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Slovenia: la storia di un successo nella difesa delle api grazie a un lungimirante piano del governo


C’è un paese che sta vincendo la sua guerra in difesa delle api: la Slovenia. E la sua situazione, da questo punto di vista, è talmente positiva, rispetto al disastro generalizzato del resto del mondo, che da molte parti si studia il modello sloveno, anche con esperienze sul campo, e si cerca di mettere a punto piani nazionali che possano ottenere gli stessi risultati.
Oggi in Slovenia ci sono circa 10.000 apicoltori, cioè 5 ogni mille abitanti, contro, per esempio, un tasso di 0,4 per mille negli Stati Uniti: anche solo questo numero dimostra che le api si trovano a proprio agio, in quel paese. E c’è molto di più.
A raccontare in che cosa consista il segreto degli alveari sloveni è Civil Eats, che dopo aver premesso che il paese ha una lunga tradizione, testimoniata anche dal fatto che la prima giornata mondiale delle api, istituita quest’anno dalle Nazioni Unite, è stata fissata il 20 maggio, data di nascita di Anton Jansa, considerato il fondatore della moderna apicoltura (vissuto tra il 1734 e il 1773), riassume i punti essenziali del piano pro-api messi in campo fino dai primi anni duemila.
Eccoli:
1. Nel 2002 il governo ha dichiarato la specie locale, l’ape della Carnia, specie protetta, e ha vietato l’introduzione di altre specie provenienti dall’estero se non dietro strettissimi controlli. Ciò ha avuto immediate ripercussioni sulla sensibilità dei cittadini e sul benessere delle api.
2. Negli anni seguenti, con l’intento di incoraggiare la diffusione di alveari sui tetti, nei giardini e dovunque vi fossero le giuste condizioni, sempre le autorità hanno istituito corsi gratuiti per apicoltori, in modo che gli aspiranti tali fossero in grado di allevare correttamente le api e riconoscere tempestivamente infezioni come quella da Varroa che, se non controllata e fermata, si diffonde con estrema rapidità da un alveare all’altro.
api alveari miele apicoltura3. Per contenere parassiti e infezioni, sempre il Governo ha deciso di distribuire gratuitamente i farmaci, qualora necessari, e di dare vita a un fondo specifico per rimborsare chi perda l’alveare a causa di una malattia.
4. Anche se in Slovenia il Colony Collapse Disorder, la complessa sindrome multifattoriale che causa la morte degli alveari, è quasi sconosciuta, non lo sono una delle cause, ovvero i pesticidi e i fitofarmaci usati in agricoltura. Per questo il Governo, dopo la morte di alcuni alveari avvenuta nel 2011, ha vietato numerosi pesticidi potenzialmente pericolosi, soprattutto della famiglia dei neonicotinoidi.
5. Per far sì che la legge e i numerosi regolamenti specifici siano rispettati, ha istituito squadre di ispettori specializzati e stabilito multe e sanzioni.
6. L’allevamento di api, inoltre, non riguarda solo le campagne, ma anche città come la capitale Lubiana. Per favorire le api urbane e i loro allevatori, il Governo ha approvato una specifica legge impone ai residenti di insediare solo specie vegetali che producano nettare come il castagno, i girasoli, il lime, le erbe aromatiche e così via.
7. Per evitare che vi siano alveari privati troppo grandi e, viceversa, favorire la nascita di molti piccoli alveari diffusi, una norma impone che ogni sito non possa averne più di dieci, e che ciascuno sia a un raggio di 400 metri di distanza dal successivo.
8. Nel perimetro delle città, inoltre, sono vietati erbicidi e pesticidi, fatto che comporta più spese e la necessità di estirpare meccanicamente molte erbe infestanti, ma che ripaga con la buona salute delle api.
9. Poiché la situazione delle api slovene è ormai nota in tutto il mondo, il paese incoraggia poi l’apiturismo, ovvero visite guidate ad alveari e aziende di lavorazione, organizza corsi per stranieri e promuove iniziative legate alla storia millenaria del rapporto tra uomo e api.
10.È infine importante la consapevolezza della popolazione: per questo il Governo organizza e paga corsi in almeno 200 scuole, per far sì che le api slovene stiano bene anche in futuro.
Come dimostra tutto ciò, lo sforzo per proteggere le api, che solo negli Stati Uniti sostengono un mercato da 15 miliardi di dollari legato all’impollinazione delle piante, deve essere corale, poliedrico e promosso a ogni livello dalle autorità statali, affinché tutta la popolazione ne faccia parte.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Glifosato e metalli nelle api e nel miele

Presentati i dati di Api e orti urbani, indagine di Legambiente che ha evidenziato tracce di glifosato e metalli pesanti nelle api e nel miele prodotto.
















