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Il Bangladesh rinuncia alla costruzione di 10 centrali a carbone e punta al 40% di elettricità da energie rinnovabili. Ma non basta.

Il governo del Bangladesh ha annullato la costruzione di dieci centrali a carbone. Dieci. In una nota ufficiale, diffusa pochi giorni fa, ha motivato la propria decisione con l’aumento del costo economico del combustibile fossile più sporco al mondo e con le proteste ambientali e sociali portate avanti da cittadini e attivisti per il clima.




Dacca ferma la costruzione di 10 bombe ecologiche

Con una potenza complessiva di 8.451 megawatt (MW), le dieci centrali avrebbero dovuto incrementare la quantità di energia elettrica prodotta con il carbone, oggi ferma all’8 per cento del totale. Tra queste, figurava un impianto da 320 MW, che sarebbe dovuto sorgere sull’isola già ecologicamente fragile di Maheshkhali, e un sito da 1.200 MW, che avrebbe visto la partecipazione diretta del Giappone. In generale, la costruzione era prevista nelle zone costiere, dove risiedono 20mila persone.

“Quando il Bangladesh ha stilato nel 2010 il cronoprogramma del progetto, il carbone era economico ed era l’opzione migliore dopo il gas”, dichiara in nota Mohammad Hossain, a capo dell’area tecnica dedicata alle fuel cell del ministero dell’Energia del Bangladesh. “Ma il crollo deciso dei prezzi del solare fotovoltaico e la convenienza del gas naturale ha cambiato lo scenario. Considerando questi fattori, abbiamo pensato che abbiamo bisogno di più rinnovabili”.

A fargli eco Nasrul Hamid, a capo del ministero bengalese per l’Energia e l’Industria, che ha sottolineato l’insoddisfazione del governo per i progressi compiuti finora nella costruzione degli impianti. La decisione, assicura, non inciderà sulla generazione di elettricità nel breve e lungo termine. Considerato che sono in fase di costruzione otto centrali a carbone a fronte delle 18 previste inizialmente dal governo, come si può vedere nella mappa del Global Energy Monitor. La scelta del Bangladesh rappresenta in ogni caso un passo in avanti nel raggiungimento dell’obiettivo di produzione energetica del 40 per cento entro il 2041 da fonti rinnovabili.

Otto centrali a carbone in costruzione nel Bangladesh (dati aggiornati ad Aprile 2021) © Global Energy Monitor

Lo stop al carbone si merita il plauso degli attivisti

Gli attivisti plaudono la scelta, ricordando quanto le centrali a carbone incidano negativamente sull’ecosistema. “Questa è una decisione positiva, ha reso chiaro che ottenere fondi per le centrali elettriche a carbone a livello internazionale è diventato difficile”, ha affermato Syeda Rizwana Hasan, personaggio simbolo della protezione dell’ambiente nel paese e amministratrice delegata della Bangladesh environmental lawyers association. Con lo stop alle centrali, ha sottolineato, “il governo dovrà per forza pensare alle fonti rinnovabili come alternativa”.

Il Bangladesh è uno dei Paesi che spesso viene definito a rischio per le conseguenze dovute al riscaldamento globale, ovvero all’aumento della temperatura media globale. È già afflitto da tempeste e monsoni sempre più violenti e frequenti ed è minacciato dall’innalzamento del livello dei mari in quanto paese costiero. Segnali degli effetti incontrovertibili dei cambiamenti climatici e della decisione corretta presa dal governo.

fonte: www.lifegate.it



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Plastica anche nell’aria: la respiriamo ogni giorno

La plastica è anche nell'aria, la respiriamo ogni giorno: è quanto rivela un nuovo studio condotto sull'inquinamento in India.



La plastica non inquina soltanto gli oceani e gli altri paradisi naturali della Terra, entra anche nel nostro organismo ogni giorno tramite la respirazione. È quanto emerge da uno studio anglo-indiano, condotto grazie al contributo del King’s College e dell’Imperial College di Londra.

Invisibili particelle di plastica sono presenti in grandi quantità nel pulviscolo, soprattutto nelle città maggiormente inquinante e nei Paesi in via di sviluppo. Un problema da non sottovalutare, poiché l’inalazione continua di frammenti del materiale inquinante potrebbero determinare conseguenze gravi sulla salute.

