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CAPANNORI PUNTA A DIVENIRE 'CAPITALE' EUROPEA DEL RIUSO CREANDO UN SISTEMA MUNICIPALE DI RIUTILIZZO E RIPARAZIONE DEI MATERIALI

 














Creare un sistema municipale del riuso per mettere in rete e valorizzare le numerose esperienze già presenti sul territorio in questo ambito e promuoverne la nascita di altre. Questo l'intento dell'amministrazione comunale nell'ambito di 'Reusemed', il progetto finanziato dall'Unione Europea con il Programma ENI CBC Med, per incoraggiare il riutilizzo e la riparazione di oggetti di cui Capannori fa parte insieme ad alcune realtà di Spagna, Giordania e Tunisia.

L'obiettivo è quello di fare di Capannori insieme alla Piana di Lucca la 'capitale' europea del riuso, prevenendo e riducendo in modo ancor più significativo la produzione dei rifiuti.

Il progetto 'Reusemed' è stato presentato ufficialmente giovedì scorso nella sala consiliare del Comune alla presenza dell'assessore all'ambiente Giordano Del Chiaro, del coordinatore del Centro di Ricerca Rifiuti Zero, Rossano Ercolini, del presidente di Ascit, Alessio Ciacci e dei rappresentanti di Lucca Creative Hub, soggetto, quest'ultimo, che supporterà il percorso di partecipazione. Dal prossimo settembre e fino a dicembre con il coordinamento del Centro di ricerca rifiuti zero e la collaborazione di Ascit si svolgeranno incontri operativi dei soggetti del territorio (associazioni e imprese) che già svolgono attività di riuso e nuove realtà che intendono cimentarsi in questo tipo di attività.

Durante l'incontro di presentazione sono stati anche illustrati i risultati di un sondaggio su 'Economia circolare e riuso' al quale hanno partecipato oltre 1.200 cittadini capannoresi. Dai dati raccolti emerge che il 73% di coloro che hanno partecipato al questionario ha acquistato oggetti di seconda mano e il 70% ha donato o venduto almeno una volta oggetti usati. Molto alta la propensione al riuso e alla riparazione degli oggetti: il 94,7% degli intervistati ha infatti dichiarato di aver provato ad aggiustare un oggetto rotto e il 60% di ricorrere all'intervento di un tecnico nel caso di un oggetto da riparare. Dal sondaggio emerge poi la necessità di promuovere la conoscenza delle strutture che praticano il riuso sul territorio, poichè solo il 40,3% ha dichiarato di conoscere centri, negozi o strutture dove donare, vendere o acquistare oggetti di seconda mano.

“Il nostro territorio si caratterizza da più di 10 anni per una tradizione consolidata in tema di riuso con l'obiettivo di prevenire la produzione dei rifiuti e restituire una seconda vita agli oggetti – spiega l'assessore all'ambiente, Giordano Del Chiaro -. In questi anni sono tante le esperienze che si sono sviluppate in questo settore con riferimento a vari materiali, dai mobili ai vestiti, dalle biciclette agli scarti alimentari fino alle apparecchiature informatiche, anticipando quella che poi è diventata la strategia europea di economia circolare. Crediamo che i tempi siano maturi per dar vita ad un vero e proprio sistema municipale del riuso, che garantisca un perfetto coordinamento tra tutte le realtà esistenti, le supporti nel potenziare gli ottimi risultati già raggiunti e che faciliti l'accesso dei cittadini ai circuiti del riuso dando loro un punto di riferimento unitario. Una delle prime idee è quella di consegnare ai cittadini di Capannori una mappa dei luoghi del riuso in modo da promuovere le tante possibilità esistenti per dare una seconda vita agli oggetti. Un percorso che realizzeremo in collaborazione con il Centro di ricerca rifiuti zero e Ascit con l'obiettivo di far divenire Capannori 'capitale' europea del riuso.”

fonte: www.comune.capannori.lu.it


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“L’usato sconta un problema culturale che la politica deve affrontare”. Conversazione con Alessandro Stillo di Rete Onu

L'usato vive un problema culturale che deve diventare un problema politico, per realizzare fino in fondo la transizione ecologica di cui tanto si parla.














Il mondo dell’usato e i centri del riuso scontano un problema culturale, che fa affrontato a livello politico se vogliamo veramente dar vita ad una transizione ecologica. Cosa serve per liberare le potenzialità ambientali ed economiche di questa filiera? I centri dell’usato, poi, come abbiamo visto, ad oggi fanno riferimento a modelli diversi: questa diversità è un limite? Ne parliamo con Alessandro Stillo, presidente di Rete ONU che – dai mercatini delle pulci ai negozi conto terzi – raccoglie circa 13 mila operatori dell’usato.

Gravitano tutti intorno all’allungamento della vita dei beni, siete insomma dalla stessa parte della barricata: che rapporto c’è tra i centri del riuso e gli operatori usato?

I centri del riuso sono iniziative che noi operatori dell’usato guardiamo con estrema attenzione, anche perché alcune cooperative sociali dentro Rete ONU li praticano e lo hanno praticati. Seguiamo i centri del riuso con molta attenzione anche se hanno evidentemente dei nodi irrisolti.

Ce ne parli.

Dal mio osservatorio non posso non notare l’enorme sproporzione quantitativa tra operatori dell’usato nei mercatini, nei negozi di robivecchi, in quelli dei contoterzisti, e i centri del riuso. Qualsiasi mercatino dell’usato, per capirci, tratta alcune decine di tonnellate di merce ogni anno. A Torino, per fare un esempio, se guardiamo solo a chi vende usato conto terzi, ci sono alcune decine di negozi, mentre di centri del riuso ce ne sono due. Il confronto ci dice che ricoprono un ruolo fondamentale per la valorizzazione dell’usato, fondamentale ma per ora marginale.

