Visualizzazione post con etichetta #RifiutiTossici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #RifiutiTossici. Mostra tutti i post

Malesia: scoperto un grave caso di importazione illegale di rifiuti tossici

La scoperta di un carico di EAFD, sottoprodotto tossico della produzione di acciaio, rivela il più grande caso di rifiuti tossici importati illegalmente in Malesia.




Le autorità malesi hanno individuato 110 container abbandonati di metalli pesanti pericolosi provenienti dalla Romania e diretti in Indonesia, entrati illegalmente nel paese. La scoperta mette a nudo il più grande caso di rifiuti tossici della Malesia, diventata negli ultimi anni la principale destinazione mondiale per i rifiuti di plastica dopo che la Cina ne ha vietato le importazioni.

Il governo di Kuala Lumpur sta da tempo negoziando con i paesi di origine dei rifiuti per recuperare centinaia di scarti tossici e meno tossici entrati illegalmente nel paese. Il ministro dell’Ambiente e dell’Acqua, Tuan Ibrahim Tuan Man, ha dichiarato che 1.864 tonnellate di EAFD (polveri da abbattimento fumi da forno elettrico, un sottoprodotto della produzione di acciaio che contiene metalli pesanti come zinco, cadmio e piombo) sono stati trovati abbandonati nel porto di Tanjung Pelepas, nello stato meridionale di Johor.

“Il ritrovamento del carico di EAFD, in transito in Malesia e diretto in Indonesia, è la più grande scoperta del suo genere nella storia del nostro paese”, ha dichiarato Tuan Ibrahim. Il ministro ha sottolineato che il carico di EAFD, che fa parte dell’elenco dei rifiuti tossici ai sensi della Convenzione di Basilea, era stato classificato come zinco concentrato nei moduli di dichiarazione.

Considerando che il Dipartimento dell’Ambiente, in quanto autorità della Convenzione di Basilea per la Malesia, non ha concesso o ricevuto notifiche dall’esportatore di rifiuti per il transito, il governo malese ha contattato l’autorità rumena per organizzare il rimpatrio dei container, incaricando contestualmente l’Interpol per ulteriori indagini. Finora, l’ambasciata rumena a Kuala Lumpur non ha risposto a una richiesta di commento da parte di Reuters.

Già a gennaio di quest’anno, la Malesia avevo rispedito al mittente 150 container pieni di rifiuti arrivati illegalmente da 13 paesi di Asia, Europa e Nord America. In quell’occasione, per decisione della ministra federale dell’Ambiente, Yeo Bee Yin, le spese di “rimpatrio” delle 3.700 tonnellate di rifiuti furono interamente addebitate ai paesi “esportatori”, tra cui comparivano Francia, Gran Bretagna, Usa e Canada in testa.

fonte: www.rinnovabili.it



#RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542
=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria 

Allarme sui rifiuti elettronici: se ne accumulano 50 milioni di tonnellate l'anno

La denuncia dell'Onusono tossici e pericolosi e solo il 20% viene smaltito correttamente. «Servono misure urgenti».


l mondo sta per essere travolto da «uno tsunami di rifiuti elettronici», al ritmo di 50 milioni di tonnellate l'anno. È l'allarme dell'Organizzazione internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite: a oggi solo il 20% dei rifiuti elettrici ed elettronici viene smaltito tramite canali di riciclaggio ufficiali, eppure il loro valore è stimato intorno ai 55 miliardi di euro. Servono, dunque, misure urgenti per migliorare la gestione delle scorie tossiche di questi rifiuti prodotti in tutto il mondo, sia nei Paesi più sviluppati che in quelli meno. Secondo l'Organizzazione, istituita per rafforzare la collaborazione, costruire partenariati e fornire un sostegno più efficace per assistere gli Stati nell'affrontare la sfida rappresentata da questi rifiuti, una gestione diversa di questo materiale potrebbe, infatti, rivelarsi utile anche per creare posti di lavoro. Nel corso di una recente riunione a Ginevra con i rappresentanti dei governi, degli imprenditori e delle organizzazioni sindacali si è convenuto sulla necessità di promuovere gli investimenti adeguati nelle infrastrutture e nei sistemi di gestione dei rifiuti a tutti i livelli.

Altra questione importante, è stato sottolineato, è la necessità urgente di proteggere chi lavora in questo settore che per la tossicità del materiale elettrico ed elettronico crea danni sia ai lavoratori che all'ambiente.​ «Chi lavora in questo settore», è stato spiegato nel corso della riunione, «non ha nessuna possibilità di far ascoltare le proprie ragioni e nessun potere negoziale perchè il loro compito è solo quello di distruggere i materiali pericolosi con le loro mani». Inoltre questi lavoratori spesso non conoscono i rischi del maneggiare questo tipo di rifiuti. Secondo l'Organizzazione dell'Onu, i rifiuti elettrici ed elettronici possono comunque diventare una risorsa sempre più importante per i lavoratori dell'economia informale, che sono coinvolti nella catena del riutilizzo di questi rifiuti, recuperando, riparando, trasformando e riciclando apparecchiature elettriche ed elettroniche che reintrodotte sul mercato possono agevolare la transizione verso l'economia circolare. I giovani, è stato detto ancora, hanno la creatività e il potenziale necessario per acquisire competenze in questo campo e utilizzare la gestione dei rifiuti elettronici per creare lavoro. La buona notizia, dunque, è che non è troppo tardi per risolvere il problema della gestione di questi rifiuti.

fonte: https://www.lettera43.it

Strade dei veleni: tonnellate di rifiuti tossici interrati nell'asfalto nel Nordest

Nelle strade di 19 comuni del Polesine, in Veneto, sarebbero state interrate quasi 9mila tonnellate di veleni e rifiuti tossici, nella campagna tra le cittadine di Trecenta e Giacciano con Baruchella.
















