Visualizzazione post con etichetta #Hawaii. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Hawaii. Mostra tutti i post

Pesci: anche i piccoli sono minacciati dalla microplastica

Anche i piccoli di pesce sono colpiti dai danni della microplastica: sin dallo stato larvale, infatti, ne ingeriscono grandi quantità.





Anche i piccoli di pesce sono minacciati dalla microplastica. È quanto rivela un nuovo studio condotto da alcuni scienziati del NOAA lungo le coste dell’isola principale delle Hawaii: sempre più specie marine, anche le più minuscole, confondono i frammenti di plastica per plancton e prede. Un ingestione che in molti casi può risultare in problemi nello sviluppo degli esemplari, quando non addirittura letale.

I ricercatori hanno analizzato le aree della costa dove le principali nove specie di pesci presenti alle Hawaii, alcune fondamentali per la sussistenza delle popolazioni umane locali, depongono le uova. Dei veri e propri vivai, degli allevamenti naturali dove i pesci, sin dalla tenerissima età, possono approfittare di grandi quantità di nutrimento e di plancton. Dagli studi condotti, è emerso come tutti i piccoli di queste specie principali ingeriscano quotidianamente grandi quantità di microplastiche, alcuni di pochi millimetri di grandezza. Jonathan Whitney, uno dei ricercatori alla base dello studio, ha così aggiunto:La scoperta ha preoccupato gli esperti, poiché sembra che i pesci approfittino della plastica sin dallo stato larvale, un problema che potrebbe comprometterne seriamente la crescita. A oggi, oltre al fatto che i frammenti di plastica possano risultare letali impedendo la digestione o causando ferite interne, non sono note nel dettaglio delle altre possibili conseguenze. Si sospetta, tuttavia, che il materiale inquinante possa inficiare il normale processo di crescita, riducendo l’assorbimento di nutrienti. Ancora, viene inquinata anche la catena d’alimentazione umana, considerato come questi pesci vengano normalmente pescati dalle popolazioni locali.

Il prossimo step sarà quello di vagliare il livello d’inquinamento di altre isole hawaiane oltre a Big Island, come Oahu e Maui, ma la soluzione non sembra essere a portata di mano. Le microplastiche, proprio perché di ridottissime dimensioni, sono difficilissime da raccogliere e smaltire.

Fonte: Hawaii News

Solare con storage, prezzi record alle Hawaii: ben sotto alle fossili

Energia da fotovoltaico con batterie fino a 8 c$/kWh, contro i 15 della generazione termoelettrica locale.




















Che il kWh ora da fotovoltaico sia molto spesso più economico rispetto alle fonti convenzionali meno costose ormai non fa più notizia: la market parity è raggiunta a pieno in molti mercati, tra cui quello italiano. Lascia invece stupiti se a battere le fossili è l’energia solare immagazzinata neisistemi di accumulo elettrochimici, relativamente ancora costosi.
È quello che è successo alle Hawaii, dove contratti per elettricità da FV+ batterie hanno visto prezzi del kWh scesi fino a 8 centesimi di dollaro, inferiori di oltre un terzo a quelli della generazione convenzionale in quel sistema elettrico.
Lo Stato delle Hawaii negli Usa da anni è territorio di frontiera per le rinnovabili abbinate alle batterie, complice la particolarità del sistema elettrico, che conta molto sull’olio combustibile, che come in molte realtà insulari rende più conveniente questa soluzione.
Nei giorni scorsi l’utility locale Hawaiian Electric Company ha inviato per l’approvazione del regolatore statale sette nuovi contratti per l’approvvigionamento di elettricità da impianti di FV+storage. Di questi, 6 prevedono valori record a meno di 10 centesimi di dollaro a kWh e due arrivano addirittura a 8.
I progetti (vedi tabella) aggiungerebbero 262 MW di potenza da solare e 1.048 MWh di storagedistribuiti su tre isole. La nota di HEC sottolinea che forniranno energia “al posto dei prezzi volatili dei combustibili fossili”, che cita a circa 15 centesimi per Kwh.
Se la commissione di pubblica utilità dello stato approverà i PPA, per il mercato dello storage Usa si tratterebbe di una grossa spinta, quasi un raddoppio: dai dati WoodMackenzie ci sono al momento solo 1,4 GWh di stoccaggio di energia installati nella nazione, con appena 75 MWh alle Hawaii.
I valori del kWh da fotovoltaico con batteria erano arrivati a 13,9 c$/kWh nel 2016 e a 11 c$/kWh nel 2017: considerando i contratti siglati ora a 8 c$/KWh si può dunque dire che, dal 2016 al 2019, i prezzi sono diminuiti del 42%.
Con economics del genere, le isole, che si affidino ancora prevalentemente al costoso olio combustibile per l’elettricità, possono raggiungere il 100% di rinnovabili anche prima della deadline che si sono date, al 2045.
fonte: www.qualenergia.it

