Visualizzazione post con etichetta #RatificaAccordiParigi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #RatificaAccordiParigi. Mostra tutti i post

Cambiamenti climatici ed estati del futuro: verso un caldo inaudito?

L’aumento di frequenza e intensità delle ondate di caldo è la prima evidente conseguenza del riscaldamento globale. Già oggi percepiamo fresche estati che 30 anni fa erano considerate calde. Cosa succederà in futuro?





L’estate del 2003 fu il primo campanello d’allarme. Un evento definito “mega heat wave”, mega ondata di calore, per la sua intensità e durata, tanto che, statisticamente, era ritenuta impossibile. Estati estremamente calde si sono poi ripetute come mai in passato, in particolare nel 2012, 2015 e 2017.

Diversi studi formulano scenari su come saranno le estati del futuro, senz’altro ulteriormente più calde, ma quanto più calde varia a seconda degli scenari di emissione di gas serra e del rispetto dell’Accordo di Parigi sul clima. Approfondiamo l’argomento con alcuni esempi.

Chiameremo fresco il caldo più incallito?

“Climate departure” è un termine che, per i climatologi, indica l’anno in cui un anno o stagione fredda sarà più calda di qualsiasi episodio, anche di caldo estremo, del passato precedente al XXI secolo. Uno studio pubblicato un paio di anni fa su Nature indica, in caso di inazione per la riduzione dei gas serra, nel 2047 l’anno in cui si raggiungerà la “climate departure” per il pianeta Terra.
Lo studio elenca la data per varie grandi città, per Roma è nel 2044, in città tropicali come Città del Messico o Bogotà, attorno al 2031-33 mentre in città nordiche come San Pietroburgo c’è tempo fino al 2064. Naturalmente, l’applicazione dei trattati internazionali sul clima sposterebbe in avanti la data in cui, diciamo così “chiameremo fresco il caldo più incallito”, dando così più tempo per l’adattamento al nuovo clima.

Climate shift: quanto si spostano virtualmente le città?

Un altro modo di rappresentare i diversi scenari è quello di considerare le temperature medie estive di varie città e vedere dove si porterebbero virtualmente a seconda degli scenari di riscaldamento globale. Secondo alcune simulazioni, Amsterdam che ha una temperatura media estiva di 20.3°C, rispettando l’accordo di Parigi sul Clima così da limitare entro 2°C il riscaldamento globale rispetto all’era preindustriale si porterebbe a 22.7°C, simile a Parigi. Con l’inazione arriverebbe a circa 25.7°C, come se virtualmente la capitale olandese si spostasse a Milano.

Il caldo nelle nostre città è destinato ad aumentare

Milano, a sua volta, vedrebbe aumentare la temperatura media estiva da 25.7°C a 28.9°C nello scenario di azioni virtuose tali da contenere entro 2°C massimo il riscaldamento del pianeta. Milano avrebbe così un clima estivo simile a Madrid. In caso di inazione, Milano potrebbe avere temperature medie estive di quasi 33°C, simili alle città dell’Egitto.
Alcune zone del medio oriente, e città come Baghdad, con l’inazione avrebbero temperature che attualmente nessuna città del mondo conosce, tali da uscire dalla “fascia di abitabilità” del pianeta. 

Global warming: 2°C o 1.5°C?

L’accordo di Parigi sul clima indica anche una soglia, più prudenziale ma molto difficile da rispettare, di limitare il riscaldamento globale entro massimo 1.5°C rispetto al XIX secolo. Sembra poca, la differenza fra 1.5°C e 2°C, eppure recenti studi indicano che ciò comporterebbe una forte differenza nella frequenza delle ondate di caldo. Ad esempio, già col clima attuale 45 milioni di europei devono spesso convivere estati mai viste in passato. In un mondo surriscaldato di 1.5°C si sale a 90 milioni di europei (circa l’11% della popolazione), che raddoppierebbe (163 milioni, il 20% della popolazione) nello scenario 2°C.
L’inazione vedrebbe quasi tutta l’Europa, incluso i paesi nordici, dover convivere con estati inaudite per il passato addirittura ogni 2-3 anni. 

