Brescia, nella Terra dei Fuochi del Nord smantellata la task-force: spostati (e non sostituiti) procuratore e direttrice Arpa

Quasi mille impianti di smaltimento, molte discariche anche abusive, centinaia di aree da bonificare: il Bresciano è diventata la meta dell'inversione di rotta del traffico dell'immondizia














Chi tutti i giorni indaga sui crimini ambientali, l’ha soprannominata una “nuova Terra dei fuochi”. Al capo opposto dell’Italia rispetto a quella più nota della CampaniaBrescia è altrettanto martoriata: nella provincia ci sono quasi mille impianti di trattamento e smaltimento rifiuti, molte discariche anche abusive e centinaia di aree da bonificare che richiedono un presidio costante da parte delle istituzioni. Presidio però che adesso, a ridosso delle elezioni, si è in pochi mesi molto indebolito. Da una parte, infatti, il pm della Dda bresciana Sandro Raimondiè pronto a lasciare a seguito della promozione a procuratore capo di Trento, e la sua squadra specializzata in rifiuti risulta già smantellata. Dall’altra, la direttrice dell’Arpa di Brescia e Mantova Maria Luisa Pastore a un mese dal voto è stata spostata, con dieci mesi di anticipo rispetto alla fine del contratto.

Una nuova “Terra dei fuochi”
Nel Bresciano ci sono 880 impianti che trattano e smaltiscono rifiuti, le discariche comprese quelle chiuse sono 120. I siti interessati da un processo di bonifica, incluse anche aree piccole e a minore contaminazione, sono in tutto circa 500. Il più noto è quello contaminato da Pcb dell’azienda chimica CaffaroLo stato di salute della popolazione non è buono: secondo l’ultimo rapporto Sentieri, a Brescia “in entrambi i generi si osservano eccessi (uomini più 10 per cento, donne più 14 per cento) in tutti i tumorie dei tumori epaticilaringeirenali e tiroidei”. Per tre tipi di cancro direttamente riconducibili a Pcb e diossine, si osserva addirittura una diffusione sopra la media: i melanomi cutanei (uomini più 27 per cento, donne più 19 per cento), i linfomi non-Hodgkin (uomini più 14 per cento, donne più 25 per cento) e i tumori della mammella (donne più 25 per cento).

E l’area appare come una bomba ecologica pronta a esplodere anche se la si guarda dalle aule giudiziarie: una delle inchieste più importanti dell’anno scorso, condotta dai Noe di Milano con il procuratore aggiunto Raimondi, ha rivelato un’inversione di rotta del traffico di rifiuti. Dal Sud, la terra dei fuochi per eccellenza, alla nuova terra dei fuochi nel Nord Italia, Brescia compresa. Tra i 26 indagati (ancora si attende il rinvio a giudizio) figurano anche alcuni dipendenti di grosse multiutility, come Hera Ambiente e A2A Ambiente. Sarà la principale inchiesta sui rifiuti che rimarrà aperta a Brescia dopo l’addio di Raimondi: già passata una volta di mano dai procuratori Silvia Bonardi e Francesco Piantoni, continuerà il suo percorso un po’ accidentato con il prossimo pm.
Dai rifiuti di nuovo ai furti di rame
L’annuncio della promozione a procuratore capo di Trento è arrivata a inizio anno. Considerato da molti vicino al centrodestra, Raimondi era arrivato a Brescia nel 2010 e ha seguito molte inchieste sulla gestione e il traffico illecito di rifiuti. Aveva dato vita a una squadra di sua collaborazione diretta: due ufficiali di polizia giudiziaria che rimarranno in procura occupandosi di altro e due uomini della Polizia ferroviaria con esperienza nei rifiuti. “Nonostante il trasferimento del procuratore Raimondi sia ufficiale da oltre un mese, ancora non si conoscono le sorti della sua squadra di funzionari esperti in tematiche e reati ambientali. Ci auguriamo che queste competenze non vadano disperse”, dice a ilfatto.it Imma Lascialfari, presidente del Coordinamento comitati ambientalisti della Lombardia. Ma i due uomini della Polfer sono già stati richiamati sui binari: nonostante l’esperienza accumulata in una delle aree più critiche d’Italia per la gestione dei rifiuti, torneranno probabilmente a occuparsi di furti di rame sulle linee ferroviarie.

