sabato 2 febbraio 2013

BRUCIARE RIFIUTI NEGLI IMPIANTI DI PRODUZIONE DI CEMENTO: UNA DECRETO PASSATO NEL SILENZIO DI UN FINE LEGISLATURA CHE DESTA MOLTE PREOCCUPAZIONI

Comunicato stampa "Zero Waste Italia" e "Rete Nazionale Rifiuti Zero"

Quanta fretta, ma dove corrono? Solo adesso, a Camere sciolte, ha preso forma l'iter di approvazione dello "Schema di decreto del Presidente della Repubblica concernente il regolamento recante disciplina dell'utilizzo di combustibili solidi secondari (CSS), in parziale sostituzione di combustibili fossili tradizionali, in cementifici soggetti al regime dell'autorizzazione integrata ambientale".
Il decreto - come rivela un articolo pubblicato da Altreconomia.it - ha avuto, il 16 gennaio scorso, parere favorevole della 13° commissione "Territorio, ambiente, beni ambientali" del Senato, dopo una fase “istruttoria” durata appena due giorni lavorativi.
Ciò ha destato la viva preoccupazione delle associazioni e dei comitati, impegnati per la tutela del paesaggio, contro la presenza di inceneritori e co-inceneritori, e per promuovere una gestione sostenibile del territorio e la strategia “Rifiuti zero”. Per questo, in vista del prossimo 11 febbraio 2013, quando lo stesso testo sarà sottoposto all'attenzione dei membri della commissione Ambiente della Camera, Associazione "Comuni virtuosi", Slow Food Italia, Campagna Legge Rifiuti Zero, "Comitato promotore Campagna Difesa Latte Materno dai Contaminanti Ambientali", Associazione
"Verso rifiuti zero", Zero Waste Italy, Rete nazionale rifiuti zero, Stop al consumo di territorio, Rete dei comitati pugliesi per i beni comuni, AriaNova di Pederobba (Tv), Comitato "Lasciateci respirare" di Monselice (Pd), "E noi?" di Monselice (Pd), Fumane
Futura di Fumane (Vr), Valpolicella 2000 di Marano (Vr), Circolo ambiente “Ilaria Alpi” di Merone (Co), Associazione “Gestione corretta rifiuti” di Parma, Campagna Pulita,Maniago (Pn), Movimento No all'Incenerimento di rifiuti, Si al Riciclo, Fanna (Pn),
Ambiente e futuro per rifiuti zero, Comitato per la tutela ambientale della Conca Eugubina di Gubbio (Pg), Associazione “Mamme per la salute e l'ambiente” di Venafro (Is) invitano i deputati a leggere attentamente la “relazione istruttoria” che accompagna il
testo prima di dare parere favorevole.
Non è vero che produciamo sempre più rifiuti!
Perché quella che consideriamo l'istituzionalizzazione del processo di co-incenerimento viene giustificata con la "continua crescita della quantità di rifiuti [che] costituisce un problema ambientale e territoriale comune a tutti i paesi industrializzati, ma con connotati
più gravi per l’Italia e, in particolare, per alcune aree del nostro Paese che fanno ancora ampio ricorso allo smaltimento in discariche, di cui molte fra l’altro in via di esaurimento". I
dati in merito alla produzione di rifiuti solidi urbani nelle nostre città, tuttavia, si discostano da questa impostazione. L'Ispra certifica che nel 2010 il dato complessivo era inferiore a quello del 2006. E il 2012, complice la crisi, ha evidenziato un ulteriore e rilevante calo, cui ha dato risalto recentemente anche Il Sole 24 Ore.
Rifiuti urbani e rifiuti speciali insieme: quali controlli?
A preoccuparci è anche la trasformazione del rifiuto connessa all'applicazione del decreto: "Il CSS non è composto da rifiuti tal quali, ma è un combustibile ottenuto dalla separazione, lavorazione e ri-composizione di rifiuti solidi urbani e speciali non pericolosi". Ciò significache rifiuti solidi urbani, per cui vige il principio della gestione e della "chiusura del ciclo" a livello territoriale, e per i quali ci stiamo promovendo una legge d'iniziativa popolare “Verso
rifiuti zero”, diventano rifiuti speciali, che possono essere acquistati e venduti, in tutto il Paese e oltre. Non dimentichiamo nemmeno, perciò, che il sistema di tracciabilità di questi rifiuti speciali, Sistri, è ancora un miraggio, un problema evidenziato anche nella relazione
della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse.
Due bei regali ai cementifici: combustibile gratuito e contributi per lo smaltimento!
Consideriamo, infine, che la possibilità di trasformare i cementifici in impianti di coincenerimento è soltanto una “stampella” offerta all'industria del cemento, in grave crisi a causa della riduzione di produzione e consumo, quantificata, dal 2006 al 2012, nel 39,4%
dei volumi, pari a 18,5 milioni di tonnellate. Valutiamo, però, che questa situazione debba essere affrontata con Aitec (Associazione
Italiana Tecnico Economica del Cemento) nel corso della prossima legislatura, per andare verso una progressiva riduzione del numero di impianti presenti, a partire da quelli che, per localizzazione, presentano particolari problematiche ambientali (perché siti in luoghi densamente abitati, come le città capoluogo, o di pregevoli caratteristiche ambientali, o particolarmente concentrati).
E infine: come mai ci serve più cemento?
Chiediamo, pertanto, alla commissione Ambiente della Camera di attendere la prossima legislatura per affrontare il tema, a partire da un'analisi seria del fabbisogno di cemento, che potrebbe subire una ulteriore riduzione, vale la pena ricordarlo, se, come auspichiamo, venisse accelerato l'iter d'approvazione del ddl promosso dal ministro dell'Agricoltura Mario Catania in merito al consumo di suolo agricolo.


Umbria verso Rifiuti Zero

Conflitti, lobby e saper comunicare l'energia alla politica

Perché il settore delle rinnovabili e dell'efficienza energetica dovrà cambiare registro rispetto al passato e ricominciare a parlare meglio alla politica. In maniera bipartisan e con un linguaggio semplice, sapendo controbattere ai troppi falsi miti sull’energia, consapevoli che i grandi gruppi energetici tradizionali proveranno a ritardare il cambiamento.