Qual è secondo lei il problema dei centri del riuso?

Mi sembra che oggi siano in difficoltà, come peraltro ha evidenziato dal progetto Prisca, per motivi in parte legati alla normativa: che non ha mai approfondito l’end of waste e che è ancora un po’ in bilico su vari decreti attuativi. Ma i centri del riuso sono in bilico in particolare dal punto di vista del modello: si va da quelli solidaristici, di volontariato, in cui le merci vengono donate, fino a modelli in cui si cerca una sostenibilità economica con la vendita delle merci.

La diversità di modelli secondo lei è un limite?

La diversità è sempre ricchezza, per noi. Dall’altra parte è evidente che senza abbracciare un modello tutto è più complesso. I centri del riuso che vivono con la solidarietà hanno il nodo da sciogliere della sostenibilità economica, se a monte non c’è chi garantisce. Questa mi pare che oggi, in tempi di vacche magre, sia una difficoltà da tenere in assoluta considerazione. Soprattutto per i centri del riuso, che hanno bisogno di spazi per lo stoccaggio, la cernita e la vendita. Se questa questione fosse risolta, in Italia sarebbero nati tanti altri centri. Il problema, credo, non è tanto la raccolta ma lo sbocco.

Dice che i centri del riuso non riescono a raggiungere il pubblico, come invece gli operatori dell’usato?

La vera difficoltà, nonostante i lodevoli sforzi, è proprio che manca il contatto col pubblico, che invece in altre situazioni c’è. Bisognerebbe fare in modo che i centri del riuso fossero luogo di raccolta e poi luogo di approvvigionamento non solo del cittadino ma anche degli operatori dell’usato, ovviamente attraverso il rispetto di regole precise. Insomma il mondo dei centri del riuso dovrebbe interfacciarsi molto di più con gli operatori dell’usato.

Ci parlava anche di limiti normativi.

Il settore del riutilizzo in Italia non è regolamentato nel suo complesso, questo fa sì che ci siano enormi zone grigie. Le faccio un esempio. Nel milanese, chi ha negozi di vendita dell’usato in conto terzi viene assimilato alle agenzie immobiliari. Per cui chi vuole aprire un negozio dell’usato deve fare il corso da agente immobiliare. Basta pensare al Pnrr: nel Piano di ripresa e resilienza il riuso è negletto, eppure è essenziale per la riduzione dei rifiuti, lo dicono anche le direttive europee.

La causa di questa sottovalutazione?

I motivi sono tanti. Fondamentalmente c’è un tema culturale. Alcune ricerche di Mercatopoli e Università di Padova ci dicono che se da un lato utilizziamo continuamente cose usate – dalle auto, a letti e lenzuola in hotel, alle tazzine nei bar – dall’altro acquistare nuovo è “in”, acquistare usato no – a meno che non sia vintage. Una cultura figlia del boom economico per cui si fa fatica ad avvicinarsi all’usato. Ma il problema culturale deve trasformarsi in una questione politica: non esiste economia circolare senza riuso, lo dice la Ue. E, a parole, lo dicono tutti, ma nei fatti nel Pnrr non ci sono poste destinate al riutilizzo.

Cosa vorreste leggere nel Pnrr quando il governo lo avrà aggiornato?

Come Rete Onu stiamo costruendo una serie di proposte. Dall’esenzione dell’Iva, per evitare di ri-pagarla per beni usati per i quali è stata già pagata alla fonte; all’esenzione del pagamento raccolta dei rifiuti per negozi che i rifiuti li distraggono e non li producono: i negozi del riuso sono parametrati ai supermercati. E poi la possibilità da parte enti locali di aprire quante più possibili aree di libero scambio dove i cittadini possano mettere in vendita i propri beni usati: in Italia ce ne sono solo due, a Torino e Palermo.

fonte: economiacircolare.com/


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Rediscovery Centre: il centro per il riuso di Dublino che lotta contro spreco e disoccupazione

Ai margini della città di Dublino, una vecchia centrale termica è stata trasformata in un centro per il riuso aperto alla cittadinanza. Un luogo nato per accogliere le imprese sociali della zona che volevano contribuire attivamente alla lotta contro lo spreco e la disoccupazione. "Abbiamo voluto dare il nostro contributo"








Ai margini della città di Dublino, nel quartiere Ballymun, la vecchia centrale termica è stata trasformata in un centro per il riuso aperto alla cittadinanza, noto come “Rediscovery Centre”. Un luogo nato per accogliere le imprese sociali della zona, alla ricerca di una sede in cui poter lavorare insieme al servizio della comunità locale.

Nel 2004 l’intero quartiere ha subito un processo di rigenerazione edilizia che ha spinto molti abitanti a trasferirsi e le imprese sociali del Rediscovery Centre si sono occupate di raccogliere la grande quantità di mobili e pezzi d’arredamento destinati a finire in discarica. “Il quartiere Ballymun era in una fase di profonda trasformazione, abbiamo voluto dare il nostro contributo impedendo che quest’enorme quantità di oggetti andasse sprecata”, racconta Gráinne Lambert, responsabile marketing ed eventi del Rediscovery Centre.