Il trasferimento a un mese dal voto
Al vuoto che si è venuto a creare in Procura corrisponde, in maniera speculare, la poltrona già mezza vuota della direttrice di Arpa Brescia e Mantova Maria Luisa Pastore. Spostata dal 5 febbraio, a quattro settimane esatte dalle elezioni e dieci mesi prima della fine del suo incarico, a capo del settore Tutela dai rischi naturali, la Pastore è adesso costretta a dividersi tra i due incarichi. Il trasferimento, fatto “in base al principio di rotazione” come chiarisce il comunicato ufficiale, è scattato mentre la procedura per nominare il suo successore era ancora aperta, e dovrebbe concludersi “entro fine mese”. Una serie di circostanze che il Coordinamento ambientalista considera “anomale”. “Una mossa fatta in fretta e furia nell’ultimo mese di legislatura necessita secondo noi di doverose spiegazioni. Vorremmo capire se si tratta davvero di una promozione e se è previsto ufficialmente un periodo di affiancamento tra Maria Luisa Pastore e il suo successore, vista la complessità della situazione bresciana”, prosegue la presidente del coordinamento Imma Lascialfari.
Contattata da ilfatto.itMaria Luisa Pastore ammette di lasciare Brescia “con un po’ di amarezza per l’affezione alle persone e agli argomenti trattati”, ma cerca di minimizzare: “La rotazione è una regola prevista anche dalle nostre regole anticorruzione e il mio incarico sarebbe comunque terminato a fine anno. Da parte mia, sono assolutamente disponibile per un passaggio di consegne”. In attesa del nome, si può provare a stilare una lista delle questioni di cui dovrà occuparsi il nuovo direttore, molte e molto spinose. “Ci sono i controlli da eseguire con continuità sugli stabilimenti industriali, e rimangono aperti numerosi procedimenti di bonifica. Quello che desta maggiori preoccupazioni riguarda l’area Caffaro”, dice a ilfatto.it la Pastore. Non è l’unico progetto critico: “Sono poi in corso attività di caratterizzazione per la bonifica della discarica di Passirano, delle acque della falda Baratti-Inselvini contaminate da cromo e della ex Stefana di Ospitaletto. Presto poi partiranno i lavori per l’alta velocità Brescia-Verona: anche in quell’area sono state individuate aree potenzialmente inquinate che necessitano di bonifica e ci sarà il problema di valutare la gestione delle terre e rocce da scavo”.

fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it

La ricetta norvegese contro lo spreco di plastica: fino a 31 cent per le bottiglie restituite

Nel Paese scandinavo il 90% delle bottiglie utilizzate viene riciclato con la riconsegna al negozio. Un meccanismo ben collaudato anche in Germania






















Come incoraggiare la gente a non comprare bottiglie o altri contenitori in plastica, o in alternativa a riciclarli correttamente riconsegnandoli a chi si occupa di riciclare appunto la plastica e non finisce per avvelenare oceani e mari? Il sistema esiste da anni nei paesi scandinavi e in Germania, funziona, e non ha provocato proteste né mugugni da parte dei consumatori. Si chiama DRS, cioè dalla sigla in inglese deposit-refund system. Prendiamo il caso norvegese, per spiegare come funziona. Qualsiasi cittadino acquisti una bottiglia di coca-cola, di acqua minerale, o di qualsiasi altra bevanda in plastica, paga sul prezzo di vendita della bevanda un sovrapprezzo, pari in euro a circa 12 centesimi per le bottiglie piccole, a capienza di massimo mezzo litro, e attorno ai 31 centesimi per le bottiglie piú grandi, 75cl, 1 litro, un litro e mezzo o due litri per intenderci.

Poi non finisce qui. Il cittadino riporta da casa al negozio la bottiglia vuota, la consegna alla cassa o piú spesso a una macchina automatica che riconosce ogni tipo di bottiglia, e riceve uno scontrino con cui, effettuata appunto la restituzione per avviare il riciclaggio, alla cassa riceve restituiti quei soldi, tanti quanti sono le bottiglie che ha riconsegnato. I risultati sono eccellenti: grazie all´introduzione del sistema deposit-refund system in Norvegia il 96 per cento delle bottiglie di plastica viene riconsegnato e riciclato. Percentuali altissime anche in Danimarca e in Germania, cioè attorno al 90 per cento del totale delle bottiglie di plastica vendute.