Le api sono da sempre delle sentinelle sullo stato di salute del nostro ambiente, come dimostrano anche i dati del progetto “api e orti urbani” presentati al Fico Eataly World di Bologna. I risultati non sono allarmanti ed escludono il rischio di moria, anche se rilevano il diverso grado di contaminazioni di residui di agrofarmaci e metalli pesanti tra le diverse città prese a campione Torino, Milano, Bologna e Potenza.
Questi orti urbani sono stati delle vere e proprie cartine tornasole per gli studiosi che hanno potuto osservare come le le api percepiscono immediatamente la presenza di pesticidi e metalli e segnalano all’uomo attraverso modifiche del loro modo di comportamento e di vita.
Nei moltissimi campioni analizzati sono state rilevate tracce di glifosato, a Milano nel 2017 e a Bologna nel 2018, mentre tra dieci metalli pesanti ricercati nell’ambiente a Torino, Milano, Bologna e Potenza i più riscontrati sono stati cromo, vanadio, nichel e ferro, seguiti da piombo, rame e zinco.
Tutte le tracce trovate sono riconducibili all’uso di diserbanti stradali o residui agricoli per quanto riguarda il glifosato e dell’inquinamento di fondo dell’area lombardo-piemontese. Alcune amministrazioni hanno rivisto, grazie alla sollecitazione di Legambiente, le loro attività in ottica più green. Come ha spiegato Daniela Sciarra, responsabile campagna agricoltura sostenibile dell’associazione:
Quello che  quest’indagine porta a galla è la potenzialità del metodo di analisi biologico (che prevede l’utilizzo di bioindicatori) e che dovrebbe integrarsi con gli altri metodi chimico-fisici, elettronici, satellitari già diffusi per il controllo dell’inquinamento ambientale nelle nostre città.
Un inquinamento che nel caso delle api riguarda tracce accumulate nell’aria, nel terreno e nell’acqua, tutti elementi con cui entra in contatto l’insetto. L’altro aspetto che emerge è il ruolo delle api in città per la biodiversità, l’impollinazione delle alberate e della flora spontanea presente che si coniuga con il ruolo didattico, sociale e di sensibilizzazione degli orti urbani.
Un progetto che sfruttava la funzione “sentinella” delle api. Nel periodo dell’indagine il livello di mortalità delle api non ha mai superato la soglia critica e quindi non è stato necessario procedere all’analisi chimica delle api morte.

fonte: www.greenstyle.it

Glifosato nel miele, la giustizia francese apre un’inchiesta

Duecento apicoltori hanno denunciato la tedesca Bayer, dopo che del glifosato è stato trovato nel loro miele. Il tribunale di Lione ha aperto un’inchiesta.
















Sylvère Obry è un bracciante francese in pensione. Ha 78 anni ma non ha perso la passione per il suo lavoro. Così, da anni è diventato un apicoltoreamatoriale. Possiede 90 alveari e per questo è abituato a vendere le eccedenze di miele al gruppo Famille Michaud Apiculteurs, nel dipartimento dell’Aisne, la campagna a nord-est di Parigi.

L’esposto contro Bayer depositato al tribunale di Lione

Nello scorso mese di febbraio, però, per la prima volta l’azienda si è rifiutata di acquistare tre partite, per un totale di 900 chilogrammi. Il motivo: nel miele è stato trovato del glifosato, uno degli erbicidi più diffusi in campo agricolo, principio base del Roundup, prodotto dalla multinazionale Monsanto (di recente acquisita dalla Bayer).









La sua storia è stata raccontata dal quotidiano Le Monde, perché proprio da lì è nata una sorta di class action degli apicoltori, che hanno deciso di sporgere denuncia contro l’azienda. In 200, infatti, attraverso un sindacato locale, hanno depositato un esposto alla procura di Lione (poiché lì si trova la sede francese del colosso tedesco dell’agrochimica). E il 4 giugno i giudici hanno deciso di aprire un’inchiesta per chiarire la vicenda, di concerto con il polo Salute pubblica della procura di Marsiglia.

