Una lotta efficace al cambiamento climatico non può
prescindere da una profonda revisione delle politiche economiche e
commerciali internazionali. Il non superamento di 1.5°C di aumento della
temperatura media, obiettivo ambizioso ma necessario, rischia di essere
messo in discussione da strategie che vanno in direzione esattamente
opposta.
“Accelerare l’azione di contrasto al cambiamento climatico”. È il refrain che ha contraddistinto la Cop22 di Marrakech – la Conferenza Onu sul clima –, un anno dopo la conclusione dell’Accordo di Parigi.
È di poche settimane fa l’ultimo rapporto dell’Ipcc (il
panel scientifico intergovernativo sul cambiamento climatico) sulla
fattibilità dell’obiettivo 1.5, cioè il non superamento della soglia
degli 1.5°C di aumento della temperatura media planetaria, che
determinerebbe impatti ambientali e sociali non indifferente in molte
parti del globo. Per far questo, però, è necessario rinforzare e
implementare da subito i contributi nazionali che i Paesi firmatari
dell’Accordo hanno promesso di applicare sul taglio delle emissioni di
gas climalteranti e sui piani di adattamento da applicare da subito. Ma la finestra di opportunità si stringe sempre di più.
Ad oggi secondo le stime dell’Ipcc le linee di trend delle emissioni di gas viaggiano ancora verso lo scenario peggiore
(con un aumento della temperatura previsto che va oltre i 3.5°C) e per
riuscire a cambiare rotta bisognerebbe raggiungere il picco il prossimo
anno, per poi decrescere velocemente.
Per fare questo, però, è necessario mettere in piedi uno sforzo globale
che va ben oltre le stanze negoziali di questa Cop. Va messa in campo
una coerenza delle politiche che vede in primo piano una profonda
revisione delle strategie di sviluppo e di crescita economica dei
prossimi anni, uno scenario ad oggi che si potrebbe definire ancora
“fantascientifico”.
Analizzando altri processi negoziali in corso, come quelli dei
trattati di liberalizzazione commerciale che istituiscono meccanismi
vincolanti e sanzionatori, si nota come il percorso che si sta seguendo
sia ancora business as usual, imperniato su un’ideologia del libero mercato ad ogni costo che non tiene conto delle sfide reali del prossimo futuro.
La campagna Stop T-tip Italia ha consegnato al ministro dell’Ambiente
Gian Luca Galletti, incontrato in una riunione organizzata da
Coalizione Clima, un documento di approfondimento che chiarisce in modo inequivocabile come il trattato di liberalizzazione con il Canada,
ora in via di approvazione al Parlamento Europeo e in seguito nei
Parlamenti nazionali, possa avere impatti non indifferenti sulle
politiche di lotta al cambiamento climatico .
È necessario che questi trattati, dagli impatti ormai estesi e non
del tutto prevedibili, passi per uno scrutinio approfondito non solo del
consiglio dei ministri e del parlamento, ma anche dei cittadini attraverso un vero dibattito pubblico informato.
Nel testo del trattato ci sono linee guida che rischiano di andare in
controtendenza rispetto a ciò che si auspica: vengono messi in
discussione ad esempio i sussidi agricoli perché considerati distorsivi
del mercato, ma non vi è alcun riferimento ai sussidi fossili
che continuano a sostenere l’utilizzo di combustibili causa primaria
dell’effetto serra. Nessuna menzione al taglio dei 3.3 miliardi di
dollari che il Canada investe su gas e petrolio, come è stato
recentemente denunciato da una coalizione di organizzazioni ambientaliste canadesi.
In più, il tribunale per la risoluzione delle controversie tra
investitori e Stato, l’Isds o la sua proposta riformata Ics, rischia di
indebolire le politiche di lotta al cambiamento climatico se queste
mettono in discussione le aspettative di profitto delle grandi imprese.
Il caso di Transcanada e della sua richiesta di 15 miliardi di dollari
di compensazione all’amministrazione statunitense, usando il tribunale
speciale Isds messo a disposizione dall’area di libero scambio
nordamericana (Nafta), in seguito al blocco dell’oleodotto Keystone XL
da parte della Presidenza Obama, ne è un esempio. Non è un caso che il
Parlamento europeo abbia chiesto esattamente un anno fa, in una
risoluzione votata in vista della Cop21 di Parigi sul clima, che le politiche di lotta al cambiamento climatico siano tutelate, e quindi escluse, dalla giurisdizione degli Isds.
Tutto questo in un trattato commerciale definito “avanzato” anche dal
punto di vista dell’innalzamento degli standard, ma che vede i capitoli
specifici sulla protezione ambientale e sulla tutela del diritto del
lavoro senza alcun meccanismo di sanzione, ma solo con procedure di
consultazione. Un modo per dire che se gli investitori privati meritano
di essere tutelati da politiche che possono impattare sui loro
investimenti, lo stesso non si può dire per i lavoratori di quelle
imprese o per l’ambiente e il territorio.
Una vera transizione verso una low carbon economy non può
prescindere da una lotta articolata per una giustizia economica e
sociale. Una lettura che dovrà essere tenuta in seria considerazione nei
prossimi mesi, quando il testo del Ceta passerà dal Parlamento Europeo e da quello italiano per la sua ratifica e la sua applicazione finali.
fonte: http://comune-info.net
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Venti anni fa abbiamo scherzato

Foto in prima pagina e titolo intrigante: “Nuovo accordo sul clima per ridurre i gas serra di freezer e condizionatori”, pagina intera dedicata al clima con foto di Pechino immersa nello smog. Il Corriere della Sera del 16 ottobre sembrava segnare una svolta nell’atmosfera di scarsa attenzione dedicata alla crisi climatica dalla stampa italiana. L’articolo iniziava con la citazione di una frase pronunciata da Obama nella capitale del Ruanda: “Una soluzione ambiziosa e di grande potenza” e continuava: “Ci sono voluti sette giorni di negoziati e una notte insonne, soprattutto per convincere i riluttanti delegati dell’India, per poter annunciare, almeno nelle parole del segretario di stato americano, ‘il monumentale passo avanti’ rappresentato dall’impegno di quasi duecento paesi di ridurre progressivamente l’uso di gas Hfc, gli idrocarburi utilizzati in frigoriferi, condizionatori d’aria, schiume e aerosol”.