Altri test energetici per la distratta politica nostrana. Dopo le domande ai partiti basate sul position paper del Coordinamento FREE e di Greenpeace, è la volta dell’APER, l’Associazione dei Produttori delle Energie Rinnovabili, a inviare ai principali partiti che si presenteranno alle elezioni del 24-25 febbraio, un documento (pdf) contenente 26 azioni prioritarie, elaborate su 10 schede, per lo sviluppo, in questo caso, del settore dell’energia elettrica da fonti rinnovabili in Italia nei prossimi anni.
In questi anni abbiamo potuto notare che né le associazioni ambientaliste, né la frastagliata lobby delle rinnovabili e quella ancora più parcellizzata dell’efficienza energetica, ma diremmo tutto il settore della green economy nel senso più ampio del termine, sono stati capaci o forse abbastanza influenti da far mettere al centro del dibattito la necessità e l’opportunità di scelte radicali in tema di energia e ambiente. Sotto la pressione di ben più potenti poteri energetici e industriali (il caso Ilva fa scuola) che in questi due decenni hanno potuto fare e disfare la politica energetica del paese, di governi sordi e attenti solo alle logiche dei settori convenzionali, di istituzioni energetiche la cui neutralità è stata spesso messa in dubbio (non fosse altro per l’indirizzo datogli dai suddetti governi), le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica hanno camminato con molta fatica, con un orizzonte sempre troppo breve davanti a loro e con continui intralci normativi. Ma è pur vero che sono cresciute.
E’ anche vero però che la litigiosa e autoreferenziale comunità delle rinnovabili e dell’efficienza energetica ha fatto parecchi errori, trattando troppo per il breve periodo, soprattutto in tema di incentivi, e non si è presentata, se non in rari casi (forse solo dal 2011 ai tempi del ‘decreto Romani’), compatta e battagliera con una visione di ampio respiro. Certo, le tecnologie e logiche nei diversi settori della green economy sono tante, ma quella lunga processione nei ministeri di associazioni di categoria (anche dello stesso comparto) e di singole aziende, tutte rigorosamente in ordine sparso, non è stato uno spettacolo edificante. Bisogna anche dire che le grosse responsabilità non posso essere attribuite agli operatori. D’altra parte sarebbe sorprendente vedere un comparto qualsiasi rifiutare tariffe o incentivi generosi, affermando “No, meglio tenerli bassi perché i costi sono in discesa”! Sicuramente tutta la partita degli incentivi è stata giocata in modo approssimativo e mal governata, ma non è forse perché ci si aggrappava a questi stessi incentivi in un quadro di ‘sistema paese’ zoppicante, con distorsioni di vario tipo e un eccesso burocrazia non da paese industrializzato?
Su questo strumento di informazione abbiamo a volte bacchettato alcune posizioni del settore, ma al tempo stesso abbiamo dato spazio in modo ecumenico a tutte le voci del mondo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, rimarcando però sempre, ed è qui il nodo della questione, che non si possono trascurare ed evitare i conflitti connessi con la richiesta di cambiamento del sistema energetico. Ce lo ricordava spesso Hermann Scheer, quando scriveva che un tale “cambiamento colpisce gli interessi fondamentali dell’economia energetica convenzionale, che rappresenta peraltro il principale settore dell’economia mondiale e indubbiamente quello con il maggior ascendente politico”. Quindi non c’è da stupirsi se i grandi gruppi energetici tradizionali (e i governi) dichiarino impossibile un rapido passaggio alle fonti di energia pulita e decentralizzata, che molti studi ritengono invece tecnicamente fattibili, anche perché per loro questo significherebbe sopportare perdite finanziarie ingentissime. Ricorda qualcosa in casa nostra?
In questo passaggio non si può allora far finta che non ci sia conflitto, e dunque vincitori e sconfitti. E’ la storia che ce lo insegna. Quindi va tenuto sempre presente che questi poteri politico-energetici “conservatori” proveranno in tutti i modi ad impedire o a ritardare il cambiamento, e soprattutto vorranno porlo, subdolamente, sotto il proprio controllo. L’ingannevole e parziale accusa alle rinnovabili di appesantire la bolletta degli italiani è un esempio di messaggio che va in questa direzione, amplificato da media nazionali che non entrano quasi mai nel merito delle cose importanti.
Ed eccoci ritornare sa quanto si diceva all’inizio: l’azione di lobby che nuovi soggetti, come il Coordinamento FREE, o autorevoli associazioni come Aper, dovranno fare nei prossimi mesi è di parlare alla politica nazionale e locale, in maniera bipartisan e con un linguaggio semplice (pochi tecnicismi inutili se non servono), fornire pochi e chiari numeri, soluzioni normative e tecnologiche, scenari concreti e sostenibili e saper ribattere ai troppi falsi miti sull’energia. In poche parole saper essere autorevoli. Fondamentale sarà poi saper comunicare tutto questo all’opinione pubblica e alla stampa generalista per far capire loro la stretta connessione che c’è tra il nuovo modello energetico a cui si ambisce e i conseguenti e positivi mutamenti economici e sociali. Un lavoraccio, d'accordo, ma, per citare John Maynard Keynes, "chi vuole cambiare il mondo deve saper costruire una nuova realtà che renda obsoleta quella presente".

fonte: qualenergia.it

venerdì 1 febbraio 2013

"COMPUTER FACILE E LIBERO" SALVA IL TUO PC DALLA DISCARICA, ADOTTA IL PINGUINO

Il paradosso della moderna informatica basata su sistemi operativi proprietari è che il computer diventa vecchio quando è ancora utilizzabile solo perché qualcuno crea un sistema operativo nuovo che non può più funzionare su computer che hanno ancora lavorato pochissimo.
Uno studio fatto in Gran Bretagna stima che una migrazione di massa al sistema Pinguino impedirebbe che milioni di tonnellate di computer finiscano in discarica (ogni anno 17 milioni di computer diventano obsoleti).
In questa ottica si è mosso l'Assessorato all'Ambiente del Comune di Narni, ASIT, LUG Terni che ha organizzato un laboratorio con lo scopo di promuovere il recupero di vecchi PC attraverso l'utilizzo dell'open source, ovvero attraverso una dotazione software gratuita che permette anche a vecchi pc di rimanere in funzione e quindi di non essere smaltiti. Ciò per consentire lo sviluppo d una cultura del riutilizzo anche attraverso l'applicazione di importanti strumenti innovativi.
L'incontro, che si svolgerà il 2 febbraio presso la sala del consiglio dalle ore 16 alle ore 19, si articolerà in due momenti entrambi condotti dall'associazione LUG TERNI:
ore 16 - Seminario informativo sull'open source: cos'è, come funzione, quali applicazioni nel mondo informatico e del web. Verrà affrontato anche il tema del Creative Commons ovvero la possibilità di adottare delle licenze gratuite di autore per artisti, giornalisti, docenti, istituzioni e, in genere, creatori
ore 17 - laboratori di "recupero": portando un pc, possibilmente notebook e comunque almeno un PC pentium 4, verrà insegnato come rigenerare un vecchio PC utilizzando Linux dimostrando come sia possibile recuperare un bene destinato probabilmente allo smaltimento.


