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Al via il primo progetto italiano di aggregazione di unità di accumulo residenziali
















Le province di Brescia, Bergamo e Mantova sono protagoniste della prima sperimentazione in Italia che aggrega sistemi residenziali di accumulo di energia per consentire anche agli utenti privati di partecipare ai programmi di gestione attiva della domanda


La sperimentazione, avviata da Enel X in collaborazione con RSE, consiste nell'inserire gli accumuli residenziali all'interno degli aggregati UVAM (Unità Virtuali Abilitate Miste), che permettono la partecipazione delle risorse distribuite alla fornitura di servizi di flessibilità alla rete elettrica. Enel X, in qualità di aggregatore, già a fine dicembre 2019 aveva inserito all’interno di questa sorta d’impianto virtuale più di 100 impianti fotovoltaici con accumulo.

Gli accumuli coinvolti nel progetto vengono dotati di un sistema di comunicazione e controllo remoto; in questo modo, tenendo comunque conto delle consuete funzioni di autoconsumo, possono essere chiamati a svolgere servizi per il sistema elettrico, con una gestione che al tempo stesso punta a ridurre al minimo l’impatto sullo stato di carica e la disponibilità della batteria. Si tratta del cosiddetto "Demand Response", che consente ai consumatori di diventare anche attori attivi del sistema elettrico, aumentando o riducendo il proprio consumo energetico in risposta ai picchi di offerta o domanda elettrica.

"Il potenziale di questa sperimentazione è enorme: ci sono migliaia di batterie residenziali in Italia che potranno contribuire a garantire la stabilità del sistema elettrico. Si tratta di una pietra miliare per il Paese nel percorso verso un modello energetico sempre più sostenibile. – spiega Marco Gazzino, Responsabile Innovazione e Product Lab di Enel X – Nello specifico, l’aggregatore abilita gli impianti di generazione e accumulo distribuiti sul territorio a partecipare al mercato dei servizi di rete fino a poco tempo fa riservato solo ai grandi impianti di produzione o ai carichi industriali. Anche per gli utenti residenziali sarà possibile quindi trasformare la propria batteria in una risorsa attiva".

La sperimentazione, che si concluderà alla fine del 2020, è ancora aperta alle adesioni di tutti i proprietari di impianti residenziali (anche aziendali, se di piccole dimensioni) situati nella Regione Lombardia; oltre ad Enel X, l'altro aggregatore coinvolto nel progetto sul territorio lombardo è Evolvere Spa. Le nuove richieste di adesione devono essere effettuate registrandosi al sito https://accumulilombardi.rse-web.it/.
Riferimenti

fonte: http://www.nextville.it/

Gli accumuli domestici e gli effetti sulle emissioni. Il caso statunitense

Una ricerca Usa simula l’impatto dell’uso degli accumuli residenziali sulle emissioni di CO2 delle abitazioni in cui sono installate. L'effetto riduzione non è scontato. Questi risultati sono applicabili anche all’Europa o all'Italia?

















