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Che fine ha fatto l’ambiente nella nota di aggiornamento al Def del governo?

Molti buoni propositi ma pochi numeri. E intanto peggiora ancora la decarbonizzazione del Paese: Enea, la quota di rinnovabili sui consumi finali è ferma ai valori del 2015























Dopo un’altalena di dichiarazioni contraddittorie e un ritardo di molti giorni rispetto a quanto programmato, la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) del governo M5S-Lega è stata presentata – dopo aver informato la Commissione Ue – in Parlamento, con una novità importante: dopo il ruvido confronto con le istituzioni europee e l’impennata dello spread, il livello del deficit pubblico non è stato fissato al 2,4% per il prossimo triennio, ma soltanto per il prossimo anno. Rimane il problema: per fare cosa?
Il nodo sarà definitivamente sciolto solo con la legge di Bilancio che il governo gialloverde si appresta a varare, definita dal ministro dell’Economia Giovanni Tria come «coraggiosa e responsabile, puntando alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando in seguito un profilo di riduzione del deficit, che passerà dal 2.4% del 2019 al 2.1% del 2020 per chiudere all’1.8% del 2021». Il tutto insieme a un pacchetto di misure che «porterà un aumento della crescita all’1.5 per cento nel 2019 per arrivare all’1.6 e l’1.4 negli anni successivi». Stime assai generose rispetto a quelle fornite ad oggi da fonti nazionali (come Confindustria) e internazionali, ma tant’è.
In tutto questo quale ruolo è stato riservato allo sviluppo sostenibile nei progetti del governo? All’interno delle 138 pagine della nota di aggiornamento al Def (disponibile qui https://goo.gl/5AsLn7) viene dedicato al tema il paragrafo Ambiente e energia, dove in realtà si spazia dalla volontà di intervenire «sulla Legge-quadro sulle aree protette» a quella di promuovere «un’efficace integrazione del Capitale naturale nelle valutazioni e nei sistemi di monitoraggio delle politiche», dall’obiettivo di «garantire l’accesso all’acqua quale bene comune e diritto umano universale» a quelli di «limitare il consumo del suolo, prevenire il rischio idrogeologico», del «contenimento delle emissioni del particolato PM 10 e del biossido di azoto NO2» o di «governare la transizione verso l’economia circolare e i ‘rifiuti zero’». Nessun obiettivo quantitativo viene però dettagliato su questi fronti, coerentemente del resto con il contratto di governo M5S-Lega, rendendo difficile seguire l’attuazione di questi buoni propositi. Un target invece è presente per quanto riguarda le energie rinnovabili, anche se a lunghissimo termine: «Obiettivo generale – si legge nella nota di aggiornamento al Def – è arrivare al 2050 con un sistema energetico alimentato solo da fonti rinnovabili e sostenibili. In tale contesto, sarà varato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, finalizzato a raggiungere gli obiettivi europei per il 2030». Nel documento si legge che tale Piano è «in fase di definizione e da presentare alla Commissione Ue entro la fine del 2019», sperando naturalmente si tratti di un refuso: il primo Piano dovrà arrivare a Bruxelles entro 1 gennaio 2019, ovvero tra poco meno di tre mesi. E su questo fronte l’Italia non è messa bene.
Come spiega infatti l’Enea nel corso del primo semestre 2018 i consumi di energia primaria in Italia sono cresciuti del 3,2% e quelli di petrolio del 4,5%; nonostante la crescita delle rinnovabili nel loro insieme (+9%) peggiora (-9%) l’indice Ispred elaborato dall’Agenzia nazionale proprio «per monitorare la transizione energetica: si tratta del decimo decremento consecutivo in relazione al deterioramento di tutte e tre le sue componenti: prezzi, decarbonizzazione, sicurezza energetica. Lato de carbonizzazione – argomenta l’Enea – la riduzione delle emissioni nel primo semestre 2018 è stata dello 0,7% rispetto al I semestre 2017, segnando una sostanziale stabilità negli ultimi due anni, mentre gli obiettivi europei richiederebbero una discesa molto più rapida. A frenare la decarbonizzazione anche la quota di Fer sui consumi finali che, per il quarto anno consecutivo, si attesta sui valori raggiunti nel 2015». Ma se la politica tergiversa, il clima non aspetta.
fonte: www.greenreport.it