È quano  emerge dall'indagine partita con un maxi sequestro nel Milanese, a seguito di un incendio avvenuto il 14 ottobre scorso a Milano, che richiese l’intervento di 172 equipaggi dei Vigili del fuoco.
L'inchiesta ha coinvolto due aziende della Bassa Veronese accusate di ricevere, trasportare e gestire abusivamente ingenti quantità di rifiuti, tra cui scorie e ceneri pesanti. Queste sostanze sono state usate per realizzare strade interpoderali in Veneto, Emilia Romagna e Lombardia.
Sono 15 le persone finora arrestate, 8 in carcere, 4 agli arresti domiciliari e 3 con l’obbligo di dimora. Tra loro ci sono imprenditori, amministratori e gestori di società del settore dello stoccaggio e smaltimento dei rifiuti, intermediari e responsabili dei trasporti.
Riporta il Corriere che secondo quanto si legge nell’ordinanza del gip Giusy Barbara, uno degli autisti incaricati "del trasporto illecito dei rifiuti" avrebbe detto a un interlocutore, qualche giorno prima del rogo, che "andava tutto bene e che avrebbero fatto il botto". Il teste ha raccontato di aver conosciuto l’autista nella primavera del 2018, periodo in cui lo aveva informato "di essere alla ricerca di magazzini da adibire a deposito di rifiuti (..)".

Quelle strade avvelenate

I rifiuti tossici contenenti nichel, cromo, piombo e cloruro, sarebbero stati interrati nelle strade di ben 19 Comuni polesani. A finire sotto accusa è stato il materiale noto come “concrete green”.
Secondo i documenti della Dda, vi è stato “il conferimento” di questo materiale a Corbottolo di Trecenta, località sulla sponda sinistra del Canalbianco: qui tra il 27 febbraio e il 17 marzo 2014 ne arrivarono ben 7.732 tonnellate. Stessa cosa è accaduta a Barchetta nel febbraio del 2014, dove ne sarebbero state consegnate altre 900 tonnellate. A rischio poi le strade di comuni come Arquà, Badia, Bergantino, Canaro, Canda, Castelmassa, Castelnovo Bariano, Costa di Rovigo, Fratta, Gaiba, Melara, Occhiobello, Pincara, Salara, San Martino, Stienta e Villadose, oltre che di Trecenta e Giacciano.
“Nell'escalation di notizie inerenti gli illeciti in materia di rifiuti ci conforta e dà sicurezza il lavoro eccezionale e sempre puntuale degli inquirenti, ai quali confermiamo sempre la nostra massima collaborazione nella lotta agli illeciti” ha detto l’assessore regionale alla Difesa del Suolo e Protezione Civile Gianpaolo Bottacin.
Una vera e propria banda per fortuna sgominata ma adesso si teme per le conseguenze legate alla salute dei cittadini che vivono nelle cittadine del Polesine.
fonte: www.greenme.it

C'è del marcio negli inceneritori in Danimarca
















L'uscita del vice-ministro Salvini che, a sorpresa, fuori dal contratto con i 5 Stelle, ha rilanciato il salvifico ruolo dei termovalorizzatori per far sparire i roghi di rifiuti bruciati all'aperto in Campania e le decine di incendi, più o meno dolosi, di magazzini pieni di scarti differenziati, ha seguito una studiata tempistica.

Nei prossimi giorni a Copenhagen si inaugurerà un inceneritore con recupero energetico, di ultimissima generazione, la cui sicurezza è sottolineata dalla possibilità di sciarci sopra.

E il ministro multi-ruolo ha già annunciato che ci andrà, sci in spalla e in divisa da sciatore.

Dubitiamo che i selfie che il suo staff per la propaganda diffonderanno, per la gioia dei fan del capitano, ci faranno ammirare  il panorama intorno, che è quello che potete vedere nella foto che segue: in primo piano gli sciatori felici, sullo sfondo una selva di camini.

Il panorama ad ovest dell'inceneritore con pista da sci


Il fatto è che siamo sull'isola di Amager, a quasi due chilometri di distanza dalla Sirenetta e a quattro chilometri dal centro della città, isola da sempre utilizzata per scopi industriali e che ospita anche l'aeroporto internazionale.


Isola di Amager. Il cerchio rosso localizza i depositi di ceneri.

Se poi lo staff del primo ministro mandasse un drone ad esplorare i dintorni ( il cerchio rosso nella foto sopra) potremmo ammirare quest'altro panorama: i grandi depositi di ceneri prodotte dalla combustione dei rifiuti, da sempre usate dai danesi per riempire il fondo delle loro autostrade.

Depositi di ceneri prodotte dagli inceneritori di Copenhagen


Il nuovo inceneritore, nelle inedite vesti di parco dei divertimenti, brucerà 325.000 tonnellate anno di scarti prodotti dai danesi, ma, per le leggi della chimica, questa massa non sarà trasformata tutta in energia e l'inceneritore produrrà un bel pò di rifiuti: 66.500 tonnellate di cenere pesanti e 6.500 tonnellate di ceneri leggere e quest'ultime, prodotte dai sistemi di filtrazione dell'aria, sono inevitabilmente cariche di sostanze pericolose e quindi, a tutti gli effetti, sono rifiuti tossici da smaltire con molta attenzione e con elevati costi.

Trasformare rifiuti urbani, al massimo puzzolenti, in rifiuti tossici a me non sembra una grande furbata.