Proseguendo, si apprende che gli Hfc sono dei gas estremamente dannosi per il loro effetto, poiché sono “tra cento e mille volte più potenti dell’anidride carbonica” , le cui emissioni stanno crescendo ad un ritmo tra 7 e il 15 per cento all’anno, soprattutto nei paesi del sud del mondo.
L’accordo entrerà subito in vigore (non prevede la lenta procedura del Trattato di Parigi, firmato dai rappresentanti di ogni paese, ma che ogni paese doveva poi far ratificare dalle istituzioni nazionali competenti, che avevano un anno di tempo dopo la firma ufficiale apposta a New York ad aprile scorso) ed è immediatamente vincolante. A regime il suo effetto, secondo l’organizzazione ambientalista Natural Resources Defense Council “equivale a fermare le emissioni mondiali di C02 da combustibili fossili per più di due anni”.
Poi nella lettura cominciano ad apparire gli elementi negativi. L’accordo infatti prevede che Europa e Stati Uniti già dal 2019 cominceranno a tagliare del 10 per cento gli Hfc, mentre un centinaio di altri paesi, guidati dalla Cina congeleranno solo i consumi, ma tra il 2024 e il 2028. E ancora, India Pakistan e alcuni Stati mediorientali che hanno ottenuto di posporre ogni azione fino al 2028. I tagli veri e propri cominceranno dopo: la Cina dal 2029, l’India dal 2032. In pratica, quindi, un notevole gruppo di paesi sposta parecchio in avanti l’inizio delle riduzione delle emissioni, nel caso della Cina, secondo inquinatore mondiale, di quattordici anni e quindi si continua a non tenere conto dei tempi e delle urgenze indicate con estrema chiarezza dal V° Rapporto dell’Ipcc, cioè dagli oltre 2.500 scienziati che stanno ormai da parecchi anni studiando e monitorando l’andamento dei fenomeni climatici, molti dei quali mostrano anche evidenti tendenze all’accelerazione.

L’articolo in effetti fa un cenno a questo problema, anche se in modo un pò indiretto: “L’obiettivo può sembrare poco ambizioso: ridurre di un 0.5 gradi il surriscaldamento entro la fine del secolo. Ma i modelli climatici lavorano su scarti all’apparenza minimali. Un aumento di appena 1,5° della temperatura media terrestre sopra i livelli pre-industriali innesca la scomparsa delle barriere coralline, a più 2° l’umanità rischia di non riuscire più a sfamarsi, a più 3° gli oceani erodono vasti tratti di costa e l’Artico diventa un ricordo”. In realtà, per quanto riguarda le barriere coralline, sono già per oltre la metà sbiancate e i ghiacci polari durante i periodi freddi stentano già a riprodursi.
Poi l’articolo fornisce il dato più preoccupante. “Introdotti negli anni Ottanta per sostituire i famigerati Cfc – i clorofluorocarburi responsabili del “buco dell’ozono”, messi al bando proprio dal Protocollo di Montreal – gli idrofluorocarburi non attaccano lo strato di ozono (schermo fondamentale alle radiazioni letali per la vita sulla terra), ma sono all’origine di circa l’8 per cento del surriscaldamento climatico, a causa del loro effetto serra. Un dato destinato a crescere, assieme alla capacità di spesa di Cina, India e altri paesi in via di sviluppo. Secondo stime Usa entro il 2030 verranno installati nel mondo oltre 700 milioni di condizionatori d’aria”. Sempre secondo l’articolo la sola India, per sostituire gli Hfc con alternative più “pulite” sarebbero necessari tra i 15 e i 38 miliardi di dollari; il nuovo Accordo prevede un fondo speciale di finanziamento per questi interventi, ma il fabbisogno su scala mondiale non è stato ancora definito.
Questo aspetto della questione fa emergere il problema principale. Il Protocollo di Montreal venne firmato nel 1987 ma ha cominciato a funzionare ben otto anni dopo, anche perché gli Stati Uniti, che avevano spinto per la sua approvazione, ritirarono la loro adesione per parecchi anni; sono quindi passati oltre venti anni e il buco dell’ozono ha cominciato a ridursi, ma la ricostituzione è pari solo al 9 per cento della sua consistenza precedente. Quindi quanti anni ci vorranno affinché l’equilibrio sia ristabilito? Ma il tema fondamentale è un altro (di cui l’articolo non parla): all’epoca la sostituzione dei Cfc con gli Hfc venne presentata come risolutiva in quanto le nuove sostanze non intaccavano lo strato di ozono e accettata dalle imprese produttrici perché l’adeguamento degli impianti era relativamente poco costoso. Oggi scopriamo che per venti anni gli Hfc hanno aumentato in misura molto consistente l’ammontare dei gas serra diversi dalla Co2 e che nel futuro la loro eliminazione sarà lenta e graduale, e in molti casi non inizierà prima di dieci o quattordici anni.

Il recente Accordo è cosa ben diversa da ciò che sarebbe necessario e urgente fare e non può certo essere letto come una decisione politica lungimirante e che realmente incide sui processi di riscaldamento globale del pianeta. La Cop 22 che si terrà in Marocco dal 7 al 18 novembre non sembra iniziare sotto i migliori auspici. Sempre sul Corriere della Sera, 6 novembre (pag.38), un testo firmato dal Segretario Esecutivo dell’Unfccc, la convenzione per il cambiamento climatico dell’Onu e dal Presidente della COP 22 e ministro degli esteri e della cooperazione del Marocco, afferma nel sottotitolo che “Gli impegni presi con l’Accordo di Parigi non potranno limitare del tutto il surriscaldamento globale, che avrà gravi ripercussioni sull’agricoltura e le risorse idriche, colpendo in primo luogo le regioni più vulnerabili. I governi devono presentare piani fattibili per trasformare le promesse in realtà”, ma nel testo si limita a ricordare dati ben noti e ovviamente non può entrare nel merito dei prossimi lavori della Conferenza. I prossimi giorni ci diranno se il senso di responsabilità dei governi e degli organismi dell’Onu riuscirà a imporsi sugli interessi delle multinazionali e delle finanza internazionale.