Bonifiche, rifiuti, inquinamento: il governo auto-denuncia risorse «assolutamente insufficienti»

Nella nota di aggiornamento al Def il ministero dell’Ambiente evidenzia l’inadeguatezza dei finanziamenti rispetto a quanto sarebbe necessario per realizzare i programmi promessi



 
















Tra i documenti allegati alla nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza) appena approvata dal Consiglio dei ministri è di particolare interesse andare a scartabellare le Relazioni sulle spese di investimento e relative leggi pluriennali: a dispetto della denominazione poco avvincente vi si possono trovare dati molto interessanti circa l’effettivo operato del governo, ovvero sul cosa accade una volta approvata una legge, magari ad anni di distanza. Non sempre – sorpresa! – ai buoni propositi si affiancano le risorse promesse, e in quei documenti dove i toni da propaganda sarebbero inutili i primi ad ammetterlo sono proprio i ministeri interessati.Tra questi rientra in pieno il ministero dell’Ambiente, che ha inviato relazioni specifiche in occasione della nota di aggiornamento al Def. Per quanto riguarda ad esempio la missione 18-Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente, il ministero «in generale ritiene inadeguate le risorse al fabbisogno finanziario necessario al soddisfacimento dei programmi di investimento in corso e quelli ancora da avviare come per esempio le attività per la bonifica ed il risanamento dei siti inquinati».
Un motivo che si ripete anche osservando l’attuazione del programma 12-Gestione delle risorse idriche, tutela del territorio e bonifiche; anche in questo caso il ministero osserva che «non risultano ancora avviati i lavori per interventi di bonifica e messa in sicurezza dei siti di interesse nazionale nonché gli interventi per il disinquinamento e per il miglioramento della qualità dell’aria. Per quanto riguarda lo stato di avanzamento lavori, presentano dei ritardi gli interventi di bonifica dei siti di interesse nazionale inquinati e quelli contaminati da amianto. In generale, le risorse finanziarie disponibili non sono compatibili con le attività programmate nei vari settori di intervento». E non a caso i Siti di interesse nazionale (Sin) attendono di essere bonificati in alcuni casi da decenni, ma al momento le operazioni risultano chiuse solo al 20%.
Anche per il programma 15-Prevenzione e gestione dei rifiuti, prevenzione degli inquinamenti, emergono le stesse lacune, se non in maniera ancor più acuta: «Le risorse allocate per gli investimenti attinenti alle politiche per la gestione integrata dei rifiuti, la riduzione della produzione dei rifiuti, l’incentivazione della raccolta differenziata, il recupero di materia e di energia gli interventi nonché alle politiche per il contrasto dell’inquinamento atmosferico e da agenti fisici, sono ritenute ampiamente insufficienti specie per gli interventi destinati al miglioramento della qualità dell’aria e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili».
Un esempio concreto? Guardando alle Politiche per la riduzione e la prevenzione della produzione dei rifiuti, per la corretta gestione e il riutilizzo degli stessi e per il contrasto alla loro gestione illegale, il ministero dell’Ambiente osserva che «sulla base della esperienza maturata nel corso degli anni, si è rilevato che le risorse odiernamente disponibili si rilevano assolutamente insufficienti per consentire un intervento pubblico efficace per l’intero territorio e per tutte le più rilevanti problematiche». Al fine di «accrescere la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti nonché favorire il superamento delle situazioni emergenziali presenti in alcune aree del territorio nazionale», il “Fondo per la promozione di interventi di riduzione e prevenzione della produzione di rifiuti e per lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclaggio e smaltimento” dovrebbe ammontare a 60 milioni di euro – così come previsto dall’articolo 2, comma 323 della legge 244/07 –, e invece ne sono stati stanziati molti meno: 22.389.578 euro, ovvero il 37% circa di quanto promesso. Ma senza leggi coerenti con sé stesse e investimenti, pubblici in primis, l’economia circolare è destinata a rimanere solo una buona idea – e non possiamo permettercelo.

fonte: www.greenreport.it

Che fine ha fatto l’economia circolare nell’ultimo Def?