Dalle donazioni alla formazione

Il centro inizialmente si occupava soltanto del restauro dei mobili di seconda mano, ma a poco ha iniziato ad espandersi anche ad altri tipi di attività come il riciclo delle tinture e delle vernici, la riparazione e rivendita di biciclette e il riutilizzo di capi d’abbigliamento. “Abbiamo cominciato con le donazioni individuali, e a poco a poco siamo riusciti a stringere accordi stabili anche con i centri di riciclo che ormai ci inviano periodicamente le biciclette o le vernici da rigenerare. Ad oggi siamo ancora molto piccoli e dobbiamo selezionare attentamente il tipo di prodotti perché abbiamo forze limitate, ma speriamo di poterci espandere molto presto”.

Il centro per il riuso di Ballymun è anche uno spazio di formazione e condivisione con all’interno una caffetteria, un grande shop di smercio dei prodotti e numerose aule studio e conference room in cui ogni giorno si tengono workshop, corsi e incontri con la cittadinanza.

“Abbiamo capito che era necessario agire anche dal punto di vista sociale – continua Gráinne – e ci siamo attivati nella formazione e nel reinserimento lavorativo di molte persone che per vari motivi non riuscivano più a trovare un impiego”.

I programmi di formazione del Rediscovery Centre col tempo sono stati estesi a tutte le fasce di età, grazie a un programma di attività diversificato, pensato sia per i più piccoli che per gli studenti della scuola secondaria: “L’aspetto formativo per noi è di estrema importanza e abbiamo cercato di specializzarci nella divulgazione di buone pratiche adatte a tutte le età. Ogni volta che un ragazzo torna a casa e racconta alla famiglia ciò che ha appreso noi ampliamo la nostra comunità e rendiamo senso comune la cultura del riuso“.

Una bambina durante le attività di formazione al Rediscovery Centre di Dublino
La lezione del Covid: economia circolare significa capacità di adattamento

Il centro collabora con le istituzioni cittadine e il ministero per l’ambiente su numerosi progetti ed è ormai un’eccellenza internazionale nell’ambito della formazione nel settore del riuso, con percorsi di training individuale cuciti su misura, aperti a chiunque voglia contribuire alla lotta allo spreco e alla disoccupazione. “Siamo il centro nazionale per l’economia circolare in Irlanda e lavoriamo con molti partner europei partecipando a numerose iniziative volte ad accelerare la transizione ad un’economia pienamente circolare, con programmi di azione concreti che mirano allo sviluppo di una risposta collettiva alla crisi climatica”, afferma la ceo del Rediscovery Centre Sarah Miller.

Il grande sostegno ricevuto dalla comunità europea e dalla cittadinanza ha permesso, infatti, di promuovere ampie campagne di sensibilizzazione per la tutela dell’ambiente: “Il cambiamento inizia dal basso. Per questo abbiamo recentemente supportato una grande protesta contro l’uso eccessivo di imballaggi in plastica, chiedendo ai consumatori di lasciare alla cassa il packaging inquinante, un’azione concreta che ha spinto le imprese a prediligere prodotti con un minor impatto ambientale”, ricorda Gráinne.

Con l’esplosione della pandemia Covid-19 non il lavoro del centro è andato avanti e molte delle attività di training e formazione sono state trasferite online: “Abbiamo creato nuovi programmi di tutoring a distanza e abbiamo aperto un catalogo online con tutti i nostri prodotti. Anche se all’inizio eravamo preoccupati di dover sospendere le attività in presenza, siamo subito riusciti ad adattarci. In fondo far parte di un’economia circolare significa essenzialmente questo -conclude-, sapersi adattare all’ambiente circostante senza danneggiarlo”.

fonte: economiacircolare.com


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Rigenerare e riutilizzare: i modi migliori per gestire i rifiuti (evitando che diventino tali)

Due dei principali problemi dell'economia lineare sono la scarsità di risorse e la produzione di rifiuti. Azioni circolari come la riparazione, la rigenerazione e la preparazione al riutilizzo di materiali arrivati a fine vita possono essere la soluzione. Ma serve un'organizzazione migliore della filiera e un cambio di approccio



Se si considera che ogni cittadino europeo consuma in media 15 tonnellate di materie prime all’anno e produce circa 4,5 tonnellate di rifiuti, un’economia in grado di massimizzare attività come la preparazione al riutilizzo e il riutilizzo potrebbe abbattere contemporaneamente sia lo spreco di risorse sia la produzione di rifiuti. E cosa c’è di più “circolare” di azioni come la riparazione, la rigenerazione e la preparazione al riutilizzo di materiali arrivati a fine vita? Capace di evitare la produzione di scarti non recuperabili e quindi destinati alla distruzione e alla discarica? E che, infine, è in grado di generare vantaggi economici e ambientali?

La risposta a queste domande (retoriche) è che – ad oggi – non vi è nulla. Scegliere riuso e preparazione al riutilizzo come vie per gestire i rifiuti significa creare le condizioni per:
ridurre la produzione e la movimentazione dei rifiuti, con benefici netti sull’intero ciclo di vita dei prodotti;
incentivare l’innovazione, contribuendo a ridurre l’uso di materie prime vergini, con annessi problemi di accesso ai materiali considerati strategici (si pensi alle cosiddette terre rare);
contribuire ad allungare l’utilità economica dei prodotti e dei servizi;
generare occupazione e di riposizionare competenze e know-how verso produzioni alternative, rimediando almeno in parte agli esiti della delocalizzazione produttiva, in quanto attività labor intensive.