Molto meno buoni sono i risultati dei sistemi di riciclaggio usati con contenitori stradali o a caso nel Regno Unito, dove viene riciclato appena il 57 per cento delle bottiglie di plastica, o ancor peggiori negli Stati Uniti d´America: là nella prima potenza economica mondiale soltanto il 13 per cento circa delle bottiglie di plastica torna nel processo del riciclaggio. Il resto viene buttato nel circuito normale della spazzatura. Col rischio forte che finisca in acqua, avvelenando appunto oceani e mari e uccidendo specie rare.

Le autorità britanniche stanno prendendo in seria considerazione, con anni di ritardo su scandinavi e tedeschi, l´ipotesi di introdurre il sistema del deposit refund system.

Ipotesi analoghe sono allo studio anche in Francia, dove il sistema DRS se verrá introdotto avrà ovviamente un nome francesizzato: retour de la consigne. Si sa, i cittadini della Cinquième republique amano francesizzare tutto, dall´Aids che si chiama Sida, agli Ufo denominati Ovni, a tante altre sigle, perché le traducono dall´inglese lingua globale al francese. Se ad esempio vi imbattete in una sigla misteriosa francese, Otan, sappiate che è la Nato tradotta. Poco importa, conta molto di piú diffondere sistemi di riciclaggio seri e poi chiamarli come si vuole, ma salvare l´ambiente dalla plastica.

fonte: www.repubblica.it

Via libera dall’Europa al decreto biometano

La Commissione europea approva il DM italiano per l’utilizzo del biometano e dei biofuel avanzati. Vestager: “Un passo avanti per le rinnovabili europee”


















Via libera al decreto biometano (DM Biometano). Per la Commissione europea il provvedimento è perfettamente in linea con la normativa comunitaria sugli aiuti di stato e può dunque entrare in vigore una volta firmato dai ministri competenti. Ad annunciarlo è Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la concorrenza, che definisce il nuovo decreto “un altro passo verso un maggiore uso delle energie rinnovabili in Europa”. Si tratta di un momento a lungo atteso dal comparto energetico italiano: annunciato fin dal 2016, l’atto rappresenta infatti l’ultimo tassello legislativo necessario a liberare il mercato nazionale dei biocombustibili avanzati.
Più specificatamente, quello che gli operatori hanno ribattezzato come “decreto biometano bis” definisce il quadro regolatorio in cui inserire il nuovo sistema d’incentivazione per questi prodotti energetici, definiti di II e II generazione perché non legati alla produzione su terreni agricoli. “Il regime  – commenta Vestager- incoraggerà la produzione e il consumo di biocarburanti avanzati in Italia, limitando al contempo distorsioni della concorrenza”.
  
Nel dettaglio, il sistema incentivante ha un bilancio indicativo di 4,7 miliardi di euro e si applica a tutti nuovi impianti per la produzione di biometano e biocarburanti ottenuti da rifiuti, residui agricoli e alghe (e a quelli esistenti riconverti), che entrino in esercizio entro il 31 dicembre 2022. I produttori di biofuel riceveranno un premio che permetterà loro di compensare i maggiori costi di produzione e competere con i combustibili fossili nel settore dei trasporti. Il livello dell’incentivo sarà aggiornato ogni anno in base ai costi di produzione per garantire che non vi siano compensazioni eccessive. Lo schema impone comunque un limite massimo di producibilità, complessivamente incentivata, di 1,1 miliardi di metri cubi all’anno. Raggiunto tale tetto potranno beneficiare dei sussidi unicamente le strutture che avranno presentato richiesta di qualifica e che siano entrate in esercizio entro i 12 mesi successivi.


Per il biometano immesso nella rete del gas naturale e utilizzato per i trasporti, l’incentivo ha una durata di venti anni ed è emesso sotto forma di certificati di immissione in consumo (CIC) di biocarburanti. Il ritiro di quello “avanzato” verrà effettuato a un prezzo pari a quello medio ponderato con le quantità, registrato al Punto di Scambio Virtuale (PSV) nel mese di cessione, che il GME rende disponibile sul suo sito internet, ridotto del 5%. Per quello senza destinazione specifica di uso è prevista invece l’emissione di Garanzie d’Origine (GO) e l’istituzione presso il GSE di un “Registro nazionale” delle garanzie. “Il regime – spiega ancora l’esecutivo europeo – incoraggerà gli agricoltori a produrre biometano e biocarburanti da stallatico e da altri residui derivanti dalle attività agricole e ad avvalersene per alimentare macchinari agricoli e veicoli” e “sarà finanziato dai commercianti al dettaglio di carburanti per trasporto”.