Il glifosato rintracciato regolarmente nel miele in Francia

“È una buona cosa. Per me e per tutti gli apicoltori che vivono del loro lavoro. È qualcosa che occorreva fare per salvare i nostri alveari”, ha commentato Obry. “Sono contento del fatto che la questione sia stata presa con la dovuta serietà e che si cominci a valutare il problema in Francia. Credo di poter dire che è la prima volta che ciò accade”, ha aggiunto il suo avvocato.
Gilles Lanio, presidente dell’Unione nazionale degli apicoltori francesi e apicoltore in Bretagna, ha da parte sua sottolineato come la vicenda “confermi che, purtroppo, il glifosato è ormai presente ovunque. Nessuno può evitarlo, neanche le api”. L’impresa Famille Michaud Apiculteurs ha confermato in questo senso che il pesticida viene ritrovato regolarmente nel corso dei controlli effettuati sul miele, in concentrazioni superiori alla soglia stabilita dalla stessa azienda. Ben il 12 per cento dei lotti forniti in Francia sono stati rinviati al mittente per questa ragione.
fonte: https://www.lifegate.it

Api e Terra dei Fuochi: le silenziose paladine protagoniste di un progetto di biomonitoraggio sui metalli pesanti


Api

Riccardo Terriaca, direttore CoNaProA, controlla lo stato di salute delle api all’interno degli alveari campione.

Il vento sfiora le foglie di nocciolo e solleva i vapori che fuoriescono dall’affumicatore davanti alle arnie. Le api cominciano a danzare nella brezza. Sullo sfondo, imperiose vette fanno da confine a distese di campi coltivati, dai colori vividi. È in una campagna di Vairano Patenora (CE), nell’Alto Casertano, a circa 20 km dall’area ex Pozzi di Calvi Risorta, dove nel 2015 è stata trovata la discarica sotterranea più grande d’Europa (25 ettari per 2 milioni di metri cubi di rifiuti), che è stata posizionata una delle dieci stazioni di biomonitoraggio del progetto C.A.R.A. Terra (Caserta Apicoltura Rilevamento Ambientale). Un’iniziativa del Conaproa, consorzio degli apicoltori, con l’Università del Molise e l’Università Federico II di Napoli, per tentare di monitorare tramite le api la quantità di metalli pesanti nel territorio limitrofo a quella che è stata definita Terra dei Fuochi, zona di interramenti di rifiuti da parte della camorra, una delle più inquinate d’Italia.
Riccardo Terriaca, direttore di CoNaProA raccoglie l’affumicatore e apre delicatamente una delle arnie. “C.A.R.A. Terra nasce dall’esigenza delle persone di continuare a operare in un territorio ferito da situazioni di carattere ambientale”, dice mentre controlla che gli insetti stiano bene. Ha lo sguardo orgoglioso e parla animatamente della volontà di restituire dignità a una terra martoriata. Con un tentativo di riscatto: provare a invertire il calo di vendite di prodotti agricoli, che ha segnato il boom mediatico sulla Terra dei Fuochi e mostrare, con l’aiuto dei dati raccolti tramite le api, la possibile sicurezza alimentare delle coltivazioni. “Le api sono state scelte perché riescono a monitorare tutti i comparti ambientali: la vegetazione, intercettano le particelle sospese nell’aria, si abbeverano con l’acqua, toccano il suolo – spiega Antonio De Cristofaro, entomologo e direttore scientifico del progetto, mentre indossa la tuta da apicoltore e si avvicina all’alveare –. Attraverso esami chimici mirati, si controllano gli inquinanti che derivano, in particolare, dalla combustione di rifiuti urbani. I due elementi che possono dare una quantificazione sono soprattutto cadmio e piombo. Ma le analisi sono state estese anche altri elementi chimici”.
Il vento si fa sentire con una folata leggermente più forte, ma le api non sembrano esserne infastidite, entrano ed escono indisturbate dalle arnie. Davanti a due di queste, sono state posizionate le gabbie under basket, contenitori in cui cadono le api quando muoiono, un modo semplice per prelevarle e poi analizzarle in laboratorio. “Controlliamo che il numero degli insetti morti nelle gabbie sia naturale oppure eccessivo, per capire se ci sono fattori esterni che ne compromettono il benessere – spiega Riccardo Terriaca, intento a mani nude a sollevare un telaino -. Campioni di api adulte, pezzi di cera e di miele vengono inviati al dipartimento di agraria dell’Università del Molise, per le analisi”. In termini numerici, si tratta di famiglie di api tra le 10 e le 15mila bottinatrici che svolgono nelle loro perlustrazioni circa 10 milioni di microprelievi nell’aria, tra la vegetazione, nell’acqua e sulla terra, su una superficie di circa 7 km2. “Con le api – aggiunge il professore De Cristofaro – si ottiene in tempo reale la fotografia dell’inquinamento e si rilevano eventuali variazioni. Il progetto ha infatti senso se protratto nel tempo, perché se i livelli di alcuni inquinanti salgono, bisogna allarmarsi”. “Su un apiario, per esempio – spiega il direttore di CoNaProA, mentre ripone gli attrezzi da apicoltore nella sede del consorzio – abbiamo trovato particelle d’oro, che probabilmente provenivano da discariche di materiale informatico. In un’altra di titanio, legate ai residui bellici della seconda guerra mondiale”.