Gli accumuli di elettricità domestici (Aed) sono una delle punte di lancia della conversione energetica alle energie rinnovabili: massimizzando l’utilizzo dell’elettricità rinnovabile autoprodotta, daranno un forte contributo alla stabilizzazione della rete e alla riduzione delle emissioni di CO2.
Questa prospettiva, però, viene adesso messa in dubbio dall’ingegnere Oytun Babacan, dell’Università della California a San Diego, che ha appena pubblicato su Environmental Science & Technology, una ricerca (allegata in basso) che simula l’effetto dell’uso degli Aed sulle emissioni delle abitazioni in cui sono installate.
«L’effetto di riduzione delle emissioni da parte degli Aed non è scontato: dipende da come sono utilizzati. Al momento, in molti casi, il loro uso porta piuttosto ad una crescita delle emissioni», dice Babacan.
Lo studio di Babacan è basato sui dati raccolti nel frammentatissimo mercato statunitense dell’elettricità, dove in ogni regione del paese competono diverse aziende elettriche, con diversi mix di fonti di produzione, diverse curve di domanda e diversi piani tariffari. Ma non è detto che non possa insegnare qualcosa anche sul caso europeo.
La ricerca si basa sulla simulazione di uso di un Aed di 10 kWh/5 kW, in tre modalità diverse:
  • lo shifting, cioè l’accumulo dell’energia presa dalla rete in certi momenti, e il suo rilascio per l’uso in casa in altri;
  • l’autoconsumo, cioè l’accoppiata FV+Aed, al fine di utilizzare al meglio l’energia dei pannelli solari;
  • l’arbitrage, cioè il futuristico (per ora in sperimentazione solo in aree ridotte) accumulo dell’energia dalla rete in certi momenti, e il rilascio in rete di quanto accumulato, in altri.
Per ognuna di queste tre modalità, poi, si sono considerati due scopi alternativi:
  • massimizzare il guadagno monetario (come risparmio in bolletta o come vendita dell’energia alla rete)
  • massimizzare la riduzione delle emissioni di CO2.
Mentre nel caso dello shifting a dell’arbitrage, il confronto è stato fatto fra una abitazione senza Aed e una con Aed, nel caso del FV+Aed, il confronto è fra una casa con fotovoltaico e una con FV+Aed, considerando anche che negli Usa quasi sempre è possibile usufruire del net-metering, il corrispondente locale del nostro scambio sul posto: cioè l’energia solare non usata dall’utente, anche senza accumuli, comunque viene inviata alla rete e remunerata.
Questi sei diverse modalità di utilizzo degli Aed, sono state infine inserite negli scenari delle otto grandi “regioni elettriche” Usa, che differiscono fra loro per fonti di produzione, andamento dei consumi e tariffe.
«Per rendere realistica la simulazione abbiamo anche considerato un’efficienza del 90% fra carica e scarica degli Aed; ciò vuol dire che il 10% dell’elettricità si perde in questo passaggio. I risultati mostrano che usare gli Aed solo a fini di guadagno o risparmio, porta ad aumentare le emissioni di CO2. E fra i tre sistemi, in questo caso, quello che le fa aumentare di più, fino a 200 kg/anno, risulta essere l’Aed+FV, seguito dallo shifting e poi dall’arbitrage».
Quando invece l’Aed è usato per massimizzare la riduzione delle emissioni, il risultato migliore, con 400 kg in meno l’anno, si ha con l’arbitrage, seguito dallo shifting e poi all’Aed+FV che quasi mai porta a riduzioni, rispetto al solo fotovoltaico. Nel grafico, di non facile lettura, i risultati dello studio nei diversi casi.
La scarsa, o addirittura negativa, efficacia del FV+Aed nel ridurre le emissioni, si deve al fatto che il net metering (o scambio sul posto) permette già all’utente di cedere l’elettricità solare alla rete, e poi, virtualmente, di riprendersela quando il sole non brilla: l’aggiunta del passaggio nella batteria domestica, migliora certo il bilancio economico, ma può peggiorare le cose quanto a emissioni, visto che l’efficienza dell’accumulo non è del 100%.
«In generale usare accumuli domestici per risparmiare è particolarmente dannoso dal punto di vista climatico, dove le fonti elettriche emettono molta CO2, perché spesso i momenti di prezzi bassi, in cui si ricaricano le batterie, coincidono con il maggiore uso di carbone. Significa che in quella situazione gli Aed possono contribuire a ridurre la CO2 solo se programmati per accumulare dalla rete quando le emissioni sono basse, e rilasciare energia, in casa o nella rete, solo quando le emissioni di rete sono alte, senza considerare il prezzo del kWh», spiega Babacan.
Ma queste conclusioni possono essere riportate anche al caso europeo?
«Non conosco i dati di emissioni, curve e tariffe dei sistemi elettrici delle varie nazioni europee – dice l’ingegnere americano – però sicuramente fra i tanti sistemi elettrici Usa, qualcuno somiglierà di più a quelli di questo o quel paese europeo e potrà quindi essere usato per fare una previsione dell’effetto degli accumuli domestici in quel contesto. Una cosa però è certa, negli Usa come nell’Unione europea: più in un sistema elettrico prevalgono le rinnovabili, e più gli Aed, se ben programmati, possono contribuire a ridurre ulteriormente la CO2. E questo sembra essere particolarmente vero nel caso dell’arbitrage ottimizzato per ridurre le emissioni, con gli Aed che sostituiscono altrettanta potenza da fonti fossili, come compensazione delle fluttuazioni delle rinnovabili intermittenti».
«Lo studio di Babacan e colleghi è indubbiamente svolto con rigore metodologico», ci dice Luigi Mazzocchi, ingegnere dell’RSE, Ricerca sul Sistema Energetico, il braccio tecnico-scientifico del Gse.
«Secondo me, però, confonde un po’ le idee sull’effetto delle varie opzioni, il non aver chiarito bene che chi ha installato il fotovoltaico già ha ridotto di molto le sue emissioni, rispetto a chi ha installato soltanto l’Aed. Questo spiega anche i risultati “deludenti” dell’opzione FV+Aed, confrontata con chi ha solo il fotovoltaico. Avessero confrontato un utente con FV+Aed, con uno privo di entrambi, avrebbe reso tutto molto più chiaro».
Mazzocchi esclude poi che le opzioni shifting e arbitrage, siano praticabili in Italia.
«Semplicemente non sono convenienti, per motivi tariffari: secondo i miei calcoli in entrambi i casi, accumulando quando l’energia costa meno e usando o rivendendo l’energia accumulata quando costa di più, l’utente finirebbe per incassare, appena 100 euro l’anno circa».
L’unica opzione realistica da noi è quindi la FV+Aed, e non solo per massimizzare l’autoconsumo, che è praticamente l’unica ragione per cui oggi si installano gli accumuli.
«La SEN prevede di portare il fotovoltaico in Italia a 60 GW, dai 20 attuali, il che provocherà un grosso sbilanciamento nella produzione elettrica, che, se non risolto, porterà a sprecare almeno un terzo dell’energia solare prodotta. Per evitarlo occorrerà far sì, con opportuni strumenti politici e normativi, che buona parte di quella nuova potenza sia installata sui tetti, e che sia necessario dotarla di accumulatori, per esempio eliminando lo scambio sul posto. Questo permetterà ai tanti, singoli sistemi di accumulo, di agire come un tampone, assorbendo l’energia solare quando è in eccesso, riutilizzandola o reimmettendola in rete quando invece è insufficiente a soddisfare la domanda».
In sintesi, conclude Mazzocchi: «Se consideriamo il sistema energetico attuale, con prevalenza di fonti fossili, hanno ragione gli autori dello studio americano: gli Aed, se usati solo a fini di guadagno, rischiano di far aumentare le emissioni. Ma se consideriamo i sistemi elettrici del prossimo futuro, fortemente basati su fonti rinnovabili intermittenti, solo una grande diffusione degli Aedpermetterà di usare solare ed eolico in modo efficiente, facendo calare ulteriormente le emissioni. Senza lo storage, sistemi energetici del genere non saranno proprio immaginabili».
fonte: https://www.qualenergia.it

Batterie di accumulo: il mercato globale crescerà più del previsto





Nel suo ultimo rapporto, la società di ricerca Bloomberg New Energy Finance ha innalzato in maniera significativa le proprie precedenti stime sullo sviluppo del mercato dei sistemi di accumulo energetico nei prossimi decenni.
Entro il 2040, il mercato globale dei sistemi di stoccaggio energetico (escludendo il pompaggio idroelettrico) crescerà fino a raggiungere un totale di 942 GW / 2.857 GWh, attirando investimenti pari a 1.200 miliardi di dollari nei prossimi 22 anni. Si tratta di cifre enormi, supportate dalla previsione che da qui al 2030 il costo di un sistema di accumulo agli ioni di litio diminuirà di un ulteriore 52%, in aggiunta al forte calo già registrato nel corso dell’attuale decennio.
Due terzi della capacità installata sarà concentrata in soli nove paesi: Cina, Stati Uniti, India, Giappone, Germania, Francia, Australia, Corea del Sud e Regno Unito. Nel brevissimo termine sarà la Corea del Sud a dominare il mercato, mentre gli Stati Uniti subentreranno intorno al 2020. Ma sarà successivamente la Cina a salire sul podio, già nel corso del prossimo decennio, per poi mantenere saldamente il primato fino al 2040.