La notizia è stata accolta con soddisfazione dal Consorzio Italiano Biogas che, attraverso le parole del suo presidente Piero Gattoni, fa sapere che “si tratta di un momento di svolta dopo una lunga battaglia che ci ha visti impegnati in una vasta campagna di sensibilizzazione sulle caratteristiche di qualità e di sostenibilità del biometano agricolo italiano[…] Ci auguriamo ora che il decreto venga firmato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel più breve tempo possibile”.

Leggi qui lo schema del DM Biometano pubblicato dal Mise


fonte: www.rinnovabili.it

La morte del diesel e l’irruzione di nuove forme di mobilità

La decisione tedesca sul bando al diesel sta già facendo registrare un effetto a catena. Le case automobilistiche devono cambiare strategia, guardando anche a un futuro in cui l'auto elettrica, anche condivisa e a guida autonoma sarà protagonista. L'editoriale di Gianni Silvestrini.




















La decisione della corte federale amministrativa di Lipsia di giudicare ammissibile il blocco dei modelli diesel sotto lo standard Euro4, estendibile dal settembre 2019 anche agli Euro5, provocherà un effetto a catena nelle città inquinate, non solo tedesche, che segnerà la progressiva morte delle auto con motori diesel e una accelerazione della corsa all’elettrico.
Parigi, Madrid e Atene vogliono proibirli dal 2025, Roma dal 2024, Milano dal 2023, mentre Copenaghen intende limitarne l’uso già dal prossimo anno. E i mercati, che già hanno recepito la disaffezione dell’opinione pubblica, rischiano ora di crollare.
Il Regno Unito ha visto una riduzione del 17% delle vendite nel 2017, mentre a livello europeo la quota dei diesel è scesa di ben dieci punti in soli tre anni, passando dal 53,6% del 2014 al 43,7% del 2017.
Ancora più significativo il dato delle vendite tedesche del mese di gennaio, precipitato dal 45% del 2017 al 33% di quest’anno nell’attesa della sentenza auspicata da molte città intenzionate a limitare l’uso dei diesel.
La recente decisione di Fiat Chrysler di definire una data limite (2022) per l’impiego di motori diesel, sulla scia di quanto già annunciato da Volvo, Porsche e Toyota, è destinata quindi ad estendersi anche ad altre case.
Ma i problemi dell’industria dell’auto non si limitano alla progressiva fine del diesel. Ci sono altre minacce, anche più radicali, all’orizzonte.
“Mi spiace dirlo, ma ci stiamo avvicinando alla fine dell’era dell’auto”. O perlomeno, dell’auto come la conosciamo oggi. Sulle strade vedremo veicoli elettrici a guida autonoma e fra non molto gli americani dovranno iniziare a vendere o a rottamare le loro Ford o Fiat-Chrysler. A delineare questo scenario non è un ambientalista, ma Bob Lutz, già vicepresidente della General Motors.
PriceWaterhouseCoopers delinea scenari meno esplosivi ma comunque in rapida evoluzione. Alla fine del prossimo decennio i nuovi servizi di mobilità elettrica condivisa potrebbero portare a una riduzione del parco circolante in Europa dagli attuali 280 a 200 milioni. Nel 2030 solo il 5% delle auto vendute nella Ue sarebbe ancora a combustione interna.
Secondo questo studio, inoltre, il 25% delle auto sarebbe a guida autonoma garantendo il 40% degli spostamenti. Dal prossimo 2 aprile case come Google, Ford, Uber e Nvidia potranno fare circolare in California i loro veicoli senza la presenza di un guidatore a bordo. E’ l’inizio di una rivoluzione che potrebbe evolvere con effetti dirompenti sull’industria dell’auto, del petrolio, delle assicurazioni…
Le strategie per superare il predominio dei veicoli a combustione interna hanno visto percorsi molto diversi nei principali paesi produttori. Schematizzando al massimo, potremmo fare il seguente quadro.
La Germania, dopo aver creduto in passato all’idrogeno, è partita con forte ritardo sull’elettrico. Il Giappone dopo il successo delle auto ibride sta ora puntando sull’idrogeno. Gli Stati Uniti, dimenticata una breve parentesi sull’idrogeno, stanno accelerando sull’elettrico. La Cina gioca con forza la carta dell’elettrico, ed è rapidamente arrivata a conquistare la leadership mondiale. Nel 2018 Pechino fornirà infatti oltre metà degli 1,5 milioni di auto elettriche che si prevede verranno vendute nel mondo e nel 2025 puntano a produrre 7 milioni di veicoli elettrici.
Queste trasformazioni avranno anche notevoli implicazioni sul fronte occupazionale. Ipotizzando infatti che nel 2030 l’elettrico rappresenti il 35% delle vendite europee, se solo il 10% delle auto elettriche venisse prodotto nel continente il settore rischierebbe di perdere il 28% dei posti di lavoro, mentre se si riuscisse a esportarne il 20% l’occupazione crescerebbe dell’8%.
Dunque ci sono implicazioni di grande portata che riguarderanno le strategie di tutti i grandi gruppi. La Volkswagen ha raddoppiato a 40 miliardi $ gli investimenti sull’elettrico, ma probabilmente non basteranno.
Un’ultima riflessione sulle possibili trasformazioni della mobilità nelle nostre congestionate città. Uno scenario auspicabile vede la diffusione di forme di sharing che nel prossimo decennio si potranno realizzare con auto autonome. Una evoluzione che andrà però governata.
Se verranno forniti servizi efficaci, puntando sulla condivisione dei mezzi da parte di più passeggeri, si potrà ridurre fortemente il numero dei veicoli sulle strade. E i parcheggi liberati potrebbero trasformarsi in ottime piste ciclabili.
In questo futuro, l’auto autonoma condivisa, il trasporto pubblico e la bicicletta rappresenterebbero gli assi di una mobilità sostenibile a basso costo.
Una cosa è evidente. Il mondo della mobilità vedrà rapidissime evoluzioni aprendo incredibili opportunità. L’importante è che ci sia la consapevolezza dei cambiamenti possibili e la capacità di governarli. Cosa che al momento in Italia pare quanto mai lontana.