Eppure, benché al vertice della cosiddetta “gerarchia dei rifiuti” (e dunque tra le opzioni preferibili), riuso e preparazione al riutilizzo non hanno goduto di grande considerazione. Collocandosi in una sorta di “terra di mezzo” tra il mondo dei rifiuti e quello dei non rifiuti, hanno sofferto la mancanza di regole chiare, carenza di capacità organizzative e imprenditoriali, per finire relegate a un ruolo di comprimarie.

Non solo. Rispetto alle altre opzioni, queste due attività richiedono qualcosa in più: un vero cambio di approccio, dove l’attenzione si sposta su tutto il ciclo di vita del bene, dalla progettazione fino alla possibilità che attraverso processi di riparazione, rigenerazione, upgrading, disassemblaggio, il prodotto o parti del prodotto possano continuare a svolgere la stessa funzione o funzioni differenti all’interno di un nuovo prodotto.

“Prodotto” o “rifiuto”?

Ma vi è una differenza tra riutilizzo e preparazione per il riutilizzo? Sì e riguarda quel confine che distingue un “prodotto” da un “rifiuto”.

Infatti, se il riutilizzo riguarda un prodotto o una componente che non è rifiuto e si colloca, dunque, nell’ambito della prevenzione, la preparazione per il riutilizzo si riferisce a un prodotto o a una componente diventata rifiuto. E solo quest’ultima può essere considerata a rigore una delle forme di recupero, necessitando quindi di un’autorizzazione al trattamento ai sensi del Testo Unico Ambientale (TUA, Parte IV).

Diverso è il caso delle attività quali la riparazione e il remanufacturing (rigenerazione), che rientrano nell’insieme delle attività di prevenzione rispetto alla produzione di rifiuti, e che non sono codificate nel TUA. Si tratta di operazioni che, come il riutilizzo, riguardano a tutti gli effetti dei prodotti, non dei rifiuti, e che pertanto potrebbero essere collocate nel “gradone” più alto della piramide che configura l’ordine gerarchico nella gestione dei rifiuti (quindi la prevenzione tout court di rifiuti).

Se fino ad ora un vero e proprio cambio di approccio sembra non aver preso piede, le premesse per una prossima diffusione delle pratiche di prevenzione e dei modelli del riutilizzo nel nostro Paese sembrano esserci, e di conseguenza si potrebbe innescare anche un percorso di crescita economica del comparto. In questo senso, il d.lgs. 116 del 2020 ne ha compreso almeno in parte l’importanza e ha provato a disciplinarne meglio alcuni aspetti, anche tramite l’armonizzazione con i diversi modelli organizzativi, tra cui quello della cosiddetta Responsabilità Estesa del Produttore.

Le principali leve che potrebbero favorire la diffusione della prevenzione e del riutilizzo in Italia sono tre:
il nuovo Piano d’Azione per l’Economia Circolare, promosso dalla Commissione UE e approvato dal Parlamento
il nuovo Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti, che il Ministero per la Transizione Ecologica dovrà redigere
la regolazione ARERA nel settore dei rifiuti urbani.

Ciascuno dei tre attori, a livello comunitario e nazionale, potrà giocare un ruolo chiave nel tentativo di arrivare all’auspicato sganciamento tra sviluppo economico e produzione di rifiuti/consumo di risorse naturali. Se il Piano d’Azione rappresenta la strategia UE che dovrà indirizzare l’industria verso l’immissione al consumo di prodotti durevoli e più facilmente riutilizzabili e/o riparabili, il Programma di Prevenzione e la regolazione ARERA potranno incentivare la diffusione di buone pratiche a livello regionale e locale, dal punto di vista del cittadino e delle imprese.

Infine, anche misure nazionali di politica fiscale e di incentivazione economica possono svolgere un ruolo trainante sul vertice della gerarchia dei rifiuti, così come i processi di integrazione orizzontale e verticale tra gli operatori coinvolti nella filiera del riuso, in particolare tra i soggetti gestori responsabili della raccolta dei rifiuti urbani e gli operatori professionali attivi sul mercato. La sfida consiste nel trovare l’equilibrio affinché, nel rispetto dei singoli ruoli, i beni possano essere valorizzati, da una parte eliminando i costi di transazione, dall’altra senza scaricare i costi sul sistema tariffario, quindi in bolletta.

Qual è la situazione oggi in Italia? Osservando da un punto di vista della logistica, il limite principale riguarda il mancato input alla costruzione di filiere organizzate del riuso in grado di integrare il lavoro dei soggetti gestori con gli operatori professionali del riuso al fine dell’estrazione del massimo possibile di valore. Intercettare flussi di beni mobili durevoli e in generale potenzialmente riparabili/riutilizzabili rappresenta solo il primo passo, che dovrebbe essere seguito da una catena del valore in cui i diversi attori possano integrarsi al fine di trasformare i mercati dell’usato in mercati davvero competitivi, pienamente regolari e meglio distribuiti territorialmente. E ciò avviene facendo rientrare la professionalità degli operatori dell’usato all’interno del servizio di raccolta e di selezione.

Una recente indagine di ISPRA ha messo in luce come nel 24% dei Comuni oggetto della ricerca vi siano presenti mercatini dell’usato, punti di scambio e/o centri per il riuso. Una quota esigua e fortemente disomogenea, se si considera che 59 Comuni sui 79 nei quali sono presenti tali strutture si trovano in Emilia-Romagna o in Lombardia (tra cui Bologna, Parma, Rimini, Forlì e Milano). Allo stesso modo, i Comuni nei quali sono presenti centri di riparazione e/o preparazione per il riutilizzo sono 22 (6,8% del campione) e quelli dotati di centri di raccolta con appositi spazi finalizzati allo scambio tra privati di beni usati sono il 3,1% del campione.