Il più grande impianto fotovoltaico-batterie al mondo fa impallidire le fossili

AES Corporation ha inaugurato nelle Hawaii il più grande sistema al mondo di accumulo solare. Energia venduta a 11 centesimi per kWh
















Da oggi le Hawaii hanno una nuova arma verde nel loro arsenale di energie rinnovabili. Il Produttore di energia AES Corporation e l’ente no profit La Kaua’i Island Utility Cooperative (KIUC) hanno inaugurato l’8 gennaio 2019 quello che è considerato l’impianto fotovoltaico-batterie più grande al mondo. Il Lāwa’i Solar and Energy Storage Project – questo il nome della struttura – sorge nell’isola di Kauai, un piccolo paradiso lussureggiate che negli anni ha fatto da sfondo a celebri film hollywoodiani. Qui, la nuova centrale aiuterà gli abitanti proseguire il percorso di decarbonizzazione energetica avviato dallo Stato fornendo elettricità a un prezzo più conveniente delle fonti fossili. E distribuendola anche quando il sole non è più in cielo.
“Ora che il progetto Lāwa’i è attivo, ben il 40% del nostro picco di elettricità serale sarà fornito dall’energia solare immagazzinata”, ha dichiarato il presidente e amministratore delegato di KIUC, David Bissell alla cerimonia di inaugurazione. “Sono convinto che questo sia un risultato unico a livello nazionale e forse anche nel mondo”.


Di certo quello che è unico, almeno per ora, sono i numeri che accompagnano il nuovo impianto fotovoltaico-batterie. Il progetto è composto di un parco solare da 28 MW e di un sistema d’accumulo agli ioni di litio da 20 MW/ 100  MWh. Questa capacità di stoccaggio, secondo gli esperti di Wood Mackenzie Power & Renewables, supera di gran lunga quella di qualsiasi altro sistema operativo fotovoltaico-batterie nel mondo. Il Lāwa’i è stato progettato affinché sia in grado di fornire alla rete la massima potenza in uscita per un massimo di cinque ore e contemporaneamente ricaricare le batterie. In sostanza, la nuova centrale risolve uno dei grandi nodi del fotovoltaico stand-alone, che per tradizione ha ancora bisogno di impianti di base alimentati a fossili per assicurare che la domanda di picco sulla rete sia soddisfatta.

Una volta completamente integrato, il progetto rimpiazzerà fino a 14 milioni di litri di gasolio l’anno. E lo farà a un prezzo di un terzo minore: l’elettricità prodotta sarà, infatti, acquistata dalla KIUC a 11 centesimi di dollaro per chilowattora tramite un contratto della durata di 25 anni. In una nota stampa l’AES Corporation fa sapere che l’impianto, a piena produzione, sarà in grado di soddisfare l’11% del fabbisogno energetico di Kauai, contribuendo a rendere l’isola per più del 50% alimentata da fonti rinnovabili.

fonte: www.rinnovabili.it

Hawaii, esempio di avanguardia della transizione energetica

Un esempio di accelerazione verso la transizione energetica è quello delle Hawaii. La legge nel 2015 prevede la totale decarbonizzazione della generazione elettrica entro il 2045. Già importante il ruolo del FV. No all'import di gas. Le utilities sembrano sostenere questa policy. L'editoriale di Gianni Silvestrini.



