fonte: www.qualenergia.it

Bottiglie in plastica biodegradabile? Al via una petizione. Non è un’impresa impossibile




















Dopo l’entrata in vigore della norma che obbliga tutti i negozi e i supermercati italiani a usare solo sacchetti biodegradabili e compostabili per frutta e verdura, c’è chi chiede di andare oltre e ha lanciato   una petizione, che ha già raccolto più di 207 mila firme, per chiedere ai governi e alle istituzioni di imporre alle aziende la sostituzione di tutte le bottiglie in Pet con contenitori in plastica biodegradabile. Si tratta di un obiettivo ambizioso, se consideriamo che nel mondo si vende più di un milione di bottiglie di plastica al minuto, e che ne viene recuperata meno della metà.
Non si tratta però di un’impresa impossibile. In commercio esistono acque minerali in bottiglie realizzate in PLA, un polimero che si ricava dalla fermentazione dei composti a base di zucchero e amidi delle piante, anche se le bevande non sono tutte uguali. Secondo
“Non ci sono particolari problemi – precisa Luca Foltran, esperto di packaging e sicurezza dei materiali – quando si impiegano bottiglie biodegradabili e compostabili come contenitori per acqua minerale frizzante o naturale, bibite analcoliche, infusi, succhi filtrati perché si tratta di alimenti con un basso potere estrattivo.



È stata lanciata una petizione per chiedere alle istituzioni di imporre l’uso di plastica biodegradabile per le bottiglie

Diverso è il discorso per sciroppi, bevande non filtrate, bibite analcoliche e mosti con polpa di frutta, cioccolato e latte, che hanno un potere estrattivo maggiore. In questo caso, però, ricorrendo a con qualche accortezza in più da parte dei produttori si può arrivare realisticamente a soluzioni interessanti.
“I vantaggi nell’impiegare il PLA sono diversi – spiega Foltran – si tratta di una sostanza  ricavata da una fonte naturale e rinnovabile, non è realizzato con petrolio e derivati e permette un risparmio in termini di emissioni di CO2”. Tuttavia va ricordato che, come per i sacchetti, la biodegradabilità del materiale non giustifica l’abbandono nell’ambiente. Per cui queste bottiglie devono essere smaltite come le altre  attraverso la raccolta dei rifiuti organici. La conversione non può realizzarsi in tempi brevi, perché è necessario adeguare gli impianti di compostaggio che dovrebbero  essere in grado di lavorare quantitativi decisamente maggiori rispetto a quelli attuali.
Si tratta comunque di un’iniziativa interessante, che potrebbe inserirsi nel piano annunciato dall’Unione europea per combattere l’abuso di plastica nel continente, ridurre i materiali plastici circolante e favorirne riciclo e riuso entro il 2030.
Per firmare la petizione clicca qui