Anche l’Africa
, però, rappresenterà un mercato interessante, poiché – si legge nel rapporto – è probabile che le utility "riconosceranno sempre più che i sistemi in isola che combinano fotovoltaico, diesel e batterie di accumulo sono meno costosi, nei luoghi remoti, rispetto a un'estensione della rete elettrica o all’installazione di un generatore alimentato con soli fonti fossili".
Nel 2040, nonostante i tassi di crescita previsti, l’accumulo energetico stazionario rappresenterà soltanto il 7% della domanda complessiva di batterie; questa, infatti, sarà dominata dal mercato dei veicoli elettrici, il vero fattore determinante per quanto riguarda l’equilibrio tra domanda e offerta e per la determinazione dei prezzi di metalli fondamentali, quali litio e cobalto.
Per quanto riguarda le applicazione dei sistemi di accumulo, Bloomberg New Energy Finance prevede che almeno fino al 2035 la maggior parte della capacità di storage consisterà in sistemi di media-grande taglia, installati e gestiti dalle utility. Soltanto in seguito ci sarà un’esplosione delle installazioni per autoconsumo, presso edifici commerciali e industriali e in milioni e milioni di edifici residenziali.

fonte: http://www.nextville.it

Storage: Le vecchie batterie Nissan illumineranno lo stadio di Amsterdam

Il riuso energetico delle batterie auto segna un nuovo record all’interno della Johan Cruijff Arena: lo stadio contribuirà a stabilizzare la rete elettrica olandese





Le partite in casa dell’Ajax? Saranno giocate sotto la luce della sostenibilità energetica. La Johan Cruijff Arena è da oggi, infatti, l’edificio commerciale dotato del più grande impianto d’accumulo elettrico a base di vecchie batterie Nissan. Il progetto – parte di un’iniziativa più ampia che mira a rendere lo stadio olandese vero e proprio gioiello d’innovazione– è stato inaugurato ufficialmente oggi alla presenza Udo Kock, Assessore all’Economia e alle Finanze di Amsterdam e gli altri partner dell’iniziativa: Nissan, Eaton, BAM, The Mobility House.

Il sistema di stoccaggio è stato realizzato presso il parcheggio dell’arena combinando nuove unità di conversione d’energia di Eaton e batterie equivalenti di 148 Nissan LEAF. Con i suoi 3 MW di potenza e 2,8MWh di capacità (e la possibilità di ampliare la taglia in futuro), l’impianto funzionerà come un alimentatore di emergenza, coprendo i picchi del fabbisogno energetico e garantendo stabilità nella rete energetica in risposta alla produzione rinnovabile, compresa quella proveniente dai suoi oltre 4000 pannelli fotovoltaici.

Per gestire tutto ciò, Amsterdam ArenA ha creato una propria società energetica, la Amsterdam Energy ArenA bv, che occuperà di produrre, immagazzinare, distribuire e vendere l’energia.

Come spiega Henk van Raan, Direttore innovazione Johan Cruijff ArenA “Attraverso questo sistema di accumulo di energia, la neo costituita Amsterdam Energy ArenA BV, sarà in grado sia di utilizzare meglio le proprie fonti rinnovabili sia di scambiare in modo più efficiente l’energia accumulata nelle batterie dei veicoli elettrici”. Lo stadio si assicurerà in questo modo una notevole quantità di energia, anche durante i black out, riducendo l’uso di generatori e diminuendo i picchi energetici che si verificano durante i concerti o le partite. “Siamo lieti di far parte del più grande sistema di accumulo di energia d’Europa sviluppato per uso commerciale. Attraverso la Johan Cruijff ArenA – ha aggiunto Francisco Carranza, Amministratore Delegato Nissan Energy – possiamo dimostrare che riutilizzare le batterie dei veicoli elettrici Nissan può contribuire a rendere l’intero sistema energetico più sostenibile ed efficiente”.


fonte: www.rinnovabili.it

Giappone: un impianto per rigenerare le batterie delle auto elettriche


















Mentre il mercato dei minerali fa schizzare in alto i prezzi di litio e cobalto (leggi anche Il mercato dei metalli si scontra con l’accumulo: turbolenze in arrivo), l’automotive mondiale è già alle prese con la prima generazione di batterie delle auto elettriche giunte “a fine vita”. I problemi da affrontare sono di diverso ordine. C’è innanzitutto la questione del riciclo: il recupero dei preziosi metalli è tecnologicamente ancora molto indietro. Per questo motivo diverse aziende hanno avviato dei programmi di ri-uso, grazie ai quali i vecchi dispostivi a litio dalle automobili sono dirottati nell’accumulo stazionario. Questo è reso possibile dal fatto che le batterie rimosse dai veicoli non sono completamente esauste. In realtà hanno perso solo il 20-25 per cento della loro capacità di ricarica, rendendosi inutili per i mezzi di trasporto ma essendo ancora valide nei dispositivi di energy storage, dal livello domestico a quello su scala utility.