Alberto Castagnola
fonte: http://comune-info.net/
Le nostre proposte per la COP 22
La Coalizione Italiana Clima è composta da oltre 250 fra associazioni e movimenti ambientalisti, sociali e religiosi, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, reti di studenti, media e enti locali. Siamo impegnati nella lotta per la giustizia climatica, intesa come transizione a un modello di sviluppo alternativo e sostenibile che garantisca, insieme all’imprescindibile risultato di riuscire a restare entro 1,5° di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali: decarbonizzazione, diritto al cibo, accesso all’acqua e all’energia per tutti, diritto alla terra, tutela dei beni comuni, collaborazione tra i popoli, equa ripartizione delle risorse del pianeta, il diritto alla salute. Siamo anche impegnati, insieme e ognuno negli ambiti di competenza, per dare un contributo in termini di informazione e sensibilizzazione sul tema dell’emergenza climatica. A un anno di distanza dall’Accordo di Parigi, in cui i leader mondiali hanno assunto l’impegno di mantenere l’aumento della temperatura media globale bene al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali,”, l’adozione di politiche concrete non è più rinviabile.
Cosa proponiamo per la COP22
La COP22 si svolge in Africa, uno dei continenti più colpiti dai cambiamenti climatici, un continente che ha uno dei più bassi rapporti pro-capite in termini di emissioni di CO2 ma che paga uno dei prezzi più alti in termini di vite umane, guerre per l’accaparramento di risorse e di migrazioni climatiche.
Ambizione e accelerazione delle azioni nell’agenda delle Parti, Diritti umani, giusta transizione dei lavoratori e equità intergenerazionale
Nell’Accordo di Parigi il rispetto dei diritti umani non è stato inserito fra gli impegni ma è stato relegato nel preambolo, sottoposto alle rispettive obbligazioni dei singoli Governi, anche la giusta transizione dei lavoratori e l’equità intergenerazionale sono nel preambolo.
Il rispetto dei diritti umani, la giusta transizione dei lavoratori e l’equità, sia intergenerazionale che fra tutti gli abitanti del pianeta, sono prerequisiti irrinunciabili a cui devono rispondere tutti i progetti di mitigazione e adattamento e devono essere parte integrante degli impegni per la lotta contro i cambiamenti climatici. Rifiutiamo, invece, le false soluzioni che espropriano le popolazioni della propria terra, sottraendola spesso all’agricoltura di sostentamento per la realizzazione di grandi opere.
Aumentare il livello di ambizione dell’accordo, rendere effettiva la partecipazione, tutelarne l’efficacia
Gli impegni nazionali volontari assunti nell’Accordo di Parigi non sono sufficienti a garantire gli obiettivi di contenimento dell’aumento delle temperature. La COP22 deve avviare da subito un processo di revisione per elevare gli impegni di riduzione delle emissioni e accelerare la transizione a un’economia a zero emissioni di carbonio. Gli impegni nazionali devono essere frutto di veri processi partecipativi e democratici con il coinvolgimento delle comunità locali e delle parti sociali.
Gli impegni assunti dai singoli Paesi devono essere salvaguardati da possibili cause di risarcimento presso arbitrati di risoluzione delle controversie inseriti in accordi internazionali, come sottolineato da una risoluzione del Parlamento Europeo dell’ottobre 2015.
Finanza per il clima
La COP22 deve definire con certezza gli impegni finanziari e tecnologici necessari ai progetti di mitigazione e adattamento e per la giusta transizione dei lavoratori. I paesi industrializzati devono assumersi la responsabilità nei confronti dei paesi più poveri e più vulnerabili agli effetti devastanti dei cambiamenti climatici garantendo le risorse necessarie e l’accesso all’innovazione per evitare ogni nuova forma di dipendenza.
Cosa chiediamo all’Europa
Gli impegni al 2030 devono essere rivisti alla luce dell’obiettivo di 1,5°C e occorre intervenire prima del 2020. E’ necessaria una coerenza delle politiche europee per evitare che processi in altri ambiti, come quello economico-commerciale, possano inficiare l’Accordo di Parigi e gli obiettivi che si propone di raggiungere
Cosa chiediamo all’Italia
Piano per la decarbonizzazione
L’Italia è colpevolmente impreparata alla sfida climatica. Il nostro Paese non ha ancora nessun piano strategico per la decarbonizzazione dell’economia nè per la giusta transizione dei lavoratori coinvolti nei processi di cambiamento e non ha assunto nessuna misura di sostegno e incentivazione alla transizione a un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Per colmare il divario di emissioni che ci allontana da una traiettoria sicura all’interno dei +1,5°C è necessario valutare ogni scelta in materia di investimenti, politica economica, fiscale, industriale e infrastrutturale anche alla luce delle esigenze di transizione climatica. Per questo riteniamo che oltre alla definizione di un piano strategico complessivo per la decarbonizzazione, non si debba perdere nessuna occasione: dalla Legge di Bilancio, al Piano Nazionale Industria 4.0, dalla Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, alla necessaria e urgente revisione della Strategia Energetica Nazionale per promuovere una riconversione sostenibile dei modelli di produzione e di consumo. La pianificazione strategica deve essere perseguita attraverso il dialogo sociale e con il coinvolgimento democratico e partecipato dei territori, delle comunità e dei lavoratori.
Piani di adattamento e piano di manutenzione del territorio
Dopo la definizione della strategia nazionale di adattamento, siamo in forte ritardo per la definizione delle linee guida di coordinamento nazionale per la definizione delle politiche e dei piani di attuazione locali e nella definizione delle macro aree.
I confini naturali dell’Italia; le Alpi e il Mediterraneo stanno risentendo moltissimo dei cambiamenti climatici in atto. Le minacce per l’ecosistema alpino e quello mediterraneo non sono un problema solo italiano ma l’Italia può avere un ruolo centrale dettato proprio dalla sua posizione geografica e dall’essere un ponte climatico tra due continenti. L’Italia deve promuovere la cooperazione con i paesi confinanti e con tutti quelli che si affacciano sul Mare Nostrum per definire obiettivi concreti, chiedendo anche all’Unione Europea di trovare le risorse necessarie.
Il nostro Paese ha urgente bisogno di un piano straordinario per la progettazione e realizzazione delle bonifiche del territorio, la messa in sicurezza e la manutenzione del territorio dal rischio idrogeologico, la messa in sicurezza sismica del patrimonio immobiliare pubblico e privato, la tutela del patrimonio artistico e culturale: e tutto questo deve tener conto degli impatti del cambiamento climatico e della moltiplicazione esponenziale del rischio.