Come “Terra dei Fuochi” si indica il territorio dei 55 comuni tra la parte meridionale della Provincia di Caserta e la parte settentrionale della Provincia di Napoli dove sono stati interrati rifiuti tossici e dove i roghi di rifiuti compromettono aria, terre ed ambiente, secondo la mappatura fornita il 23 dicembre 2013 dal Ministero delle politiche agricole. Sostanze che incidono in modo preoccupante sulla salute delle persone. Gli studi dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss)   dal 2014 hanno documentato in quest’area “un’elevata mortalità per un insieme di patologie” come tumori e presenza alla nascita di malformazioni. Nel 2016, l’Iss ha aggiunto che “la mortalità è in eccesso rispetto alla media regionale”, in particolare per i tumori dell’apparato urinario (ma si parla anche di quelli che colpiscono polmone, fegato, stomaco, vescica, pancreas, rene), che i bambini ricoverati nel primo anno di vita sono troppi e che “le esposizioni a emissioni e rilasci dei siti di smaltimento e combustione illegale dei rifiuti possono avere svolto un ruolo causale o concausale”. Su 51 siti classificati a rischio è stata, inoltre, bloccata la vendita di prodotti ortofrutticoli con ripercussioni sull’agricoltura che sono andate oltre il territorio mappato.



Gennaro Granata, produttore agricolo, controlla le sue mele annurche, prodotto tipico della zona e impollinato dalle api 

I rifiuti di tipo industriale, chimico e urbano sversati in terreni ad uso agricolo – spiega Angelo Milo, direttore di Coldiretti Caserta, all’ombra degli alberi di nocciolo – hanno portato i consumatori a stare attenti ai prodotti provenienti da quelle aree”. Non si può coltivare, per esempio, nella zona della discarica di Calvi Risorta. Per osservarla dall’alto, si viaggia su stradine sterrate costeggiate da erba altissima, con la sensazione di avere gli occhi addosso, anche se non ci sono. Si arriva su un ponte, un piccolo immondezzaio a cielo aperto, in cui è stato gettato un po’ di tutto. Sulla discarica è ricresciuta la vegetazione. Poco più in là, invece, cominciano a notarsi filari di alberi di pesche.
La tutela ambientale è ora più forte” e i controlli sono diventati più stringenti, ha detto il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti pochi giorni fa al margine di un’operazione antinquinamento relativa alle prime due settimane di marzo 2017 nella “Terra dei Fuochi” da parte dei Carabinieri di Napoli e Caserta. Tre le persone scoperte mentre scaricavano rifiuti speciali su un rogo appiccato su un fondo agricolo e altre 134 le persone denunciate per reati relativi a gestione dei rifiuti e inquinamento. Inoltre, 19 aree agricole sono state sequestrate, così come sei discariche abusive, 800 kg di materiali ferrosi e 70 kg di alimenti scaduti. “Sul territorio tra Napoli e Caserta c’è la struttura di polizia specializzata in materia forestale, ambientale e agroalimentare più grande d’Europa”, ha detto Galletti il quale ha sottolineato che è necessario fare prevenzione, per eliminare i danni del passato.



Nelle aule accademiche dell’Università del Molise a Campobasso, le ricerche di laboratorio – in questo caso relative al biomonitoraggio nel periodo tra maggio 2014 e luglio 2015 – hanno rilevato metalli pesanti e micro polveri. “Si lavora su campioni di miele e di api incenerite”, spiega Giuseppe Palumbo, professore di chimica agraria all’Unimol, mostrando provette di vetro e macchinari, con i quali dà vita agli esperimenti. Gli esami si sono concentrati nella ricerca, tra gli altri, di livelli di cadmio, nichel, zinco, cromo, manganese, alluminio, ferro, magnesio e piombo. “Tutti i mieli analizzati non presentano valori di elementi chimici superiori a quelli ritenuti accettabili in altri prodotti alimentari” precisa il direttore scientifico De Cristofaro, il quale evidenzia che per avere un quadro più completo è necessario ripetere il biomonitoraggio per almeno tre anni “nella consapevolezza che indicazioni di maggior valore potranno scaturire solo dall’analisi delle oscillazioni delle quantità di eventuali inquinanti nel tempo”. Le ricerche sono state incentrate su 28 elementi, tra cui 14 metalli pesanti, dei quali  mercurio, cromo, cadmio e piombo sono considerati tra i più pericolosi per la salute. In una relazione conclusiva il direttore scientifico afferma che “nei terreni biomonitorati dalle api non sono state rilevate presenze inquinanti biodisponibili in quantità tali da pregiudicare la sicurezza delle produzioni agroalimentari locali”. I campioni sono stati prelevati con cadenza mensile nelle 10 stazioni posizionate sui diversi terreni. E i livelli di metalli rilevati dal miele e dalle api sono stati comparati con quelli di altre aree, nel caso specifico del Basso Molise. I risultati non sono ancora stati pubblicati su riviste scientifiche, in quanto il progetto è in attesa di ulteriori finanziamenti.