Plastica: la respiriamo ogni giorno

I ricercatori hanno voluto analizzare la qualità dell’aria in diverse aree dell’India, dove l’inquinamento è molto elevato. Prelevando dei campioni, gli esperti si sono accorti della presenza di grandi quantità di cloruri, sostanze normalmente presente nell’aria delle località costiere ma anomale per i centri abitati dell’entroterra.

Monitorando i dati di Delhi, gli scienziati hanno inizialmente pensato che le elevate concentrazioni di cloruri potessero provenire dai numerosi impianti produttivi che circondano la città. In particolare le fabbriche che si occupano di riciclo di rifiuti elettronici, dove l’impiego di acido cloridrico è elevato per pulire le componenti recuperate. Un’analisi più accurata ha però smentito questa ipotesi.

I ricercatori hanno infatti notato come, al crescere della sostanza, aumentava anche la presenza di altre particelle, normalmente collegate alla plastica. Gli esperti hanno quindi sospettato che la contaminazione potesse avere due fonti. Da un lato i rifiuti abbandonati nell’ambiente, che producono microplastiche pronte a essere sollevate dal vento e finire nel pulviscolo. Dall’altro, l’abitudine – molto diffusa in India – di bruciare la plastica a cielo aperto. Nei Paesi a reddito ridotto, non a caso, il 90% di questo materiale finisce in discarica, nell’ambiente oppure viene bruciato.

Gli scienziati hanno quindi controllato le serie storiche sulla qualità dell’aria in varie città mondiali, alla ricerca di quelle particelle “sentinella” che potrebbero indicare la presenza di plastica. E non solo hanno rilevato una contaminazione diffusa, seppur molto più preoccupante dei Paesi più poveri, ma anche un grande impatto sulle emissioni globali. Basti pensare come l’usanza di bruciare la plastica – si tratti di roghi improvvisati o di più tecnologici termovalorizzatori- sia responsabile dal 2 al 10% di tutte le emissioni globali di anidride carbonica.

I danni potrebbero essere importanti. Oltre alle possibili conseguenze sulla salute, ancora tutte da vagliare a livello scientifico, la contaminazione da plastiche nell’aria va di pari passo con la presenza di altri elementi tossici, come la diossina. Ancora, l’eccesso di cloruri potrebbe interagire con altri elementi chimici normalmente presenti in atmosfera: James Allen, dell’Università di Manchester, spiega infatti come questi inquinanti si leghino con l’ozono a livello del terreno, riducendo del 20-30% le capacità di crescita dei raccolti.

Fonte: Guardian


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A Delhi la prima metropolitana al mondo alimentata al 100% dai pannelli solari

La metropolitana di Delhi diventa verde. L’azienda che la gestisce ha annunciato infatti che entro il 2021 l’intera rete sarà alimentata esclusivamente con energia solare.


















La Delhi Metro Rail Corporation(DMRC) punta a diventare la prima rete al mondo che si serve di energia pulita al 100%.
Di recente l’azienda ha ottenuto 27 MW di potenza dal progetto Rewa Solar Power ed è la prima volta che riceve energia da una "fonte esterna". Gradualmente la fornitura di energia aumenterà fino a 99 MW ma questo non sarà certo un problema dato che la Rewa Ultra Mega Solar, centrale solare che si trova nel distretto di Rewa del Madhya Pradesh (grande stato dell'India Centrale), ha una capacità totale di 750 MW ed è una delle più grandi centrali solari a singolo sito in India e nel mondo. 

Fino ad ora l’energia solare generata da impianti solari installati sul tetto nei locali del DMRC veniva utilizzata per finalità accessorie come l'aria condizionata, l'illuminazione delle stazioni della metropolitana o dei depositi. Ora però si sta iniziando a sfruttare l'energia solare, proveniente appunto dal Rewa Solar Power Project, anche per i treni della metropolitana.
pannelli solari metro dehli
Attualmente l’azienda utilizza già energia solare per circa il 60% del suo fabbisogno di elettricità ma si vuole fare di più e si punta ad utilizzare esclusivamente fonti di energia pulita entro il 2021. 
Il progetto è partito dalla Violet Line (la metropolitana di Dehli è composta da una rete di linee che si differenziano con vari colori) e, per celebrare il nuovo accordo sul solare, l'Amministratore delegato di DMRC, Mangu Singh, ha partecipato già qualche giorno fa ad un viaggio su un treno alimentato esclusivamente da energia solare.
 pannelli solari metro dehli1