Sono queste le vere opere strategiche di cui il nostro paese ha bisogno e sono veramente indifferibili, urgenti e di pubblica utilità. Necessitano pertanto di finanziamenti pubblici adeguati e devono essere sostenuti da un piano straordinario di occupazione. Va adottato un provvedimento legislativo per il consumo di suolo zero e deve essere adottata una normativa legislativa specifica sulla gestione dell’acqua che recepisca la volontà popolare espressa nell’esito referendario.
fonte: http://comunivirtuosi.org
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COP22 Marrakech: leader mondiali chiamati a confermare Parigi
Si è aperta ieri a Marrakech in Marocco la 22esima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. La COP22 proseguirà fino al 18 novembre 2016. Si tratta di un appuntamento importante per il futuro del Pianeta perché i leader globali discuteranno delle politiche per rendere efficace l’Accordo di Parigi.
L’intesa, siglata alla COP21 a dicembre 2015, è entrata in vigore il 4 novembre scorso dopo la ratifica di 97 Paesi, responsabili di almeno il 55% delle emissioni globali.
=> Leggi i punti chiave dell’Accordo di Parigi sul clima
I Paesi che hanno firmato gli impegni di Parigi dovranno presentare piani concreti per decarbonizzare le loro economie e ridurre le emissioni di gas serra. I leader mondiali si sono impegnati a contenere l’aumento delle temperature globali a 2°C rispetto ai valori pre-industriali e a compiere tutti gli sforzi necessari per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C.Questi target sono stati purtroppo ritenuti insufficienti dall’UNEP, che in un recente studio ha profilato scenari catastrofici per l’umanità anche con un aumento delle temperature contenuto. Ciononostante Marrakech rappresenta una svolta importante nella lotta ai cambiamenti climatici.
I Paesi più inquinanti, dagli USA alla Cina all’India, si sono finalmente coalizzati e stanno investendo tempo e risorse nella mitigazione del riscaldamento globale, puntando sulle energie rinnovabili e su tecnologie a basse emissioni di carbonio.
=> Leggi gli aggiornamenti sui cambiamenti climatici
In Marocco gli Stati Uniti di Obama potranno confermare i loro impegni, assicurando che vengano perseguiti almeno per i prossimi 4 anni anche in caso di elezione alla presidenza di Donald Trump, candidato apertamente contrario ad agire per il clima.Alla COP22 i Paesi firmatari dovranno indicare come raggiungeranno la riduzione delle emissioni di gas serra; dove e quante risorse reperiranno per affrontare i cambiamenti climatici; i metodi scelti per documentare con trasparenza i progressi compiuti almeno ogni 5 anni.
Le potenze mondiali dovranno inoltre confermare il loro impegno a versare 100 miliardi di dollari all’anno in un fondo destinato ai Paesi in via di sviluppo. Le nazioni povere non possiedono le risorse logistiche ed economiche necessarie alla transizione verso le energie rinnovabili e all’attuazione delle politiche di adattamento al riscaldamento globale.
La COP22 ospiterà inoltre le trattative dei Paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto. Gli esperti avvertono che per scongiurare il peggio i Paesi dovranno mantenere fede agli impegni assunti a Parigi e fissare al più presto target ancora più ambiziosi.
Entro 5 anni tutte le centrali a carbone dovranno essere chiuse. Entro il 2050 l’industria energetica dovrà azzerare le sue emissioni. L’Italia per centrare i suoi target climatici dovrà ridurre le emissioni di gas serra di oltre il 70% entro il 2050.
fonte: http://www.greenstyle.it/
l’Accordo di Parigi è legge
Camera e Senato hanno concluso l’iter parlamentare della legge di
“ratifica ed esecuzione”, sia pure senza dare indicazioni più precise,
che vanno dedotte dal testo, incluso nel disegno di legge, e dalle
novità della COP22


Piena ed intera esecuzione è data
all’Accordo di Parigi, a decorrere dalla data della sua entrata in
vigore (4 novembre 2016). Con queste poche parole si introducono nel
nostro ordinamento gli obiettivi, gli strumenti e la mobilitazione
generalizzata sanciti dall’Accordo sul clima. Innanzitutto un obiettivo
di temperatura: “molto al di sotto dei due gradi”, ben più ambizioso di
quanto fino a non molto tempo fa era l’obiettivo europeo dei due gradi,
in continuità con quanto stabilito a Copenhagen nel 2009. Questo nuovo
obiettivo è vincolante e viene raggiunto tramite un processo permanente
di incrementi frequenti dei “Contributi determinati a livello
nazionale”. Nel 2015 l’Ue ha
presentato il proprio, a nome di tutti i Paesi membri, e lo ha per il
momento quantificato come taglio del 40% delle emissioni nel 2030, cui
ha corrisposto un contributo italiano del 33% rispetto al 2005 nei settori non europeizzati (grandi impianti).
La legge
ha fatto la scelta di delegare all’Unione europea quale sia il
contributo del nostro Paese. Questo rischia di renderlo meno condiviso
dagli stakeholders e la società civile e di riprodurre una dinamica
“alla Kyoto” dove l’obiettivo numerico è dato dall’esterno, invece che
derivare da un processo autonomo di consapevolezza dei danni climatici,
delle opportunità sociali e tecnologiche per la mitigazione e delle
sinergie che si possono mettere in campo con altri Paesi.
Ma se l’Europa tiene alta la barra e
punta davvero, come dichiara, ad essere leader mondiale delle tecnologie
pulite e del rispetto dall’ambiente, forse questa delega, se resa
trasparente rispetto al modo con cui l’Italia negozia in tale sede, può
essere accettabile.
Ormai piani nazionali, settoriali,
regionali, comunali (e di fatto anche aziendali) devono prevedere, in
applicazione della legge, almeno un -33% al 2030, sapendo che questo
taglio andrà sicuramente rivisto al rialzo, già a valle del “Dialogo
facilitativo” del 2018, che prenderà le mosse dai risultati contenuti in
un Rapporto speciale dell’IPCC, la fonte scientifica per eccellenza in
questo campo, dedicato all’obiettivo di 1,5 gradi (cioè di una
mitigazione molto più radicale, anche motivata dal tentativo di
allontare “tipping points” e fenomeni pericolosissimi – in Italia ad
esempio l’allungamento dei periodi senza pioggia nelle città in preda a
PM10 e ondate di calore).
La COP22 che sta per aprirsi a Marrakech
(Marocco) conterrà il nuovo “parlamento” di chi ha ratificato per tempo
l’Accordo (non l’Italia). Esso è totalmente sovrano su tutta una serie
di temi. Ad esempio sulle linee guida per il rilancio (fissando una
percentuale minima di incremento dell’ambizione o un obiettivo medio per
tutti). Ma più complessivamente, dopo che l’Accordo ha superato ogni
record di numero di firme il primo giorno d’apertura ed è entrato in
vigore pochi mesi dopo essere stato redatto, la COP22 sta per
accelerarne l’implementazione ad un ritmo che può spiazzare qualcuno ma è
il benvenuto dalla grande maggioranza.