Gennaro Granata, giovane coltivatore di mele annurche, passeggia tra i suoi alberi raccontando soddisfatto che questo frutto ha una storia millenaria, tanto da essere raffigurato in una delle case di Pompei. Grazie all’introduzione di api nel meleto durante le fioriture, ha notato un aumento della qualità e quantità delle coltivazioni. “Le mele sono migliori – dice – e grazie alle api abbiamo anche un’omogeneità di calibri”. Gli insetti impollinatori sono termometri dell’ambiente e alla natura portano benefici, che toccano anche produzioni non direttamente collegabili alla vegetazione, come le mozzarelle di bufala. A pochi chilometri da Vairano Patenora, Davide Letizia ha un allevamento di circa 1500 bufale, che donano 250 quintali di latte al giorno. Vivono in capannoni aperti e osservano con sguardo curioso, si avvicinano, annusano cordiali. Si trovano a Pietramelara (CE), il cui nome, si dice da queste parti, deriva dalle montagne porose che circondano il paese, tra le quali le api andavano a fare il miele. D’altronde sullo stemma del Comune sono disegnate tre api d’oro. Le bufale si nutrono di foraggi che vengono prodotti nella stessa azienda e che sono per lo più a base di erba medica, cereali e insilati di mais. “L’erba medica, che per crescere ha bisogno dell’impollinazione – spiega Davide Letizia – è usata per fornire fibre e proteine all’alimentazione dell’animale ed è indispensabile, dunque, per la produzione di latte. Grazie alle api aumentano le rese di erba medica e otteniamo un foraggio di buona qualità, che influisce sul miglioramento qualitativo delle mozzarelle, esportate in tutto il mondo”.  


 

L’entomologo Antonio de Cristofaro e direttore scientifico del progetto C.A.R.A Terra, vicino la discarica di Calvi Risorta, considerata la discarica sotterranea più grande d’Europa


E se le api sono sensori di ciò che accade nell’ambiente, esperimenti sull’incidenza dell’inquinamento ambientale sulla salute emergono dal progetto di ricerca “Eco Food Fertility”, che parte dall’analisi sugli spermatozoi umani e che di recente è stato citato dall’inchiesta della trasmissione “Presa Diretta” sull’aumento dell’infertilità maschile. È nato proprio nel cuore della Terra dei Fuochi. “Una prima fase dello studio ha messo in evidenza che chi vive nella Terra dei Fuochi accumula più metalli pesanti nel sangue e nello sperma, – spiega l’ideatore del progetto, l’andrologo Luigi Montano – con una riduzione delle difese antiossidanti, che rendono l’organismo più suscettibile alle malattie”. Una seconda fase del progetto riguarderà la ricerca sull’alimentazione e su come elevati consumi di vegetali e alimenti biologici possano ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento.
Ci sono dunque tentativi diversi di restituire sicurezza alimentare a un territorio gravato dal problema ambientale. Un problema complesso e che non tocca, seppure per origini variegate, solo la Terra dei Fuochi. Il progetto di biomonitoraggio con le api, come rilevatrici di sostanze inquinanti, è stato esteso, per esempio, anche su alcuni comuni del Molise e sul nucleo industriale di Venafro – Pozzilli, in Provincia di Isernia, al confine con l’Alto Casertano. Il 14 gennaio 2017, a Venafro, considerata la città più inquinata del Molise per le polveri sottili, circa 5mila persone sono scese in piazza per manifestare i problemi di inquinamento e chiedere soluzioni. In prima linea anche le Mamme per la salute e l’ambiente Onlus, che da circa 10 anni chiedono alle istituzioni un monitoraggio approfondito di tutte le matrici ambientali e di capire, con dati scientifici alla mano, l’incidenza sulla salute delle persone. “Fino ad oggi abbiamo ottenuto solo documenti stringati – commenta l’associazione delle Mamme per la salute – chiediamo invece analisi più approfondite”.
I metodi per monitorare l’ambiente sono diversi, ma le api, silenziose sentinelle, possono essere valide alleate, anche per mettere luce sulla necessità di risanamento delle zone avvelenate del nostro Paese e sulla consapevolezza che salubrità del territorio, alimentazione e benessere delle persone sono legate in modo indissolubile.
Adelina Zarlenga, Monica Pelliccia
Questo reportage fa parte del progetto giornalistico #Hunger4Bees realizzato grazie al supporto del programma Journalism Grant Innovation in Development Reporting Grant Programme (IDR) del Centro Europeo di Giornalismo.