La metropolitana di Delhi è molto avanti in termini di creazione di infrastrutture di nuova generazione che si servono di energia solare. Infatti, oltre all’energia ricevuta da Rewa, circa 28 MW di potenza saranno generati grazie ai numerosi pannelli solari che, già da tempo, sono stati installati nelle stazioni della metropolitana, nei depositi e sui tetti degli uffici della società.
fonte: www.greenme.it

Indonesia e India, Ecco Le Nuove Rotte Dei Rifiuti

















Crollano del 46% le esportazioni di rifiuti dall'Europa verso la Cina per effetto dello stop imposto da Pechino. Nel frattempo cresce l'economia circolare in Ue, con l'Italia ai vertici della classifica del riciclo.






fonte: https://www.ricicla.tv


The Economist, come sopravvivere ai rifiuti

















Una fabbrica dove si ricicla la plastica a Dhaka, Bangladesh, il 4 luglio 2018.
Gli uffici della Miniwiz al centro di Taipei hanno tutti i segni caratteristici di una startup dinamica e lanciata. Il grande open space al quattordicesimo piano di un edificio di soli uffici, da cui si apre la vista sulla capitale di Taiwan, è pieno di giovani alla moda accalcati intorno a schermi di computer. Nell’area comune al piano inferiore si possono trovare una console per videogiochi, un tavolo da ping-pong e un canestro. La sensazione di non essere di fronte alla solita impresa di e-commerce, però, deriva dai sacchi pieni di vecchie bottiglie di plastica, cd e filtri di sigaretta differenziati con estrema cura.
Invece di commerciare prodotti virtuali nuovi di zecca, la Miniwiz trae i suoi guadagni dal dare nuova vita e nuovo utilizzo ai rifiuti. Le sedie della sala conferenze, all’inizio della loro vita, sono state bottiglie di plastica, imballaggi alimentari, barattoli di alluminio e suole di scarpe.
La parete trasparente che separa quest’area dagli uffici del direttivo deve il suo aspetto simile all’ambra a un mix di plastica riciclata e crusca. Il caffè è servito in bicchieri ricavati da schermi di iPhone rotti.
Arthur Huang, 40 anni, architetto laureato ad Harvard, è il fondatore e capo dell’azienda. Nei primi anni duemila aveva provato a mettere in piedi la sua attività a New York, ma la sua impresa fallì scontrandosi con il fatto che erano davvero pochi gli americani determinati come lui a diminuire i rifiuti al livello globale. Al contrario, molti suoi compatrioti avevano la sua stessa ossessione. E continuano ad averla.
Sprechi storici
L’isola di Taiwan è un perfetto testimonial di questa situazione: si ricicla il 52 per cento di rifiuti domestici e delle attività commerciali e il 77 per cento dei rifiuti di origine industriale e queste cifre la portano a rivaleggiare con la Corea del Sud, la Germania e le altre nazioni leader nel settore (gli Stati Uniti riciclano invece rispettivamente il 26 per cento e il 44 per cento).

I proventi derivati annualmente dall’industria dello smaltimento dei rifiuti a Taiwan ammontano a due miliardi di dollari; 16 delle 32 squadre che quest’anno si sono sfidate ai Mondiali di calcio in Russia, afferma con orgoglio il ministro dell’ambiente Lee Ying-yuan, indossavano divise prodotte sull’isola con fibre derivate da plastica riciclata.
Nel 2016 nel mondo sono stati prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani
Da più di due secoli, dall’inizio della rivoluzione industriale, le economie occidentali si reggono sul modello “prendi, produci, getta”, ma lo spreco che questa condotta ha generato in Europa e negli Stati Uniti nel ventesimo secolo è nulla in confronto alla mole di rifiuti prodotta al giorno d’oggi dalle economie in espansione come la Cina..
Stando a una recente relazione della Banca mondiale, nel 2016 nel mondo sono stati prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti solidi urbani (rifiuti domestici e commerciali), un netto aumento rispetto all’1,8 miliardi di tonnellate di tre anni prima. Ciò corrisponde a circa 740 grammi al giorno pro capite, includendo nel conto ogni uomo, donna e bambino sulla Terra.
Questa cifra non include la quantità ancor più vasta di rifiuti prodotti dal settore industriale. Gli scarti solidi industriali contengono più materiali come gli scarti di metallo prezioso e la loro raccolta è da tempo gestita assai meglio da aziende in cerca di profitto. C’è poi il problema più rilevante in termini di gestione dei rifiuti, ossia i 30 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che ogni anno finiscono nell’atmosfera.
Il costo del benessere
Mano a mano che si diventa più ricchi si tende a consumare – e a gettare via – di più. La popolazione dei paesi industrializzati corrisponde al 16 per cento di quella mondiale, ma produce il 34 per cento dei rifiuti del pianeta. La parte del mondo non industrializzato sta velocemente accorciando le distanze.