C’è poi un aspetto che tocca direttamente le tasche dei consumatori: nonostante il calo dei prezzi raggiunto negli ultimi anni, le batterie al litio rappresentano ancora un quinto del costo di ciascun veicolo. Sostituirle significa dunque una spesa non indifferente.
Per venire a capo del problema la 4R Energy Corporation, una joint venture tra Nissan e Sumitomo, realizzerà in Giappone un nuovo stabilimento per rigenerare le batterie delle auto elettriche. L’impianto gestirà i vecchi dispositivi delle Nissan Leaf, l’e-car più venduta al mondo, riassemblando i moduli in nuove unità. I dispositivi rigenerati saranno venduti a circa 2.850 dollari, la metà del prezzo delle batterie nuove di zecca.

“Riutilizzando le batterie esauste delle auto elettriche, aumenteremo il valore (residuo) degli EV e rendendoli più accessibili”, ha affermato Eiji Makino, CEO di 4R, che lo scorso lunedì ha inaugurato lo stabilimento a Namie, nella prefettura di Fukushima, a circa 5 chilometri a nord dal sito del disastro della centrale nucleare. La Sumitomo ha messo a punto un processo che analizza tutti i 48 moduli contenuti in ogni batteria in sole quattro ore: quelli con capacità residue superiori all’80 per cento sono destinati al comparto di ricambio, mentre gli altri vengono riassemblati e venduti come batterie per carrelli elevatori e applicazioni a basso consumo energetico come i lampioni (leggi anche Nissan ricicla le batterie delle auto elettriche nei lampioni offgrid). L’impianto dovrebbe essere in grado di elaborare 2.250 pacchi batteria l’anno restituendo indietro “alcune centinaia” di unità.

fonte: www.rinnovabili.it

Quali prospettive per il fotovoltaico post SEN?

Come accelerare il numero delle installazioni solari in modo da passare dalla produzione annua degli attuali 25 TWh ai 72 TWh indicati nella SEN per il 2030?





















Non è una cosa banale, considerato che si tratterà di incrementare la nuova potenza collegata alla rete arrivando in poco tempo a livelli di 3 GW/a, cioè otto volte la media registrata nel recente passato. Si dovranno infatti installare entro la fine del prossimo decennio ben 35 nuovi GWuna volta e mezzo la potenza collegata alla rete in Italia dal 2005 ad oggi, con impianti residenziali, sistemi per il comparto terziario/industriale e grandi installazioni a terra. Inoltre, nel prossimo decennio molti dei nuovi impianti dovranno essere abbinati a sistemi di accumulo.
L’obiettivo del 2030 potrà essere raggiunto e anche essere superato  grazie alla progressiva riduzione dei prezzi e in presenza dell’introduzione di diverse misure di carattere normativo e regolatorio. Va infatti considerata la possibilità di un innalzamento dell’obiettivo del 27%, come richiesto nei giorni scorsi dalle Commissioni Ambiente, Industria e Energia del Parlamento europeo.
Una proposta che potrebbe essere approvata subito riguarda l’estensione dell’utilizzo del modello unico semplificato, attualmente valido solo per sistemi fotovoltaici inferiori ai 20 kW complanari alle coperture e per gli edifici posti fuori dai centri storici. Sembrerebbe ragionevole una sua applicazione per tutti gli impianti con le stesse caratteristiche per potenze fino a 1 MW.
Andrebbe quindi definito un provvedimento che consenta l’impiego di Sistemi di Distribuzione Chiusi, come richiesto dall'ordine del giorno 2085/48/10 approvato nella decima Commissione del Senato e sollecitato anche dalla Autorità Garante del Mercato e della Concorrenza.  Si consentirebbe così, per esempio, di utilizzare in maniera efficace i tetti di decine di migliaia di edifici consentendo alle famiglie di usufruire dell’elettricità solare, definendo un giusto valore per gli oneri di rete.
Per favorire l’introduzione delle batterie andrebbero poi previste delle soluzioni premiali per l’autoconsumo dell’elettricità fotovoltaica.
Si dovrebbe inoltre accelerare la timida apertura del Mercato del Servizio di Dispacciamento agli impianti rinnovabili distribuiti e ai sistemi di accumulo, valorizzando anche il contributo proveniente dal governo della domanda (Demand Response). La remunerazione di questi servizi contribuirà infatti a valorizzare gli investimenti effettuati.
A seguire, dovrebbero essere considerati prioritari anche agli impianti collocati in "siti a vocazione prioritaria" appositamente identificati dalle Regioni.
Andrebbero poi da subito sperimentati i contratti di lungo termine (PPA, Power Purchase Agreement) che tanto successo hanno avuto all’estero, prevedendo una garanzia pubblica in modo da favorire l’incrocio tra domanda e offerta.

Partiamo dalle semplificazioni autorizzative e degli iter burocratici. Per quanto riguarda gli impianti a terra, il tema principale è quello delle autorizzazioni. Premesso che andranno privilegiate aree industriali, discariche di rifiuti e cave dismesse, si potrebbero privilegiare le aree agricole abbandonate per i progetti che prevedano l’abbinamento con la coltivazione di prodotti agricoli. Una sperimentazione "agro fotovoltaica" è stata condotta con successo dal Fraunhofer Institute presso il Lago di Costanza utilizzando moduli fotovoltaici bifacciali installati ad un altezza di cinque metri. Confrontando la produzione agricola con quella di un vicino campo di riferimento, la resa è risultata inferiore del 5-20% per le diverse coltivazioni, ma la produzione dell’impianto fotovoltaico è stata di un terzo superiore rispetto alla media tedesca.  Queste tipologie di impianti, oltre a facilitazioni autorizzative, dovrebbero avere una priorità di accesso alle aste. 
Su un altro versante, quello "decentrato",le aste dovrebbero poter prevedere 
la partecipazione di aggregazioni di pluralità di impianti, favorendo in tal modo anche 
la crescita dei soggetti "aggregatori".

Insomma, sono molti gli interventi che potrebbero consentire di fare rapidamente 
ripartire il comparto fotovoltaico, con costi molto ridotti. 
Ma i tempi sono stretti ed occorrono segnali chiari, veloci e coerenti con l’ambizione 
degli obiettivi contenuti nella SEN.

*Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club e QualEnergia

fonte: http://www.nextville.it/

Staccarsi dalla rete può essere economicamente conveniente?

Grazie a fotovoltaico, batterie e cogeneratori, essere al 100% indipendenti a livello energetico è assolutamente possibile, anche se relativamente caro. Ora però una nuova analisi mostra che, in certi casi e grazie alle detrazioni fiscali, sarebbe un'opzione economicamente meno folle di quanto si pensi.

















Staccarsi dalla rete, contrariamente a quanto si pensava, in certi casi e grazie alle detrazioni fiscali, potrebbe essere conveniente già con i prezzi attuali di fotovoltaico, batterie e cogeneratori.
A mostrarlo sono delle nuove simulazioni realizzate da RSE e Anie Energia, che si inseriscono nel dibattito su un tema che inquieta utility e regolatori, quello che nel mondo anglosassone chiamano “grid defection”, termine che noi possiamo tradurre con “fuga dalla rete.”
Il rischio paventato, infatti, è quello della cosiddetta “death spiral”, “spirale della morte”, cioè lo scenario nel quale un numero crescente di utenti decide di staccarsi dalla rete pubblica, lasciando così i costi di rete e di sistema sulle spalle di una platea più ristretta di consumatori, con un conseguente rialzo dei costi dell'elettricità retail, che spingerebbe altri ancora alla fuga dalla rete.
In Italia questo rischio appare per ora remoto: nonostante i prezzi del kWh in bolletta siano relativamente alti, abbiamo un sistema elettrico abbastanza affidabile (nonostante quanto successo in Centro Italia con le nevicate dello scorso inverno) e, dal punto di vista economico, al momento ha più senso autoprodurre solo una parte dell'energia che si consuma, continuando ad approvvigionarsi dalla rete per la quota residua.
È comunque interessante l'analisi di RSE e Anie (in allegato in basso), contenuta nel nuovo "Libro Bianco sui sistemi d'accumulo", dalla quale, come anticipato, emerge che chi consuma molta energia, già ora, grazie al contributo determinante delle detrazioni fiscali, puntando sull'autarchia energetica con FV, batterie e cogenerazione, non ci rimetterebbe molto rispetto a continuare ad acquistare l'elettricità dalla rete
L'analisi di RSE e Anie
L'analisi, a partire da profili reali di consumo elettrico e termico di diverse tipologie di utenti, ha simulato il funzionamento di differenti configurazioni impiantistiche in grado di soddisfare il 100% dei fabbisogni elettrici (e in alcuni casi anche termici), calcolando quindi il relativo COE, Cost Of Electricity, ossia il costo di generazione del kWh elettrico calcolato sull’intera vita utile dell’impianto.
Tale valore è stato quindi confrontato con il costo del kWh prelevato dalla rete, a parità di consumo annuo, con le tariffe vecchie e nuove, mentre per le soluzioni impiantistiche che producono anche calore (quelle che coinvolgono un cogeneratore) si è tenuto conto anche dei costi evitati per i consumi termici.
Quattro le configurazioni impiantistiche considerate (nella tabella i costi di investimento, per i dettagli si veda l'allegato in basso):
  1. solo micro-cogeneratore (CHP) per la produzione combinata di energia elettrica e calore (riscaldamento e acqua calda sanitaria).
  2. micro-cogeneratore (CHP) + accumulo elettrochimico (sia per il time shift dell’energia prodotta, sia per consentire al CHP di funzionare per un numero inferiore di ore ma ad un carico più elevato);
  3. impianto fotovoltaico con batteria;
  4. CHP + fotovoltaico + sistema d'accumulo
 






I risultati
La soluzione più conveniente, è emerso, è quella che combina tutte e tre le tecnologie: microcogenerazione, fotovoltaico e accumulo elettrochimico.
La configurazione fotovoltaico con batteria solamente applicando la detrazione del 50% e solo per consumi elettrici molto alti si avvicina ai costi da sostenere acquistando energia dalla rete, ma comporta in ogni caso una spesa maggiore.
Lo studio prende in esami sia casi di abitazioni di residenza che seconde case. Sulle seconde case, anche considerando la più conveniente configurazione CHP + FV + batteria, staccarsi dalla rete non è mai conveniente: per queste utenze, a prescindere dalla zona climatica dell’abitazione, i consumi risultano troppo ridotti a fronte degli elevati costi d’investimento.
Chi ha una casa che utilizza solo per le vacanze con consumi modesti (tra 450 e 900 kWh l'anno nelle ipotesi fatte) e vuole assolutamente che sia energeticamente indipendente, per risparmiare, comunque, dovrebbe optare per il solo cogeneratore, senza batteria (scelta peraltro poco climate friendly).
Anche per i residenti (grafico sotto), il conto della grid defection sembra sostenibile, seppure più salato rispetto all'acquisto dalla rete, solo per chi ha consumi consistenti.

















Come si vede, con la riforma delle tariffe elettriche degli utenti domestici (“nuove tariffe”, nel grafico), che elimina la progressività, l'autarchia energetica è ancora meno conveniente rispetto che con le vecchie tariffe, cancellate dal 1° gennaio 2017.
Affinché staccarsi dalla rete si avvicini alla convenienza economica senza incentivi almeno per chi consuma di più, i costi delle tecnologie dovrebbero calare di oltre il 20 o 40%.
Ma con le detrazioni ...
Se i risultati di cui abbiamo parlato non tengono conto di eventuali incentivi, i conti cambiano comprendendo nel calcolo le detrazioni fiscali del 50%, cui possono accedere tutte e tre le tecnologie (anche se per il CHP non c'è ancora un chiarimento esplicito).
Come cambia con lo sgravio fiscale il costo del kWh autoprodotto si vede nella tabella qui sotto:

 