A riguardo, posso fornire qualche dato sui nostri inceneritori, pardon, "termovalorizzatori": in media in un chilo di ceneri pesanti prodotte dai nostri impianti si trovano 34 nanogrammi di diossine, in un chilo di ceneri leggere, i nanogrammi di diossine salgono a , 311.

Per la cronaca, in un chilo di rifiuti nostrani inceneriti si trovano, in media, 2 nanogrammi di diossine. 

Lascio ai miei lettori la valutazione di quanto sia furba la scelta di privilegiare la "termovalorizzazione" al riciclo.

E ritorniamo al termovalorizzatore con pista da sci: quanto gli costa?

Questa meraviglia ha richiesto 520 milioni di euro, a cui si devono aggiungere i costi di esercizio, di manutenzione e quelli per la inertizzazione e lo smaltimento delle ceneri. 

Una bella cifra. che i danesi dovranno pagare producendo tutti i rifiuti che servono ad alimentare l'impianto e questo per almeno 25 anni, quanti ne servono per ammortizzare l'investimento.

Con queste scelte, 27 inceneritori in funzione, i cittadini di Copenhagen e tutti i Danesi  possono dare un addio a serie politiche di riduzione dei rifiuti e di riciclo.

Produzione e trattamenti di scarti urbani (2015) nei paesi membri dell'Unione Europea  

Ed è proprio cosi: un danese produce ogni anno 788 chili di scarti urbani, di cui il 54% è incenerito e il 42% riciclato, un vero record europeo.

Noi italiani, con tutti i nostri difetti, di scarti ne produciamo quasi la metà (488 chili),  di cui ricicliamo il 47,5% ( meglio dei danesi) e se i 5 Stelle al governo riuscissero a realizzare quanto previsto nel contratto, ovvero estendere a tutto il paese il sistema di raccolta "porta a porta " adottato nel Trevigiano, con oltre il 65% di raccolta differenziata, potremmo certamente chiudere tutte le discariche e dare un addio ai termovalorizzatori nostrani.

Per la cronaca è quello che ha deciso di fare la regione Liguria, a guida forza Italia e Lega: nessun inceneritore, bocciati per i costi eccessivi, differenziata al 65% con il porta a porta, produzione di metano da immettere in rete dalle frazioni organiche, massimo recupero di materiali da usare in nuove produzioni. 
E questa scelta la possiamo fare proprio grazie al fatto che una decina di anni fa abbiamo bloccato un inceneritore ( anche lui su modello danese) sotto la Lanterna ( il faro simbolo della citta) e anche perchè la grande discarica di Scarpino, alle spalle della città, finalmente Sima messa in regola e non potrà più ricevere gli scarti indifferenziati.

Se poi anche Salvini, che ama gli italiani, volesse abolire l'anomalia tutta nazionale, di aver fatto diventare per legge i nostri scarti una fonte di energia rinnovabile, gliene saremmo grati.

Questa norma, che la solita anonima manina ha introdotto quando abbiamo recepito una norma europea per incentivare le energie rinnovabili, ci costa 300 milioni di euro all'anno, tanto vale il regalo fatto ai gestori degli inceneritori nostrani.

Sono soldi pagati, a loro insaputa, da tutti gli italiani con la bolletta della luce, nella voce A3 delle tasse a carico.

Andate a controllare, per avere un'idea di quanto vi costa mantenere una cinquantina di "termovalorizzatori".

Pensateci, quando tra qualche giorno vedrete Salvini in trasferta sciistica in Danimarca.

Federico Valerio

fonte: https://federico-valerio.blogspot.com/

Terra dei Fuochi, aumentano i roghi nei siti di stoccaggio rifiuti. E c’è un motivo












L’ennesimo rogo tossico di questa estate 2018 (certamente dolosoall’interno di un impianto di stoccaggio di rifiuti, nei giorni scorsi a Casalduni (Benevento), conferma purtroppo i tragici errori di impostazione nella lotta ai roghi tossici in tutte le “Terre dei Fuochi” di Italia: il mancato controllo e corretto smaltimento innanzitutto dei rifiuti speciali e non solo di quelli urbani. Esiste un pericoloso “vulnus” nella pur importantissima legge sul reato penale di incendio dei rifiuti allorquando, con malizia, si è fatto riferimento al solo incendio di rifiuti “abbandonati” .
L’articolo 1 della legge 6/2014 (per Terra dei Fuochi) prescrive che “chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni. Nel caso in cui sia appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi, si applica la pena della reclusione da tre a sei anni”. Non era difficile pensare che i criminali che operano nella sovrapposizione dei rifiuti speciali e urbani per coprire l’evasione fiscale delle aziende “a nero” si accorgessero che, di conseguenza, se si appicca il fuoco a rifiuti non abbandonati e non depositati in maniera incontrollata, non si ricadeva nel reato previsto dalla legge.