*Valentino Piana è economista e consulente internazionale, direttore dell’Economics Web Institute (economicswebinstitute.org) e curatore della pagina accordodiparigi.it
fonte: www.altraeconomia.it
Il Pianeta “cotto e mangiato”: il 35% delle emissioni di gas serra viene dall’agricoltura
La produzione di cibo divora il 38% dei territori e il 70% dell’acqua consumata

Secondo il Wwf, «Quello che collega i cambiamenti climatici con la produzione di cibo e che mette a rischio la sicurezza alimentare globale è un vero circolo vizioso. Da un lato la prima causa del cambiamento climatico è il sistema alimentare, visto che l’agricoltura globale contribuisce con il 35% delle emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto: solo l’allevamento zootecnico contribuisce per il 18% a tutte le emissioni di gas serra. Dall’altro lato, sono proprio i territori destinati alla produzione di cibo quelli più esposti ai cambiamenti climatici indotti proprio dai gas serra. Inoltre il sistema alimentare mondiale sottrae il 70% dell’utilizzo globale umano di acqua dolce».
L’associazione ambientalista è convinta che «Per garantire la salute a lungo termine dei sistemi naturali che sostengono l’intera vita sulla Terra è un obiettivo prioritario ridurre drasticamente gli impatti negativi dell’agricoltura e della zootecnia, per un’agricoltura alleata della Natura. Nell’era del cambiamento climatico, la sfida più grande è nutrire la popolazione della Terra, che è in continua crescita (dagli attuali oltre 7,3 miliardi giungeremo nel 2050 ai 9,7 miliardi secondo la più recente e aggiornata stima Onu). Paradossalmente, l’agricoltura è un settore dell’economia che contribuisce fortemente al riscaldamento globale, ma è anche tra i più colpiti dal cambiamento climatico. Inoltre, considerato che larga parte della popolazione dei Paesi in via di sviluppo si guadagna da vivere grazie all’agricoltura, un clima più instabile rischia di danneggiare gravemente sia gli approvvigionamenti di cibo sia lo sviluppo sociale ed economico di molte zone della Terra».
La presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi, sottolinea: «L’obiettivo che il mondo si deve dare è quello di creare sistemi alimentari fortemente integrati con la vitalità dei sistemi naturali e della biodiversità e che producano cibo con il minor danno per l’ambiente e il clima. Un’agricoltura alleata della natura, capace di soddisfare le richieste di cibo di una popolazione mondiale increscente crescita e un modo equo. Pensiamo all’agricoltura come opportunità e non come minaccia dell’ambiente , come sino ad oggi è avvenuto. Nella Cop22 che si terrà dal 7 Novembre a Marrakech, in Marocco, si parlerà anche di questo, perché è una delle grandi questioni da affrontare per applicare l’Accordo di Parigi, in vigore dal 4 Novembre”.
Il Wwf fa l’esempio del consumo di carne pro capite che è in continuo aumento e che nel 2014 ha superato i i 43 kg pro capite. Negli ultimi 50 anni, anche la dieta europea è notevolmente cambiata, con un maggior consumo di carne e derivati animali. Il Panda dice che i principali imputati per le emissioni di gas serra dalla produzione alimentare sono: «La deforestazione tropicale che cerca spazio per le coltivazioni, il metano prodotto dagli allevamenti di bovini e le risaie e il protossido di azoto prodotto in terreni eccessivamente fertilizzati» e lancia un allarme: «Con l’incremento della domanda alimentare dovuto alla crescita della popolazione, lo sviluppo dei Paesi di nuova industrializzazione (in primis Cina, India) e l’espansione delle coltivazioni per ottenerne biocarburanti, è prevista un’ulteriore pressione sui sistemi naturali».
Secondo i più recenti studi sull’Human Footprint, la modificazione e trasformazione dei sistemi naturali dovuta alla pressione umana visibile dai satelliti, il 75% della superficie delle terre emerse è in qualche modo toccato da una presenza umana misurabile. Il Wwf spiega che «La maggior parte della trasformazione è dovuta alle attività agricole. Se escludiamo Groenlandia e Antartide, attualmente coltiviamo il 38% delle terre emerse, 60 volte quella occupata da strade ed edifici. L’agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70% dei pascoli, il 50% delle savane, il 45% delle foreste decidue temperate e il 25% delle foreste tropicali. Dall’ultima era glaciale nessun altro fattore sembra aver avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi. La produzione di cibo influisce sulla CO2 atmosferica sia indirettamente per via dell’uso di combustibili fossili per le attività agricole, il trasporto o la refrigerazione degli alimenti, sia tramite la deforestazione spesso indotta dalle espansioni delle coltivazioni. Pesante il contributo della zootecnia, soprattutto bovina: alla produzione di carne e derivati è imputato quasi un quinto delle emissioni globali di gas serra. Basti pensare che una singola mucca può produrre, a causa della popolazione microbica presente nel rumine, dai 100 ai 500 litri di metano al giorno. Il metano è oltre 20 volte più potente dell’anidride carbonica come determinante dell’effetto serra. Produzione di mangimi e nuovi pascoli hanno impatti gravissimi sulla deforestazione (in America Latina il 70 % della foresta amazzonica è stata trasformata in pascoli».
Ma gli ambientalisti sono convinti che si può salvare la natura a tavola anche se il cibo, come l’olio, il farro, il riso, il miele biologici, la passata di pomodoro, il vino, provengono da aree protette. è’ lo spirito del progetto Terre dell’Oasi promosso da Wwf Italia, Wwf Oasi e dalle Cooperative delle Oasi aderenti a Legacoop. «Un progetto nato per difendere la biodiversità e per sostenere la gestione delle Oasi del Wwf grazie alla produzione, trasformazione e distribuzione di alimenti prodotti al loro interno (o in aree ad esse adiacenti) secondo i principi dell’agricoltura biologica – spiwgano gli organizzatori – L’iniziativa ha origine dalla volontà di valorizzare al meglio le esperienze più virtuose già attivate a livello locale, proiettando queste su scala nazionale, sfruttando le potenzialità del sistema delle Oasi WWF, che oggi conta più di 100 aree. Terre dell’Oasi è una felice combinazione fra ambiente e green-economy, che abbraccia anche il sociale».