Come si nota, per consumi consistenti la scelta autarchica, già con i costi attuali delle tecnologie, comporta una spesa equiparabile a quella da sostenere continuando ad affidarsi alla rete pubblica.
Questo è vero non solo per la più competitiva combinazione cogenerazione – fotovoltaico con batteria, ma anche per l'opzione FV + sistema d'accumulo.
Il fotovoltaico con batteria, va detto, anche nei casi più favorevoli e con la detrazione, ha comunque un costo del kWh di circa 7 centesimi superiore a quello della bolletta. Ciò ovviamente nell'ipotesi di dimensionare l'impianto per coprire il 100% dei consumi in ogni stagione, mentre con un dimensionamento adeguato e senza staccarsi dalla rete, invece, i costi del kWh da FV in Italia sono già ben al di sotto di quelli del kWh dalla rete.
E in futuro?
In futuro, mettendo in conto i cali previsti per i costi di fotovoltaico e batterie, e gli aumenti dell'energia elettrica in bolletta, staccarsi dalla rete potrebbe dunque essere una scelta basata anche su valutazioni economiche, oltre che da motivazioni etico-politiche, come il desiderio di indipendenza o di contare solo su fonti pulite (nel caso FV+batteria).
D'altra parte, l'opzione della grid defection ha anche un altro grosso handicap, a parte quello economico che come abbiamo visto potrebbe essere in via di superamento: staccarsi dalla rete esporrebbe il cliente al rischio di restare senza corrente ad esempio in caso di guasto del motore del CHP o degli inverter d’impianto.
Insomma, in un contesto come il nostro, in cui il servizio offerto dalla rete elettrica è capillare e relativamente affidabile, è poco probabile che un numero rilevanti di utenti possa optare per l'autoproduzione totale.
Questo nonostante i risultati dell'analisi di RSE e Anie, che mostra che staccarsi dalla rete, in certi casi e grazie alle detrazioni, già ora sarebbe un'opzione economicamente meno folle di quanto si pensi.

fonte: www.qualenergia.it

Svezia: tagli alle tasse su fotovoltaico e incentivi all’accumulo

Tagliata del 98% l’imposta recentemente approvata sull’energia solare dei grandi impianti. Al via il sistema d’incentivi per sostenere l’energy storage domestico















Nel 2015 la Svezia ha promesso davanti all’assemblea generale dell’Onu, d’esser disposta ad abbandonare definitivamente l’energia fossile per assicurarsi un futuro a medio termine (entro il 2040) al 100% rinnovabile e sostenibile. La nazione genera già oggi il 66% della propria energia da fonti alternative, e lo scorso ha stanziato 546 milioni di dollari solo per incentivare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili.

A distanza di soli dieci mesi da un’altra buona notizia, l’inaugurazione del primo impianto di produzione di energia dalle onde, il governo è pronto a imprimere una nuova accelerazione al settore delle green energy. L’idea è quella di tagliare la recente tassa introdotta sulla produzione degli impianti fotovoltaici. All’inizio di quest’anno, il governo di centro-sinistra aveva approvato una nuova imposta sulle centrali solari sopra i 255 kilowatt, che lasciava fuori ovviamente tutte le istallazioni domestiche. L’ondata di critiche da parte di ambientalisti ed opposizione ha portato però Stoccolma a tornare almeno in parte sui suoi passi, annunciando attraverso il ministero delle finanze, un taglio del 98 per cento della nuova gabella. “Questo  – spiega il ministro delle Finanze Magdalena Anderssonpermetterà investimenti rapidi (nel fotovoltaico), con l’intenzione a lungo termine di rimuovere completamente l’imposta”.


La decisione segue di poco l’annuncio di un’altra misura pro energia pulita: un nuovo schema tariffario per incentivare l’acquisto di sistemi d’accumulo domestici. I sussidi entreranno in vigore entro la fine di questo mese.
Il nuovo schema, che entrerà in vigore nel mese di novembre, e serviranno a coprire fino al 60 per cento dei costi di sistema per un massimo di 50.000 corone svedesi (5.600 dollari). Secondo i termini del regolamento, il finanziamento potrà andare a batterie, cavi, sistemi di controllo, hub energetici intelligenti e i relativi lavori d’istallazione in abitazioni ovviamente dotate di impianti solari. Andreas Gustafsson, responsabile del programma all’interno del Dipartimento Ricerca e Innovazione dell’Agenzia Svedese per l’Energia, ha spiegato a Renewable Energy World che lo “schema rappresenta un sistema di supporto complementare al regime di sostegno esistente per la produzione di solare fotovoltaico in Svezia. E’ un passo avanti, un importante passo verso la creazione di una smart grid distribuita basato intorno all’energia pulita e rinnovabile”.

fonte: www.rinnovabili.it

Staccarsi dalla rete, la tentazione australiana e le risposte delle utility

In Australia è stato commissionato uno studio per valutare gli impatti della generazione distribuita sul sistema elettrico. Nel 2050 il 10% delle utenze potrà essere off-grid se gli operatori non introdurranno tariffe più flessibili con cui premiare nuovi meccanismi di domanda-risposta.