Umbria verso Rifiuti Zero

Pechino dice addio alle auto piu’ inquinanti

Pechino dice addio alle auto inquinanti. La capitale cinese vive una grande emergenza smog, dovuta anche alle tante auto inquinati che circolano per la città. E per questo l’amministrazione ha deciso di fissato nuovi standard per le auto che circoleranno per le strade di pechino.
Per promuovere una mobilità sostenibile  e combattere lo smog, a partire dal primo febbraio le auto che circolano a Pechino dovranno rispettare, quindi, norme più severe. L'ufficio di protezione ambientale della capitale cinese ha approvato ‘Pechino 5’, un documento simile a ‘Euro 5’, dove sono fissati dei nuovi standard sulle emissioni dei veicoli diesel.  Un esempio: a Pechino, a partire da febbraio, verrà sospesa l'immatricolazione di qualsiasi auto a gasolio che non rispetti i requisiti stabiliti dal nuovo standard contro lo smog.
Le auto a benzina più inquinanti non verranno più immatricolate a partire da marzo. Secondo le autorità, l'entrata in vigore dei nuovi standard dovrebbe migliorare la qualità dell'aria urbana nel breve periodo.

fonte: ecoseven.net

La Co2 si trasforma in biocarburante, ecco come ridurre l'inquinamento

Meno inquinamento grazie ad un batterio che trasforma la CO2 in biocarburante. E’ la sensazionale scoperta realizzata recentemente da un gruppo di ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) durante lo studio di una particolare specie di batterio, la Ralstonia Eutropha. Questo microorganismo dalle singolari capacità, in pratica, sarebbe in grado di metabolizzare l’anidride carbonica per produrre grandi quantità di energia utili alla sua sussistenza.
Per ridurre l’inquinamento ed avere meno emissioni di CO2 in atmosfera,  gli scienziati del MIT hanno quindi modificato geneticamente il processo di metabolizzazione che porta la Ralstonia Eutropha a trasformare le molecole di carbonio in polimeri simili ai materiali plastici prodotti dal petrolio. Il risultato finale di questa ‘variazione genetica’ ha condotto all’ottenimento dell’isobutanolo,  un alcol speciale che può sostituire o si può mescolare con la normale benzina per la produzione di biocarburante.
In futuro, il definitivo abbandono dei combustibili fossili grazie al batterio ‘anti-CO2’, potrebbe rappresentare un punto di svolta epocale per la mobilità ecosostenibile. Ovviamente, sempre se i risultati di questa ricerca, ancora in una fase preliminare, porteranno ad un livello di sperimentazione replicabile su larga scala.
Per ridurre l’inquinamento ed avere meno emissioni di CO2 in atmosfera, i test condotti dai ricercatori del MIT, richiederebbero però altri interventi genetici affinché il batterio possa diventare autosufficiente, in grado di convertire automaticamente la CO2 in biocarburante. A questo punto, soltanto gli sviluppi futuri della ricerca ci potranno dire se le applicazioni del batterio ‘anti-inquinamento’ arriveranno realmente ad un livello di produzione industriale.
Matteo Ludovisi

fonte: ecoseven.net

giovedì 31 gennaio 2013

Oltre 1.100 impianti industriali a rischio: l’Italia delle fabbriche è una polveriera

In Italia ci sono oltre 1.100 vere e proprie bombe ecologiche pronte a esplodere. Si tratta degli impianti che trattano sostanza pericolose, a rischio incidente, sparsi su tutto il territorio e in particolare in 739 comuni. E’ quanto emerge dal Dossier “Ecosistema rischio Industrie” realizzato da Legambiente e Dipartimento della Protezione civile nell’ambito del progetto di monitoraggio, prevenzione e informazione per la mitigazione dei rischi naturali e antropici Ecosistema Rischio 2012.
Gli impianti a rischio sono soprattutto quelli chimici, petrolchimici, le raffinerie e i depositi di gpl, esplosivi e composti tossici che, in caso di incidente o di malfunzionamento, possono provocare incendi, contaminazione dei suoli e delle acque e nubi tossiche. In particolare, sulla base dell’analisi realizzata, emerge che tali impianti si trovano soprattutto in Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna.
LEGGI ANCHE: Non sprecare le aree industriali dimesse, facciamole diventare fabbriche di cultura
Lo studio è stato portato avanti attraverso l’invio, a tutti i 739 Comuni, di un questionario mediante il quale si è cercato di indagare il livello di realizzazione o partecipazione dei comuni a periodiche esercitazioni, il recepimento da parte delle amministrazioni delle informazioni contenute nei Piani d’emergenza esterni redatti dalle prefetture competenti e infine la pianificazione urbanistica in base al rischio esistente. 
Solo 211 amministrazioni comunali hanno risposto: un dato che, come sottolinea il capo della Protezione civile Franco Gabrielli , denota “una mancanza di consapevolezza”.
E infatti il rapporto parla di “informazione ancora insufficiente ai cittadini sui rischi e sui comportamenti da tenere in caso di emergenza”. Come ha spiegato Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente: “ I comuni hanno il compito fondamentale di fare da raccordo tra la pianificazione urbanistica e la presenza di insediamenti a rischio; spetta loro l’informazione ai cittadini”.
Non da meno la presenza abbastanza considerevole di scuole, centri commerciali, strutture turistiche, chiese e ospedali nelle aree a maggior rischio.

fonte: www.nonsprecare.it

100% rinnovabili in 10 anni: la via australiana

Una ricerca dell’Università di Melbourne dimostra come in 10 anni l’Australia potrebbe fare a meno delle fonti fossili, in tutti i settori, trasporti compresi. Uno scenario ambizioso, che costerebbe il 3% del Pil del paese, ma che indica all'opinione pubblica come il 100% rinnovabili sarebbe a portata di mano se solo ci fosse la volontà politica.