Il Wwf propone anche un decalogo rper un mangiare sostenibile con le buoni abitudini quotidiane a tavola che possono aiutare a limitare il circolo vizioso tra clima e produzione di cibo. Tra queste l’acquisto di prodotti locali, limitando la produzione di CO2 dovuta ai trasporti; la riduzione del consumo di carne, con più legumi nella dieta; scegliere il “pesce giusto” (occhio alle taglie e a diversificare i prodotti – come indicato dal progetto Wwf fishforward); riduzione degli sprechi: un terzo del cibo acquistato finisce mediamente nella spazzatura); l’utilizzo dei prodotti meno elaborati che contengono anche molti zuccheri, grassi e sali.
fonte: www.greenreport.it
Secondo il Wwf, «Quello che collega i cambiamenti climatici con la produzione di cibo e che mette a rischio la sicurezza alimentare globale è un vero circolo vizioso. Da un lato la prima causa del cambiamento climatico è il sistema alimentare, visto che l’agricoltura globale contribuisce con il 35% delle emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto: solo l’allevamento zootecnico contribuisce per il 18% a tutte le emissioni di gas serra. Dall’altro lato, sono proprio i territori destinati alla produzione di cibo quelli più esposti ai cambiamenti climatici indotti proprio dai gas serra. Inoltre il sistema alimentare mondiale sottrae il 70% dell’utilizzo globale umano di acqua dolce».
L’associazione ambientalista è convinta che «Per garantire la salute a lungo termine dei sistemi naturali che sostengono l’intera vita sulla Terra è un obiettivo prioritario ridurre drasticamente gli impatti negativi dell’agricoltura e della zootecnia, per un’agricoltura alleata della Natura. Nell’era del cambiamento climatico, la sfida più grande è nutrire la popolazione della Terra, che è in continua crescita (dagli attuali oltre 7,3 miliardi giungeremo nel 2050 ai 9,7 miliardi secondo la più recente e aggiornata stima Onu). Paradossalmente, l’agricoltura è un settore dell’economia che contribuisce fortemente al riscaldamento globale, ma è anche tra i più colpiti dal cambiamento climatico. Inoltre, considerato che larga parte della popolazione dei Paesi in via di sviluppo si guadagna da vivere grazie all’agricoltura, un clima più instabile rischia di danneggiare gravemente sia gli approvvigionamenti di cibo sia lo sviluppo sociale ed economico di molte zone della Terra».
La presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi, sottolinea: «L’obiettivo che il mondo si deve dare è quello di creare sistemi alimentari fortemente integrati con la vitalità dei sistemi naturali e della biodiversità e che producano cibo con il minor danno per l’ambiente e il clima. Un’agricoltura alleata della natura, capace di soddisfare le richieste di cibo di una popolazione mondiale increscente crescita e un modo equo. Pensiamo all’agricoltura come opportunità e non come minaccia dell’ambiente , come sino ad oggi è avvenuto. Nella Cop22 che si terrà dal 7 Novembre a Marrakech, in Marocco, si parlerà anche di questo, perché è una delle grandi questioni da affrontare per applicare l’Accordo di Parigi, in vigore dal 4 Novembre”.
Il Wwf fa l’esempio del consumo di carne pro capite che è in continuo aumento e che nel 2014 ha superato i i 43 kg pro capite. Negli ultimi 50 anni, anche la dieta europea è notevolmente cambiata, con un maggior consumo di carne e derivati animali. Il Panda dice che i principali imputati per le emissioni di gas serra dalla produzione alimentare sono: «La deforestazione tropicale che cerca spazio per le coltivazioni, il metano prodotto dagli allevamenti di bovini e le risaie e il protossido di azoto prodotto in terreni eccessivamente fertilizzati» e lancia un allarme: «Con l’incremento della domanda alimentare dovuto alla crescita della popolazione, lo sviluppo dei Paesi di nuova industrializzazione (in primis Cina, India) e l’espansione delle coltivazioni per ottenerne biocarburanti, è prevista un’ulteriore pressione sui sistemi naturali».
Secondo i più recenti studi sull’Human Footprint, la modificazione e trasformazione dei sistemi naturali dovuta alla pressione umana visibile dai satelliti, il 75% della superficie delle terre emerse è in qualche modo toccato da una presenza umana misurabile. Il Wwf spiega che «La maggior parte della trasformazione è dovuta alle attività agricole. Se escludiamo Groenlandia e Antartide, attualmente coltiviamo il 38% delle terre emerse, 60 volte quella occupata da strade ed edifici. L’agricoltura ha già distrutto o trasformato radicalmente il 70% dei pascoli, il 50% delle savane, il 45% delle foreste decidue temperate e il 25% delle foreste tropicali. Dall’ultima era glaciale nessun altro fattore sembra aver avuto un impatto tanto distruttivo sugli ecosistemi. La produzione di cibo influisce sulla CO2 atmosferica sia indirettamente per via dell’uso di combustibili fossili per le attività agricole, il trasporto o la refrigerazione degli alimenti, sia tramite la deforestazione spesso indotta dalle espansioni delle coltivazioni. Pesante il contributo della zootecnia, soprattutto bovina: alla produzione di carne e derivati è imputato quasi un quinto delle emissioni globali di gas serra. Basti pensare che una singola mucca può produrre, a causa della popolazione microbica presente nel rumine, dai 100 ai 500 litri di metano al giorno. Il metano è oltre 20 volte più potente dell’anidride carbonica come determinante dell’effetto serra. Produzione di mangimi e nuovi pascoli hanno impatti gravissimi sulla deforestazione (in America Latina il 70 % della foresta amazzonica è stata trasformata in pascoli».
Ma gli ambientalisti sono convinti che si può salvare la natura a tavola anche se il cibo, come l’olio, il farro, il riso, il miele biologici, la passata di pomodoro, il vino, provengono da aree protette. è’ lo spirito del progetto Terre dell’Oasi promosso da Wwf Italia, Wwf Oasi e dalle Cooperative delle Oasi aderenti a Legacoop. «Un progetto nato per difendere la biodiversità e per sostenere la gestione delle Oasi del Wwf grazie alla produzione, trasformazione e distribuzione di alimenti prodotti al loro interno (o in aree ad esse adiacenti) secondo i principi dell’agricoltura biologica – spiwgano gli organizzatori – L’iniziativa ha origine dalla volontà di valorizzare al meglio le esperienze più virtuose già attivate a livello locale, proiettando queste su scala nazionale, sfruttando le potenzialità del sistema delle Oasi WWF, che oggi conta più di 100 aree. Terre dell’Oasi è una felice combinazione fra ambiente e green-economy, che abbraccia anche il sociale».