“Come nuovo”: l’economia del riutilizzo e del remanufacturing

In termini economici, la compravendita di oggetti usati o di “seconda mano” ha raggiunto nel 2019 quota 24 miliardi di euro (l’1,3% del PIL), di cui 10,5 attraverso l’online. Riguardo ai benefici ambientali, secondo i calcoli dell’Istituto Svedese di Ricerca Ambientale (IVL) i soli acquisti effettuati su Subito.it nel 2017 hanno consentito di evitare 4,5 milioni di tonnellate di CO2.

Buoni risultati che, purtroppo, devono fare i conti con un approccio fino ad oggi caratterizzato per mancanza di visione, con i due segmenti preparazione e riutilizzo relegati a una dimensione marginale e con l’aspetto economico ancora troppo sullo sfondo. La sfida da vincere, invece, è quella di trasformare un settore ancora caratterizzato dall’economia informale in una gestione professionale, capace di produrre valore economico e sociale.

Alcuni numeri del fenomeno. Secondo il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018, le attività di preparazione e riutilizzo interessano annualmente tra le 600 e le 700mila tonnellate di rifiuti, circa il 2% della produzione di rifiuti urbani e che potrebbero essere sottratti al trattamento e allo smaltimento. Da dati forniti dalla Rete degli operatori nazionali dell’usato, il mercato dell’usato in conto terzi muove circa 850 milioni di euro l’anno e riguarda circa 3mila iniziative stabili, mentre il segmento che impiega più persone è quello dell’ambulantato. Si tratta di un settore economico difficile da censire, sia nella sua parte emersa sia in quella sommersa, che spazia dall’informalità delle strade all’hobbismo e che riguarda, in gran parte, operatori professionali che non trovano spazio nella formalità. Complessivamente ne sono coinvolte circa 50mila micro-attività, con una stima di 80mila addetti.

Una tendenza in forte crescita, che parzialmente rimpiazzerà i mercati “fisici”, è rappresentata dai mercatini per l’usato online. Oltre ad alcuni colossi dell’e-commerce come eBay, che già a metà degli anni Novanta aveva intuito il potenziale della compravendita online di prodotti nuovi e usati, e a Facebook, che dal 2016 ha introdotto un marketplace che coinvolge gli utenti del social network, si moltiplicano le aziende che consentono di vendere e acquistare prodotti usati sul web. La tecnologia ha favorito negli anni lo sviluppo di questo segmento, consentendo attraverso app mobile di semplificare l’incontro tra domanda e offerta. Fra queste rientra Shpock (“Shop in your pocket”), che consente attraverso la geolocalizzazione di trovare prodotti usati in vendita entro un raggio chilometrico impostato dagli utenti. Si pensi a piattaforme come Depop e Vinted, fondati rispettivamente nel 2011 e nel 2012, che stanno suscitando grande curiosità e interesse, soprattutto fra le nuove generazioni.

Alle forme più tradizionali della second hand economy, che riguardano principalmente beni usati pronti per il riuso, si affiancano nuove tendenze e forme di riutilizzo legate in particolar modo al segmento dell’elettronica. Tra queste vi è il remanufacturing, ovvero de-asseamblare un prodotto o un componente già utilizzato, rigenerarlo e reimmetterlo sul mercato. Un’attività che consente di prolungare il ciclo di vita dei beni estendendolo con la riparazione, e spostando quote di valore dall’uso di materie prime alla manodopera, prevalentemente specializzata.

Con la rigenerazione si creano benefici economici su tre fronti. Primo, per i produttori, che ottengono risparmi sui costi di produzione, potendo erogare servizi ai clienti nelle fasi post-vendita e migliorando la fidelizzazione. Secondo, per i consumatori finali, visti i costi inferiori di un bene rigenerato rispetto al nuovo e, terzo per l’occupazione in generale, considerato che il remanufacturing è ancora una attività ad elevato tasso di manodopera, che può permettere di recuperare parte della disoccupazione originata dalla delocalizzazione produttiva e dall’automazione.

Secondo gli scenari ricostruiti dallo European Remanufacturing Network (ERN), il remanufacturing alimenta un mercato che in Europa vale circa 30 miliardi e che potrebbe crescere fino a 100 miliardi entro il 2030, un volume già raggiunto negli USA, dove pare avere trovato radici solide. In termini di settori, l’automotive e il settore della costruzione di macchine industriali rappresentano, ciascuno, circa il 30% del mercato del remanufacturing, il resto si ripartisce per un 27% agli apparecchi elettrici ed elettronici, per un 7% alla componentistica per automezzi pesanti e fuoristrada e un 3% sia all’aerospazio che alle forniture tecnologiche in genere. Lo stesso ERN stima che la rigenerazione consente di risparmiare tra il 60 e l’80% del valore dei prodotti nuovi, soprattutto in termini di minori costi di materie prime, energia, trasporto, distribuzione, etc. Si parla infatti di “substitution strategy”, proprio per indicare la scelta strategica di lavorare su una base più avanzata (non solo tecnologicamente) rispetto ai rifiuti.

La spinta verso la rigenerazione dei beni richiede di irrobustire l’osmosi industriale, mettendo a sistema la cura dei prodotti anche dopo la fase della vendita. Ciò ha particolare valore in Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa, attraverso l’impulso verso la dematerializzazione della produzione e affidando maggiore spazio alla connettività e all’elaborazione dei dati. Un modo per provare ad arginare le delocalizzazioni produttive di cui è stata vittima la manifattura italiana.