Come dovrebbe essere il paese ideale in cui sperimentare un sistema energetico sostenibile? Ovviamente dovrebbe essere ricco di fonti rinnovabili, ma anche avere grandi deserti dove installare gli impianti senza problemi e, dunque, non essere troppo densamente popolato, avere un buon livello culturale e di reddito, ed essere dotato di una valida struttura scientifica e industriale. Sembra l’identikit dell’Australia: un paese di 22 milioni di abitanti che abitano un territorio, prevalentemente desertico, inondato dal sole e spazzato dal vento, grande quanto l’Europa Occidentale.
Peccato che l’Australia sia anche uno dei massimi esportatori al mondo di combustibili fossili (carbone, soprattutto), e che  solo recentemente, con il premier Julia Gillard, il governo australiano abbia cominciato a prendere sul serio le tematiche del cambiamento climatico, ponendo una tassa di 23 dollari a tonnellata sulla CO2 emessa dai grandi emettitori australiani.
Ispirata forse dal vento nuovo portato dalla Gillard, arriva ora una ricerca dell’Energy Research Institute dell’Università di Melbourne, che svela come, se solo si volesse, l’Australia potrebbe fare a meno delle fonti fossili, in tutti i settori, trasporti compresi, in appena 10 anni (vedi allegati in fondo).
La ragione che dovrebbe spingere a questa svolta radicale, secondo i ricercatori, sta soprattutto nei rischi che il mondo, e l’Australia in particolare, corrono a causa del cambiamento climatico, se non si prenderanno, globalmente, misure drastiche per contenerlo. Da qualche anno, infatti, l’Australia sta vivendo stagioni estreme, fra siccità prolungate e inondazioni mai viste, e anche l’estate 2013 sta passando alla storia per gli incendi giganti e una ondata di calore mai registrata prima, che ha portato il paese a vivere con temperature medie superiori a 39° C per una settimana di fila, frantumando diversi record assoluti di caldo negli ultimi 200 anni. Insomma, continuando in questa direzione, le estati australiane dei prossimi decenni potrebbero diventare invivibili in gran parte del paese.
Così i ricercatori di Melbourne si sono messi a studiare il modo in cui l’Australia potrebbe dimostrare al mondo che di carbone, gas e petrolio si può fare a meno. La loro ipotesi è che nel 2020, l’Australia richieda 325 TWh di elettricità l'anno (l’Italia consuma ora circa 330 TWh annui), un 40% in più di oggi, visto che per allora questo vettore, nei loro piani, dovrà alimentare anche i trasporti, diventati prevalentemente elettrici, e il riscaldamento, tramite pompe di calore.
A produrre questa elettricità, oggi generata per il 90% da carbone e gas, sarà soprattutto il solare termodinamico, che produrrà il 58% dell’elettricità, grazie a 12 enormi centrali a specchi e torri solari da 3500 MW l’una, che usano sali fusi a 500 °C di temperatura, distribuite al margine sud e sudorientale del grande deserto centrale, subito a ridosso delle grandi città. I ricercatori di Melbourne, hanno scelto questa tecnologia, già in sperimentazione in Spagna, in quanto la più adatta al territorio desertico australiano, e perché, grazie all’accumulo termico consentito dai sali fusi, può produrre continuamente non solo di notte, ma anche, a potenza ridotta, per diversi giorni nuvolosi di fila. Si potrebbe pensare che 50 GW di centrali solari a specchi, occupino un’enorme quantità di territorio. In realtà nel piano si fa notare che, tutte assieme, coprirebbero 2.760 kmq, meno della superficie del più grande ranch australiano.
La secondo fonte prevista dal piano è l’eolico, con 23 grandi centrali eoliche ognuna da 2000-3000 MW, poste lungo le coste orientali e meridionali, sempre molto vicine ai maggiori centri urbani del paese. Il restante 2% della fornitura energetica proverrebbe da centrali idroelettriche già esistenti - usate anche come sistemi di accumulo - e da nuove centrali a biomasse, che avrebbero anche il compito di fare da riserva di potenza nei, normalmente rari, momenti in cui sole e vento non siano disponibili in quantità sufficienti.
Il piano prevede infine anche una quota di autoproduzione da fotovoltaico, ma limitando il suo uso alla riduzione della domanda domestica, con mezzo milione di piccoli impianti su tetti in grado di fornire circa il 15% dell’energia consumata dalle famiglie. Qui, facciamo notare, i ricercatori hanno forse sottostimato le potenzialità della tecnologia fotovoltaica, basandosi su dati del 2008, con 6$/kW di costo medio degli impianti (oggi il costo è meno della metà …) e 15 GW come installato globale nel mondo (oggi sono già 17 GW solo in Italia).
Si potrebbe pensare che un piano così ambizioso, costi una fortuna. In realtà, seguendo i calcoli e i piani dettagliati nelle 190 pagine del rapporto, il costo complessivo sarebbe relativamente modesto:  370 miliardi di dollari australiani, cioè 290 miliardi di euro, in 10 anni, che, secondo gli autori, potrebbero, ma è solo una delle ipotesi, essere raccolti con un sovrapprezzo di 6,5 centesimi di Aus$ (5 eurocent/kWh) in bolletta, circa un +50% sul costo attuale. Per la famiglia media australiana, si tratterebbe di una spesa extra di 420 Aus$ (330 euro) l’anno, o 8 Aus$ a settimana. In questa ipotesi, il grosso del costo della conversione finirebbe sui grandi consumatori di energia industriali e minerari, che, però, come compensazione, riceverebbero una enorme mole di lavoro dalla creazione degli impianti solari ed eolici.
Si prevedono nel piano 120.000 nuovi posti di lavoro per la realizzazione delle infrastrutture e 40.000 per il loro funzionamento. Per comparare il peso finanziario del progetto proposto dell’Università di Melbourne, 290 miliardi di euro in 10 anni, sono circa il doppio di quanto spenderà l’Italia per gli incentivi alle rinnovabili; ma avendo l’Australia una popolazione che è un terzo della nostra, il loro peso per loro sarebbe 6 volte più gravoso. In compenso, però, eliminerebbe una volta per tutte l’uso dei combustibili fossili dal paese.
Più che lo sforzo finanziario richiesto - 3% del Pil annuo australiano - però, a far sorgere dei dubbi sulle possibilità pratiche di realizzazione di una simile, velocissima conversione energetica, è il fatto che l’Australia vive in gran parte di produzione e esportazione di carbone, gas e, in futuro, forse anche di petrolio da fracking (recentemente individuato nei deserti centrali).  Se l’Australia volesse veramente creare  un sistema energetico sostenibile per ridurre le emissioni di gas serra, poi non potrebbe certo consentire che i combustibili fossili che non utilizza, vengano esportati e bruciati altrove. La resistenza al cambiamento, quindi, verrebbe principalmente dai potentissimi settori minerari e industriali australiani, legati all’esportazione di carbone e altri combustibili fossili.
Ma forse, l’idea di questi ricercatori australiani, è soprattutto quella di dimostrare che, se vogliamo, il cambiamento radicale del sistema energetico è tecnologicamente e finanziariamente possibile. In Australia questa “rivoluzione energetica” sarebbe particolarmente a portata di mano, per le peculiari caratteristiche del paese, ma, con diversi tempi di applicazione e con diversi mix di fonti e soluzioni tecnologiche, probabilmente ogni paese del mondo potrebbe trovare la sua strada verso la sostenibilità. Se quindi continueremo sulla strada dei combustibili fossili, e finiremo per rendere questo pianeta invivibile e dilaniato da guerre per accaparrarsi le ultime riserve di gas o petrolio, non potremo giustificarci con la scusa del «non avevamo alternative»: il cambiamento è possibile, dice questa ricerca australiana, basta volerlo sul serio.
Lo studio integrale (pdf)

fonte: qualenergia.it

Quando la parola d'ordine è 'disinvestiamo nel fossile'

Nasce negli Usa una rivolta contro le compagnie delle fonti fossili. Un movimento dal basso che chiede di vendere le azioni di società del settore dei combustibili fossili o semplicemente di non investirvi. Anche le mobilitazioni contro l’oleodotto Keystone testimoniano che il cambiamento climatico è il tema. L'editoriale di Gianni Silvestrini.