Se le tendenze resteranno quelle attuali, secondo le proiezioni della Banca mondiale, entro la metà del secolo la popolazione europea e nordamericana arriverà a produrre il 25 per cento di rifiuti in più rispetto a oggi. Nello stesso lasso di tempo, il volume aumenterà del 50 per cento in Asia orientale, del 200 per cento in Asia meridionale e del 300 per cento nell’Africa subsahariana). La cifra mondiale annua sarà di circa 3,4 miliardi di tonnellate.
Nella relazione della Banca mondiale si afferma che la produzione di rifiuti sta aumentando a un ritmo troppo elevato e che non può procedere di pari passo con la crescita economica e il miglioramento del tenore di vita. Per porre fine a questa correlazione è necessario che tutti gettino via meno e riutilizzino di più, rendendo così le economie più “circolari”, come dicono gli attivisti. Questo può avvenire solo se le persone cominceranno a “identificare l’economia circolare con il guadagnare denaro”, sostiene Tom Szaky di Terracycle, azienda sviluppatrice di tecnologie per l’uso di materiali difficili da riciclare. “Prendi, usa e getta” deve cedere il passo a “riduci, riusa, ricicla”, afferma Szaky.
Esempi virtuosi
Il problema dei rifiuti al livello globale forse non è una sfida terrificante come quella del riscaldamento climatico, ma potrebbe essere più semplice da risolvere. Questo perché le azioni locali di raccolta e riciclo dei rifiuti hanno effetto immediato sul territorio e possono quindi innescare un circolo virtuoso del cambiamento.