Il Wwf propone anche un decalogo rper un mangiare sostenibile con le buoni abitudini quotidiane a tavola che possono aiutare a limitare il circolo vizioso tra clima e produzione di cibo. Tra queste l’acquisto di prodotti locali, limitando la produzione di CO2 dovuta ai trasporti; la riduzione del consumo di carne, con più legumi nella dieta; scegliere il “pesce giusto” (occhio alle taglie e a diversificare i prodotti – come indicato dal progetto Wwf fishforward); riduzione degli sprechi: un terzo del cibo acquistato finisce mediamente nella spazzatura); l’utilizzo dei prodotti meno elaborati che contengono anche molti zuccheri, grassi e sali.
fonte: www.greenreport.it
Perché l’Ue ha fretta di ratificare l’accordo sul clima?
I
tanto declamati danni all’immagine e alla credibilità del vecchio
continente sono solo la foglia di fico. In realtà Bruxelles rischia
l’estromissione dalle decisioni che contano davvero
Sulla ratifica dell’accordo sul clima di Parigi l’Unione Europea è ancora la grande assente. Ma qual è la reale posta in gioco?
È davvero solo una questione di immagine, di credibilità, che sarebbero
calpestate se i Ventotto si presentassero a mani vuote alla COP22 di
Marrakesh, al via il 7 novembre, dove l’accordo sembra proprio che
entrerà in vigore? E per l’Italia sarebbe soltanto un problema di onore
offeso, in quanto membro fondatore dell’Unione ma diversi vagoni più
indietro della locomotiva franco-tedesca? Come spesso capita quando in
ballo ci sono economia e interessi globali, la facciata ridipinta di “spirito di Ventotene” nasconde aspetti decisamente più prosaici.
E per comprenderli bisogna fare una veloce incursione negli aspetti
tecnici (ma non troppo), tenendo a portata di mano calcolatrice e
calendario.
A che punto è la ratifica dell’accordo sul clima
La tabella di marcia per l’entrata in vigore del patto sul clima ha subito un’accelerazione decisiva con la ratifica da parte di Usa e Cina al recente G20 di Hangzhou.
Nei giorni scorsi alla conferenza Onu a New York ai due più grandi
inquinatori del pianeta si sono poi aggiunti altri Stati. E le loro
firme sono state un giro di boa. L’accordo di Parigi infatti ha due
clausole: deve avere la firma di almeno 55 Stati, che rappresentino almeno il 55% delle emissioni globali.
Due calcoli e vediamo che i paesi che hanno ratificato sono ormai 60,
la prima soglia è superata. Ma “pesano” soltanto per il 47,5% delle
emissioni. Ma a breve anche India e Giappone aggiungeranno la loro firma
e i requisiti saranno entrambi soddisfatti. L’Unione Europea resta
fuori da tutto questo.
La stanza dei bottoni si chiama CMA
È
un problema? Sì, di immagine. Ma non solo. Perché con questa tempistica
significa che alla COP22 l’accordo di Parigi entrerà davvero in vigore.
E con l’entrata in vigore si innescano altri meccanismi,
importantissimi. A questo punto la questione di immagine si rivela per
quello che è: una questione di potere, potere contrattuale. Infatti a
Marrakesh, un secondo dopo l’entrata in vigore dell’accordo, verrà
creata la “Conference of the Parties serving as the meeting of the Parties to the Paris Agreement”, nome ridondante abbreviato in CMA.
Chi ne fa parte? Solo gli Stati che hanno ratificato. E quali compiti ha il CMA?
Supervisionare l’accordo, decidere come e con quali tempi deve essere
implementato. Ma a quel tavolo l’Ue non siederà senza la ratifica dei
Ventotto. E non potrà aver voce in capitolo: saranno altri i centri
decisionali, i luoghi dell’agenda setting, ben distanti da Bruxelles.
Questo non è più soltanto un danno all’immagine del vecchio continente,
bensì un pericolo reale perché impedisce di contrattare le condizioni migliori – non necessariamente per il clima, ma per l’industria e l’economia europee certamente sì.
La contromossa dell’UE
La soluzione potrebbe arrivare il 4 ottobre.
In programma una seduta del Parlamento che potrebbe procedere alla
ratifica a livello comunitario, usando quella firma per accedere al CMA.
Infatti in Ue soltanto Francia,
Ungheria, Austria e Slovacchia hanno detto sì all’accordo, e la
Germania dovrebbe unirsi al gruppo nel volgere di qualche giorno (l’Italia non ha nemmeno calendarizzato una seduta parlamentare dedicata).
Per evitare che i membri ritardatari strepitino per la forzatura di
Bruxelles, che di fatto scavalca la sovranità dei singoli Stati, secondo
fonti di Euractiv sarebbe
pronta una dichiarazione di Consiglio e Commissione in cui si assicura
che la mossa non costituisce un precedente per altre decisioni future.
fonte: www.rinnovabili.it
Film4Climate: il concorso cinematografico contro il cambiamento climatico
Si è aperto ufficialmente il Film4Climate Global Video Competition: il concorso cinematografico che invita i giovani registi a trovare nuove soluzioni al cambiamento climatico.
Presentato nel corso dell’ultimo
Festival del Cinema di Cannes, il concorso durerà fino al 15 settembre. I
vincitori saranno premiati durante il vertice sul clima delle Nazioni
Unite COP22 che si terrà a novembre a Marrakech, in Marocco.
Il concorso è aperto a registi tra i 14 e
35 anni e prevede premi in denaro di 8.000, 5.000, e 2.000 dollari, per
il primo, secondo e terzo classificato nelle categorie: 1) “pillole”
informative (o infomercial) della durata inferiore a un minuto; 2)
cortometraggi da uno a cinque minuti.
Oltre ai principali premi in denaro, riconoscimenti speciali saranno conferiti a video particolarmente meritevoli: il People’s Choice Award (conferito al video più popolare), il MENA-Award per il miglior video proveniente da Medio Oriente e Nord Africa, il Price on Carbon Pollution.
Altri premi saranno assegnati direttamente dai partner della
kermesse. L’iniziativa offre ai giovani registi l’opportunità di
presentare le proprie opere a una giuria, presieduta dal Maestro Bernardo Bertolucci, composta da autorevoli registi, produttori, scrittori e leader politici.