Nuove forme di lotta e di pressione si stanno sviluppando per sbloccare l’impasse sui cambiamenti climatici negli Usa. Un forte movimento, ad esempio, sta crescendo per forzare la vendita di azioni di società coinvolte nel settore dei combustibili fossili.
Una generazione fa l’obiettivo era l’abbattimento dell’apartheid del Sud Africa. Per dare forza alla battaglia 155 università e 90 città statunitensi decisero di eliminare dal proprio patrimonio le azioni delle società sudafricane. Nel 1986 l’Università di California disinvestì 3 miliardi di dollari. Come è noto, questa pressione ha avuto un ruolo importante nell’introduzione del suffragio universale e nella successiva elezione di Nelson Mandela.
Oggi sono 210 i campus americani coinvolti nella campagna “Let’s divest from fossil fuels!” volta a far vendere le azioni delle società legate a queste attività. E il movimento si sta allargando. Mike McGinn, sindaco di Seattle, ha invitato il fondo pensione degli impiegati, il Seattle City Employees’ Retirement System che gestisce 1,9 miliardi $, a non investire più nei comparti fossili e a iniziare un’azione di uscita da questo settore. Anche il mondo religioso si sta mobilitando. La United Church of Christ cui afferiscono 1,2 milioni di fedeli in giugno voterà per aderire alla campagna lanciata dalla associazione 350.org.
L’argomentazione di fondo deriva dalla riflessione che larga parte (80% secondo alcune stime) delle riserve di combustibili fossili del pianeta non dovranno essere utilizzate per non superare l’incremento di 2 °C della temperatura dell’aria richiesto dalla comunità scientifica per evitare conseguenze catastrofiche. A meno di utilizzare su larga scala il sequestro del carbonio, la cui sperimentazione però al momento incontra molte difficoltà ed è dubbio che riesca ad essere ambientalmente ed economicamente sostenibile.
Accanto a questa iniziativa, sta crescendo la mobilitazione per bloccare l’autorizzazione alla realizzazione dell’oleodotto Keystone, infrastruttura fondamentale per garantire l’espansione dell’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose del Canada. Obama, dopo avere una prima volta rinviato la decisione, dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi su questo delicato tema.
Nel novembre del 2011 quindicimila cittadini hanno manifestato di fronte alla Casa Bianca per chiedere di bloccare l’oleodotto e in tutto il paese sta crescendo la pressione per portare il 17 febbraio decine di migliaia di attivisti a Washington per un “Climate Rally”. Nei giorni scorsi 18 tra i più prestigiosi climatologi hanno inviato una lettera al presidente chiedendo di evitare la realizzazione dell’oleodotto perché contraria agli interessi del pianeta e del paese.
Insomma, le dichiarazioni prima di Obama e poi del neoeletto Segretario di Stato Kerry sull’importanza della lotta ai cambiamenti climatici e la crescente pressione dal basso testimoniano un cambio di passo. E’ possibile forse che gli Usa si spostino su posizioni più attive e impegnate, facilitando il raggiungimento di quell’accordo internazionale sul clima che dovrà essere definito entro i prossimi 35 mesi.

fonte: qualenergia.it

mercoledì 30 gennaio 2013

LE MANI DELL’APPALTOPOLI ROMANA SULL’INCENERITORE DI TERNI?

Ieri mattina, presso l’Officina Sociale “La Siviera” di Terni, il Comitato “No Inceneritori Terni” ha tanuto una conferenza stampa per presentare un’inchiesta dal titolo “L’inceneritore di Acea: un affare bipartisan. Caltagirone, i francesi, Alemanno e camerati, D’Alema. E Terni”.
L’inchiesta prende spunti dalla recente appalto poli romana e lancia molti dubbi sull’appalto dell’inceneritore di Terni.
“Ciò che emerge è un chiaro intreccio di interessi tra politica ed economia. Del resto ACEA rimane una municipalizzata controllata al 51% dal Comune di Roma che ovviamente determina di volta in volta anche l’area politica maggioritaria in seno al CdA.”

Qui potete trovare l’inchiesta che vale la pena leggere
https://docs.google.com/file/d/0B-zDK6fPzsubMmJFSkZmZ3BROVU/edit?pli=1


Umbria verso Rifiuti Zero

Acqua di alti standard di qualità nelle caraffe delle scuole capannoresi

Acqua più che mai di qualità nelle scuole capannoresi. A confermalo sono i risultati delle analisi periodiche svolte da Acque spa nei 21 plessi – materne, elementari e medie – che aderiscono al progetto “Acqua buona” grazie al quale sui tavoli delle mense viene servita acqua fresca direttamente prelevata dall’acquedotto al posto di quella imbottigliata nella plastica.


I dati forniti dal laboratorio analisi di Acque spa, società che è parter del Comune di Capannori per questa buona pratica ambientale, rilevano come tutti i valori rispettino alti standard di qualità. Una caratteristica, questa, che ha permesso l’affermarsi del progetto, partito sperimentalmente nel 2007, e che ha visto l’adesione di un numero sempre crescente di plessi scolastici, con gli ultimi arrivi, alcune settimane fa, della primaria e della materna di Capannori.
“Un progetto in cui abbiamo sempre creduto moltissimo -spiega l’Assessore all’Ambiente Alessio Ciacci-sia per ridurre la produzione di rifiuti, il trasporto dell’acqua e l’impatto ambientale, ma anche per dare il giusto valore all’acqua. In questo modo valorizziamo infatti l’acqua come un bene comune fondamentale della comunità e non la mercifichiamo come “prodotto”, educando anche i nostri ragazzi fin da piccoli ad una cultura del rispetto dell’acqua”
L’utilizzo dell’acqua del rubinetto ha un valore educativo, perché trasmette ai bambini e ai ragazzi il senso delle buone pratiche ambientali. Inoltre, vista la necessità di mandare a smaltimento meno plastica, si ha un risparmio a vantaggio della collettività, nell’ottica dei “Rifiuti Zero”. In pratica si spende meno per avere un servizio migliore. Si stima che ogni anno vengano risparmiate circa 100 mila bottigliette di acqua, quasi 5 mila chilogrammi di plastica e quasi 3 mila chilogrammi di anidride carbonica in atmosfera.
Il progetto “Acqua buona” coinvolge adesso 21 scuole capannoresi, per un totale di circa 3000 studenti. Le scuole coinvolte sono: infanzia di Colognora di Compito, Borgonuovo, Lammari, Marlia, Badia di Cantignano, San Leonardo in Treponzio, Castelvecchio di Compito, Lunata, Lappato, Capannori; primarie di Camigliano, Lammari, Guamo, Massa Macinaia, Colle di Compito, San Ginese di Compito, Lunata, Marlia, Segromigno in Monte, Capannori; secondaria di Camigliano.
Dal 1° gennaio 2013 l’acqua del rubinetto in caraffa è arrivata anche alla Casa della salute di Marlia. Ne usufruiscono circa 100 persone, ultrasessantacinquenni con difficoltà ospiti della Residenza Sanitaria Assistita e del Centro Diurno e personale di servizio. Si prevede che questo permetta di risparmiare 31 mila bottigliette di plastica l’anno, per un totale di 37 mila 500 litri d’acqua.  E’ la prima del genere in Toscana a interessare una struttura per persone anziane non autosufficienti o parzialmente autosufficienti.