La gente prende più facilmente l’iniziativa se può vedere quasi subito i risultati di un cambiamento delle abitudini. A maggior ragione se si considera che diminuire la produzione di rifiuti comporta non uno, ma due benefici. Non solo risolve un grande problema (i rifiuti solidi) ma, diversamente dalla lotta allo smog, crea un beneficio tangibile sotto forma dei materiali riciclati che possono essere nuovamente usati. In aggiunta, tutti sanno quanto sia spiacevole vedersi circondati da rifiuti solidi (l’unica categoria di rifiuti presa in considerazione in questo rapporto).
In totale solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di tutto il mondo è riciclato: troppo poco.
Questo non significa che passare a un’economia più circolare sarà facile. Attualmente il 37 per cento dei rifiuti solidi finisce in discariche interrate in tutto il mondo, il 33 per cento in discariche a cielo aperto, l’11 per cento negli inceneritori. Una parte finisce in cumuli di compost. Negli Stati Uniti sono attualmente riciclati due terzi dei barattoli di alluminio, ma solo il 10 per cento della plastica. In totale solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di tutto il mondo è riciclato e siamo tutti d’accordo che questo è davvero troppo poco.
L’urgenza del problema è fuor di dubbio. Nel luglio 2018 la corte suprema dell’India ha lanciato un monito sullo stato di Delhi, la capitale del paese, sepolta sotto immensi cumuli di rifiuti. Quando le discariche prendono fuoco, come è successo a più di 70 discariche in Polonia nell’arco di questa torrida estate, i fumi tossici invadono e soffocano le zone circostanti. I materiali tossici si infiltrano nel terreno e avvelenano i bacini idrici.
Alcuni fiumi dell’Indonesia sono talmente ricoperti dai rifiuti da rendere impossibile vedere l’acqua. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, nelle aree dove i rifiuti non sono raccolti con regolarità l’incidenza della diarrea è doppia e le infezioni acute delle vie respiratorie sono sei volte più frequenti del normale.
L’immondizia gettata in mare può tornare a terra creando il caos. Ad agosto il mare Arabico ha depositato in soli due giorni dodicimila tonnellate di detriti e rifiuti sulle coste di Mumbai. Oppure può privare il mare dei suoi tesori. I pescatori del mare Arabico lamentano il fatto che la plastica pescata è diventata il quadruplo del pesce. L’isola di rifiuti nel Pacifico (o Great Pacific garbage patch) nasce da un vortice oceanico delle dimensioni dell’Alaska a nord dell’oceano Pacifico e su di esso confluisce ogni rifiuto galleggiante portato dalle correnti: oggi si stima che possa contenere 79mila tonnellate di rifiuti in plastica.
Entro il 2025 i gas serra prodotti dall’industria dei rifiuti e nati dal susseguirsi di reazioni chimiche all’interno delle fosse, potrebbero rappresentare l’8-10 per cento del totale delle emissioni responsabili del riscaldamento globale. Se non si trova rimedio, questa discarica a cielo aperto rischia di travolgere il pianeta.
La buona notizia è che in tutto il mondo sia la classe politica sia la sfera pubblica si stanno sempre più rendendo conto dei costi in termini economici, ambientali e umani dei rifiuti, nonché delle opportunità perse che rappresentano.
Molti dei governi dei paesi meno industrializzati cominciano a capire che spendere meno – o niente – nella gestione dei rifiuti significa dover pagare di più per servizi come l’assistenza sanitaria necessaria a curare le ricadute sulla salute di questa condotta. Nel mondo meno industrializzato viene raccolta solo la metà dei rifiuti urbani; nei paesi con i redditi più bassi circa il 90 per cento degli scarti finisce nelle discariche abusive. Per far sì che i dati migliorino è necessario investire in infrastrutture per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti come discariche gestite o inceneritori a basso impatto ambientale. L’esempio di Taiwan dimostra che è possibile e che non significa affatto porre ostacoli al riciclo.
I paesi ricchi hanno già queste strutture: ora devono aumentare la capacità di ricavare materiali di valore dai propri cicli di rifiuti. Per un ventennio hanno contato sui paesi in via di industrializzazione, prima tra tutti la Cina, per far riciclare i propri rifiuti. Nell’arco degli ultimi 25 anni, nei porti della Cina sono stati scaricati 106 milioni di tonnellate di plastica da riciclare provenienti da tutto il mondo.
Tutto questo sistema è saltato in aria lo scorso gennaio, quando la Cina ha chiuso le sue frontiere all’importazione di plastica e carta indifferenziata, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze sull’ambiente. I responsabili della gestione dei rifiuti di tutto il mondo si sono così trovati con tonnellate di rifiuti indesiderati e i politici con montagne di domande – come aumentare l’efficacia della raccolta differenziata e cambiare finalmente l’approccio dei cittadini al problema rifiuti – alle quali non sanno rispondere.
La classe politica europea e quella statunitense – forse non Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti dalla linea politica tutt’altro che ambientalista – si stanno dando degli ambiziosi obiettivi nel campo del riciclo e stanno cercando di cambiare radicalmente il loro metodo di gestione dei rifiuti.
Tecnici o imprenditori come Huang e Szaky sognano e danno forma a modi più intelligenti e produttivi di gestire e riutilizzare l’immondizia. Le multinazionali cominciano a prendere in considerazione modelli d’impresa a basso impatto basati su contratti per fornitura di servizi anziché sulla vendita di prodotti. E molti sono i consumatori che stanno adottando stili di vita più semplici.
L’esempio di Taiwan
I bilanci delle amministrazioni locali, d’altro canto, sono ovunque limitati. Le guerre doganali ostacolano il commercio di scrap (come vengono chiamati nel settore i rifiuti riciclati). Sono necessarie leggi che regolamentino la gestione dei rifiuti, ma spesso sono scritte in modo oscuro. I governi devono ancora trovare il modo di sostenere investimenti su larga scala nel settore del riciclo, ostacolato dal continuo calo dei prezzi delle materie prime. E molti temono che il passaggio a una economia più circolare possa essere dannoso per chi opera secondo il vecchio modello d’impresa.