La via del remanufacturing appare dunque propizia, sia a causa delle difficoltà (non solo economiche) per l’approvvigionamento delle materie prime (insieme al contestuale livellamento su scala internazionale del costo del lavoro) sia per le periodiche crisi geopolitiche, soprattutto per l’accesso alle terre rare e/o a materiali considerati strategici, come il litio, il berillio, etc.

Un primo passo avanti nel nostro Paese è stato fatto, nell’ambito di Industria 4.0. Il 28 maggio 2020 è stato deliberato dal MISE il decreto attuativo del Piano Transizione 4.0, che destina un credito di imposta del 10% alle attività oggetto di innovazione tecnologica finalizzate al raggiungimento di obiettivi di transizione ecologica.
Questo approfondimento è stato scritto da Donato Berardi, Antonio Pergolizzi e Nicolò Valle, componenti del Laboratorio Ref Ricerche

fonte: economiacircolare.com



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L'Italia del riuso, buone pratiche da potenziare

 



Allungare la vita degli oggetti per evitare il più possibile che diventino rifiuti: è un obiettivo fondante delle strategie europee per la gestione dei rifiuti e del Piano d’azione Ue per l’economia circolare.
Prima di tutto c’è la prevenzione: tutto ciò che può evitare a monte la formazione di nuovi rifiuti, dunque, è benvenuto e va incoraggiato. Il riuso, la riparazione, la vendita di prodotti di seconda mano sono insomma non solo iniziative di buonsenso ma anche ingredienti fondamentali per la strategia ambientale europea e il Green Deal.
Eppure in Italia si attende da 10 anni il decreto ministeriale per la preparazione al riutilizzo, previsto, in attuazione della direttiva quadro sui rifiuti, dal decreto legislativo 205/2010. Un’attesa che di fatto impedisce il diffondersi di pratiche virtuose presenti già oggi nel nostro Paese, che descriveremo in questo Speciale che per la prima volta offre un quadro dello stato dell’arte normativo accompagnato alla presentazione della mappatura dei centri del riuso italiani.




Buone pratiche che per essere replicate e uscire dall’angolo del mero volontariato hanno bisogno di un quadro normativo chiaro. E di agevolazioni che riconoscano il valore ambientale, sociale ed economico di attività che sottraggono rifiuti a discariche e inceneritori e riducono il prelievo delle materie prime necessarie a produrre nuovi beni.




In questo Speciale raccontiamo il fenomeno dei centri del riuso e della riparazione in Italia e all’estero, analizziamo le potenzialità della filiera del riuso e della riparazione (economie, posti di lavori, benefici sociali), e affrontiamo la questione delle norme da introdurre per valorizzare questa realtà già con il Piano di nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che il governo dovrà presentare entro fine aprile alla Commissione europea.
Come sempre, saremo lieti di accogliere il contributo alla discussione di lettori e addetti ai lavori. 

Buona lettura.
https://economiacircolare.com/speciale-centri-del-riuso/



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La componente principale di un centro del riuso? 'Quella sociale'

Intervista di Eco dalle Città ad Antonio Castagna, esperto di economia circolare: “Occorre iniziare ad interrogarsi sulla funzione sociale dei centri del riuso. Svolgono funzioni complesse e creano lavoro”