fonte: www.ciaccimagazine.org

Riciclo ed eco-sostenibilità al Carnevale di Venezia, si riciclano lampadine

Venezia, 26 gen. - (Adnkronos) - Il Consorzio Ecolamp partecipa per il quarto anno consecutivo al Carnevale di Venezia che si svolgerà da oggi 26 gennaio al 12 febbraio. Nel corso dei festeggiamenti Ecolamp coinvolgerà i visitatori sensibilizzandoli ai temi del riciclo e dell'eco-sostenibilità. I personaggi Voltonio e Bidonia, che rappresentano uno la sorgente luminosa e l'altro il contenitore in cui conferirla, saranno le mascotte dell'iniziativa: dal 2 al 12 febbraio animeranno i luoghi di maggior affluenza della città e della terraferma, Piazza San Marco, Campo San Polo e Piazza Ferretto a Mestre.
I due personaggi sfileranno per la città diffondendo messaggi per la tutela dell'ambiente ed educando grandi e piccoli sulla raccolta differenziata delle lampadine. Tutti sono invitati a scattare una foto a Voltonio e Bidonia e a caricarla sulla pagina Facebook di Ecolamp (https://www.facebook.com/Ecolamp) o twittarla a @Ecolamp_it (https://twitter.com/Ecolamp_it). Le due mascotte regaleranno una mascherina con la loro immagine, con tutte le informazioni utili per un corretto riciclo delle lampadine a risparmio energetico.
''Come già sperimentato nelle passate edizioni - dichiara Fabrizio D'Amico, direttore generale del Consorzio Ecolamp - siamo certi della risposta positiva della città, che come tutto il territorio veneto continua a registrare dati di raccolta in crescita, rimanendo saldamente sul podio, al secondo posto dopo la Lombardia, delle regioni che riciclano più lampadine''. Ecolamp diffonderà i dati di raccolta dell'anno 2012 a livello nazionale, e nello specifico i risultati ottenuti dalla regione Veneto, durante la conferenza stampa organizzata per lunedì 11 febbraio presso Ca' Farsetti, sede del municipio della città.

fonte: www.adnkronos.com

martedì 29 gennaio 2013

Le regole fondamentali per un buon uso dello scaldabagno

Se in casa avete qualche scaldabagno elettrico, imparate a usarlo con attenzione perchè è davvero un divoratore di energia. In base ai calcoli di Legambiente, una famiglia che scaldi l’acqua con uno scaldabagno elettrico della potenza di 1.000 watt acceso sei ore al giorno consuma più o meno 2.000 kWh di energia all’anno, pari a circa 8 volte il consumo di un frigorifero di classe A da 300 litri acceso 24 ore al giorno. Ecco qualche regola da seguire:
1) In inverno la temperatura giusta non deve superare i 60 gradi.
2) In estate bastano i 40 gradi. Oltre è solo spreco.
3) Per una famiglia di quattro persone lo scaldabagno può garantire i necessari consumi di acqua calda accendendolo soltanto durante la notte, quando la corrente elettrica costa meno. Ci si può anche dotare di un timer, che consenta di programmare l’accensione del dispositivo 3 o 4 ore prima del previsto impiego e di trovare sempre acqua calda a disposizione proprio  occorre. Si tratta di congegni di semplice installazione e dal costo contenuto. Per i modelli di boiler più piccoli si può anche pensare di fare a meno del timer, considerando che in questo caso i tempi di riscaldamento non superano in genere le poche decine di minuti.
LEGGI ANCHE: La temperatura in casa non deve superare i 20 gradi
4) E’ importante posizionare lo scaldabagno in modo corretto, scegliendo una collocazione non troppo lontana dalla maggior parte degli elettrodomestici e degli impianti che dovrà servire (vasca, lavatrice, etc): l’acqua calda disperde calore durante il passaggio nei tubi, per cui maggiore sarà la distanza da percorrere e maggiore sarà lo spreco di energia. Attenzione all’isolamento termico: meglio evitare di installare lo scaldino accanto a una finestra o su una parete particolarmente fredda o umida.
5) La quantità di energia elettrica consumata da un boiler dipende direttamente dai consumi idrici della famiglia. Di conseguenza, evitare sprechi di acqua calda permette anche di ridurre la bolletta della luce. Meglio, dunque, preferire sempre la doccia al bagno (in vasca servono circa 80 litri, per la doccia ne bastano 25) e installare su tutti i rubinetti dei riduttori di flusso, che permettono, a fronte di una spesa di pochi euro, di tagliare i consumi idrici fino al 40%. Fondamentale, tenere sempre in buono stato lo scaldabagno, senza mai trascurare la manutenzione periodica dell’apparecchio.

fonte: www.nonsprecare.it

Quéménès, l’isola autosufficiente

Se siete alla ricerca di una sorta di ’Isola che non c’è’ dove scoprire itinerari e percorsi fuori dai circuiti turistici tradizionali, il posto che fa per voi potrebbe essere Quéménès, una minuscola isola sperduta e abbandonata nell’Atlantico tra gli scogli dell’arcipelago di Molène (in Bretagna), fuori dalle rotte di navigazione di qualsiasi traghetto, nave o battello.
Abbandonata, per meglio dire, fino a qualche tempo fa, poiché da qualche anno l’isolotto è oggetto di un interessante progetto di recupero sostenibile che nel 2006 è culminato con l’individuazione di chi, tra i vari candidati, avesse accetato di tornare sull’isola e dar vita ad una fattoria ecologica per turisti dove la parola d’ordine è ‘autosufficienza energetica’.

Turisti, si intende, disposti a rinunciare ai comfort della tradizionale vacanza al mare poiché a Quéménès molto spesso si sbarca letteralmente ‘saltando’ dalle piccole imbarcazioni provenienti da Molène e dove bisogna economizzare su tutto: acqua, elettricità e perfino lo spazio visto che l’isolotto è grande appena 1,5 km per 400 m!
Qui l’attrazione principale è la natura, unita a quel senso di inevitabile solitudine che scaturisce davanti alla distesa oceanica battuta da forti venti e correnti che infrangono i flutti contro gli scogli granitici nel danzare perpetuo delle onde. Qua e là foche grigie giocano tra le alghe degli arenili e lo spettacolo della natura selvaggia è così bello da togliere il fiato.
VAI A: Le isole Lofoten: il paradiso del Nord
La privacy di sicuro non manca neppure in alta stagione, visto che in estate il numero massimo che il piccolo hotel annesso alla fattoria riesce ad accogliere è di 8-10 turisti.
Nessun dubbio, insomma, se siete alla ricerca di una meta insolita e capace di regalarvi emozioni alla Robinson Crusoe:  Quéménès è il posto che avete sempre sognato di visitare!

fonte: www.tuttogreen.it

Sviluppo economico non può prescindere la tutela della Natura

La natura non è un ostacolo alla crescita, la sua protezione è una condizione imprescindibile per lo sviluppo economico.