fonte: www.ilfattoalimentare.it
 

L’importanza di conoscere le api: intervista a Giorgio Poeta

Il giovane apicoltore marchigiano è il simbolo di un modo di fare impresa in modo sostenibile; informare e sensibilizzare su tematiche ambientali diventa una chiave etica per creare prodotti di qualità.
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Sin dagli anni Novanta del secolo scorso, scienziati e apicoltori stanno denunciando l’aumento di mortalità delle api e degli altri insetti impollinatori, motivandolo con uno squilibrio tra il modello di produzione agricola attuale, incentrato sulla contaminazione del vivente tramite l’ausilio di sostanze chimiche attive, e le esigenze della biodiversità all’interno dei cicli naturali degli ecosistemi. L’approccio sempre più meccanico e orientato alla monocultura, deriva dalla volontà industriale di incrementare le capacità produttive in maniera sempre più efficiente, ma esistono storie di successo che non guardano tanto i numeri, quanto la qualità delle relazioni e del rapporto con l’ambiente.
Giorgio Poeta, apicoltore marchigiano classe ’84, è riuscito a far arrivare il proprio miele nei ristoranti più prestigiosi del mondo grazie alla sincera umanità del suo approccio, volto a far conoscere le api e l’importante processo di cui sono protagoniste. E proprio le api potrebbero giocare un ruolo chiave per il futuro dello sviluppo rurale, diventando termometri di sostenibilità in grado di dettare le linee guida dell’agricoltura amica dell’ambiente.

Iniziamo col parlare un po’ di te. Cosa rende unici i tuoi prodotti?
“Negli ultimi anni ho cercato sempre di più di focalizzare l’attenzione non sul miele ma su chi veramente lo produce, le api, e sull’ambiente sano che le circonda. Questa è una cosa che non fa mai nessuno perché tutto è sempre concentrato sul prodotto. È vero che gli utili sono importanti, ma desidero crearli mettendo le api al centro del discorso, mostrando immagini naturali che consentano di innamorarsi di loro, facendo scoprire cosa succede dentro la cassetta, cosa che nessuno conosce. È questo il valore aggiunto: spendere tempo ed energie per comunicare. Non comunicare il marchio e il prodotto, ma comunicare cosa viene fatto e come viene fatto. Per questo è fondamentale creare un team: me, le persone che mi aiutano e le api, sempre cercando di ragionare a 360° gradi”.

Il processo di produzione è sempre importante per l’impatto che può avere sull’ambiente. Quando un miele può definirsi davvero sostenibile?
“Assicurandosi che tutte le attività di allevamento del lotto siano state fatte nel massimo rispetto della freschezza. Non devono esserci alimentazioni forzate dell’ape ma vanno rispettati i cicli dell’ape stessa. Si cerca di stressarla al minimo, di farla vivere in ambienti salubri, tenendola lontana da strutture intensive o da fiori su cui si effettuano trattamenti. Naturalmente tutto ciò avviene a discapito della quantità”.

A oggi un quinto degli invertebrati sono a rischio estinzione a causa di perdite di habitat naturali, sviluppo di infrastrutture e specie aliene invasive. La produzione si basa sempre più sul mito dell’incremento delle capacità produttive e, secondo il monitoraggio nazionale pollini 2010-2015, più del 55% dei campioni è contaminato da almeno un pesticida con più di 10 molecole chimiche tossiche. Francesco Panella (Presidente Unaapi) ha proposto di usare la produttività e la sopravvivenza delle api mellifere come termometro di sostenibilità da inserire nei piani di sviluppo rurale, così che l’agricoltura sarà sostenibile quando le api dimostreranno di poter vivere e produrre. Qual è la tua opinione?
“Sono completamente d’accordo con quanto afferma Panella. L’ape è un bioindicatore ambientale di prim’ordine, il bioindicatore ambientale per eccellenza. Purtroppo oggi l’agricoltura non viene minimamente considerata dal punto di vista zootecnico, chi lavora nel settore è sempre l’ultima ruota del carro per gli interventi legislativi. Forse è banale ricordarlo, ma i poteri forti sono le aziende di fitofarmaci: loro sono i ricchi e noi i poveri, e per questo non avremo mai voce in capitolo se non attraverso la nascita di una coscienza critica da parte dei cittadini in prima persona. Non bisogna più nascondersi, giustificarsi additando la presenza delle lobby. Se ogni individuo iniziasse a rispondere in modo esigente, richiedendo prodotti davvero sani, a quel punto il mercato dovrebbe cambiare per rispondere”.