Dalla promulgazione della legge, questo “vulnus” ha determinato il progressivo spostamento dei roghi tossici di tutte le “Terre dei Fuochi” dai bordi delle strade e dalle discariche abusive, oggi sanzionabili, all’interno degli impianti legali di stoccaggio dei rifiuti innanzitutto per coprire l’ordinaria commistione di materiali di differente provenienza con codici Cer alterati da “giro bolla”insieme ai rifiuti speciali prodotti in regime di evasione fiscale.
“Mai più Terra dei Fuochi!”, ha tuonato il governatore, Vincenzo De Luca, in difesa delle pummarole campane giusto mentre l’ennesimo immane rogo di rifiuti speciali all’interno di un impianto avvelenava per l’ennesimo giorno la mia Terra di Caivano. Cos’è “Terra dei fuochi” in Campania e quindi in tutta Italia? E’ “Terra dei rifiuti speciali senza impianti, senza controllo e con licenza di uccidere” gli uomini e non le pummarole, da circa trenta anni.
Gestire in Italia 200 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno preoccupandosi di dare in pasto all’attenzione – e ai sensi di colpa – del cittadino italiano medio soltanto i 29 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti urbani è la principale occupazione di aziende, criminali o meno, governi nazionali e locali, e persino società di ambientalisti impegnati allo spasimo nella (giustissima) lotta agli inceneritori, ma che nulla dicono sulla totale assenza di corretto smaltimento dei rifiuti industriali, ospedalieri e radioattivi, dei rifiuti tossici come l’amianto e dei rifiuti speciali pericolosi come i fanghi di depurazione. La Campania continua imperterrita a restare a zero in quanto a impianti finali a norma per rifiuti industriali favorendo quindi il rogo degli impianti di stoccaggio dei rifiuti urbani “legali” ormai saturi anche di rifiuti speciali “commisti”.
Cosa altro si deve nascondere se si tenta di incendiare per ben due volte l’impianto di Casalduni per distruggere qualunque prova in caso di controlli? In Regione si deve patteggiare ogni giorno il “turismo dei rifiuti tossici” creando i presupposti per assicurarelaute mazzette a funzionari regionali infedeli (e di partito) incaricati delle trattative come ha dimostrato Fanpage. Per la Campania evidentemente va bene così, giova a tutti i partiti al potere e al buon nome delle pummarole campane! Questo è “‘O Sistema!”.
Nei primi giorni di agosto a Mariglianella (NA) si moriva dalla puzza di cancerogeni certi. Un incendio doloso il 18 luglio 1995 (Agrimonda) ha causato il rogo di circa seimila tonnellate di pesticidi e fitofarmaci cancerogeni. Dopo oltre 23 anni di percolamento tossico nel terreno di potentissimi cancerogeni in pieno centro cittadino, stante la impossibilità di bonifica per l’assenza totale di qualunque tipo di impianto di discarica finale a norma intraregionale, a costi più che triplicati il trasferimento negli impianti finali di Brescia è stato bloccato perché, ovviamente, in questo caso non era possibile cambiare la natura CER dei rifiuti tossici nei siti di stoccaggio e quindi sono stati respinti dagli impianti finali di Brescia, novella Terra dei Fuochi degli anni 2000.
Nel bresciano oggi, rispetto ai nostri 25 milioni di tonnellate di rifiuti tossici stimati e presenti nelle viscere delle nostre terre dagli anni 90, sono già “legalmente” tombati oltre 75 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e tossici mai controllati efficacemente grazie al “giro bolla” cartaceo e alla assenza di tracciabilità satellitare.
“Terra dei fuochi” è un termine che va “tombato” perché ha fatto tanto male alle pummarole campane. Finché non avremo il coraggio di affrontare e con urgenza il problema dal lato giusto e cioè quello del corretto controllo e smaltimento dei rifiuti speciali industriali e tossici e non urbani, della tracciabilità dei rifiuti (industriali ed urbani) e della totale assenza di impianti di smaltimento a norma dei rifiuti industriali in Campania, “Terra dei fuochi” si sposterà soltanto e non si spegnerà mai.
fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

Terra dei fuochi. Il procuratore: bonifiche ferme e illegalità diffusa

La denuncia in un documento al Parlamento del magistrato Troncone: situazioni di degrado ambientale gravissime. Serve un monitoraggio più efficiente 


















Lo smaltimento illegale di rifiuti nella “terra dei fuochi” «resta un fenomeno alquanto dilagante », le bonifiche «sono in fase di “stallo” con rimbalzi di responsabilità fra i vari enti interessati», mentre «i “tassi d’incidenza oncologica” con molta affidabilità possono essere identificati come “indicatori di rischio”, in rapporto di casualità diretta tra sorgenti di rischio e patologia oncologica». A lanciare l’allarme è il procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Maria Antonietta Troncone.
Sono alcuni passaggi della relazione consegnata alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, in missione nei giorni scorsi in Campania. Un documento di trenta pagine, una fotografia di un territorio dove, scrive il procuratore, «ancora sussiste una illegalità diffusa, la quale contribuisce ad acuire il progressivo degrado dei luoghi». Ma dove «le disca- riche abusive» che interessano «ingenti quantità di rifiuti anche in termini di volumi occupati, sono principalmente quelle le cui attività di smaltimento illecito di rifiuti è possibile far risalire tra gli anni ’80 e gli anni ’90». Proprio per questo è particolarmente grave che le bonifiche, come denuncia il procuratore, siano «in una fase di stallo». A sostegno di questa denuncia il magistrato illustra un lungo elenco di inchieste già chiuse e altre ancora in corso, molto delicate, come confermano alcuni omissis contenuti nella relazione come quelli sul sistema di depurazione, sui Regi Lagni, sugli scarichi di alcune grandi aziende, sugli incendi in impianti di rifiuti, in particolare l’Ilside nel comune di Bellona.
Vicende di gravi inquinamenti, ma anche di mala amministrazione, appalti sospetti, corruzione. I numeri che il procuratore ha fornito alla Commissione parlano da soli. «Attualmente i siti contaminati e potenzialmente contaminati della provincia di Caserta, ricompresi nel Piano Regionale di Bonifica, sono 1.285». Inoltre «sono attive presso il Dipartimento Arpac di Caserta circa 400 procedure sull'effettuazione di indagini preliminari, al fine di attuare le necessarie misure di prevenzione nelle zone interessate dalla contaminazione ». Numeri che giustificano la denuncia del magistrato. «La provincia di Caserta presenta situazioni di degrado ambientale gravissime, causate dagli smaltimenti illegali di rifiuti speciali pericolosi e non, con conseguenti danni ambientali, peraltro non ancora quantificabili». Ma non basta perché, aggiunge il procuratore, «a detti smaltimenti, oggi, vanno certamente sommati gli innumerevoli abbandoni indiscriminati di rifiuti speciali, anche pericolosi, che il più delle volte vengono incendiati cagionando un danno ambientale di notevole proporzione».
Ma il «contrasto ai crimini ambientali » richiede un «efficiente monitoraggio delle modalità di smaltimento dei rifiuti speciali derivanti da attività produttive». Dunque non più solo rifiuti importati, ma prodotti dalle imprese campane. Per questo, per migliorare le capacità d’indagine, «l’obiettivo è quello della definizione di una sorta di 'rifiutometro', ovverossia di indice di congruità fra l’oggetto e le dimensioni delle varie attività produttive analizzate e l’entità e la tipologia dei rifiuti smaltiti, per valutare il regolare assolvimento o meno degli obblighi di legge in tema di smaltimento dei rifiuti». Molto interessante il capitolo sulla depurazione.
È qui che compare la maggior parte degli omissis. Come quello che segue il titolo 'Scarico acque reflue industriali Lete S.p.A. - Pratella (Ce)'. E anche qui i numeri sono drammatici. Dei 130 impianti di depurazione comunale della provincia solo 41 sono funzionanti, 28 non funzionanti, 12 in bypass totale, 49 parzialmente funzionanti. Inoltre, scrive il procuratore, «è stata inoltre riscontrata l’esistenza di impianti di depurazione delle acque la cui realizzazione è stata iniziata e mai conclusa ». Non va meglio per gli scarichi industriali. «Si riscontra in molte aree Asi la mancanza della rete di depurazione ». In alcuni casi, sottolinea il magistrato, «esiste un collettore che unisce al depuratore, ma manca il previo trattamento degli scarichi industriali; in altri, invece, manca del tutto il collettore, sicché lo scarico avviene direttamente nei Regi Lagni». Ed è uno dei fatti sui quali la Procura sta indagando, come conferma un altro omissis.