Rapporto speciale IPCC 1.5°C

Attendiamo ora l’autunno, quando l’atteso IPCC SR 1.5, il rapporto speciale richiesto dall’Accordo di Parigi sul Clima all’IPCC sugli impatti e percorsi di riduzione gas serra per contenere entro 1.5°C il riscaldamento globale. Un documento importante che dovrà essere raccolto dai politici e decisori, una sfida difficile, ma necessaria non tanto per l’ambiente ma per la civilizzazione.


fonte: https://www.ilmeteo.net

l’Accordo di Parigi è legge

Camera e Senato hanno concluso l’iter parlamentare della legge di “ratifica ed esecuzione”, sia pure senza dare indicazioni più precise, che vanno dedotte dal testo, incluso nel disegno di legge, e dalle novità della COP22
@ Getty Images
Piena ed intera esecuzione è data all’Accordo di Parigi, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore (4 novembre 2016). Con queste poche parole si introducono nel nostro ordinamento gli obiettivi, gli strumenti e la mobilitazione generalizzata sanciti dall’Accordo sul clima. Innanzitutto un obiettivo di temperatura: “molto al di sotto dei due gradi”, ben più ambizioso di quanto fino a non molto tempo fa era l’obiettivo europeo dei due gradi, in continuità con quanto stabilito a Copenhagen nel 2009. Questo nuovo obiettivo è vincolante e viene raggiunto tramite un processo permanente di incrementi frequenti dei “Contributi determinati a livello nazionale”. Nel 2015 l’Ue ha presentato il proprio, a nome di tutti i Paesi membri, e lo ha per il momento quantificato come taglio del 40% delle emissioni nel 2030, cui ha corrisposto un contributo italiano del 33% rispetto al 2005 nei settori non europeizzati (grandi impianti).
La legge ha fatto la scelta di delegare all’Unione europea quale sia il contributo del nostro Paese. Questo rischia di renderlo meno condiviso dagli stakeholders e la società civile e di riprodurre una dinamica “alla Kyoto” dove l’obiettivo numerico è dato dall’esterno, invece che derivare da un processo autonomo di consapevolezza dei danni climatici, delle opportunità sociali e tecnologiche per la mitigazione e delle sinergie che si possono mettere in campo con altri Paesi.
Ma se l’Europa tiene alta la barra e punta davvero, come dichiara, ad essere leader mondiale delle tecnologie pulite e del rispetto dall’ambiente, forse questa delega, se resa trasparente rispetto al modo con cui l’Italia negozia in tale sede, può essere accettabile.
Ormai piani nazionali, settoriali, regionali, comunali (e di fatto anche aziendali) devono prevedere, in applicazione della legge, almeno un -33% al 2030, sapendo che questo taglio andrà sicuramente rivisto al rialzo, già a valle del “Dialogo facilitativo” del 2018, che prenderà le mosse dai risultati contenuti in un Rapporto speciale dell’IPCC, la fonte scientifica per eccellenza in questo campo, dedicato all’obiettivo di 1,5 gradi (cioè di una mitigazione molto più radicale, anche motivata dal tentativo di allontare “tipping points” e fenomeni pericolosissimi – in Italia ad esempio l’allungamento dei periodi senza pioggia nelle città in preda a PM10 e ondate di calore).
La COP22 che sta per aprirsi a Marrakech (Marocco) conterrà il nuovo “parlamento” di chi ha ratificato per tempo l’Accordo (non l’Italia). Esso è totalmente sovrano su tutta una serie di temi. Ad esempio sulle linee guida per il rilancio (fissando una percentuale minima di incremento dell’ambizione o un obiettivo medio per tutti). Ma più complessivamente, dopo che l’Accordo ha superato ogni record di numero di firme il primo giorno d’apertura ed è entrato in vigore pochi mesi dopo essere stato redatto, la COP22 sta per accelerarne l’implementazione ad un ritmo che può spiazzare qualcuno ma è il benvenuto dalla grande maggioranza.
*Valentino Piana è economista e consulente internazionale, direttore dell’Economics Web Institute (economicswebinstitute.org) e curatore della pagina accordodiparigi.it

fonte: www.altraeconomia.it

Ratificato l’accordo di Parigi sul clima, ma per essere credibili servono i fatti

L’Italia con il via libero del Senato ratifica l’accordo sui cambiamenti climatici. Ma il nostro paese dovrà fare ben altro per dare il suo contributo alla riduzione delle emissioni dentro un quadro mondiale, energetico e climatico, che non consente più ritardi o azioni di piccolo cabotaggio.