Chiudiamo con una nota di gusto. Sei stato il primo a creare il miele in barrique. Torniamo al momento in cui è sorta la prima illuminazione. Cosa stavi facendo? Qual era l’obiettivo?
“L’idea mi è venuta una sera a cena con mio fratello, Mario D’Alessio e Leopardo Felici, un produttore di Verdicchio. A un tratto Leopardo si rivolge a Mario e gli dice: ‘sai che ho avuto un’idea? Inizierò a innovare il Verdicchio nelle barrique’. Si trattava di un processo inusuale per il Verdicchio, e io sono intervenuto nella conversazione: ‘Leopardo, se tu ci metti il Verdicchio io ci metto il miele’. In principio è stata una specie di battuta, ma tutte le battute hanno una mezza verità e, dal momento che volevo fortemente differenziarmi, sono stato quasi costretto a fare una cosa del genere. Il mio obiettivo era cercare di capire quale fosse la chiave di volta per entrare nelle case, nel cuore delle persone. Per trasmettere loro l’emozione di un prodotto che mangi e diventa parte di te è fondamentale sapere come questo viene fatto, perché viene fatto. Il mio miele deve creare un’esperienza, questo è il focus della ricerca. Il momento dell’assaggio di un prodotto dev’essere la chiusura del cerchio, non il primo passaggio. Prima bisogna sentire il lavoro che c’è dietro, la fatica, i pensieri di chi lo produce, l’amore che si mette in quello che si fa. Così facendo quando si assaggerà il prodotto si saprà già che è fantastico”.

fonte: http://nonsoloambiente.it

La moria delle api, un problema inarrestabile

ape
Un ecosistema in rovina. Il problema eccede la singola specie delle api domestiche da miele e coinvolge per intero il genere degli apoidei, base della biodiversità e della vita umana, in assenza dei quali non potremmo mai godere di ogni singola gioia alimentare che il nostro territorio ci offre.
Sebbene l’egocentrismo umano negli ultimi anni si sia spinto a livelli estremi arrivando alla considerazione di sé come padrone di questo mondo, l’ambiente ci sta inviando segnali cercando di dimostrarci quanto in realtà siamo animali dipendenti da quest’ultimo.
La natura è la nostra casa e la nostra gabbia e la relazione con essa ha forti caratteri antroponimi, il suo comportamento è la risposta delle nostre azioni, la conseguenza di ciò che le forniamo. Siamo gli ospiti che fanno danni e che non vogliono pagare.
Le associazioni degli apicoltori Conapi e Unaapi hanno reso noto che dagli anni Novanta vi è un declino inarrestabile della produzione di miele dovuto al calo delle capacità produttive delle api e della loro sopravvivenza, denunciando come causa particolare l’uso di pesticidi e in generale il modello di produzione agricola agroindustriale che vede l’affermarsi di colture OGM e il reiterarsi delle monocolture in monosuccessione. Il fenomeno è stato nominato “Colony collapse disorder” (Ccd) nonché “disturbo da collasso dell’alveare”. Il caso italiano ha visto solo nel 2007 un aumento della mortalità delle api di circa il 35% contro la moria naturale che prevede circa un 10-15%; inoltre nonostante sia la quarta apicoltura su scala europea, con 1.100.000 alveari e 75.000 (dati Unaapi 2004), lo strumento legislativo attuale risale al 1926.
Le cause sono molteplici e si estendono dai problemi naturali come infestazioni di parassiti a l’eccessivo uso agricolo di prodotti chimici. L’acaro parassita “Varroa destructor” è l’infestatore più ricorrente, provoca malformazioni ed elevata mortalità, tuttavia se le api fossero esposte soltanto a crisi e attacchi dal mondo naturale stesso la situazione non sarebbe così grave.
Il settore agricolo negli ultimi anni ha incentivato l’uso di neonicotinoidi come pesticidi, sono prodotti di sintesi sistemici che ricoprono e si diffondo attraverso l’intera pianta rendendo possibile una protezione totale e quasi perfetta, il loro utilizzo massiccio è sostenuto e giustificato dalla bassa tossicità nei confronti dei vertebrati e dalla applicazione locale che garantisce una copertura totale. A tali effimeri benefici si contrappone una conseguenza drammatica, sono chimicamente affini alla nicotina e pertanto agiscono a livello neuronale provocando paralisi che degenerano nella morte dell’insetto che ne entra in contatto. Il Tiacloprid è il pesticida più utilizzato e proposto come cancerogeno di categoria 2 da parte dell’ECHA. Altro pesticida largamente impiegato nelle colture europee è il Clorpirifos (CPY), dannoso per la sua capacità di diffusione aerea e dunque per la contaminazione dell’ambiente circostante.