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Torna Let’s Clean Up Europe contro l’abbandono dei rifiuti

Dopo il successo delle prime quattro edizioni, torna anche in questo 2018 la campagna europea contro il littering e l’abbandono dei rifiuti


















Gli europei producono sempre meno rifiuti destinandone al riciclo quote in crescita. Nonostante trend di gestione tutto sommato buoni, il cattivo smaltimento e l’accumulo di rifiuti costituiscono una minaccia non trascurabile per il territorio. Per questo motivo, da almeno quattro anni in Europa viene organizzata la campagna Let’s Clean Up Europe (LCUE). Nata nel 2014, l’iniziativa organizza annualmente una sorta di pulizie di primavera di gruppo: volontari armati di guanti, sacchi della spazzatura e buona volontà si incontrano con l’obiettivo di tenere pulito l’ambiente, documentando e condividendo le loro azioni.

L’evento torna anche in questo 2018 dal 1° Marzo al 30 Giugno 2018, con una serie di iniziative promosse da istituzioni ed enti locali, ma anche associazioni di volontariato, scuole, gruppi di cittadini, imprese e enti in generale. Partecipare alla campagna è semplice: basta visitare il sito di ENVI e cliccare sul link per accedere alla scheda di registrazione, disponibile fino al 4 maggio 2018. L’iscrizione può essere effettuata esclusivamente on-line.
In Italia Let’s Clean Up Europe 2018 è promosso dal Comitato promotore nazionale della Settimana Europea Riduzione Rifiuti- composto dal Ministero dell’Ambiente e per la Tutela del Territorio e del Mare, CNI Unesco, Utilitalia, Città metropolitana di Roma Capitale, Città Metropolitana di Torino, ANCI, Legambiente – coordinato da AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), con il supporto del Ministero dell’Ambiente, che ogni anno sostiene anche la realizzazione di un evento centrale nazionale. Le date centrali della campagna saranno quelle dall’11 al 13 Maggio 2018, per coerenza con la tradizione che vuole il momento culmine della campagna LCUE ruotare intorno al giorno dell’Europa – il 9 maggio.

“Prendendo parte a “Let’s Clean Up Europe!” e aiutando a tenere pulito l’ambiente – scrivono gli organizzatori – i partecipanti possono rendersi conto di quanti rifiuti sono abbandonati vicino a loro. Questa azione da un’opportunità unica per sensibilizzare i cittadini sui problemi dell’abbandono e per aiutare a cambiare i loro comportamenti”.

fonte: www. rinnovabili.it 

Verso il primo Ecodistretto ad economia circolare in Umbria - Città della Pieve - Sabato 11 marzo 2018


11 marzo 2018
Verso il primo Ecodistretto ad economia circolare in Umbria”

ore 10:00 – 13:00 Conferenza - Sala S. Agostino di Città della Pieve.
Ore 15:00 - 19:00 Laboratori di riparazione, riuso e riciclo creativo - Rocca di Città della Pieve 

 
Siete tutti invitati a partecipare alla conferenza di presentazione della proposta di legge regionale ad iniziativa popolare, per l’istituzione di Ecodistretti che facciano riferimento, non necessariamente ad aree circoscritte da medesimi confini giuridici, bensì da condivisi orizzonti identitari, per storia, natura, agricoltura, interessi economici o altro.
Agli esperti ISDE, WWF, LIPU e Carabinieri Forestali che vorranno onorarci con la loro presenza chiederemo di aggiornarci sullo stato in cui versano boschi, laghi, corsi d’acqua e ambienti naturali che caratterizzano i nostri paesaggi.
L’ Incontro – Conferenza, convocata dalla locale Associazione “ Gruppo Ecologista il Riccio” sarà aperta e dialogante con i comitati ambientalisti umbri e di zona ed avrà come obiettivo quello di informare, sensibilizzare e coordinare le azioni che in fatto di volontariato, ad oggi, risultano ancora essere insufficienti o subordinate a decisioni di carattere politico-amministrativo.
Nei mesi scorsi, presenti ad un' iniziativa del CRURZ (coordinamento regionale umbro rifiuti zero) per la redazione di una proposta di legge regionale popolare a scrittura dei medici ISDE: Vantaggi e Romagnoli, finalizzata alla tutela delle matrici ambientali: aria, acqua e suolo, abbiamo ricevuto il compito di far cominciare da Città della Pieve la campagna di sensibilizzazione e adesione al progetto di tutela ambientale per la nascita di Ecodistretti Umbri e per la nostra area all'Ecodistretto “Trasimeno – Alto Orvietano”.
Desiderosi di contribuire al cambiamento e certi che più ancora di una indispensabile legge a tutela della nostra "casa comune" occorra un più oculato senso di responsabilità civile, individuale e collettivo, partendo dalle nostre piccole azioni quotidiane, abbiamo cercato di individuare strategie che ci accompagnino nel necessario ed epocale passaggio, dal distruttivo ruolo di consumatori di beni a quello di suoi " coltivatori!"
La giornata inizierà con la conferenza che si terrà dalle ore 10:00 alle 13:00 e continuerà dalle 15 alle 19 con una serie di laboratori pratici per la promozione di buone pratiche di riuso, riciclo e rigenerazione di prodotti, spesso erroneamente considerati rifiuti. Si cercherà, così facendo, di osteggiare, per quanto possibile, la dilagante propensione della moderna economia all’obsolescenza pianificata e percepita, all’origine di tanti scempi ambientali, troppo spesso, affrontati negli effetti e mai nelle cause.

