatici e per la qualità dell’aria, così come quella per incentivare la riduzione a monte di rifiuti C&D e recuperarli in maniera ecoefficiente, passa dunque anche dall’impiego di macchine di nuova generazione, Stage IV o V, che sono il vero hardware dell’economia circolare. Macchine che negli ultimi venti anni hanno sono già riuscite ad abbattere le emissioni del 95%. Non ci sono dubbi, dunque, che la sostenibilità dei cantieri passi necessariamente dall’uso di tecnologie moderne e pulite, capaci di efficientare i processi e ridurre quelle inefficienze che finora hanno creato danni ambientali oltre che economici. È ora che anche i cantieri e le imprese di costruzione che li animano facciano la loro parte fino in fondo – possibilmente incentivati dalla leva pubblica (come spiega lo stesso position paper citato) –, nell’interesse di tutti.

fonte: economiacircolare.com

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Banchi di scuola, in Lombardia un progetto per donare tutti quelli vecchi salvandoli dallo smaltimento

L'iniziativa è stata lanciata da Banco Building, organizzazione di volontariato contenuta nell'alveo del Banco Alimentare, che si occupa di favorire la sostenibilità ambientale con il riutilizzo di materiali edili, arredamento, tessile









Saranno 2 milioni e 400 mila i nuovi banchi monoposto da consegnare alle scuole, come confermato anche oggi, lunedì 7 settembre, dalla ministra all’Istruzione Lucia Azzolina ad "Agorà" su Rai 3: “A settembre la scuola primaria sarà quasi tutta coperta e a fine ottobre arriveranno tutti i 2,4 milioni di banchi. Abbiamo chiesto ai dirigenti scolastici quale tipo di banchi desideravano: 2 milioni sono tradizionali, 450mila circa sono quelli con le rotelle, ma esistono già da dieci anni nelle scuole”.

Per alcuni la decisione di produrre nuovi banchi invece che adattare i vecchi - come per altro sta avvenendo in alcune scuole che hanno deciso di non aspettare le nuove forniture e hanno segato a metà i vecchi banchi – è una scelta insensata e miope, anche per motivi ambientali: le centinaia di migliaia di banchi sostituiti che fine faranno? Saranno buttati via o verranno riutilizzati in qualche modo? Dal Ministero non è arrivata nessuna indicazione precisa, tutto sta alle singole iniziative di istituti e Comuni.

In Lombardia ad esempio c’è un’iniziativa molto concreta che punta proprio al riuso attraverso la donazione. È stata avviata da Banco Building, il Banco delle Cose, organizzazione di volontariato contenuta nell'alveo del Banco Alimentare, che si occupa di favorire la sostenibilità ambientale con il riutilizzo di materiali edili, arredamento, tessile e altro. "Abbiamo già contattato - racconta all’Ansa Silvio Pasero, presidente di Banco Building - tutti gli istituti scolastici statali della Lombardia affinché, attraverso il nostro sito, ci comunichino la loro disponibilità a donare i banchi che verranno sostituti da quelli monoposto". "In questo periodo - prosegue Pasero - abbiamo intravvisto una possibilità: da un lato molte scuole dovranno dotarsi di nuovi banchi scolastici monoposto e avranno il problema di "rottamare" molti dei banchi scolastici precedentemente in uso, dall'altro esistono realtà, in Italia o Paesi in via di sviluppo, che di questi beni hanno bisogno".

"Quest'operazione - spiega il presidente di Banco Building - produce un triplice vantaggio: i donatori risparmieranno i costi legati alla distruzione dei beni (carico, trasporto, costo della discarica); i beneficiari potranno utilizzare beni che diversamente avrebbero dovuto acquistare; si eviterà un impatto ecologico ma soprattutto consentirà che i beni dismessi diventino fattore di sviluppo in Italia o nei Paesi in via di sviluppo".

fonte: www.ecodallecitta.it

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I rifiuti di legno rendono il calcestruzzo più ecologico e forte

Un team di ricercatori ha sviluppato una nuova procedura per il riciclaggio del calcestruzzo con l’aggiunta di legno di scarto. Il risultato? Un nuovo materiale da costruzione con una resistenza alla flessione superiore a quella tradizionale





















La produzione del cemento utilizzato nel calcestruzzo è un’enorme fonte di emissioni climalteranti. Si stima che l’industria cementifera, da sola, rilasci in atmosfera ben  2,8 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno. Le nuove pressioni ambirli e climatiche stanno però spingendo il settore a ripulire la propria impronta, cercando nuove soluzioni più ecofriendly. Una di queste arriva oggi dall’Università di Tokyo. Qui un team di scienziati dell’Istituto di scienze industriali, ha sviluppato una nuova procedura per il riciclaggio del calcestruzzo con l’aggiunta di legno di scarto: una ricetta che non solo si è dimostrata più ecologica di quella tradizionale ma che ha portato anche ad un materiale finale ancora forte.