Un articolo di Tony Juniper, pubblicato nei giorni scorsi sul blog ambiente del The Guardian, già dal titolo non lascia spazio a interpretazioni: “why the economy needs nature”.
Sembra proprio che uno dei grandi equivoci del nostro tempo sia l'idea di dover scegliere tra lo sviluppo economico e la difesa della natura. E secondo Juniper, in Inghilterra, il cancelliere George Osborne, (Ministro delle Finanze italiano, ndr ) fornisce un esempio calzante puntando - fin dalla sua elezione nel 2010 – al ridimensionamento degli obiettivi ambientali in favore di una maggiore crescita economica.
Però, il mondo in cui viviamo è un po’ diverso: il cento per cento dell’attività economica dipende dai servizi e dai vantaggi offerti dalla natura.
Da qualche tempo, in particolare negli ultimi dieci anni, i ricercatori studiano la dipendenza dei sistemi economici da quelli ecologici, le conclusioni delle ricerche sono sorprendenti. Nel suo libro What has nature ever done for us? (Cosa ha mai fatto la natura per noi?) il celebre ecologista inglese Tony Juniper spiega come si è giunti a questi risultati e lo fa in modo rivoluzionario: tramite il racconto di storie: di esperti, di esperienze personali e in particolare di laboriose vite, quelle degli animali.
Mentre nel mondo gli uomini politici organizzano conferenze e si preoccupano di come ridurre i quantitativi di gas serra, uno studio stima che la cattura delle emissioni ottenibile dimezzando il tasso di deforestazione entro il 2030 vale da sola la cifra esorbitante di 3.7 trilioni di dollari. Anche la fauna selvatica di quegli habitat ha enorme valore: non a caso la metà dei 640 miliardi di dollari del mercato farmaceutico statunitense si basa su prodotti che attingono alla varietà genetica di specie selvagge; tanto per fare un esempio: l’attività di uno stormo di uccelli insettivori in una piantagione di caffè vale 310 dollari per ettaro.
Tra le altre cose, la fauna selvatica aiuta anche a controllare il diffondersi di parassiti e malattie. Dati concreti forniscono prove: è stato stimato che il costo della perdita di avvoltoi in India si aggiri attorno ai 34 miliardi di dollari, principalmente a causa dei costi sostenuti dalla sanità pubblica ad esempio per l’aumento dei casi d’infezione da rabbia.
E ancora numeri: il certosino lavoro di impollinazione delle api è alla base di circa mille miliardi di dollari delle vendite agricole il cui valore ammonta a 190 miliardi dollari all'anno.
Non solo la biodiversità delle foreste apporta vantaggi economici, anche l’ecosistema marino regala notevoli benefici. Gli stock di pesci generano un business annuale di 274 miliardi e potrebbe valere almeno altri 50, se la gestione della pesca fosse più sensata. Ma persino questi enormi numeri impallidiscono confrontati con quelli forniti dalle attività connesse all’oceano: il loro valore è stimato intorno ai 21 trilioni all’anno: può la mente umana immaginare una cifra simile?
I principali economisti del settore ambientale soffrono di quel tipo d’illusione che rende perfettamente razionale accettare l’estinguersi dei sistemi naturali nella spasmodica ricerca di "crescita", diversi studi specialistici dimostrano come un grande valore economico venga perso a seguito di decisioni e misure orientate a promuovere attività economiche che avviliscono quanto la natura può offrire.
I servizi forniti dall’ambiente marino possono sostenere una considerevole percentuale del PIL delle singole Nazioni. Uno studio del World Resources Institute e del WWF ha rilevato che almeno un quarto del PIL di un Paese come il Belize dipende dalla presenza della barriera corallina e dalle foreste costiere di mangrovie.
Un’altra analisi effettuata dall’istituto di ricerca ambientale Trucost mostra come il degrado della natura stia già costando all’economia globale circa 6.6tn di dollari l’anno (11% del PIL mondiale) e il rischio è arrivare a 28 trilioni entro il 2050.
Così, mentre cercano di abituarci a credere che la natura sia un freno per lo sviluppo e per la crescita la realtà è esattamente l’opposto. Prendersi cura della natura è un requisito ineludibile per lo sviluppo economico. Alcune aziende leader (come Nestlé e Unilever) si sono resi conto e stanno modificando le proprie strategie. Alcuni paesi, tra cui la Guyana e il Costa Rica, hanno posto i sistemi naturali alla base della propria ricchezza, e stanno agendo di conseguenza per proteggerli.
Secondo Juniper sostenere la natura non significa esclusivamente proteggere l’ambiente, ma anche incentivare e far crescere l’economia del pianeta.
Dobbiamo renderci conto che la natura è soprattutto un fornitore di servizi preziosi, una fonte di ispirazione e il nostro più grande alleato per quanto riguarda la salvaguardia dei bisogni umani primari, e che la ricerca si basa non solo sulla scienza ecologica, ma anche su una quantità enorme di elementi di natura economica.
Le storie e i dati del libro di Tony Juniper non possono non convincere: basta dare un’occhiata all’evidenza. Necessitiamo di un’intramuscolo di risolutezza politica non solo per grandi manovre economiche, ma anche per la tutela del Pianeta Terra.

fonte:www.earthdayitalia.org

lunedì 28 gennaio 2013

Conferenza stampa Comitato No Inceneritori Terni: Martedì 29 gennaio ore 10 c/o La Siviera

Sulla scorta dell'articolo del quotidiano La Repubblica nell'edizione romana del 27-1-'13 dal titolo: "Quell'appalto diretto per il patron di Eur spa 21 milioni per la costruzione della centrale Acea",http://roma.repubblica.it/cronaca/2013/01/27/news/inchiesta_bus-51368530/, il Comitato No Inceneritori invita ad una conferenza stampa in cui presenterà la sua inchiesta sull'inceneritore di ARIA spa:"L’inceneritore di ACEA: un affare bipartisan. Caltagirone, i francesi, Alemanno e camerati, D’Alema.E Terni." che completerà le informazioni sconcertanti apparse nell'articolo con una serie di ulteriori informazioni relative all'appalto.
Comitato No Inceneritori

Quell'appalto diretto per il patron di Eur spa 21 milioni per la costruzione della centrale Acea

l sistema-Roma emerso dopo l'inchiesta si allarga a un nuovo capitolo. Nel consiglio di amministrazione della società che affidò i lavori un fedelissimo del sindaco

di DANIELE AUTIERI

 Il sistema-Roma emerso dopo l'inchiesta per corruzione e le dimissioni dell'ad di Eur spa, Riccardo Mancini, si allarga a un nuovo capitolo che, in questo caso, coinvolge l'Acea, l'azienda controllata al 51% dal Campidoglio e guidata da Giancarlo Cremonesi, un altro uomo vicinissimo al sindaco Alemanno.

Appellandosi all'articolo 221 del decreto 163/2006 che ammette la deroga alla procedura di gara pubblica quando ricorrono ragioni di estrema urgenza, Aria, l'azienda di Acea specializzata nel settore dei rifiuti, ha affidato "l'appalto integrato di progettazione esecutiva e di lavori per il revamping dell'esistente centrale di recupero energetico della società Terni Ena spa" all'associazione temporanea di imprese costituita da Società Generale Rifiuti srl (SoGeRi), Intercantieri Vittadello, Loto Impianti srl e IGM Ambiente srl. L'affidamento prevedeva il termine dei lavori entro la fine del 2012 per una contropartita economica da 21,9 milioni di euro.

L'attenzione a questo punto cade sulla SoGeRi, la società di cui Mancini è stato in passato amministratore unico prima di lasciare la guida dell'azienda a Emilia Fiorani che
oggi occupa la poltrona di presidente del consiglio di amministrazione. La Fiorani è stata già lambita dalle cronache sulla parentopoli dell'uomo forte dell'Eur che l'hanno descritta come la compagna di Carlo Pucci, il tabaccaio di viale Europa nominato da Mancini direttore marketing dell'Ente. Quello che più interessa però è la gerarchia azionaria della SoGeRi.