L’Italia, con il via libero del Senato, ratifica l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici (ddl n. 2568), quello raggiunto nella Cop 21 del dicembre 2015. A Palazzo Madama tutti favorevoli, con un solo astenuto.
La ratifica italiana arriva proprio nell’anno più caldo di sempre a livello mondiale, con la temperatura media globale registrata nei primi nove mesi di ormai 1 °C rispetto alla media del ventesimo secolo.
Sembra oggi una questione tutta nazionale, visto che come dicono molti, “ora il nostro paese potrà presentarsi a testa alta nel prossimo round dei negoziati”, quelli di Marrakech (Cop22) dal 7 al 18 novembre.
Per quanto riguarda invece la  credibilità dell'Italia riguardo alle politiche energetico-ambientali, basterebbe leggere le notizie degli ultimissimi anni per capire che non ci siamo proprio. Oggi il Governo pensa più a far diventare il nostro paese un hub del gas che un polo mondiale dell’innovazione nella green economy.
Ma almeno la questione dell’accordo sul clima è stata certificata. Un accordo tra 195 Paesi che è diventato giuridicamente vincolante con la ratifica di almeno 55 Paesi che rappresentano il 55% delle emissioni globali di gas serra (Stati Uniti e Cina insieme fanno il 38% di emissioni di CO2). Ma che ha tempi di applicazione che slitteranno ai prossimi anni.
Dunque, per quanto ci riguarda stiamo raccontando della ratifica del nostro piccolo paese, che dovrà fare giustamente la sua parte, ma in un quadro mondiale, questo sì rilevante ai fini del clima, che è a tinte chiaroscure.
Di fronte ad impennata poderosa delle energie rinnovabili (vedi ultimo rapporto IEA), la fame di energia soprattutto dei grandi paesi emergenti, come quelli asiatici, fa prevedere piani di sviluppo nazionali con nuove centrali convenzionali, soprattutto a carbone.
Sui trasporti siamo in ritardo e, dunque, messi malissimo, per non parlare dell'attuale modello consumistico imperante, inadatto a un vero processo di decarbonizzazione. E poi su tutto pesa quell’enorme sperequazione sociale ed economica che afflige ancora gran parte dell’umanità.
I dati globali. Le emissioni di anidride carbonica annuali sono raddoppiate in 40 anni e abbiamo, di slancio, superato quota 400 ppm di concentrazione di CO2 in atmosfera, siamo a 404,4 per la precisione. Cosa vuol dire oggi per il clima non è chiarissimo neanche per i più esperti climatologi.
Ma sappiamo che il futuro non sarà roseo se andiamo avanti così. Pensiamo allora ai dati più significativi, quelli che ci dicono che tra 1960 e il 1970 il tasso di crescita annuale della CO2 era in media “solo” di 0,7 ppm per anno. Negli anni successivi, cioè tra il 2000 e il 2010, è arrivato a 2 ppm/anno e ora siamo sui 3 ppm. L'ultimo dato di crescita del 2015 rispetto al 2014 era di 3,05 ppm/anno.  
A questi ritmi in 16 anni potremmo trovarci già ben oltre i 450 ppm, un numero che potrebbe condurci dritti dritti sopra la soglia dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Il grado e mezzo in più resta più che mai una chimera.
Ricordiamo ancora che nel periodo che va da gennaio a settembre 2016 sono stati battuti tutti i record di temperatura: a livello globale, per ciascun emisfero, per la superficie terrestre e quella degli oceani.
La domanda allora è: i lunghi tempi di una macchinosa diplomazia e delle cose umane cosa c’entrano con gli eventi climatici indotti dalle nostre attività?
È seccante non essere sempre ottimisti. Tuttavia al di là di qualsiasi accordo, oggi niente affatto vincolante (e forse mai lo sarà), il processo di decarbonizzazione sarà complesso e faticoso, ma necessario. Un percorso che dovrà essere profondo e rapido, con un'accelerazione non pensabile solo dieci anni fa. Semplici cabotaggi non sono più accettabili, le cosiddette "fonti energetiche ponte" sono da additare come pericolose.
Serviranno invece politiche che scoraggino veramente l’uso di combustibili fossili (via tutti i sussidi alle fossili e subito una carbon tax), ingenti investimenti per la ricerca orientata a tecnologie low o zero carbon, accelerazione della diffusione delle rinnovabili e degli interventi di efficienza energetica come due percorsi paralleli e prioritari, tagli drastici alle spese per gli armamenti (strettamente legati alle risorse fossili e minerarie), spinta all'economia circolare, eccetera.
Per una mole simile di lavoro pensiamo di essere pronti, sia a livello decisionale, di interessi economici, di opinione pubblica, soprattutto se pensiamo al fattore chiave, quello del “tempo”?
Ma questa deve essere una sfida epocale che dovrebbe permeare tutte le nostre attività economiche e quotidiane, la politica, l’informazione, la scuola. Come farlo capire, mentre oggi sembriamo, tutti, in tutt’altre (spesso futili), faccende affaccendati?