Il calcestruzzo viene prodotto miscelando un aggregato – che di solito è fatto di ghiaia e pietrisco – con acqua e cemento. Una volta che la miscela è indurita, il cemento si lega con l’aggregato per formare un solido blocco. Tuttavia un “semplice” processo di riciclo degli aggregati non avrebbe portato il risultato sperato. “È la produzione di nuovo cemento che sta guidando le emissioni dei cambiamenti climatici”, ribadisce il primo autore della ricerca, Li Liang. 
  
Ecco perché il gruppo ha deciso di aggiungere un ingrediente in più nell’equazione. Guidati da Yuya Sakai, gli scienziati hanno macinato il calcestruzzo riducendolo ad una fine polvere; quindi hanno aggiunto acqua e lignina tratta da rifiuti lignei. Quest’ultimo è un polimero organico altamente reticolato che conferisce supporto e rigidità alle cellule e ai tessuti vegetali. La miscela è stata quindi contemporaneamente riscaldata e sottoposta ad alta pressione. Il gruppo ha  scoperto che modificando con precisione variabili come il rapporto cemento / lignina, il contenuto di acqua, la temperatura, oltre alla quantità e alla durata della pressione, poteva ottenere un materiale dalle prestazioni elevate. Il procedimento, se ben calibrato, infatti, permette alla lignina di trasformarsi in un adesivo altamente efficace.
I test hanno mostrato che il calcestruzzo riciclato con la lignina possiede una resistenza alla flessione maggiore rispetto al calcestruzzo originale da cui è stato realizzato. Come bonus aggiuntivo, a causa del suo contenuto di lignina, il materiale dovrebbe probabilmente biodegradarsi una volta scartato. “La maggior parte dei prodotti riciclati che abbiamo realizzato mostrava una resistenza alla flessione migliore rispetto a quella del calcestruzzo ordinario”, afferma il professor Yuya Sakai, autore senior. “Questi risultati possono promuovere un passaggio verso un’industria delle costruzioni più ecologica ed economica che non solo riduce i depositi di rifiuti di cemento e legno, ma aiuta anche ad affrontare il problema dei cambiamenti climatici”.

fonte: www.rinnovabili.it

Rifiuti da costruzione e demolizione edifici, pubblicate le linee guida UNI



















Il documento definisce un macro-processo per la decostruzione selettiva per favorire il riuso e riciclo dei rifiuti derivanti dalla costruzione e demolizione degli edifici, in un'ottica di economia circolare.


Se ricicliamo e riutilizziamo, si sa, evitiamo di produrre materie prime. E ridurre la produzione di materie prime, significa anche risparmiare energia.

Secondo l'ultimo rapporto di sostenibilità del Conai, il riciclo di carta, alluminio, vetro, legno ecc. ha generato un risparmio di energia primaria di "oltre 20,91 terawattora in un anno, l’equivalente dell’energia necessaria a soddisfare i consumi medi di elettricità nelle case di oltre 5 milioni di famiglie italiane".

Perchè non operare una "raccolta differenziata" anche dei rifiuti prodotti nei cantieri edili?

Secondo EUROSTAT, i rifiuti inerti da costruzione e demolizione (C&D) costituiscono il flusso più rilevante dei rifiuti speciali prodotti in Europa. I dati relativi all’anno 2014, ci parlano di 868 milioni di tonnellate di rifiuti da C&D prodotti in Europa.

L’Italia si attesta all’ottavo posto della classifica dei rifiuti speciali prodotti, con circa 159 Mt, di cui 51 Mt (il 32%) relativi al settore delle costruzioni e demolizioni (incluse terre e rocce da scavo).