fonte: https://www.avvenire.it

Monte Inferno è un grido














Sulle carte geografiche non c’è ma Monte Inferno esiste, è un nome inventato per un posto molto reale, una discarica al centro dell’Italia. Un cumulo di spazzatura che da decenni custodisce anche rifiuti tossici scaricati di nascosto, di notte.
Il documentario Monte Inferno di Patrizia Santangeli –  a Roma al cinema Farnese venerdì 31 marzo – è il racconto di un posto segnato dalla presenza della discarica. Qui s’intrecciano la vita della famiglia Giorgi (nonni, genitori e quattro figli) e quelle di alcuni abitanti della zona, tra solitudine, ineluttabilità di un danno e la voglia di bellezza che ancora rivedono nel posto in cui vivono. Erano gli anni Settanta quando a Borgo Montello, centro Italia, iniziò l’accumulo di rifiuti, con gravi danni all’ambiente e alle persone. Le falde acquifere furono inquinate, così come il fiume Astura che costeggia il monte e arriva al mare. Il vento ha portato aria avvelenata nelle case di chi vive ai bordi della discarica e l’economia del luogo è stata danneggiata. Nel 1994 il pentito di camorra Carmine Schiavone dichiarò che alla fine degli anni Ottanta furono interrati nella zona rifiuti tossici e nel 1995 venne ucciso, con le modalità tipiche della camorra, don Cesare Boschi (il suo cadavere fu trovato incaprettato nella canonica e tuttora non esiste un colpevole dell’omicidio).
Monte Inferno è un film di denuncia ma è soprattutto una riflessione sulla solitudine di chi vive ai margini della montagna di spazzatura e sulla speranza che solo l’umanità e la natura sanno dare.
























Interamente autoprodotto dalla regista Patrizia Santangeli, Monte Inferno già presentato a Latina, dopo la proiezione di Roma sarà a Narni al cinema Mario Monicelli il 10 aprile, a Lecce al Teatro Paisiello il 5 maggio, A Verona al cinema Teatro Nuovo San Michele8 maggio, a Torino a Cecchi Point – Hub Multiculturale mercoledì il 10 maggio.
Patrizia Santangeli, realizza documentari dal 2004, tra i suoi lavori Visit india e Allegro Moderato vincitori di premi e riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale.
Guarda il trailer:

Monte inferno, trailer from patrizia santangeli on Vimeo.