fonte: http://www.qualenergia.it

Inutile e tardiva: la revisione degli impegni sul clima è già una farsa

A Bangkok i governi fanno finta che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C sia ancora raggiungibile, ma rimandano al 2018 l’uscita del rapporto IPCC che indicherà le politiche da adottare


Inutile e tardiva: la revisione degli impegni sul clima è già una farsa

La lotta globale contro i cambiamenti climatici si muove con una tempistica inadeguata rispetto agli ambiziosi obiettivi che si propone. Ieri, durante una conferenza a Bangkok, in Thailandia, i governi hanno approvato una revisione delle politiche climatiche per rispettare gli impegni sottoscritti con l’Accordo di Parigi dello scorso dicembre. La revisione avrà la forma di un report redatto dal Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, ma potrebbe vedere la luce troppo tardi.
Da un lato si pone come obiettivo il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali – la soglia più bassa stabilita alla COP21 – ma dall’altro lato si dà tempo per elaborare il rapporto fino al 2018. Così, però, l’adozione di adeguate politiche climatiche viene di fatto rinviata alle calende greche.
Il lavoro dell’IPCC conterrà una valutazione dei modelli di sviluppo compatibili con il limite degli 1,5°C e ne analizzerà le implicazioni economiche. Inoltre, presenterà una previsione dei cambiamenti climatici e dei loro effetti su scala globale e regionale in caso l’aumento delle temperature sforasse questa soglia.

Inutile e tardiva: la revisione degli impegni sul clima è già una farsa 
Si tratta di un passo necessario, oltre che in accordo con le tradizionali richieste di molti stati insulari, quelli per cui i cambiamenti climatici rappresentano già oggi una minaccia imminente e totale. Ma la lentezza del processo corrobora le preoccupazioni avanzate da scienziati e climatologi di tutto il mondo: potrebbe già essere troppo tardi, l’obiettivo degli 1,5°C non è più realistico.
Il 2016 si appresta a diventare l’anno più caldo della storia, mentre diversi indicatori alimentano l’ipotesi che la Terra sia ormai incamminata verso un irreversibile aumento della temperatura oltre gli obiettivi di Parigi. Uno dei fattori è, ad esempio, il livello di concentrazione di CO2 in atmosfera, che quest’anno ha superato i 400 ppm.
Secondo un’analisi di Carbon Brief, con le emissioni attuali il mondo ha soltanto 4 anni di tempo prima che il riscaldamento globale oltre gli 1,5°C sia virtualmente garantito. Altre analisi – ad esempio quella dei climatologi Kevin Anderson e Glen Peters pubblicata di recente sulla rivista Science – sottolineano invece che l’unico modo per rispettare gli impegni di Parigi è sottrarre CO2 dall’atmosfera: peccato che non esistano ancora le necessarie tecnologie da applicare su larga scala. Quando uscirà, il rapporto dell’IPCC potrebbe essere inutile e sorpassato dagli eventi.

fonte: www.rinnovabili.it

Camera ratifica Accordo di Parigi, WWF: ora tocca al Senato


La Camera dei Deputati ha approvato in tempi rapidi il ddl con il quale l’Italia ratificherà l’Accordo di Parigi. Rapidità apprezzata dal WWF, che si congratula per questo con i deputati presenti. L’approvazione è arrivata all’unanimità, per quanto riguarda i votanti, con i soli parlamentari leghisti astenutisi dal voto.