È innegabile che una raccolta selettiva dei rifiuti da demolizione e costruzione può generare innumerevoli vantaggi, sia in termini di riduzione di rifiuti, sia in termini di riciclo e riutilizzo dei materiali, nonchè di risparmio di energia.


Tuttavia la demolizione selettiva e il riutilizzo dei rifiuti da C&D non sono ancora normati a livello nazionale. In attesa dell'emanazione di un decreto End of Waste specifico per i rifiuti da C&D, si possono seguire le indicazioni della Prassi di Riferimento UNI/PdR 75:2020, pubblicata dall'UNI e che reca il titolo "Decostruzione selettiva – Linea guida per la decostruzione selettiva e il recupero dei rifiuti in un’ottica di economia circolare".

Il documento delinea un processo per la decostruzione selettiva e il recupero dei rifiuti che prende in considerazione sia gli edifici esistenti da ristrutturare o da demolire, sia quelli di nuova costruzione.


Per gli edifici esistenti è previsto un database dei materiali destinabili al riciclo e al riuso che deve essere realizzato nella fase di diagnosipreliminare delle tipologie e delle quantità di materiali che costituiscono o sono contenuti nell'edifico (audit predemolizione).


Per gli edifici di nuova costruzione, invece, è previsto un database da compilare con i materiali previsti da progetto.

La Prassi è scaricabile gratuitamente dal sito dell'UNI. Vedi i Riferimenti in basso.
Riferimenti

Prassi di Riferimento UNI/PdR 75:2020
dal sito dell'UNI



fonte: www.nextville.it

Dai rifiuti industriali il nuovo isolamento termico per l‘edilizia

Ceneri volanti centrifugate con acqua e speciali additivi: questa la ricetta segreta di FenX, startup che porterà sul mercato un nuovo isolante sostenibile ed economico














Leggero “come una meringa”, ma allo stesso tempo robusto e versatile. È il nuovo materiale per l’isolamento termico degli edifici creato da quattro giovani ricercatori a partire da un sottoprodotto particolare: i rifiuti industriali. L’idea, nata nei laboratori del Dipartimento Materiali dell’ETH di Zurigo, impiega attrezzature semplici e una ricetta che i quattro hanno perfezionato in anni di ricerca e oggi cuore della nuova startup – FenX – fondata dagli scienziati.
Lo strumento principale è un grande frullatore da cucina, come spiega il ricercatore Etienne Jeoffroy, CEO della nuova azienda “È così che realizziamo il materiale”. I rifiuti industriali sono mescolati con acqua e alcuni additivi messi a punto dal team. Il risultato è una schiuma porosa che successivamente si solidifica per formare il materiale isolante leggero, della stessa consistenza del gesso e non infiammabile.
La soluzione entra nel mondo dell’isolamento termico per l’edilizia con un approccio circolare e attento alla sostenibilità. L’obiettivo dei ricercatori era, infatti, creare un prodotto che potesse competere da un lato con gli isolanti artificiali (es. il polistirolo), i più efficienti sul mercato ma anche i meno sostenibili, e dall’altro con i materiali naturali come le fibre di legno o lino, più costosi e spesso meno efficaci. La schiuma su cui sta lavorando da FenX mira creare un terza via. In questo caso il processo di produzione è efficiente dal punto di vista energetico perché, a differenza delle alternative artificiali, non è necessario applicare temperature elevate per far solidificare la schiuma. E, dato che i pannelli isolanti installati in pareti o tetti sono perfettamente riciclabili, l’intero processo è circolare. 

La società promette inoltre che quando il materiale sarà disponibile in commercio, avrà un prezzo competitivo“Siamo in grado di ottenere i rifiuti industriali che utilizziamo come materia prima a buon mercato o anche gratuitamente”, aggiunge Jeoffroy. I quattro scienziati  – si legge nel sito dell’ETH – stanno ancora esplorando quali prodotti di scarto si prestano meglio alla lavorazione. Nei loro primi test pilota hanno usato ceneri volanti, ma dovrebbe anche essere possibile elaborare altri sottoprodotti, provenienti ad esempio dall’industria delle costruzioni o della carta. “Attualmente stiamo sperimentando circa dieci diversi tipi di rifiuti industriali”.

fonte: www.rinnovabili.it

OffGrid: la comunità che costruisce l’edilizia circolare

"Scollegati dalla rete, vivi fuori dagli schemi" è il motto di OffGrid Italia, associazione che a Torino promuove un nuovo modello di vivere a basso impatto ambientale attraverso la bioarchitettura, il design e il riuso creativo. In che modo? Coinvolgendo i cittadini in progetti collettivi di autocostruzione e fai da te, creando reti che sul territorio collaborino promuovendo recuperi e scambi di materiali e realizzando un parco innovativo interamente dedicato ai temi del riuso e dell’economia circolare. Ce ne parla Marco Mangione, mente e cuore di una realtà che ogni giorno reinventa in chiave innovativa il concetto di “spreco”.