Questi sono problemi reali ma non insormontabili. Negli anni novanta la crescita economica, l’innalzamento del tenore di vita e il forte aumento dei consumi avevano di gran lunga superato la capacità di Taiwan di gestire i suoi rifiuti, portando il paese a guadagnarsi il soprannome per nulla lusinghiero di Isola di immondizia. Nel 1993, 25 anni fa, un terzo dei rifiuti di Taipei non veniva nemmeno raccolto e né tantomeno riciclato. Nel 1996 i due terzi delle discariche erano ormai quasi pieni.
Di fronte al crescere delle proteste il governo decise la creazione di 24 impianti di incenerimento per bruciare i rifiuti, al costo di 2,9 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, la popolazione fu incoraggiata a produrre meno rifiuti. Produttori e marchi di distribuzione hanno cominciato a contribuire ai costi di smaltimento dei loro prodotti, sia pagando un contributo per i costi di gestione e smaltimento, sia talvolta provvedendo essi stessi alla loro gestione.
Meno il prodotto è riciclabile e tanto più i costi per l’azienda saranno elevati. E questo schema è in vigore ancora oggi. I nuclei familiari pagano per la quantità di rifiuti non differenziati che producono, ma non per la carta, il vetro, l’alluminio e gli altri materiali riciclabili. Chi viene sorpreso a disfarsi illegalmente dei propri rifiuti va incontro a sanzioni salatissime e al pubblico scherno. Oggi un taiwanese getta, di media, 850 grammi di rifiuti al giorno, rispetto al chilo e mezzo di vent’anni fa.
Sono passati cinquant’anni da quando gli ecologisti hanno cominciato a implorare i consumatori di ridurre, riutilizzare e riciclare, e oggi esortazioni di questo genere riecheggiano da San Francisco a Shanghai. E il mondo, sommerso di rifiuti, ha finalmente cominciato ad ascoltare.
(Traduzione di Mariachiara Benini)


Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale The Economist.

Un impianto green firmato Tesla per i rifiuti del Ladakh

Tonnellate di spazzatura prodotte ogni estate dai turisti




















NEW DELHI - Il Ladakh, la regione himalayana a nord dell'India, nota come tetto del mondo, installerà un innovativo impianto di trattamento dei rifiuti, realizzato dalla Tesla Energy, un ramo della Tesla Green, che ha sede a Bangalore. Lo scrive il quotidiano Times of India.

"La popolazione locale produce poca spazzatura, - ha dichiarato al quotidiano Avni Lavasa, vice governatrice dello stato, - ma in estate la presenza massiccia di turisti ci porta a quasi 16 tonnellate di rifiuti al giorno. Abbiamo deciso di installare un Blackhole, un impianto a circuito chiuso che utilizza la combustione autogenerata dei rifiuti compostabili, e li trasforma in un materiale, simile alla cenere, riutilizzabile in edilizia e per la costruzione delle strade".

Sino ad ora, i rifiuti venivano raccolti e scaricati ai piedi delle montagne, ma spesso il vento li disperdeva nelle vaste pianure, con un grave danno per il fragile ecosistema della zona. Nella capitale, Leh, i rifiuti venivano ammassati nel Bomb Garh, una spianata usata in passato come deposito di munizioni dell'esercito, a pochi chilometri dal centro della città.

"Dobbiamo colmare un arretrato di quasi vent'anni, - ha aggiunto la governatrice: - separeremo il solido dall'organico e, grazie ad un ulteriore accordo con il Board Road Organisation, l'associazione dei costruttori di strade, utilizzeremo il materiale prodotto per migliorare le nostre strade".

I turisti che visitano il Ladakh sono in aumento costante: dai 180 mila del 2011 ai 300mila di quest'anno