Associazione “Gruppo Ecologista il Riccio”

Legge Rifiuti Zero: Comunicato stampa udienza TAR Lazio

Massimo Piras
Coordinatore nazionale

Movimento Legge Rifiuti Zero
per l'Economia Circolare

Sede in Roma piazza V. Emanuele II n. 2

L'aria di Trestina non rassicura: perché la Regione non ha fatto la VIA?












Nel centro abitato della frazione di Trestina (Comune di Città di Castello) insiste un'industria di trattamento rifiuti speciali non pericolosi, esattamente, fanghi prodotti da un'azienda chimica, sita a Ferrara, che produce catalizzatori per la sintesi.
Dai fanghi viene ricavato “biossido di titanio”, che, se necessario, viene pure raffinato per evitare la formazione di grumi, e infine insacchettato con sistemi automatici ad aria compressa per poter essere commercializzato per l’utilizzo nel campo dell’edilizia e dell’industria in generale. 
Nonostante l'Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro abbia classificato il biossido di titanio come “possibile cancerogeno per gli esseri umani”( https://monographs.iarc.fr/ENG/Publications/techrep42/TR42-4.pdf ) e nonostante l’area, ove sono ubicati i ricettori più prossimi all’opificio, sia classificata in classe IV “aree di intensa attività umana” (DPCM 14.11.1997), ebbene, non ci crederete, ma l'impianto non è mai stato sottoposto a valutazione d'impatto ambientale (!).
La valutazione d'impatto ambientale (VIA) è un procedimento amministrativo che serve ad assicurare che l’attività industriale sia compatibile con le condizioni per uno sviluppo sostenibile; da una parte, mettendo al centro dell’attenzione l’uomo di cui va protetta la salute e va garantita la migliore qualità della vita attraverso miglioramenti ambientali e, dall’altra, proteggendo e mantenendo le specie e conservando la capacità di riproduzione degli ecosistemi in quanto essenziali per la vita. 
Con inspiegabile sorpresa, Regione Umbria, con determinazione dirigenziale n. 7269 del 5 agosto 2016, ha escluso il procedimento di valutazione di impatto ambientale (VIA) del Progetto "Modifica di impianto autorizzato al recupero di fanghi in Loc. Trestina nel Comune di Città di Castello", limitandosi ad affermare semplicemente che “dalle risultanze istruttorie del procedimento è emerso che il progetto in argomento non comporta impatti negativi e significativi sull’ambiente”. 
Tale  scarna motivazione, nonostante il contesto in cui l'opificio ricade e l'esercizio continuo dello stesso (emissione di fumo giorno e notte), non contiene alcuna valutazione circa l’assenza o meno di potenziali impatti per l’ambiente e, di conseguenza, per la salute.
Purtroppo, la Regione Umbria troppo spesso non motiva l'esclusione della valutazione d'impatto ambientale, emettendo provvedimenti d'identico scarno tenore e con le solite ripetute formule di rito.
Innanzi ad un impianto, che ricava (produce) biossido di titanio, nel cuore di una frazione, densamente abitata, quale Trestina, il provvedimento di esclusione dalla VIA, per quanto connotato da un amplissimo margine di discrezionalità, è comunque sindacabile, anche sotto il profilo della palese assenza o insufficienza della motivazione o della manifesta carenza dei presupposti. Motivazione che, nel caso di specie, è stata del tutto obliterata o comunque formulata in modo alquanto lacunoso rispetto a taluni evidenti individuabili presupposti. 
Preme sottolineare che, nel caso di specie, era tanto più necessaria la motivazione di esclusione, ove soltanto si consideri la presenza di criticità ambientali, in particolare, la presenza di “aree di intensa attività umana” nonché la classificazione della stessa attività industriale quale "INDUSTRIA INSALUBRE", come si legge nell'elenco delle industrie insalubri approvato con D.M. 5/9/1994, lettera A) "Sostanze chimiche e fasi interessate dell'attività industriale", numero 112) "Titanio biossido: produzione" .
La normativa prescrive il ricorso alla VIA “Se il progetto ha possibili impatti negativi e significativi sull’ambiente”.
Dunque l’esclusione dalla VIA richiede un determinato grado di certezza circa l’assenza di impatti negativi. 
In caso di incertezza o di impatto anche solo potenziale si ricorre sempre e comunque alla VIA. 
E ciò in ossequio al principio di matrice comunitaria di massima precauzione in materia di tutela dell’ambiente (art. 191, par. 2, T.F.U.E.).
Proprio perché lo stato dei fatti e degli atti non sembra rassicurare circa l’assenza di qualsivoglia impatto sulle matrici ambientali interessate dall'impianto, già autorizzato con determinazione provinciale 5662 del 13 giugno 2007, corre la necessità del "Comitato Salute Ambiente - Calzolaro Trestina Alto Tevere Sud" di esigere e ottenere delle rassicurazione tecniche, non unilaterali all'Azienda, come sinora si è cercato di fare, bensì con indagini che siano garanzia d'imparzialità o, quantomeno, compiute in contraddittorio tra le parti. 