Il termine anglosassone “Off the Grid” ha molteplici significati: scollegati dalla rete, vivere fuori dagli schemi. L’associazione OffGrid a Torino sta creando un movimento di persone accomunate dal sogno di vivere in un mondo a basso impatto ambientale.  «In italia basta poco per avere un atteggiamento off the grid!» ci racconta Marco Mangione, che incontriamo sempre con molto piacere e che riesce ogni volta a stupirci con la sua forte energia improntata al cambiamento.




«Uno dei motivi per cui siamo nati è che ci siamo resi conto, come movimento di persone, che l’Italia e più in generale il mondo è fatto di sprechi». Partiamo dal settore dell’architettura, ad esempio, dove le soluzioni improntate alla sostenibilità sono innumerevoli ma spesso mai sperimentate. Un caso emblematico è proprio il mondo “Earthship” che nasce in America come tipologia di abitazione resiliente e realizzata con materiali di recupero, indipendente in termini di approvvigionamento energetico, idrico e alimentare. Insomma, una soluzione che permette di non dover più pagare le bollette e sprecare le risorse che la natura ci offre. Ma allora perché non realizzarla proprio qui, in Italia?

Da questo punto di domanda nasce Offgrid Italia, con la convinzione che proprio nel nostro Paese tante persone hanno voglia di mettere in pratica la sostenibilità nella loro vita e aderire ad un modello che riduca l’impronta sul pianeta. In parole povere nasce “per costruire un movimento indirizzato al vivere sostenibile, fatto di persone che condividono la medesima filosofia di vita» ci racconta Marco.

E se pensiamo alle nostre città, esempi insostenibili per eccellenza, in che modo possiamo renderle più vivibili? «Ad un certo punto della vita ci siamo resi conto che, per portare avanti progetti che avessero un impatto positivo sul territorio, proprio come nel caso della “Earthship”, c’era bisogno di persone che, con i propri personali talenti e le proprie capacità, potessero farsi promotrici di un cambiamento. Per questo abbiamo cominciato a ragionare su quali potessero essere dei momenti pratici di condivisione che accogliessero persone intenzionate a mettere in gioco le proprie competenze. Così abbiamo iniziato ad organizzare dei momenti di incontro e sperimentazione, che abbiamo chiamato “Reuse Day”».
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Il Reuse Day è una giornata completamente dedicata al riuso, dove le persone si incontrano per realizzare un progetto di autocostruzione e fai da te, utilizzando materiali di recupero da riconvertire e condividendo idee progettuali per la creazione di qualcosa di nuovo. Il tutto si svolge all’interno degli spazi di OffGrid, attrezzati appositamente per permettere ai partecipanti di creare e imparare a “sporcarsi le mani”.

Ogni Reuse Day è incentrato sulla progettazione di un diverso manufatto, ci racconta Marco: «Recentemente una nostra socia ci ha confessato di voler costruire una libreria nella sua abitazione. Noi abbiamo quindi dedicato questo momento interamente a lei, aprendo una call di partecipazione che coinvolgesse persone interessate ad imparare a costruire una libreria con bancali. È stata un’occasione molto significativa che ha visto diverse persone collaborare insieme e proporre ipotesi progettuali e la migliore è stata realizzata in laboratorio».