Il via libera della Camera alla ratifica dell’Accordo di Parigi rimanda ora la decisione finale al Senato. Il WWF si augura che anche i senatori licenzino quanto prima il provvedimento. Come ha dichiarato Maria Grazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia:
Anche a livello simbolico, è importante che l’Italia arrivi alla Conferenza sul Clima di Marrakech, che inizierà il 7 novembre, con le carte in regola. Ci auguriamo poi che, se il Senato ratificherà in fretta, si possa ottenere anche la presenza come Stato membro effettivo sin dal primo meeting dell’Accordo.
Benché dal punto di vista formale tutta la procedura andasse completata entro oggi, riteniamo che il Segretariato potrà valutare il rilievo della pronuncia senza nessun voto contrario di uno dei due rami del Parlamento. In ogni caso, ci auguriamo che il Senato agisca davvero a tempo di record.
Un secondo augurio il WWF lo dedica a un cambio di rotta per l’Italia, che si avvii quanto prima verso la definizione di una vera strategia di decarbonizzazione. Come ha concluso Midulla:
Il mondo sta cambiando rapidamente, i fattori di crisi sono molti e tra questi il caos climatico rischia di essere il più devastante: ma agire subito permetterebbe non solo di limitare i danni del cambiamento climatico, ma anche di aumentare i benefici in termini economici e di benessere.

fonte: http://www.greenstyle.it

L’Olanda chiuderà tutte le sue centrali a carbone

La legge appena approvata dal parlamento impegna il governo a tagliare le emissioni del 55% entro il 2030: per raggiungere questo obiettivo bisognerà chiudere tutte le centrali a carbone del Paese


L’Olanda chiuderà tutte le sue centrali a carbone

Il parlamento olandese ha appena approvato una legge per tagliare le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, e già del 25% entro il 2020. Il passo è importante per due motivi. Primo, mette l’Olanda in linea con le misure da adottare per rispettare l’accordo di Parigi, e anzi la catapulta tra i Paesi più virtuosi d’Europa da questa prospettiva. Secondo, per rispettare il contenuto della legge sarà necessario chiudere tutte le centrali a carbone, anche quelle appena entrate in funzione.
Il voto è arrivato in maniera quasi inaspettata, come lascia intuire il risultato: 77 favorevoli contro 72 contrari. Va però sottolineato che la misura approvata non è vincolante: resta quindi tutto lo spazio di manovra per fare marcia indietro. Ma per il momento sembra che la politica sia intenzionata ad andare proprio in direzione della rinuncia totale a una fonte altamente inquinante come il carbone e rivedere completamente il mix energetico del Paese del nord Europa. Sia il partito liberale che quello laburista infatti promettono di spingere fin da subito per accelerare l’implementazione della legge.

Se la rinuncia al carbone non è un passo semplice da ottenere di per sé, a maggior ragione diventa complicato nel caso dell’Olanda. Infatti, solo nel 2015 erano state fermate 5 centrali a carbone, ma per aprirne subito dopo 3 nuove. Che avevano suscitato diverse polemiche e additate come le principali responsabili dell’aumento del 5% nelle emissioni olandesi registrato l’anno scorso. Oltre a queste 3 centrali a carbone appena avviate, dovranno essere chiusi altri 2 impianti ancora in funzione.
“Chiudere i grandi impianti a carbone anche se aperti di recente – ha affermato al Guardian Stientje van Veldhoven, parlamentare liberale – è di gran lunga il modo più efficace dal punto dei vista dei costi per raggiungere gli obiettivo dell’accordo di Parigi, e ogni Paese dovrà prendere misure di questo tipo. Non possiamo continuare a considerare il carbone come la fonte di energia più economica, quando è la più costosa dal punto di vista del clima”.

fonte: www.rinnovabili.it

Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima?