Nei prossimi anni migliaia di utenti elettrici potrebbero andare off-grid in Australia, investendo in sistemi di generazione distribuita, distributed energy resources (DER) nella definizione inglese.
Le utility sono ovviamente preoccupate da questo fenomeno, che tutti ormai chiamano grid defection, perché un’eventuale disconnessione in massa dal network nazionale potrebbe comportare costi aggiuntivi per i clienti rimasti, incoraggiandoli a loro volta a staccarsi dalla rete.
Così l’Energy Networks Association australiana (ENA) ha commissionato a Energeia uno studio (allegato in basso) per approfondire i diversi impatti delle tecnologie DER sul sistema elettrico.
L’obiettivo degli operatori è trasformare progressivamente la rete, cercando di superare il classico modello centralizzato dove gli utenti sono passivi, perché si limitano ad acquistare l’energia dal fornitore, senza alcun controllo attivo della domanda.
Attraverso la diffusione del fotovoltaico con batterie di accumulo integrate e delle micro-reti rinnovabili, infatti, il peso della generazione distribuita è destinato a crescere moltissimo. Il problema, allora, è come sfruttare questa nuova situazione per ottenere vantaggi reciproci, sia sul lato dell’offerta (fornitori e distributori di energia) che dal lato della domanda.
Secondo il rapporto, la rete nazionale rischia di perdere il 10% degli utenti elettrici entro il 2050 - oltre 1,2 milioni di abitazioni in tutto il paese - perché nel frattempo le soluzioni e tecnologie off-grid saranno diventate più convenienti. In altri termini, sarà più economico autoprodurre/autoconsumare energia con fonti rinnovabili abbinate allo storage, piuttosto che acquistare la stessa energia da un venditore tradizionale.
Sono considerazioni premature? L’Australia, va detto, è la nuova frontiera in questo campo, grazie a una combinazione di fattori: costi in rapida diminuzione delle installazioni FV con batterie, vastità del territorio con molti centri e fattorie isolate, irraggiamento solare più elevato della media, alti costi d’investimento per potenziare le linee di trasmissione.
Per evitare la grande fuga dalla rete, quindi, le compagnie elettriche dovranno cambiare i loro modelli operativi, introducendo tariffe più flessibili e dinamiche, in grado di assecondare e favorire nuovi meccanismi domanda-risposta. Vediamo di capire meglio
Tra i diversi scenari elaborati da Energeia per l’associazione degli operatori, quello più “accelerato” (scenario 5 nel grafico sotto) si fonda sulla graduale affermazione di una SAPS-tariff dedicata agli utenti residenziali che possiedono un impianto di generazione distribuita (stand alone power system) capace di funzionare sia a isola che in rete.
Le SAPS-tariff, secondo le analisi, avranno un ruolo fondamentale per mantenere i clienti elettrici collegati alla rete, tramite una serie di sconti e servizi aggiuntivi rispetto a quanto avviene oggi. Infatti, nello scenario 5 la percentuale di utenti disconnessi nel 2050 sarà nulla o quasi, indicano le proiezioni di Energeia, proprio grazie alle correzioni di rotta apportate dai distributori.
Come comporre queste tariffe? In linea generale, si legge nel rapporto, dovranno consentire sia ai clienti che alle utility di gestire e controllare i consumi elettrici in modo attivo.
Ad esempio: immettere in rete il surplus energetico generato dagli impianti fotovoltaici, utilizzare lo storage distribuito come riserva di capacità durante i picchi di domanda, spostare i consumi nelle ore più favorevoli di bassa domanda, ridurre il carico degli apparecchi domestici per alcuni secondi o minuti con un effetto peak-shaving.
Un modello che ricorda molto alcune sperimentazioni attuate anche in Europa di cui abbiamo già scritto (Storage distribuito, in Olanda si mettono in rete le batterie domestiche).

fonte: http://www.qualenergia.it

Fotovoltaico: Powerwall Tesla alimenterà rete in Olanda


Le batterie domestiche in futuro contribuiranno a rendere più stabili le reti elettriche nazionali e internazionali. Un futuro che in Olanda è già arrivato grazie al progetto CrowdNett. Il nuovo servizio è offerto dalla società Eneco in partnership con la compagnia americana Tesla, produttrice della batteria Powerwall.
Al sodalizio industriale hanno aderito anche la SolarEdge, azienda leader nella produzione di inverter solari, e la startup svizzera Ampard, azienda che produce software per il controllo da remoto dei sistemi di accumulo domestici. La sfida costante dell’operatore di rete olandese TenneT è riuscire a bilanciare la domanda e l’offerta di elettricità. Un compito che si fa più arduo nei momenti di picco della richiesta.

La domanda e l’offerta di energia in Olanda come nella maggioranza dei Paesi occidentali sono in gran parte prevedibili. Ciononostante l’operatore necessita di una grande riserva di energia per far fronte alle fluttuazioni costanti della richiesta e della produzione.
Oggi la TenneT e gli altri operatori di rete europei ricorrono principalmente alle centrali a carbone e a gas per soddisfare la richiesta di energia nei momenti di picco. Per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e tagliare le emissioni delle loro attività le compagnie energetiche stanno cercando di attingere a riserve più sostenibili e flessibili.
La società Eneco ha deciso di puntare sulle batterie domestiche utilizzate dagli utenti residenziali per stoccare l’energia solare prodotta dagli impianti fotovoltaici. L’elettricità immagazzinata viene impiegata per soddisfare i consumi nelle ore serali e notturne e nelle giornate nuvolose, quando l’autoproduzione di energia solare è insufficiente a coprire il fabbisogno familiare.
Eneco ha pensato di sfruttare il parco di batterie fotovoltaiche del Paese trasformandolo in una grande riserva di energia per la rete nazionale. Tramite i cicli di ricarica completi delle batterie aderenti al progetto CrowdNett in determinati momenti sarà possibile garantire una riserva di elettricità pulita alla rete nazionale.