Un progetto che guarda in grande è poi “Edilizia Circolare”, che nasce con l’obiettivo di dare nuova vita a materiali di scarto in ambito edilizio, mettendo in connessione le realtà presenti sul territorio.  «Attualmente viviamo nell’era dello spreco – racconta Marco – ma ci sono dei settori dove si spreca molto di più, come nel caso dell’edilizia”. Il progetto, da un lato, vuole mettere in evidenza che il mondo dell’edilizia genera un quantitativo di materiale che può essere riconvertito e dall’altro lato vuole avviare una valorizzazione di tutti quei materiali di scarto che possono diventare oggetti di utilità. “Nella sperimentazione stiamo creando un team che io chiamo, in modo un po’ giocoso, gli “Avenger dell’edilizia” o gli “X Man”, proprio perché accomunati da un “fattore R” dedicato alla riconversione».
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La sperimentazione sul territorio prevede la creazione di un cantiere collaborativo e circolare: collaborativo perché comporta il coinvolgimento di soggetti quali artigiani, progettisti, imprese, aziende, professionisti del settore edile e gli stessi abitanti del quartiere. Proprio per questo Offgrid sta realizzando una “harvest map”, nonchè “mappa del raccolto” che li riunisca secondo logiche di attivazione di comunità, affinchè siano capaci, insieme, di creare una rete e condividere la medesima visione di un’edilizia più sostenibile.  Circolare poichè uno dei principi alla base del progetto è proprio l’impiego di materiali e oggetti in disuso donati prevenendone il conferimento in discarica e al tempo stesso la riduzione di rifiuti provenienti dai cantieri stessi.

«Nei cantieri della città spesso sono presenti materiali di scarto che per noi hanno molto valore» ci dice Marco. Parliamo di prodotti quali isolanti o vernici destinate alla discarica, ma anche quantità infinite di materiali utilizzati negli eventi che possono essere reinvestiti in progetti di ecodesign, o ancora tettoie o fogli per costruire stampi nell’ambito della carpenteria.

«Tutti questi materiali sono scarti per loro e opere d’arte per noi» confessa Marco, raccontandoci che verranno individuati proprio grazie alla triangolazione delle realtà presenti sul territorio e alle collaborazioni che l’associazione sta aprendo con coloro che conoscono e vivono il quartiere. «Una volta prelevati i materiali che ci sono stati donati, li riconvertiremo e li recupereremo all’interno dei Reuse Day aperti alla cittadinanza», in collaborazione con la cooperativa sociale “La Fabbrica del Chinino”, che mette a disposizione gli spazi per la sperimentazione.

«La rete che stiamo costruendo è fatta di artigiani e creativi come parte manuale e architetti e designer come parte intellettuale, oltre a realtà imprenditoriali che hanno a che vedere con la produzione di materiale riciclato per l’edilizia, uniti al coinvolgimento del quartiere.
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Il progetto di Edilizia Circolare non ha solo un valore ambientale, ottenuto grazie alla riconversione dei materiali, ma anche un impatto sociale grazie al coinvolgimento di persone disabili che parteciperanno ai momenti creativi di riuso, oltre che un aspetto economico, grazie alla sostenibilità derivante dalla riduzione del materiale destinato alla discarica e al suo reinvestimento sul territorio.

Altro sogno nel cassetto improntato alla sostenibilità che sta diventando realtà è il progetto di Reland, un parco che sorgerà in provincia di Torino e che sarà, secondo la visione di Offgrid, un incubatore dove sperimentare modelli alternativi per il futuro, attraverso il gioco, l’intrattenimento e l’educazione alla sostenibilità ambientale.

«Dalle mie esperienze personali ho imparato a capire che le persone tendono a valorizzare quello che hanno proprio quando non hanno quasi più nulla. All’interno della nostra società avviene esattamente l’opposto poiché, nella realtà in cui viviamo, abbiamo quasi tutto ed è proprio da ciò nascono gli sprechi». Il progetto di Reland è una risposta diretta a questa emergenza: sarà un parco costruito con materiali di recupero, autosufficiente sotto tutti gli aspetti e realizzato da Offgrid insieme al Politecnico di Torino e al Comune virtuoso di Cambiano, dove il parco, ora in fase di progettazione, verrà realizzato. «Per noi è fondamentale che il parco sia pensato insieme alla cittadinanza. Molto spesso i progetti nascono senza domandare alle persone quanto realmente importanti siano. La vera sfida per noi è proprio questa, cogliere i bisogni di un territorio».

fonte: http://www.italiachecambia.org

Material Matters, l’edilizia circolare secondo Thomas Rau e Sabine Oberhuber

«Il passaporto dei materiali permetterebbe di poterli inventariare in anticipo consentendo a progettisti e costruttori di adattare le proprie tecniche in modo da rendere l’intero edificio “smontabile”»
Thomas Rau















«Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista». Con questa citazione di Kenneth Boulding, lui stesso economista ma anche poeta, si apre “Material Matters – L’importanza della materia” (Edizioni Ambiente), il libro con cui gli architetti Thomas Rau e Sabine Oberhuber propongono un modello alternativo a quella che definiscono «l’economia del sovrasfruttamento». Un volume caratterizzato da un approccio pragmatico e privo di preconcetti o ideologie, che parte da una considerazione: la Terra è un sistema chiuso sul quale la nostra presenza è temporanea, ma non lo sono gli effetti delle nostre azioni.
Rau, che ha presentato la sua pubblicazione in apertura di una conferenza sull’edilizia circolare tenutasi a Roma lo scorso 27 febbraio, ha più volte sottolineato che «la circolarità non significa sostenibilità 2.0. Si tratta di qualcosa di completamente diverso perché mentre quest’ultima cerca di ottimizzare il modello odierno, la prima dà vita ad un sistema nuovo. La stessa sharing economy non porta necessariamente ad una riduzione dei consumi. Un esempio viene da New York dove “grazie” ad Uber e altre applicazioni simili, il numero di veicoli è aumentato di 100mila unità».
Ma in che modo si può avviare la transizione verso l’economia circolare? La soluzione che i due progettisti hanno individuato passa attraverso due livelli: uno culturale e uno tangibile. Il primo consiste in una vera e propria rivoluzione nel modo stesso di concepire i materiali. «Se i prodotti vengono offerti solo come servizi – scrivono Rau e Oberhuber – i consumatori non sono più proprietari ma semplici acquirenti. Una volta scaduto il contratto, i materiali di cui è fatto un oggetto vengono restituiti ai produttori. Per le imprese ciò comporterebbe un’estensione di responsabilità che si dilaterebbe fino a riguardare tutto il ciclo vitale di un manufatto». In pratica, quello che i due autori propongono è un modello definito “Turntoo” nel quale il consumatore paga per la prestazione fornita dal prodotto che però, diversamente da quanto accade oggi, rimane di proprietà di chi lo ha realizzato. In questo modo, i produttori avrebbero tutto l’interesse a garantire la massima durata di un oggetto, al contrario di quanto accade oggi. Gli stessi autori di Material Matters sottolineano come questa cambio di approccio aiuterebbe a ridurre gli sprechi, ma non li eliminerebbe.
Per raggiungere questo ambizioso obiettivo, nel libro si propone la creazione di un vero e proprio “passaporto dei materiali” con funzioni simili ad una carta d’identità che ne indichi le caratteristiche e ne permetta il suo completo riutilizzo, evitando che diventi un rifiuto. «Applicando questo concetto all’edilizia si avrebbe la possibilità di inventariare i materiali in anticipo – ha evidenziato Rau – rendendo possibile a progettisti e costruttori di adattare le proprie tecniche in modo da rendere l’intero edificio “smontabile”. In questo modo si annullerebbero gli sprechi, con i manufatti che potrebbero essere recuperati e reinseriti in un nuovo processo produttivo senza perdere valore. L’ultimo tassello? Il Matasto ( dall’unione di “catasto” e “materiale”). Ovvero una grande banca dati virtuale, accessibile e centralizzata, dove tutti i soggetti pubblici e privati del settore, possono registrare l’identità e l’ubicazione temporanea dei materiali, ma non solo. Non si tratta di una idea bella ma irrealizzabile, perché questo grande archivio esiste già ed è in continua evoluzione. Funziona in maniera semplice: se ho un progetto definito e lo immetto nel database, il software lo codifica e restituisce l’inventario dei materiali necessari. È diffuso in 10 nazioni in tutto il mondo, e nei soli Paesi Bassi abbiamo due milioni di mq di spazi che sono già stati inseriti nel database. In Italia ne stiamo discutendo con la Klimahouse di Bolzano per avviare una collaborazione su tutto il territorio».
Ma come è nata questa idea? «Tutto è nato dall’intuizione che i materiali, come le persone, non hanno una identità – ha raccontato Rau – fino a quando non hanno un passaporto. Una volta indicati gli elementi in grado di definire le caratteristiche dei materiali, abbiamo capito che era necessario dar vita ad un contenitore. Una sorta di “biblioteca” composta da volumi da poter consultare o, all’occorrenza, prendere in affitto. Il primo progetto che abbiamo realizzato utilizzando la piattaforma del Madasto (in inglese Madaster) è stato, nel 2011, un piccolo municipio. E sapete qual è stata la prima azienda a visitare questo esempio concreto di circolarità in edilizia? La Google».
fonte: http://www.ppan.it