"Comitato Salute Ambiente - Calzolaro Trestina Alto Tevere Sud" 

OGM vietati circolano in Europa. Arrivati anche in Italia

C’è una falla nella legislazione europea. Il quotidiano francese Le Monde ha scoperto che alcuni OGM vietati sono finiti in commercio, anche nel nostro Paese



















Anche se in Italia la notizia non è ancora arrivata, da ieri l’Europa è in fibrillazione per uno scoop del giornale francese Le Monde, che ha scoperto la commercializzazione illegale di OGM vietati. I prodotti incriminati sono mangimi per animali in Francia, ha confermato la direzione per la soppressione delle frodi (DGCCRF), confermando le informazioni di Le Monde.
Secondo una portavoce della Commissione Europea, gli altri Stati membri dell’UE sono stati allertati: “Poiché i prodotti non sono consentiti, sono di fatto vietati, quindi devono essere ritirati dal mercato”, ha affermato. I prodotti in questione sono batteri geneticamente modificati, “utilizzati per produrre aminoacidi usati come additivi nell’alimentazione degli animali per ruminanti, maiali e salmoni”, ha scritto Le Monde, puntando il dito sulle “filiali francesi” del gigante agroalimentare Ajinomoto. “Le sostanze citate nell’articolo del quotidiano Le Monde sono stati immessi sul mercato europeo a seguito di un errore amministrativo”, ha detto in una nota il gruppo giapponese, che afferma di essere “il più grande produttore mondiale di aminoacidi per fermentazione”.

 

Gli OGM sono stati utilizzati per la produzione di mangimi per animali e spediti in diversi paesi, tra cui l’Estonia, dai quali si sono diffusi in Italia, Romania, Lituania, Lettonia, Ungheria. Secondo il quotidiano francese, che ha visionato documento dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), questi prodotti non sarebbero dovuti entrare in commercio, perché non garantiscono “la sicurezza dei consumatori”.
“Questo caso è scandaloso per diverse ragioni” – ha dichiarato Suzanne Dalle, attivista di Greenpeace Francia. L’associazione ha denunciato la “mancanza di tracciabilità del cibo” nell’UE. “Da quando riteniamo accettabile nutrire mucche, maiali e salmoni con alimenti prodotti con batteri geneticamente modificati? Ancora una volta, nonostante gli scandali della mucca pazza, le lasagne con carne di cavallo, l’influenza aviaria, le multinazionali, con la complicità dell’Unione Europea, continuano a giocare all’apprendista stregone, in barba al principio di precauzione e rispetto per il consumatore “.
Attualmente circa 60 organismi geneticamente modificati sono autorizzati nell’UE per alimenti e mangimi, la maggior parte dei quali provengono da importazioni.

fonte: www.rinnovabili.it