I tanto declamati danni all’immagine e alla credibilità del vecchio continente sono solo la foglia di fico. In realtà Bruxelles rischia l’estromissione dalle decisioni che contano davvero


accordo sul clima

Sulla ratifica dell’accordo sul clima di Parigi l’Unione Europea è ancora la grande assente. Ma qual è la reale posta in gioco? È davvero solo una questione di immagine, di credibilità, che sarebbero calpestate se i Ventotto si presentassero a mani vuote alla COP22 di Marrakesh, al via il 7 novembre, dove l’accordo sembra proprio che entrerà in vigore? E per l’Italia sarebbe soltanto un problema di onore offeso, in quanto membro fondatore dell’Unione ma diversi vagoni più indietro della locomotiva franco-tedesca? Come spesso capita quando in ballo ci sono economia e interessi globali, la facciata ridipinta di “spirito di Ventotene” nasconde aspetti decisamente più prosaici. E per comprenderli bisogna fare una veloce incursione negli aspetti tecnici (ma non troppo), tenendo a portata di mano calcolatrice e calendario.

A che punto è la ratifica dell’accordo sul clima

La tabella di marcia per l’entrata in vigore del patto sul clima ha subito un’accelerazione decisiva con la ratifica da parte di Usa e Cina al recente G20 di Hangzhou. Nei giorni scorsi alla conferenza Onu a New York ai due più grandi inquinatori del pianeta si sono poi aggiunti altri Stati. E le loro firme sono state un giro di boa. L’accordo di Parigi infatti ha due clausole: deve avere la firma di almeno 55 Stati, che rappresentino almeno il 55%  delle emissioni globali. Due calcoli e vediamo che i paesi che hanno ratificato sono ormai 60, la prima soglia è superata. Ma “pesano” soltanto per il 47,5% delle emissioni. Ma a breve anche India e Giappone aggiungeranno la loro firma e i requisiti saranno entrambi soddisfatti. L’Unione Europea resta fuori da tutto questo.



La stanza dei bottoni si chiama CMA

accordo sul clima 
È un problema? Sì, di immagine. Ma non solo. Perché con questa tempistica significa che alla COP22 l’accordo di Parigi entrerà davvero in vigore. E con l’entrata in vigore si innescano altri meccanismi, importantissimi. A questo punto la questione di immagine si rivela per quello che è: una questione di potere, potere contrattuale. Infatti a Marrakesh, un secondo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, verrà creata la “Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Paris Agreement”, nome ridondante abbreviato in CMA.
Chi ne fa parte? Solo gli Stati che hanno ratificato. E quali compiti ha il CMA? Supervisionare l’accordo, decidere come e con quali tempi deve essere implementato. Ma a quel tavolo l’Ue non siederà senza la ratifica dei Ventotto. E non potrà aver voce in capitolo: saranno altri i centri decisionali, i luoghi dell’agenda setting, ben distanti da Bruxelles. Questo non è più soltanto un danno all’immagine del vecchio continente, bensì un pericolo reale perché impedisce di contrattare le condizioni migliori – non necessariamente per il clima, ma per l’industria e l’economia europee certamente sì.

La contromossa dell’UE

La soluzione potrebbe arrivare il 4 ottobre. In programma una seduta del Parlamento che potrebbe procedere alla ratifica a livello comunitario, usando quella firma per accedere al CMA. Infatti in Ue soltanto Francia, Ungheria, Austria e Slovacchia hanno detto sì all’accordo, e la Germania dovrebbe unirsi al gruppo nel volgere di qualche giorno (l’Italia non ha nemmeno calendarizzato una seduta parlamentare dedicata). Per evitare che i membri ritardatari strepitino per la forzatura di Bruxelles, che di fatto scavalca la sovranità dei singoli Stati, secondo fonti di Euractiv sarebbe pronta una dichiarazione di Consiglio e Commissione in cui si assicura che la mossa non costituisce un precedente per altre decisioni future.

fonte: www.rinnovabili.it