Dignità dei materiali, progettazione e riuso: le chiavi dell’economia circolare in edilizia

I temi emersi durante il convegno “Economia circolare in edilizia” tenuto a Roma, in Campidoglio cui hanno partecipato rappresentanti dell’intera filiera produttiva e figure di spicco internazionale come l’architetto olandese Thomas Rau






















Il cantiere come fulcro dell’economia circolare in edilizia; i materiali di risulta come potenziali risorse prime e non scarti: queste le due tematiche al centro del convegno “Economia circolare in edilizia” organizzato dal Centro Materia Rinnovabili ed Edizioni Ambiente ieri nella Protomoteca di Roma Capitale.

Un incontro che ha riunito rappresentanti di tutta la filiera edilizia, dai costruttori agli enti istituzionali, dai produttori di materie prime fino ai progettisti, in una tavola rotonda mediata dal direttore di Rinnovabili.it, Mauro Spagnolo e impreziosita dalla presenza di Thomas Rau e Sabine Oberhuber. La coppia di architetti olandesi, autori nel 2013 del primo edificio al mondo rispettoso dei principi dell’economia circolare nel municipio di Brummen e della prima costruzione net energy positive per Liander, è intervenuta per presentare il loro libro Material Matters in cui illustrano il modello TurnToo, un nuovo approccio produttivo che mette al cuore dell’economia la dignità dei materiali e la responsabilità dei produttori.

“I prodotti che utilizziamo non sono altro che problemi organizzati – ha esordito Thomas Rau nel suo intervento – Questo avviene perché c’è una separazione tra potere e responsabilità: attualmente, il potere è centralizzato nelle mani dei produttori mentre la responsabilità ricade sulla collettività. Ragionare in termini di sostenibilità significa ‘solo’ ottimizzare il sistema produttivo attuale; circolarità significa invece costruire un nuovo paradigma”.
“Dobbiamo capire che non siamo proprietari della Terra e delle sue risorse, siamo ospiti. Non è facile accettarlo perché richiede un cambiamento culturale radicale – ha continuato Rau – Dobbiamo imparare a organizzare il nostro essere ospiti e per farlo dobbiamo anzitutto chiederci quali siano le regole della ‘casa’: il sistema Terra è un sistema chiuso, non si aggiunge nulla, quindi dobbiamo capire che ogni elemento ha lo stesso valore”.
“Il riciclo, così com’è concepito, non è altro che una massimizzazione dei costi delle materie prime. Le aziende del riciclo non fanno altro che restituire identità a materiali che l’avevano persa momentaneamente diventando rifiuti – spiega Rau – Di qui l’idea di creare un passaporto dei materiali: un sistema di catalogazione e inventario dei materiali che utilizziamo così da non perdere il loro valore. Non esiste una scarsità di risorse; i materiali vanno piuttosto intesi come edizioni limitate, al pari di un’opera d’arte”.

Il cuore del modello TurnToo è il cosiddetto Matasto (in inglese Madaster, dalla fusione dei termini Materials e Register): un registro in cui inventariare i materiali utilizzati e il loro valore. In questa maniera prodotti come ad esempio un edificio diventano delle banche di materiali da cui in futuro sarà possibile recuperare materie prime piuttosto che rifiuti. L’approccio mette al centro la responsabilità del produttore: nel modello TurnToo, la proprietà dei manufatti resta al produttore mentre i consumatori sono semplici utilizzatori. Il produttore diventa un fornitore di servizi per cui sarà interessato a costruire prodotti che gli garantiscano di vendere servizi per più tempo possibile. La progettazione, quindi, cambierebbe approccio: dal creare problemi organizzati caratterizzati da obsolescenza programmata e aggiornamenti inessenziali, il produttore diverrebbe interessato a costruire prodotti duraturi che, una volta esaurito il loro ciclo vitale, tornino indietro e possano essere smontati e riutilizzati in altri processi. Segue

fonte: www.rinnovabili.it