Con un costo dell’elettricità più che doppio rispetto al resto degli Usa e con un elevato potenziale di sole, vento, biomassa e geotermia – le Hawaii sono state da sempre considerate un contesto perfetto per l’impiego su larga scala delle fonti rinnovabili. 
Del resto, i primi kWh vennero generati proprio da una centralina idroelettrica realizzata nel 1888. Una scelta effettuata dopo che Thomas Edison aveva mostrato nella sua casa di New York le prime lampade ad incandescenza al re Kalakaua (sì, le Hawaii erano allora un regno autonomo che fu eliminato nel 1893 con un colpo di stato organizzato da uomini d’affari statunitensi, ma questa è un’altra storia …).

In realtà, malgrado le aspettative, per lungo tempo nelle isole hawaiane hanno operato pochi impianti rinnovabili in grado di soddisfare solo il 10% della domanda.
La situazione è cambiata decisamente dopo il 2010 con un’accelerazione della produzione verde che in sei anni è passata al 26% (vedi figura sotto).
Decisivo è stato il ruolo del fotovoltaico che rappresenta con 490 MW la metà della potenza rinnovabile delle isole. Le bollette elevate, gli incentivi e il crollo dei prezzi dei moduli hanno alimentato la corsa che ha portato all’installazione di 79.000 impianti solari, tanto che una famiglia su sei è ormai dotata del fotovoltaico (contro la media dell’1% negli interi Usa).




L’attenzione al solare ha peraltro riguardato anche la produzione di acqua calda, con 80.000 impianti termici installati e con l’obbligo dal 2010 del loro inserimento in tutti i nuovi edifici.
Come hanno reagito le utilities locali? Inizialmente con una posizione difensiva che ha portato, nel 2013, al blocco delle installazioni solari motivato dai rischi nella gestione della rete. Uno studio del National Renewable Energy Laboratory (NREL) ha però consentito di verificare la possibilità di innalzare la potenza fotovoltaica ammissibile dal 120% al 250% del carico minimo e la situazione si è sbloccata.
Ma questo balzo in avanti rappresenta solo l’inizio della corsa delle rinnovabili. Una legge introdotta nel 2015 grazie al crescente supporto dell’opinione pubblica e alla mobilitazione dei gruppi ambientalisti ha previsto il raggiungimento della totale decarbonizzazione della generazione elettrica entro il 2045 (vedi figura sotto).




Quest’anno è stata poi messa in discussione una proposta di legge per consentire al sistema dei trasporti di essere anch’esso alimentato dalle rinnovabili (prevalentemente grazie alla mobilità elettrica) entro il 2045.
Insomma, il percorso verso l’indipendenza energetica è tracciato e sarà interessante seguire le scelte tecnologiche, gestionali e regolatorie che verranno effettuate per facilitare questa transizione energetica.
Il nuovo contesto normativo ha portato ad un cambiamento della posizione delle utilities che, dopo la bocciatura di due proposte per raggiungere l’obiettivo della produzione del 100% rinnovabile, hanno presentato un piano più avanzato che è stato accettato lo scorso 17 luglio.
Il programma delle Hawaiian Electric Companies prevede di raggiungere il 48% della produzione nel 2020 e il 100% nel 2040, anticipando quindi di cinque anni l’uscita dal petrolio.
Ci sono diversi elementi interessanti in questa proposta.
Il primo riguarda la fortissima accelerazione prevista nei prossimi quattro anni, motivata con l’opportunità di sfruttare al massimo gli incentivi nazionali esistenti. Entro il 2021 è quindi prevista l’installazione di 717 MW fotovoltaici, 157 MW eolici e l’avvio di programmi di Demand Response (agendo quindi sui consumi) per 115 MW, tutte misure che consentirebbero di raddoppiare la quota delle rinnovabili portandola al 52%
Al 2030 si valuta poi che il numero di impianti fotovoltaici raddoppierà passando a 165.000 e che saranno tutti dotati di sistemi di accumulo. È chiaro infatti che lo stoccaggio svolgerà un ruolo decisivo. Significativamente sono già state introdotte tariffe differenziate in modo da valorizzare il contributo solare spostato nelle ore serali di massima richiesta.
Un secondo aspetto interessante degli scenari riguarda l’assenza di decisioni sull’importazione di gas liquefatto. In effetti il Governatore delle Hawaii, David Ige, si è sempre dichiarato contrario a questa scelta per non rallentare la corsa delle rinnovabili. Una riflessione per i nostri decisori lanciati sull’ipotesi di metanizzare la Sardegna, un’isola con popolazione e superficie analoga a quella delle Hawaii.
Un terzo elemento riguarda un aspetto delicato trattato nell’Appendice Q del Piano. Parliamo delle condizioni che potrebbero favorire la “grid defection”, cioè la scelta di staccarsi dalla rete.  Non vengono forniti numeri in quanto considerati “confidenziali”, ma è chiara la preoccupazione che la progressiva competitività dell’abbinamento solare più accumulo possa rendere conveniente la scelta di rendersi totalmente autonomi. 
E proprio sulle scelte che verranno compiute sul lungo periodo tra impianti centralizzati e generazione distribuita si giocheranno il futuro energetico delle isole e i costi della transizione.
Un futuro tutto da scrivere perché su questo aspetto gli scenari sono ancora aperti, tanto che il regolatore ha “accettato” ma non “approvato” il piano.