fonte: www.ansa.it

Lo stato indiano completamente senza pesticidi, divenuto modello mondiale


















Un angolo di verde incastonato nel cuore dell'Himalaya, completamente libero dai pesticidi e sempre più ricco. È il Sikkim, il primo stato indiano che ha detto addio alle sostanze che avvelenano le terre ricorrendo esclusivamente al biologico.
Al confine con Nepal, Tibet e Bhutan, lo stato da 15 anni ha vietato l'uso dei pesticidi, facendo letteralmente rifiorire il turismo e la fauna selvatica. Il piccolo stato indiano nel 2003 lanciò un esperimento radicale: i suoi leader, guidati dal primo ministro, Pawan Kumar Chamling, decisero di eliminare gradualmente i pesticidi in ogni azienda agricola dello stato, una mossa senza precedenti in Indi, e probabilmente nel mondo.
Un cambiamento rivoluzionario e importante per l'India, un paese i cui progressi nell'agricoltura sono stati guidati da un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi per incrementare rapidamente la produzione di cibo in tutto il paese, riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri.
Anche se finalizzato a ridurre le carestie, l'uso indiscriminato di pesticidi negli anni 70-80 si è fatto presto sentire, sotto forma di un picco nei livelli di cancro nelle aree agricole industriali ma anche fiumi inquinati e suolo sterile.
I residui di pesticidi - inclusi quelli di alcuni prodotti chimici vietati in altri paesi - stavano contaminando pesce, verdure e riso. Preoccupati dalla situazione, i leader politici del Sikkim capirono che non si poteva più continuare in quel modo e occorreva un cambiamento di rotta. Decisero così di affidarsi all'agricoltura biologica.
Oggi, a distanza di 15 anni, questo stato himalayano avvolto dalle nuvole sta raccogliendo tanti frutti. Negli anni successivi al passaggio al biologico, il Sikkim ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, aiutato gli agricoltori a certificare circa 760mila ettari di terreni agricoli come biologici e dal 1° aprile ha vietato l'importazione di molte verdure non organiche provenienti da altri stati.
La transizione non sempre è stata facile: alcuni agricoltori si sono lamentati del calo dei raccolti e dello scarso sostegno del governo ma la salute generale è notevolmente migliorata.
sikkim agricoltura
Questo è un grande momento per l'India”ha detto Radha Mohan Singh, ministro dell'agricoltura.
La domanda di alimenti biologici è elevata in India e in rapida crescita. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che sta crescendo del 25% all'anno, più del 16% a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio e industria dell'India. Il mercato del paese per i prodotti biologici confezionati ha raggiunto quasi gli 8 milioni di dollari si prevede che raggiungerà i 12 milioni entro il 2020.
E il merito è anche del primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, che ha creduto in questa rivoluzione divenendone il principale motore.
Quando abbiamo deciso di dedicarci all'agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. Agricoltori o coltivatori non avevano idea di cosa fosse l'agricoltura biologica, quindi l'educazione era la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capirci e a sostenerci”.
Ma l'ordine esecutivo a marzo di vietare l'importazione di prodotti non biologici dagli Stati vicini ha gettato lo stato in tumulto, con prezzi a volte triplicati nei mercati e i commercianti in rivolta.
Lo stato ha anche vietato l'uso di oggetti in plastica e le bancarelle lungo le strade utilizzano piatti modellati dalle foglie. La transizione, che ha richiesto più di un decennio, non è stata facile.
Ad aprile, i funzionari statali hanno aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e hanno aggiunto più di due dozzine di veicoli di trasporto per aiutarli a spostare più facilmente le merci.
La scelta di puntare sul biologico ha fatto bene anche al turismo che ha subito un'impennata, soprattutto con gli eco-tour e le vacanze in fattorie e campagne. Tra il 2016 e il 2017 il settore ha contribuito al prodotto interno lordo dello Stato passando dal 5% all'8%.
Il consumo di soli prodotti biologici ha generato benefici per la salute dei Sikkimesi, che ricevono cibo più nutriente, ha “ringiovanito” il suolo, salvaguardato la fauna e le popolazioni di api, minacciate dai pesticidi.
Un piccolo paradiso nel cuore delle montagne che dovrebbe essere considerato come esempio in tutto il mondo.
fonte: www.greenme.it

Mumbai vieta tutta la plastica monouso. Pene per i trasgressori

La plastica usa e getta diventa illegale. Per chi contravverrà alla messa al bando sono previste multe salate e fino a tre mesi di prigione

















Mumbai è da oggi la più grande città indiana a dichiarare una guerra serrata alla plastica monouso. Dopo l’annuncio fatto dal Governo nazionale di voler abolire l’usa e getta per il 2022, l’amministrazione di Mumbai alza ulteriormente la guardia contro l’inquinamento da polimeri fossili: da sabato 23 giugno è assolutamente vietato usare sacchi, sacchetti, contenitori, stoviglie o bottiglie di plastica. Lo ha deciso la Brihanmumbai Municipal Corporation (BMC), l’organo civico governativo della città, sguinzagliando per la metropoli una squadra di 250 controllori in divisa blu. Chiunque verrà sorpreso ad impiegare ancora contenitori in plastica usa e getta rischierà multe salate e fino a tre mesi di prigione.

Mumbai dimostra di aver scelto la linea intransigente per contrastare uno dei problemi ambientali più radicati nel Paese. Oggi in India vengono prodotti ogni anno 5,6 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, il cui 70% è destinato alla discarica e all’incenerimento. In questi ultimi mesi, alcuni territori hanno approvato divieti locali. La capitale Nuova Delhi, ad esempio, ha messo al bando dallo scorso anno – in maniera provvisoria – i sacchetti non biodegradabili. L’uso di borse in plastica è stato parzialmente vietato anche in alcuni centri di pellegrinaggio, luoghi turistici e storici situati nell’Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, Assam, Goa, Gujarat, Karnataka, Odisha, Tamil Nadu, West Bengal, Uttar Pradesh e Uttarakhand.