Sito: www.monteinferno.it


fonte: comune-info.net


Nella Terra dei Fuochi i bambini continuano a morire











“Negli ultimi 20 giorni sono 8 i bambini morti di tumore. Questi bambini non riposeranno mai in pace. Per loro non c’è giustizia”. Avevano tutti tra i 7 mesi e gli 11 anni. È questo il grido di denuncia delle mamme aderenti al Comitato “Vittime della Terra dei Fuochi”, lanciato lo scorso 6 febbraio davanti la Prefettura di Napoli. L’occasione per far sentire la propria voce è coincisa con la visita del ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti.
Lo scorso anno, l’ultimo aggiornamento dello studio Sentieri – dell’Istituto superiore di sanità (Iss) – ha evidenziato “eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori”, nelle province di Napoli e Caserta, ed “eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni”. L’Iss ha rilevato “un’elevata prevalenza alla nascita di malformazioni congenite in aree caratterizzate anche dalla presenza di siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi”, sottolineando come “i bambini che vivono in condizioni sociali avverse presentano infatti esposizioni multiple e cumulative, sono più suscettibili ad una ampia varietà di sostanze tossiche ambientali e spesso non hanno accesso a un’assistenza sanitaria di qualità per ridurre gli effetti di fattori di rischio ambientali”. Sono numeri e parole che colpiscono, più di un pugno nello stomaco. E dilaniano la coscienza. Numeri e parole dietro cui si celano volti teneri e innocenti, famiglie avvolte nel lutto più atroce, battaglie disperate e cariche di dolore.
Il 5 dicembre scorso, ad Acerra, durante i funerali di Davide Ricciardi – morto a soli 7 mesi – il vescovo Antonio Di Donna ha condiviso una durissima omelia: “Davide, fiore appena spuntato e già reciso, è stato ucciso dall’inquinamento, da uno sviluppo sbagliato, e da quegli assassini che per la loro avidità hanno contaminato le nostre terre”. Il 29 gennaio Don Maurizio Patriciello – sacerdote in prima fila nella denuncia della “Terra dei Fuochi” – ha inviato una lettera aperta a Gaetano Vassallo, per anni imprenditore dei rifiuti legato al clan dei Casalesi. Nella missiva il sacerdote ha ricordato “Franco, mio vicino di banco alle elementari, è morto a 35 anni di cancro; Sossio, invece divenne ingegnere, ma la leucemia se lo portò via. Anche Maurizio, l’amico della mia infanzia, quello dei carruoccioli è morto di cancro, mentre Giovanni, mio fratello, di leucemia”. Quel che più “fa male”, aggiunge don Maurizio, “sono le bare bianche in chiesa. Non ti nascondo che tanti funerali li celebro con gli occhi chiusi. E mentre le mamme piangono, i figli soffrono, i cimiteri si allargano”.
Erode sembra essere in piena attività e aggirarsi nelle due province, strappando alla vita sempre più bambini, condannandoli a morte. L’Erode che devasta e uccide nella “Terra dei Fuochi” non è senza volto, non è sconosciuto. In realtà ne ha tanti, che attraversano gli anni e l’Italia intera. Sono i camorristi, i colletti bianchi, gli imprenditori e i politici collusi che negli anni hanno avvelenato le province di Napoli e Caserta. Ma non solo. Il pentito di camorra Nunzio Perrella – come abbiamo già raccontato in queste pagine – il 17 novembre 2016 aveva dichiarato, in un’intervista rilasciata a Nello Trocchia e trasmessa da Nemo (RaiDue), che “la camorra è la manovalanza della politica”. Parole confermate e ripetute successivamente da Perrella, le cui rivelazioni sono contenute nel libro di Paolo Coltro “Oltre Gomorra. I rifiuti d’Italia”, uscito nei primi giorni di quest’anno. Il pentito di camorra nell’intervista rilasciata a Trocchia ripete che la camorra ha “riempito” di rifiuti prima il Nord di rifiuti e, andando oltre, conferma scarichi illegali anche nella discarica di Malagrotta, “prima con Italrifiuti e poi 3F-Ecologia come dimostrano i documenti in mio possesso.
L’ultima rivelazione
Meno di un mese fa, nell’ambito del processo per l’omicidio di Salvatore Barbaro – ucciso dalla camorra il 13 novembre 2009 – Ciro Gaudino ha raccontato che dopo l’arresto ha permesso il ritrovamento di rifiuti tossici interrati nel Parco nazionale del Vesuvio. Gaetano Vassallo già in passato aveva indicato in alcune cave del Vesuvio centri per lo smaltimento illecito di veleni provenienti dalle industrie del Nord. La stessa rotta dei rifiuti finiti per anni nella discarica Resit e in molti altri luoghi della Campania e non solo. Il 14 febbraio il nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Napoli ha sequestrato 250 fabbricati, 68 terreni, 50 autoveicoli e automezzi industriali, 3 elicotteri, 49 rapporti bancari – dislocati anche nelle province di Roma, Bolzano, Salerno, Latina e Cosenza – per un valore totale stimato in 200 milioni di euro. Il sequestro è avvenuto ai danni dei fratelli Giovanni, Salvatore (ex maresciallo dei Carabinieri) e Cuono Pellini di Acerra. I fratelli Pellini nel processo avvenuto a seguito dell’operazione “Carosello Ultimo Atto” (2003), a distanza di 12 anni (2015), sono stati condannati in appello dalla IV sezione penale di Napoli per disastro ambientale. Assolti, invece, dalle accuse di falso e associazione a delinquere. Attualmente è pendente il giudizio in Cassazione. Secondo l’accusa, rifiuti industriali del Nord – con l’artificio del giro bolla (la sostituzione dei codici Cer e il cambio di tipologia del rifiuto) – venivano declassificati in non pericolosi e sversati nelle campagne dell’agro nolano e casertano come compost o depositati in cave tra Acerra, Giugliano, Qualiano e l’area flegrea di Bacoli. La sentenza di appello fu definita dal vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, “dalla portata storica ma anche incompleta perché se per la prima volta viene riconosciuto un disastro ambientale per traffico di rifiuti tossici non individua gli industriali che lo hanno commissionato.
In “Io morto per dovere” (la biografia di Roberto Mancini) il giornalista Nello Trocchia cita i fratelli Pellini ricostruendo le indagini su Cipriano Chianese. Nel 2002 viene intercettata una telefonata di Chianese con “Biagio Ferraro, appartenente al Sisde, che si rivolge a lui chiedendogli un intervento per ottenere la revoca di un provvedimento di trasferimento”. In tribunale l’imprenditore affermò che “questo mi fu presentato, mi sembra, o dal maresciallo Pellini o dal fratello”. In questi anni il più attivo nel contrastare i fratelli Pellini – con ripetute denunce – è stato Alessandro Cannavacciuolo. Residente ad Acerra, nipote di Vincenzo (un pastore morto avvelenato dalla diossina a 59 anni nel 2007) e coraggioso attivista, ha denunciato di aver subito negli anni varie minacce e intimidazioni. Nel 2008 le pecore della famiglia sono state abbattute per l’eccessiva presenza di diossina nel sangue. La mattina del 5 novembre 2015 Alessandro Cannavacciuolo trovò morti avvelenati i suoi due pastori maremmani, Sergente e Belle.