Il concorso Film4Climate invita gli
aspiranti cineasti ad esprimere la propria visione di futuro
sostenibile attraverso la creazione di cortometraggi e video incentrati
sulle misure per combattere il cambiamento climatico: il 13° degli
obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. L’obiettivo è
raccontare ciò che individui e comunità di tutto il mondo stanno facendo
per promuovere e ispirare una trasformazione positiva a livello sociale
e individuale per combattere il climate change e le sue
conseguenze. Le domande da cui partire sono: cosa significa per me il
cambiamento climatico? Quali iniziative sto assumendo per mitigare il
riscaldamento globale? Qual è il mio messaggio per spingere la
popolazione mondiale ad attivarsi per il clima?
Il concorso è il risultato di una
partnership tra l’iniziativa della Banca Mondiale Connect4Climate, le
Nazioni Unite, Vulcan Productions e Enel, che mira a raggiungere il
risultato “emissioni zero” entro il 2050. Fra i partner figurano la
Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico dell’ONU (UNFCCC), Sviluppo
Sostenibile ONU, UNEP, The Global Brain e il Governo del Marocco. Oltre
50 partner da tutto il mondo hanno inoltre espresso il proprio
supporto. Infine, Connect4Climate conta sul supporto dei Governi
italiano e tedesco, oltre che di organizzazioni dei settori pubblico e
private e del mondo accademico.
Per partecipare c’è tempo fino al 15 settembre 2016. Il regolamento e i requisiti di partecipazione sono disponibili su film4climate.net e connect4climate.org.
fonte: http://www.envi.info/
Rifiuti tossici di Napoli in Marocco, la società civile si infuria
Dalla Terra dei Fuochi sono arrivate 2.500 t di rifiuti, ma gli accordi
presi col Marocco ne prevedono 5.000 in 3 anni. I deputati Pd chiedono
lumi a Galletti, intanto anche la Francia ne spedisce 3.300 t

Più di 17mila firme per evitare che i rifiuti tossici della Terra dei Fuochi vengano inceneriti nell’impianto di el-Jadida, a sud di Casablanca. La società civile marocchina ha levato gli scudi e messo in seria difficoltà il governo, con il primo ministro Benkirane che si è eclissato dai radar (tra poco andrà a elezioni e non vuol finire incenerito pure lui) lasciando la ministra dell’Ambiente Hakima el-Haite a levare le castagne dal fuoco.
Più di 17mila firme per evitare che i rifiuti tossici della Terra dei Fuochi vengano inceneriti nell’impianto di el-Jadida, a sud di Casablanca. La società civile marocchina ha levato gli scudi e messo in seria difficoltà il governo, con il primo ministro Benkirane che si è eclissato dai radar (tra poco andrà a elezioni e non vuol finire incenerito pure lui) lasciando la ministra dell’Ambiente Hakima el-Haite a levare le castagne dal fuoco.
Sotto accusa una partita di ecoballe provenienti da Taverna del Re, tra Napoli e Caserta, giunte via mare in un porto marocchino per essere smaltite. Per il momento sono 2.500 t di rifiuti, ma l’accordo sottoscritto tra Italia e Marocco prevede un totale di 5.000 t spalmate su 3 anni. La preoccupazione principale dei cittadini è ovviamente la salute: chi garantisce che non siano tossici, vista la provenienza?
Poca trasparenza sui rifiuti tossici
Le reticenze delle autorità non hanno
aiutato a sciogliere i dubbi. L’unica indicazione fornita è il quadro
normativo in cui è incastonata l’operazione: la legge 28-00 che regola, tra le altre cose, il traffico transfrontaliero di rifiuti. Dopo la massiccia adesione alla petizione popolare, ieri il governo di Rabat avrebbe congelato la spedizione e richiesto una serie di verifiche aggiuntive sulle ecoballe.
Contraddicendo quanto aveva affermato solo 5 giorni prima: i controlli,
assicurava, sono fatti sia in Italia sia all’arrivo in Marocco, dunque
non c’è nulla da temere. Allora perché spendere altri soldi per nuove
verifiche?
D’altronde i dubbi sono leciti. Perché
l’Italia non li incenerisce nei suoi impianti?, si chiedono gli
attivisti, ricordando giustamente che Roma si è beccata una maxi-multa di 20 milioni di euro dall’UE per
la non-gestione dei suoi rifiuti oltre a una sanzione di 120mila euro
per ogni giorno di illegalità. E che nella Terra dei Fuochi continuano a
spuntare nuovi casi di tumori.
Perché protestano gli ambientalisti marocchini
La Coalizione marocchina per la giustizia climatica (CMJC),
piattaforma che unisce 200 associazioni ambientaliste, continua a
protestare e mette nel mirino la mancanza di trasparenza sulla convenzione siglata da cementifici (lì verranno smaltite le ecoballe) e ministero dell’Ambiente di Rabat. “Non
sappiamo se questa convenzione con i cementifici è sottoposta a
procedura di valutazione dopo essere stata firmata nel 2003 e se le
operazioni di incenerimento sono controllate per verificare il rispetto
delle norme internazionali”, commenta Kamal Lahbib di CMJC.
Anche in Italia la vicenda ha iniziato a
far discutere. Alcuni deputati Pd hanno chiesto lumi al ministro
dell’Ambiente Galletti sulla provenienza e la composizione dei rifiuti
inviati in Marocco in un’interrogazione presentata ieri.
Ma gli attivisti marocchini continuano a sentirsi presi in giro dal proprio governo, che “svende l’ambiente consentendo al Marocco di diventare la tomba dei rifiuti velenosi stranieri”,
secondo l’accusa di un parlamentare di opposizione. Il tutto mentre il
governo propugna una retorica ambientalista come non mai: non solo con
una pressante campagna per l’abolizione dei sacchetti di plastica, ma anche con la preparazione della COP22, che si terrà il prossimo novembre proprio in Marocco.
In Marocco anche rifiuti francesi
E quelli italiani non sono certo gli
unici rifiuti europei che Rabat ha scelto di accogliere. Negli stessi
giorni in cui le ecoballe di Taverna del Re venivano imbarcate, nei
porti marocchini arrivavano altre 3.300 t di rifiuti,
questa volta dalla Francia. Forse non fanno paura come quelli di Napoli,
ma per molti marocchini la questione si chiama in un modo solo: razzismo ambientale.
fonte: www.rinnovabili.it
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