Dopo l’annuncio da parte del Comune di Milano, dell’apertura del primo centro del riuso cittadino, abbiamo colto l’occasione per interrogarci su come si progetta un centro del riuso. A questo proposito abbiamo interpellato Antonio Castagna, esperto di economia circolare:
Come definirebbe un centro del riuso? Ci sono più varianti per questo tipo di attività?
Non c’è una definizione ufficiale o uno standard per definire cosa sia esattamente un centro del riuso. Tuttavia, possiamo definirlo, rispetto alle sue funzioni di recupero, come un centro che intercetta i beni prima che finiscano a smaltimento o riciclo.
Oltre al flusso proveniente dagli scarti urbani, può ricevere beni attraverso le donazioni. Per quanto riguarda invece le attività che vengono effettuate al suo interno, si tratta generalmente di operazioni di pulizia, riparazione e commercializzazione dei beni recuperati.
Qual è la dimensione giusta affinché un centro del riuso sia sostenibile dal punto di vista economico e ambientale (sia in termini di bacino di utenti che di spazio a disposizione per l’attività)?
Considerando la quantità di beni potenzialmente recuperabili, tra l’1 e il 2% dell’ammontare dei rifiuti solidi urbani, occorre che ci sia approssimativamente un bacino di almeno 100mila persone. Questa stima, tuttavia, è influenzata anche altre variabili come la tipologia di popolazione, la densità e le specifiche locali in termini di mercato.
Quali sono le principali attività e tipologie di materiale che dovrebbe ospitare un centro del riuso?
Questo dipende molto dalla strutturazione e l’organizzazione del centro, dal suo mercato di riferimento. Non solo, anche dalla massa critica di materiali che ha a disposizione.
Un centro del riuso piccolo può funzionare su alcune filiere precise e dettagliate: è il caso del centro del riuso di Torino che lavora molto sulle biciclette. Altri, come quello di Vicenza, possono permettersi di lavorare sui materassi o sulle reti, avendo una quantità di beni molto grande che gli consente anche di commercializzare fuori dall’Italia. Altre situazioni, possono dipendere dalle competenze specifiche che si attivano. I centri di Vicenza e Verona, ad esempio, hanno sviluppato molto il settore dell’elettronica e della stereofonia, facendo anche investimenti a questo proposito: si tratta infatti di professionalità alte, sui occorreva investire.
Qual è il soggetto più indicato per gestire una struttura di questo tipo?
Solitamente sono cooperative sociali di tipo B. Si tratta di realtà che utilizzano per buona parte personale cosiddetto “svantaggiato” (minimo il 30%) che proviene da situazioni di disagio.
Come mai questo tipo di realtà?
Il perché è abbastanza semplice da comprendere. Questo tipo di attività coniuga funzioni semplici come la pulizia o la movimentazione a lavori più raffinati dal punto di vista delle competenze. Come dimostrato da diverse esperienze, i soggetti svantaggiati vengono introdotti in queste attività per svolgere funzioni semplici in grado di rispondere alla prima necessità di dargli un’occupazione e un ordine (il fatto che rispettino degli orari, dei compiti, etc.). Tanti di loro, sono persone in grado di apprendere competenze raffinate, tanto che ci sono casi di lavoratori che hanno sviluppato professionalità specifiche utili allo sviluppo stesso del centro di riuso. Questa evoluzione può avvenire all’interno di un contesto come può essere un centro del riuso, in grado di curare ed accogliere le necessità di una persona che parte da una situazione di disagio ma ha tutte le potenzialità per crescere.
Questo elemento sottolinea molto la funzione sociale di un centro del riuso: quanto è presente questa componente nelle realtà che ha analizzato?
La componente sociale è in realtà quella principale. Uno dei vincoli culturali che dobbiamo superare è proprio il fatto che il centro del riuso valga soprattutto per questioni ambientali. Quest’ultima è una componente certamente significativa ma le sue ricadute nel ciclo di gestione della materia sono certamente limitate. Il suo impatto sociale in un territorio è invece davvero impattante e sarebbe il caso di misurarlo con più attenzione. Diverse esperienze (Vicenza, Verona, Torino ma anche all’estero) hanno portato alla creazione di collaborazioni importanti tra centri del riuso, strutture carcerarie, cooperative di tipo A che hanno dato un’opportunità di riscatto sociale a decine di persone.
Questi progetti hanno bisogno di essere supportati da partner pubblici o privati?
E’ vero che i centri del riuso costruiscono un circuito economico di valorizzazione di beni ma quel circuito economico da solo non permette loro di stare in piedi. Il limite italiano è pensare che tutto ciò possa stare in piedi esclusivamente attraverso un circuito di mercato.
In che modo vanno supportati?
Sulle modalità di supporto ci sono diversi modelli: nel nord Europa, ad esempio, il finanziamento è diretto da parte dello Stato. Quello che funziona meglio in Italia, invece, è quando si riesce a trovare un accordo sulla gestione di servizi accessori, ad esempio la gestione di un centro di raccolta. Questo consente di fare da filtro per i beni vendibili, che rientrano in un circuito di pulizia e recupero e poi commercializzati.
fonte: www.ecodallecitta.it




Riutilizzo dei rifiuti urbani, un tesoro da 600.000 tonnellate (e da 60 milioni di euro)

Presentato a Roma il Rapporto Nazionale dell’Occhio del Riciclone: il 2% dei beni durevoli e in buono stato potrebbe avere una seconda vita, ma è necessario un quadro normativo che favorisca lo sviluppo delle filiere
















Il 2% della produzione nazionale dei rifiuti urbani potrebbe essere riutilizzato, se solo si trovassero modalità adeguate per reimmetterlo in circolazione. Parliamo di oltre 600.000 tonnellate annue di beni durevoli - mobili, elettrodomestici, libri, giocattoli e oggettistica - in buono stato e facilmente collocabili sul mercato, che invece troppo spesso finiscono in discarica. Lo evidenzia il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo, presentato a Roma e realizzato dal Centro di Ricerca Economica e Sociale “Occhio del Riciclone” in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali.  

Uno studio dal quale emerge l’assenza di un quadro normativo chiaro che favorisca la strutturazione di vere e proprie filiere del riuso, così come avviene per tante altre tipologie di rifiuti; andrebbe infatti incentivata la nascita di impianti di “preparazione per il riutilizzo” in grado di funzionare su scala industriale: attraverso un’autorizzazione al trattamento, un impianto potrebbe ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti, per poi reimmetterli in circolazione dopo l’igienizzazione, il controllo e l’eventuale riparazione.  

E invece la mancanza dei Decreti Ministeriali che mettano in chiaro le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento, comporta svantaggi non solo dal punto di vista etico e ambientale, ma anche economico: parliamo di circa 60 milioni di euro l’anno per lo smaltimento, senza considerare il valore potenziale degli oggetti di seconda mano. “In Italia - spiega Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone - già da tempo si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno. Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco, ma un’enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”. 

Le oltre 600.000 tonnellate di rifiuti urbani che potrebbero avere una seconda vita sono un piccolo tesoro che non viene adeguatamente valorizzato; ma va comunque evidenziato che negli ultimi anni sono state messe in campo diverse iniziative lodevoli come le raccolte dedicate e i centri di riuso interni o adiacenti ai centri di raccolta, in grado di intercettare i beni durevoli riutilizzabili. Sono 9 le Regioni - Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Umbria, Abruzzo e Campania - che hanno incluso nella loro pianificazione ambientale l’avvio di centri di riuso, anche se queste esperienze non sono mai pienamente decollate. Sempre più spesso le aziende di igiene urbana, come sottolinea il vicepresidente di Utilitalia Filippo Brandolini, “non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere ad alto valore aggiunto. Per questo dialoghiamo apertamente con le amministrazioni e il mondo dell’usato per cercare insieme modelli, sinergie e forme e di collaborazione che sappiano promuovere un utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse ambientali ed umane”. 