Per ovviare il problema e dunque mantenere costante l’offerta e il prezzo del prodotto, molti stati hanno trovato come soluzione-toppa l’attuazione di pratiche illegali come la commercializzazione di falso miele, attraverso il processo di adulterazione vengono aggiunti zuccheri alle miscele creando un prodotto di qualità inferiore e privato di neutralità e purezza. Questa pratica è sempre più frequente e affinata soprattutto nei paesi asiatici e negli Stati Uniti dove ci si è addirittura spinti all’utilizzo di zuccheri del riso in quanto non individuabili attraverso l’analisi del Carbonio Tredici.
Credo che uno dei problemi fondamentali della razionalità umana sia il fatto di cercare costantemente soluzioni volte a modificare l’effetto del problema e non la sua radice.
Ci stiamo autodistruggendo, stiamo distruggendo la nostra casa e da soli non potremmo mai riuscire a sopravvivere. I primi sintomi di sofferenza si stanno già rilevando, il nostro ambiente ci manda segnali sempre più spesso. Perché non lo ascoltiamo? Intere specie stanno lentamente scomparendo, non potremmo più beneficiare di prodotti importanti. Perché non lo comprendiamo?

fonte: www.greenme.it

Il glifosato anche nel miele: una minaccia concreta!

E' quasi impossibile sfuggire alla contaminazione del potente erbicida brevettato da Monsanto. Si ritrova dappertutto, dal latte materno, al pane quotidiano al miele delle api...

Il glifosato anche nel miele: una minaccia concreta!
Il glifosato, l’erbicida brevettato dalla Monsanto, e spacciato ormai in ogni negozio di agraria sotto diversi nomi continua a impensierire. Lo abbiamo già scritto altre volte, dimostrando la sua capacità di penetrazione. Si trova nella verdura e si trova anche nel pane. Anche perché viene usato ormai ovunque, anche nelle aiuole per cercare di estirpare le erbacce. Ma adesso dagli Stati Uniti arriva uno studio che ci informa su una nuova frontiera valicata dall’agricoltura chimica e industriale: il miele!
Ricercatori della Boston University e Abraxis LLC hanno trovato tracce significative di glifosato nel miele. Addirittura il 62% dei mieli convenzionali risultano contaminato, ma udite udite anche il 45% dei mieli biologici sottoposti alla prova, per una presenza che possiamo considerare accidentale, ma che comunque getta forte discredito sulla convivenza delle colture ogm con quelle biologiche.
La spiegazione di questa pervasività in realtà è piuttosto semplice: un’ape può volare ogni giorno e per più volte fino a sei miglia di distanza per cercare il nettare e riportarlo indietro. Risulta davvero difficile per le api, come per tanti altri impollinatori, sfuggire a queste sostanze nei terreni urbanizzati e nei paesaggi agricoli.
L’uso degli erbicidi, riconducibili soprattutto al principio attivo noto come glifosato, prodotto di cui la Monsanto ha detenuto il brevetto esclusivo fino al 2001, e oggi commercializzato sotto diversi nomi da diverse case produttrici, viene largamente utilizzato come un prodotto innocuo. Ma c'è anche un paradosso da svelare: il glifosato purtroppo, seppur ritenuto dannoso per il sistema endocrino e riproduttivo umano, non capiamo bene come, in Italia non viene neppure cercato dalle autorità preposte al controllo. Come conferma  l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) la sua presenza nelle acque è ampiamente confermata anche da dati internazionali, ma il suo monitoraggio, in Italia, è tuttora effettuato solo in Lombardia, dove la sostanza è presente nel 31,8% dei rilevamenti nelle acque superficiali. La verità è che il glifosato si ritrova ormai dappertutto, anche nel latte materno. Bisogna ridurre al più presto l'uso sconsiderato di questo erbicida: una tesi sempre più condivisa anche nel mondo della ricerca scientifica.

Fonte: Natural News