fonte: www.qualenergia.it

Obama crea l’area marina protetta più grande al mondo

Alle Hawaii, paese natìo del presidente, quadruplicata l'area del Papahanaumokuakea. Casa per balenottere azzurre, coralli neri, albatros dalla coda corta.
È uno dei lasciti dell’amministrazione Obama, a due mesi dalle elezioni americane. Al largo delle coste delle Hawaii, nelle acque a nord ovest del paese, il presidente degli Stati Uniti ha infatti quadruplicato la riserva marina creata da George W. Bush nel 2006.
area marina
Esemplari di pesce farfalla Chaetodon lunula, Cathedrals of Lanai, Maui, Hawaii, USA
Photo by Reinhard Dirscherl/ullstein bild via Getty Images

L’esistente monumento marino nazionale passerà dagli attuali 357 mila chilometri quadrati a più di 1,5 milioni di chilometri quadrati. Scelta che porterà alla conservazione e protezione di più di 7.000 specie marine, tra cui balenottere azzurre, tartarughe marine, e il rarissimo corallo nero (Antipathella subpinnata).

Un’area marina protetta contro i cambiamenti climatici

“Acidificazione degli oceani, riscaldamento delle acque e gli altri impatti causati dai cambiamenti climatici minacciano gli ecosistemi marini. L’espansione del monumento migliorerà la resilienza dell’oceano e aiutarà le risorse fisiche e biologiche della regione ad adattarsi, creando allo stesso tempo un laboratorio naturale che permetterà agli scienziati di monitorare ed esplorare gli impatti dei cambiamenti climatici su questi fragili ecosistemi”, scrive l’ufficio stampa della Casa Bianca in una nota diffusa lo scorso 26 agosto.
area marina
Il reef visto dall’alto. Foto by: MyLoupe/UIG via Getty Images)

Niente pesca commerciale, né estrazioni minerarie

Quella di Obama è stata una scelta che ha dato voce ai nativi hawaini e alle loro richieste di conservazione e protezione della loro terra. 75 montagne sottomarine, un isolamento biologico e geografico che ha permesso il proliferare di veri e propri hot spot di biodiversità, unici al mondo, comunità oceaniche singolare e tra le più longeve: alcuni coralli raggiungono i migliaia di anni di età.
“Le Northwestern Hawaiian Islands sono la patria di uno degli ecosistemi più diversi e minacciati del pianeta e un luogo sacro per la comunità nativa hawaiana”, ha detto il segretario degli Interni Sally Jewell in una nota stampa. “L’espansione del presidente Obama del Papahanaumokuakea proteggerà permanentemente le barriere coralline incontaminate, gli habitat marini più profondi e le importanti risorse culturali e storiche, a beneficio delle generazioni presenti e future”.


fonte: www.lifegate.it