fonte: http://www.terredifrontiera.info

Rifiuti: Albania pattumiera d’Europa, la società civile protesta

Il premier Edi Rama, fino a 3 anni fa contrario all’importazione di rifiuti nel paese, ha dato il via libera. Ma l’Albania è stata spesso al centro del traffico internazionale di rifiuti tossici
Rifiuti: Albania pattumiera d’Europa, la società civile protesta
Migliaia di cittadini albanesi sono scesi in piazza a protestare contro la legge che permette l’importazione nel paese di rifiuti prodotti da altri paesi europei. Il timore degli ambientalisti è che il provvedimento trasformi l’Albania nella nuova pattumiera d’Europa (dopo il no del Marocco), nonostante le rassicurazioni fornite dal governo di centrosinistra guidato da Edi Rama.
La legge – approvata dal parlamento con i soli 63 voti della maggioranza – mira, nell’intenzione del governo, a far ripartire l’industria nazionale del riciclo. Secondo il provvedimento infatti i rifiuti importati saranno trattati esclusivamente dagli impianti di riciclo, che tratteranno le frazioni di carta, plastica e legno. Per l’esecutivo non c’è alcun rischio che la filiera vada fuori controllo in qualche punto e che alcune tipologie di rifiuti possano essere smaltite in discarica o negli inceneritori, aggirando i controlli.

Rifiuti: Albania pattumiera d’Europa, la società civile protesta 
Argomenti che non convincono affatto gli ambientalisti. Prima di tutto perché il premier Rama ha tradito una delle sue promesse elettorali. Nel 2013, quando si era insediato da poco, fu proprio l’attuale esecutivo ad abrogare la legge che permetteva l’importazione di rifiuti da altri paesi, voluta dal governo precedente di Sali Berisha. Il premier aveva affermato che il paese dovesse prima pensare a pulire la propria immondizia, e solo dopo ragionare sull’importazione di quella altrui. Una frase che in molti oggi gli rinfacciano.
Secondo gli ambientalisti, la legge permetterà ai più ricchi paesi vicini – come l’Italia – di inviare in Albania rifiuti pericolosi. “Il provvedimento contiene delle scappatoie subdole, che permettono l’importazionne di rifiuti anche per produrre energia elettrica tramite gli inceneritori. Questo causerà inevitabilmente più inquinamento”, ha dichiarato un manifestante all’agenzia Reuters.
Timori che paiono giustificati visto i precedenti: 4 anni fa l’Ue avviò un’inchiesta su presunti trasferimenti illegali di rifiuti tossici dalla Francia verso il paese balcanico, migliaia di tonnellate che sarebbero state fatte entrare in modo fraudolento tra il 2003 e il 2010. Qualche anno prima, all’indomani della fine della Jugoslavia, l’Albania era stata al centro di enormi scandali legati proprio al traffico criminale di rifiuti tossici. Per citare un solo caso, nel 1992 la tedesca Schnidt inviò a Tirana quasi 500 t di sostanze chimiche vietate nell’allora Comunità europea, tra cui una partita di toxafene, che ha una tossicità così elevata che ne basta un litro per contaminare 2 mln di mc di acqua.

fonte: www.rinnovabili.it

Zuzana Čaputová, l'avvocato coraggioso che ha fatto chiudere una discarica di rifiuti tossici

zuzanacaputova 07

La discarica di rifiuti tossici stava avvelenando la terra, l’aria e l’acqua della sua comunità. L’avvocato Zuzana Čaputová però non è rimasta a guardare e ha guidato la campagna per la sua chiusura nella Slovacchia post-comunista.
Zuzana Čaputová è una delle sei vincitrici del Goldman Environmental Prize 2016, il cosiddetto Nobel per l’ambiente.
Madre di due figlie e avvocato di successo di Pezinok, una ridente cittadina della Slovacchia occidentale, che vive principalmente grazie alla viticoltura, Zuzana ha aiutato la sua comunità e ha salvaguardato il suo territorio.
zuzanacaputova 03
Dal 1960, infatti, il paese era diventato luogo di una discarica di rifiuti provenienti dalle zone vicine dell’Europa occidentale.
Una discarica costruita senza permessi e senza misure di sicurezza affinché venisse impedito che le sostanze chimiche tossiche danneggiassero la salute dei cittadini e il suolo pubblico.
Se tutto questo non bastasse, una volta raggiunta la massima capacità di contenimento, le autorità regionali avevano deciso di spingere un progetto per la costruzione di una nuova discarica per lo smaltimento dei rifiuti. Il tutto nonostante ci fosse un’ordinanza del 2002 che lo vietasse.
zuzanacaputova 06
A pagarne le conseguenze tutta la comunità di Pezinok con cancro, malattie respiratorie, allergie e numerosi casi di leucemia.
Tra gli abitanti appunto la battagliera Zuzana che viveva con la sua famiglia proprio vicino alla discarica. Dopo la diagnosi di cancro per lo zio e la moglie di un collega e numerosi altri casi nella stessa settimana, l’avvocato ha deciso che doveva fare qualcosa per mantenere la sicurezza delle sue due giovani figlie.
zuzanacaputova 09 copia
Grazie al suo carisma da leader ha così riunito artisti, imprese locali, produttori di vino, membri della comunità a vario titolo e ha iniziato la sua battaglia per la chiusura della discarica e per impedire che ne venisse costruita una nuova.
Attraverso mostre fotografiche, concerti, proteste e manifestazioni pacifiche, Čaputová è riuscita a raccogliere 8mila firma per la petizione presentata al Parlamento europeo. E oltre all’attivismo della società civile ha impiantato numerose sfide legali.
Migliaia le persone che sono scese in piazza sotto lo slogan “le città non appartengono alle discariche”.
zuzanacaputova 02
Nel 2013 arriva la prima buona notizia, la Corte suprema slovacca stabilisce che la costruzione di una nuova discarica è illegale, ritira l’autorizzazione e ordina la chiusura anche della vecchia.
Il verdetto fa eco anche con quello della Corte europea di giustizia che dà ragione ai cittadini. La battaglia dell’avvocato continua ancora oggi per combattere l’inquinamento industriale e difendere il diritto di un ambiente pulito e sicuro. Ciò che è riuscita a mettere su Zuzana è stata la più grande mobilitazione degli ultimi vent’anni in Slovacchia.