La società è infatti di proprietà di un'altra azienda, la Treerre spa di cui la Fiorani è l'azionista di minoranza con il 40% del capitale. La maggioranza (il restante 60%) è invece nelle mani della Emis spa, un'azienda sconosciuta alle cronache ma preziosa per Riccardo Mancini che ne controlla il 99% (319.900 euro di capitale sui 320mila totali). Come insegna il gioco delle scatole cinesi, la gerarchia azionaria della Emis conduce fino alla SoGeRi, la società aggiudicatrice dell'appalto, che Mancini controlla per intermezzo delle altre aziende che fanno da filtro.

Il fatto è rilevante e svela l'intreccio di interessi attivato all'interno delle aziende controllate dal Comune che in questo caso vede l'uomo che nel 2008 sostenne la campagna elettorale di Alemanno (indagato per aver favorito a forza di tangenti la vendita dei filobus di Breda Menarini all'Atac) ottenere un appalto senza gara da 21 milioni di euro da un'azienda (Acea) controllata al 51% dal Comune di Roma.

Peraltro nel consiglio di amministrazione di Aria spa, la società di Acea che gestisce l'inceneritore di Terni e ha assegnato l'appalto, siede Ranieri Mamalchi, un altro fedelissimo del sindaco di Roma, già capo della sua segreteria quando Alemanno era ministro dell'Agricoltura, membro del cda della fondazione alemanniana "Nuova Italia", nonché direttore degli affari istituzionali di Acea spa.

fonte: roma.repubblica.it


IN EUROPA PIU’ INCENERITORI CHE RIFIUTI

Un nuovo studio (Incineration overcapacity and waste shipping in Europe: the end of the proximity principle?) rivela che gli inceneritori già operanti in alcuni Stati membri dell'UE hanno la capacità di bruciare più del rifiuti non riciclabili generati. Tuttavia, in molti stanno spingendo per espandere ulteriormente la capacità di incenerimento.
La denuncia è contenuta in un report di Gaia (Global Alliance for Incinerator Alternatives).
Lo studio rileva che:
• Germania, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito hanno già la capacità di incenerimento superiore alle loro esigenze.
• Il risultato è che arrivano rifiuti da altri Paesi e questo va contro il principio di prossimità, oltre che causare la produzione di emissioni di CO2 assolutamente non indispensabile.
• Nonostante si bruciano già il 22% dei rifiuti dell'UE, l'industria prevede di aumentare la capacità europea di incenerimento, pregiudicando gli obiettivi fissati nella direttiva quadro sui rifiuti (direttiva quadro 2008/98/CE) e la tabella di marcia per l'Europa una risorsa efficiente, che sostengono l'ordine di priorità della prevenzione dei rifiuti, il riutilizzo e il riciclaggio. (2)


Qui potete trovare lo studio
http://www.no-burn.org/downloads/Incineration%20overcapacity%20and%20waste%20shipping%20in%20Europe%20the%20end%20of%20the%20proximity%20principle%20-January%202013-1.pdf


Umbria verso Rifiuti Zero
 

domenica 27 gennaio 2013

L’Italia e i suoi parchi naturali, una direttiva per proteggere la biodiversità

Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini tenta un salto di qualità nella protezione della natura e invia una direttiva ai parchi naturali italiani: preservare la biodiversità nell’ottica dei cambiamenti climatici e al contempo migliorare i ritorni economici, questi gli obiettivi

Valorizzare maggiormente i parchi nazionali sia sul piano della protezione della natura sia dal punto di vista dell'ottimizzazione delle spese. Questo è in sintesi il significato della direttiva inviata ai parchi nazionali da parte del ministro dell'Ambiente, Corrado Clini, che si prefigge un salto di qualità nella protezione della natura. Il documento, con cui decolla concretamente la strategia nazionale della biodiversità approvata a fine 2010, era atteso da moltissimi anni e le riserve naturali finora hanno dovuto operare in importanti azioni per la conservazione della natura senza avere il sostegno di linee guida comuni e condivise, con scarsa razionalizzazione di risorse oppure sottovalutando interventi invece necessari per salvare specie e habitat a rischio di estinzione.
L'Italia possiede un patrimonio inestimabile di biodiversità e la direttiva, che si inserisce nella legge quadro sui parchi, fa esplicito riferimento alle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici che vanno prontamente adottate per conservare questi tesori naturalistici.
La volontà di ottenere risultati tangibili in tempi brevi è evidenziata dalla tempistica predisposta dal ministero, che attende entro il 31 gennaio la presentazione delle azioni che i parchi intendono intraprendere per dare nuova linfa alla protezione delle biodiversità e per dare impulso all'economia connessa ai preziosi polmoni verdi italiani. Dopo il vaglio delle proposte, il ministero farà le proprie valutazioni entro il 10 marzo, alle quali seguiranno, in settembre, relazioni sullo stato dei lavori e finali dei parchi.
Due le modalità di intervento individuate dalla direttiva per il 2013: la prima consiste nell'attività di catalogazione scientifica del patrimonio ambientale, mentre la seconda mira alla redazione di studi e progetti unitari in grado di promuovere e valorizzare l'ecosistema.
Entrando più nel dettaglio, della direttiva risulta evidente la volontà di colmare l'assenza di una politica organica di protezione ambientale in Italia, fotografando la situazione attuale e allo stesso tempo sviluppando nuove dinamiche in grado di orientare gli interventi strutturali delle politiche di settore.

fonte: www.earthdayitalia.org

IL RICICLO PER USCIRE DALLA CRISI.

Uscire dalla crisi economica ridando vigore a sostenibilità e tutela ambientale. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) è possibile, soprattutto puntando su un settore, quello del riciclo, oggi in piena crescita. Nel suo rapporto “Earnings, jobs and innovation: the role of recycling in a green economy” l’AEA esamina i vantaggi economici, sociali ed ambientali dell’industria del riciclaggio, dimostrando in che termini il giro d’affari potrebbe crescere e quanto è stato raggiunto dal 2000 al 2010.
Secondo il rapporto l’opzione riciclo non solo evita ai rifiuti il conferimento in discarica, limitando così le emissioni inquinanti, ma aiuta anche a soddisfare le esigenze di materie prime secondarie evitando gli impatti ambientali associati all’estrazione e alla raffinazione dei materiali vergini. Ecco perché i ricavi della relativa industria sono “sostanziali, veloci e in aumento”. In Europa dal 2004 al 2008 il giro d’affari delle sette principali categorie di materiali riciclabili è quasi raddoppiato superando i 60 miliardi di euro e, a parte la leggera flessione tra la fine del 2008 e la prima metà del 2009 – dovuta ad una ridotta domanda di materie prime – il settore continua la sua crescita.
La quantità di materiali riciclabili ordinati e immessi sul mercato è aumentata del 15% tra il 2004 e il 2009. Del riciclo ha beneficiato anche il mondo del lavoro: l’occupazione complessiva comparto nei paesi europei è aumentata del 45% tra il 2000 e il 2007.


Umbria verso Rifiuti Zero

A Firenze la prima del Docu-Film "Meno Cento Chili"