In Italia vigono agevolazioni fiscali per 313,1 miliardi, ma al riciclo non va neanche 1 euro

http://www.greenreport.it/wp-content/uploads/2016/04/tabelle-def.jpg
Nel corso dell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri è stato approvato il nuovo Documento di economia e finanza (Def), che sarà presto esaminato a Bruxelles. Si tratta di un elaborato dove il renziano ottimismo lascia il posto a numeri tutt’altro che incoraggianti. La crescita del Pil nel 2016 viene fissata a +1,2% (pochi mesi fa la stima era +1,6%), il debito al 132,4% e il deficit al 2,3% del Pil. Soprattutto, stretto nelle briglie dell’austerità, il Def ancora una volta non elabora una strategia per tornare a far crescere il Paese (per non parlare di declinazioni più o meno sostenibili di tale crescita).
Non esiste un economia di mercato al mondo – commenta l’economista Gustavo Piga –  che sia competitiva senza la presenza, forte e vicina, di uno Stato che sostiene l’impresa con adeguati investimenti pubblici. Ma gli investimenti pubblici italiani sono costantemente al di sotto della media dell’Unione europea e ai suoi minimi da sempre dal dopoguerra, al 2,2% del Pil». Al di là delle dichiarazioni di facciata, continua Piga, «il governo, il più importante produttore di ottimismo che esiste nell’economia di qualsiasi Paese che funzioni, in Italia ha clamorosamente fatto flop, scrivendo documenti pluriennali che deprimono le aspettative degli imprenditori».
I numeri prodotti nel Def rafforzano queste tendenze depressive. Gli “investimenti fissi lordi” del settore pubblico sono stimati per il 2016 al 2,3% del Pil, proprio come nel 2015, e tali si immagina rimarranno fino al 2019, quando addirittura caleranno dello 0,1%. Per i “consumi pubblici”, il declino segnato nel Def è ancora più evidente.
Non sarebbe una tragedia se, almeno, a fronte di investimenti e consumi calanti si individuasse una vera strategia di sviluppo, declinata secondo quella sostenibilità ambientale e sociale che i tempi richiedono. «Il punto che abbiamo di fronte – come ha sottolineato oggi il segretario della Fiom, Maurizio Landini, commentando l’ormai prossimo referendum sulle trivellazioni petrolifere – è aprire una discussione su cosa significa oggi produrre, cosa produrre e con quale sostenibilità ambientale. Ma un passaggio del genere ha bisogno di un coordinamento nazionale che oggi non c’è».
Basti dare un’occhiata al capitolo delle tax espenditures (ovvero le agevolazioni e le esenzioni fiscali) presenti oggi in Italia, cui ancora una volta nel Def ci si ripromette di revisionare. Da ultimo la Corte dei conti ha censito 799 agevolazioni fiscali, che valgono 313,1 miliardi di euro di mancato gettito fiscale. All’interno di un tale ciclopico groviglio si cela inevitabilmente di tutto, e non solo le agevolazioni per i bassi redditi.
«Leggo che il ministro dell’Economia studia tagli a detrazioni e deduzioni fiscali – commenta Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – Cominciamo da quelle sulle royalty per petrolio e gas?». Secondo il Fondo monetario internazionale, in Italia ogni anno i cittadini sono chiamati a versare 60 euro ognuno (4,02 miliardi di dollari in tutto) per sovvenzionare i combustibili fossili; secondo Legambiente, che aggrega sconti diretti e indiretti, la cifra sale a 14,7 miliardi di euro. Questo mentre l’esecutivo continua a ripetere che si trova in prima fila nella battaglia al cambiamento climatico. Perché?
E perché si continua a blaterare di economia circolare, senza predisporre né gli investimenti pubblici necessari né un sistema normativo e fiscale utile per lanciarla davvero in Italia? Nel Collegato ambientale approvato in Parlamento si ribadisce l’obbligatorietà degli acquisti pubblici verdi, senza prevedere sanzioni per gli inadempienti; al contempo, i pochi incentivi previsti per il riciclo non godono di certezze sui temi e sulle quantità. Su 313,1 miliardi di euro in agevolazioni fiscali, non c’è 1 euro dedicato al riciclo effettivo. L’ultimo Documento di economia e finanza, elemento essenziale per definire la strategia di crescita del Paese, non fa eccezione: dell’economia circolare, neanche l’ombra.

fonte: www.greenrepot.it