fonte: http://www.greenme.it

Tumori, Nuoro e Macomer maglia nera



Registro_Tumori-link
A Nuoro e Macomer ci si ammala di tumore più che nei distretti sanitari di Siniscola, Sorgono e dell’Ogliastra. Lo rivela il nuovo studio del Registro Tumori della provincia di Nuoro.
I dati diffusi lo scorso 23 dicembre dall’istituto diretto da Mario Usala parlano chiaro,  anche perché elaborati in maniera tale da correggere eventuali distorsioni legate al numero e all’età dei residenti nelle diverse realtà territoriali. Ecco dunque i risultati standardizzati: nel periodo compreso tra il 2003 e il 2012, le patologie tumorali  hanno colpito soprattutto la popolazione femminile del Marghine e quella maschile del Nuorese. In questo caso, tuttavia, le differenze di genere contano poco. Tant’è vero che gli uomini del Marghine e le donne del Nuorese guadagnano il secondo gradino nella triste classifica delle categorie più colpite da tutti i tumori.
Unico caso in controtendenza la maggiore incidenza dei linfomi non Hodgkin nel distretto sanitario di Sorgono, dove preoccupa anche la diffusione del tumore al polmone, di cui il distretto di Macomer detiene il primato. Si tratta di un dato rilevante: “Linfomi non Hodgkin e tumori polmonari vengono considerate le patologie-spia della presenza di condizioni ambientali degradate”, spiega il presidente Isde-Medici per l’ambiente Sardegna Vincenzo Migaleddu.
Intanto, Usala ha promesso ulteriori approfodimenti: per i primi mesi del 2016 si attendono, infatti, i dati relativi ai tassi di mortalità e di sopravvivenza ai tumori nei cinque distretti sanitari.

Centro epidemiologico e Registro Tumori: dati a confronto
In attesa dei nuovi dati, impossibile non far riferimento alla recente fotografia dello stato di salute della popolazione della Sardegna centrale scattata dal Centro epidemiologico dell’Asl di Nuoro diretto dalla dottoressa Maria Antonietta Atzori. Interrogato dall’assessorato all’Ambiente nell’ambito della procedura di Valutazione d’Impatto ambientale del nuovo inceneritore di Tossilo, il Centro aveva sostenuto che “la zona di Macomer non è certamente la più colpita dalle patologie tumorali (tra i vari distretti monitorati dall’Asl 3 di Nuoro ovvero Nuoro, Ottana, Siniscola e Sorgono, ndr)”. Si tratta di una posizione che sembra stridere con i risultati dello studio del Registro accreditato presso l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (non interpellato dall’Assessorato all’Ambiente a dispetto del suo ruolo), che ritiene invece l’inceneritore di Macomer “potenzialmente nocivo”.
“In quel caso, il Centro si era limitato a comparare i dati relativi al periodo 2000-2003 con quelli del 2006-2009, registrando una diminuzione della mortalità per tumore del 2,7. Se il Centro epidemiologico avesse utilizzato i dati relativi al 2011-2013,  disponibili già al tempo, avrebbe inscoperto che i tassi di mortalità erano in forte aumento”, spiega oggi Migaleddu.
Riprende forza il no all’inceneritore
Sebbene il Registro Tumori  si sia per ora limitato a descrivere l’incidenza delle varie patologie tumorali, i recenti dati sembrano confermare le criticità evidenziate da Isde – Medici per l’ambiente. Ragion per cui Migaleddu rivolge un invito alla Regione: “Chi in giunta dovesse essere sensibile alle questioni sanitarie, oggi dovrebbe spendersi per applicare il principio di precauzione e bloccare il nuovo inceneritore, nonostante sia già stato approvato”.
Rincara la dose Franca Battelli di Zero Waste Sardegna, che da anni si batte contro l’impianto della piana di Macomer:  “La presenza più che ventennale di un inceneritore non può essere sottovalutata. La giunta invece ha finito per minimizzare l’impatto dell’inceneritore, dando il via libera nonostante l’assenza di dati certi sullo stato di salute della popolazione, dell’ambiente e sul potenziale impatto degli inquinanti sulla catena alimentare. Per di più, il nuovo impianto inquinerà più del vecchio, come emerso dai documenti presentati nelle conferenze di servizi convocate dalla Provincia di Nuoro per il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale”.
Piero Loi

fonte: http://www.sardiniapost.it

Il CRU-RZ ha un conto presso Banca Etica (ccbccdne) 
Questo è il suo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897 - Aiutaci e Sostienici!