Gli utenti saranno incoraggiati ad acquistare una batteria fotovoltaica, grazie agli incentivi elargiti dall’operatore ai clienti che aderiscono al circuito di stoccaggio domestico. Il sistema di backup rinnovabile ridurrà drasticamente il ricorso all’elettricità prodotta dalle centrali fossili. Dirk-Jan Middelkoop, manager Innovazione dell’Eneco, ha illustrato i vantaggi della soluzione:
Stiamo investendo nelle energie rinnovabili e sviluppando allo stesso tempo soluzioni intelligenti per sopperire alla mancanza di vento o per sfruttare al massimo le giornate inaspettatamente soleggiate.
Secondo Dirk-Jan Middelkoop usare le batterie domestiche per bilanciare la rete permetterà agli operatori di rimpiazzare con impianti virtuali i sistemi di backup costituiti da centrali fisiche.
Il servizio, già testato con successo in Svizzera dalla Ampard, verrà lanciato in Olanda dalla Eneco nei prossimi mesi. La compagnia sta sondando il terreno per trovare utenti interessati ad acquistare una batteria a prezzi competitivi. Il primo cliente residenziale ad aver aderito al progetto è Hannah Beljaars-Frederiks, una cittadina residente nel quartiere di Heijplaat a Rotterdam che possiede un impianto fotovoltaico e ha acquistato una batteria Tesla collegata alla rete CrowdNett.
La batteria è stata acquistata al prezzo vantaggioso di 4.500 euro, con uno sconto di ben 2.500 euro. La prima fase del progetto CrowdNett prevede la creazione di una rete di 400 batterie che funzioneranno da sistema di backup della TenneT, garantendo all’operatore olandese una riserva di 2 MW. I clienti riceveranno 450 euro all’anno per 5 anni, accettando di cedere all’operatore di rete in qualsiasi momento della giornata fino al 30% dell’energia stoccata nelle loro batterie.
Il progetto ha grandi potenzialità perché in Olanda si contano già ben 400 mila utenti domestici che possiedono un impianto fotovoltaico e potrebbero essere interessati all’acquisto di una batteria a prezzo scontato.
Il progetto pilota olandese presto potrà essere replicato anche in Italia, grazie alla recente apertura dei servizi di dispacciamento a tutte le tecnologie, una soluzione al vaglio dell’AEEGSI.

fonte: http://www.greenstyle.it

Storage residenziale, tra dieci anni il mercato varrà quasi 4 GW

Nuove previsioni di Navigant Research sullo sviluppo dei sistemi domestici di accumulo elettrico. Da 94 MW di capacità installata nel 2016 si arriverà almeno a 3,7 GW nel 2025. Intanto le batterie stanno diventando sempre più convenienti anche per le utenze commerciali, come evidenzia uno studio di GTM Research negli USA.

Il mercato mondiale dell’accumulo elettrico residenziale è in pieno fermento. Come per altre tecnologie innovative, è difficile prevedere esattamente come andranno le vendite per i dispositivi di storage con applicazioni solari, anche se ci sono tutti i presupposti per una buona crescita.
Secondo le ultime stime di Navigant Research, il mercato globale dei sistemi domestici per l’accumulo energetico (RESS, residential energy storage systems) passerà da appena 94 MW di nuova capacità installata nel 2016 a più di 3,7 GW nel 2025.
Diversi fattori stanno spingendo in questa direzione. Da una parte, il continuo abbassamento dei costi delle batterie al litio, grazie anche ai notevoli investimenti realizzati dall’industria automobilistica nella sua corsa per commercializzare auto elettriche con autonomia estesa e prezzi più da utilitaria che da berlina di lusso. Dall’altra parte, c’è la crescente diffusione degli impianti fotovoltaici residenziali.
Sono sempre di più le famiglie che vorrebbero aumentare la quota di elettricità autoconsumata, alleggerendo così le proprie bollette e diventando semi-indipendenti dalla rete tradizionale (vedi anche una breve guida all’acquisto di QualEnergia.it).
Vantaggi per le utilities
L’unico modo per farlo è con un sistema di accumulo, i cui vantaggi non sfuggono più nemmeno alle utilities. Lo storage residenziale, infatti, potrebbe ridefinire le relazioni tra utenti e grandi compagnie energetiche.
In che modo? Riducendo le congestioni sulle linee di trasmissione e permettendo così alle utilities di gestire meglio i flussi di energia. Le società elettriche, infatti, potrebbero sfruttare la generazione distribuita dei piccoli impianti solari con accumulo, capaci di funzionare con una logica intelligente, di tipo domanda-risposta, per alleggerire i picchi di fabbisogno sulla rete (vedi anche l’articolo sugli utenti “prosumer” di energia).
Anziché investire in infrastrutture “pesanti” e costose, come nuove linee ad alta tensione e centrali termoelettriche, le utilities potrebbero puntare maggiormente sulle smart grids e sulle utenze attive, cioè in grado di autoconsumare una buona parte dell’energia generata in casa con i pannelli fotovoltaici.
Certo, non va dimenticato che lo storage residenziale conviene solo in determinate circostanze. I mercati più promettenti al momento sono Australia, Germania, Giappone e Stati Uniti, che insieme dovrebbero valere l’80% circa del mercato previsto da qui al 2025.
Storage per le utenze commerciali: quando conviene?
Spostandoci nel campo delle utenze commerciali, una nuova ricerca di GTM Research ha cercato di valutare la convenienza attuale e futura dell’accumulo elettrico negli Stati Uniti. Per il momento, sono solo sette gli Stati americani in cui lo storage è un buon affare per le aziende, in virtù di sussidi locali/federali o prezzi particolarmente elevati dell’energia acquistata dalla rete.
Il loro numero, però, è destinato a salire a 19 entro il 2021, sostiene la società di consulenza, grazie soprattutto al declino dei costi delle batterie.
L’applicazione più promettente, parlando di storage e clienti commerciali, è il cosiddetto peak shaving, cioè la possibilità di ridurre il fabbisogno energetico di picco sfruttando l’elettricità accumulata nella batteria.
Poniamo che un’azienda, di tanto in tanto, debba far partire qualche macchinario che assorbe una quantità di energia superiore a quella mediamente richiesta al contatore. Ebbene, se l’azienda deve pagare al suo fornitore almeno 15 dollari al mese per ogni kW aggiuntivo di potenza, si legge nel documento di GTM Research, allora l’installazione di una batteria diventa conveniente.
Tra qualche anno, prosegue l’analisi, un sistema di accumulo per le utenze commerciali sarà economicamente vantaggioso anche con prezzi nell’ordine di 11 dollari mese per kW aggiuntivo.

fonte: http://www.qualenergia.it