Eppure ci sarebbe un esempio dal quale partire, anche se non sono mancate le criticità che hanno spaziato dai reati ambientali all’infiltrazione mafiosa: le filiere degli indumenti usati, che nel campo del riutilizzo sono le più articolate e strutturate. Basti pensare che nel 2016 sono state raccolte 133.300 tonnellate di rifiuti tessili, il 65% delle quali è stato riutilizzato (il rimanente 35% è stato avviato a riciclo, recupero o smaltimento); e il potenziale di riutilizzo della frazione tessile sarebbe persino più elevato – fino a 5 kg per abitante – se si riuscisse a comunicare meglio la finalità solidale delle raccolte e la trasparenza delle filiere. Già, la trasparenza: gli operatori sani del settore hanno sollevato da tempo il problema, chiedendo strumenti di controllo più rigorosi e criteri di affidamento del servizio più attenti.  

D’altronde, come evidenzia Alessandro Strada di Humana People to People Italia, “chi dona abiti usati consegnandoli nei contenitori stradali lo fa con intenzioni solidali nell’84% dei casi, e ciò dimostra come il cittadino chieda che le considerazioni di carattere sociale trovino spazio all’interno degli affidamenti del servizio di raccolta differenziata e recupero della frazione tessile”. Utilitalia, Rete ONU e centro Nuovo Modello di Sviluppo hanno aperto un tavolo di confronto con il settore per individuare linee guida finalizzate a prevenire ogni criticità. Quella degli abiti usati, in sostanza, potrebbe fare da apripista per tutte le altre virtuose – e purtroppo, nella maggior parte dei casi, ancora potenziali – filiere del riutilizzo. 


fonte: http://www.lastampa.it

Riuso: allungare la vita agli oggetti farebbe risparmiare 60mln

Il Rapporto Nazionale sul Riutilizzo avverte: circa il 2% della produzione nazionale di rifiuti è costituito da beni durevoli riutilizzabili 



















Il principio delle 3 R – Riduzione, Riuso e Riciclo – è il perno della moderna economia circolare. Ma se le buone pratiche di riduzione e riciclo hanno fatto parecchia strada nell’informazione pubblica, quelle del riuso sono rimaste più nell’ombra. In Italia si buttano ogni anno 600mila tonnellate di beni potenzialmente riutilizzabili: mobili, elettrodomestici, giocattoli, libri e oggettistica di vario genere ancora in buono stato e facilmente collocabile nel mercato dell’usato.
Per mancanza di informazione da un lato e carenza normativa dall’altro, questi oggetti sono destinati tuttora al cestino dei rifiuti. Uno spreco che costa al sistema paese ben 60 milioni di euro solo in termini di spese di smaltimento.

I dati appartengo al Rapporto Nazionale sul Riutilizzo 2018, presentato ieri a Roma e realizzato da Occhio del Riciclone in collaborazione con Utilitalia, la Federazione delle imprese italiane dei servizi idrici, energetici e ambientali. Il documento mette in luce le potenzialità di una filiera, quale quella dell’usato, all’interno della circualr economy italiana. Filiera che conta oggi diverse iniziative, dai centri regionali del riuso ai moderni sistemi di baratto, dai Repair cafè ai Restart party.


A dominare il settore sono soprattutto i negozi dell’usato conto terzi – una formula praticata soprattutto al Nord e al Centro – e il commercio ambulante. Quello che manca invece è un quadro normativo che disciplini gli impianti di “preparazione per il riutilizzo”, strutture su scala industriale che possano ricevere rifiuti provenienti dai centri di raccolta comunali e dalle raccolte domiciliari degli ingombranti per reimmetterli in circolazione dopo igienizzazione, controllo ed eventuale riparazione.

La fattibilità è già stata dimostrata ma i progetti attendono ancora i DM contenenti le procedure semplificate per compiere questo tipo di trattamento. “In Italia già da alcuni anni si parla di integrare il settore del riutilizzo alle politiche ambientali, e i tempi sembrano essere maturi perché si arrivi a un punto di svolta a partire dal quale le filiere si articoleranno, struttureranno e regolarizzeranno”, commenta Pietro Luppi, Direttore del Centro di Ricerca Occhio del Riciclone – Bisogna però insistere sulla professionalizzazione e sulla pianificazione, nella coscienza che il riutilizzo non è un gioco ma un’enorme opportunità per generare sviluppo locale e risultati ambientali”.


Attualmente il 2% dei rifiuti prodotto a livello nazionale potrebbe essere destinato al riuso. Recuperare questo 2% significherebbe risparmiare quei 60 milioni persi ogni anno, senza contare il valore degli oggetti di seconda mano.
Non mancano, ovviamente, esempi positivi sul territorio, come il progetto “Cambia il finale” di Hera (la multiutility dell’Emilia-Romagna) che è riuscita a riutilizzare 530 tonnellate di beni durevoli in un anno a fronte di un bacino di circa 2 milioni di abitanti, coinvolgendo 25 Onlus e un centinaio di soggetti svantaggiati. “Le aziende di igiene urbana – sottolinea Filippo Brandolini, vicepresidente Utilitalia – svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso un’economia circolare. Sempre più spesso, infatti, non si limitano a gestire i rifiuti conferiti dai cittadini ma diventano promotrici di iniziative innovative che, come nel caso del riutilizzo, alimentano filiere ad alto valore (umano, ambientale, economico e sociale) aggiunto”.

fonte: www.rinnovabili.it