Ma la misura approvata da Mumbai appare di sicuro come la più severa. La squadra di controllori porterà con sé una lettera firmata dal vice commissario municipale locale che li autorizza a multare cittadini, commercianti e produttori che facciano uso della plastica monouso. Le sanzioni variano da 5.000 rupie, per quanti colti in flagrante la prima volta, a 25.000 rupie (circa 314 euro) e il rischio di incarcerazione per i recidivi. E secondo quanto riferiscono i media locali, le multe non si sono fatte attendere, colpendo piccoli e grandi rivenditori (come McDonald’s e Starbucks) e spaventando la popolazione. “Va bene per l’inquinamento, ma per le persone è un grosso problema”, spiega Kamlash Mohan Chaudhary, un residente di Mumbai. “La gente qui porta tutto in sacchetti di plastica”. Il malcontento per il divieto è stato aggravato oggi da piogge torrenziali, che secondo Chaudhary hanno impregnato la juta o sacchi di stoffa che molte persone stavano usando come alternativa alla plastica.


fonte: www.rinnovabili.it

Dal 2022 stop alla plastica monouso in India


















La Giornate mondiale dell’Ambiente, celebrata lo scorso 5 giugno, ha portato i suoi frutti in India dove, dal 2022, la plastica monuso sarà messa al bando. Il Paese guidato da Narendra Modi era stato scelto per le celebrazioni ufficiali della Giornata che quest’anno è stata dedicata proprio alla plastica che inquina i mari di tutto il mondo. Ad annunciare la svolta è stato  il ministro indiano per l’Ambiente, le foreste e i cambiamenti climatici“Vieteremo tutte le materie plastiche monouso entro il 2022”, ha detto. Gli oggetti monouso che dovranno scomparire saranno le bottigliette, la carta da imballaggio, i sacchetti, i piatti, le posate, le cannucce.
“È dovere di ognuno di noi assicurare che la ricerca della prosperità materiale non comprometta il nostro ambiente”, ha detto Nerendra Modi in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente. “Le scelte che facciamo oggi definiranno il nostro futuro collettivo. Tali scelte potrebbero non essere facili, ma attraverso la consapevolezza, la tecnologia e una vera partnership globale, sono certo che possiamo prendere le decisioni giuste”.

Si tratta di un provvedimento storico per uno dei Paesi più popolati al mondo – 1,3 miliardi di abitanti – e che produce ogni giorno bene 15mila tonnellate di rifiuti in materiale plastico. L’impegno dell’India per l’ambiente è stato dimostrato dall’adesione alla campagna svedese “Mari puliti” che avrà l’obiettivo di monitorare la quantità presente lungo i 7500 chilometri di coste indiane e dal lancio della campagna che riguarda 100 monumenti nazionali, compreso il Taj Mahal, dichiarati plastic free. Inoltre, sempre in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, è stato pubblicato il Report delle Nazioni Unite sui rifiuti plasticirealizzato in collaborazione con il governo indiano e il ministero dell’Ambiente, delle foreste e dei cambiamenti climatici. Un’approfondita analisi su 60 paesi che offre soluzioni in materia di produzione, uso e smaltimento della plastica monouso.

fonte: www.rinnovabili.it

La camera a gas chiamata New Delhi













La qualità dell’aria è cosi scarsa a Nuova Delhi che United Airlines ha sospeso i voli sulla capitale dell’India. Da alcuni giorni e fino al 13 novembre sono tutti sospesi. Chi ha comprato biglietti potrà fare nuove prenotazioni dal 18 novembre in avanti, ammesso che le cose migliorino.
In città è stato dichiarato lo stato di emergenza per la salute pubblica. Ovunque c’è qui una fitta coltre di aria inquinata e grigia che ha causato scarsa visibilità e numerosi incidenti in strada. Sono state chiuse le scuole. Il traffico ai camion è stato vietato. Il traffico delle auto è stato limitato, con turni e targhe alterne. Tutti i lavori di costruzioni sono stati fermati.



Il livello di inquinamento collettivo è arrivato a 969. Secondo l’organizzazione mondiale della sanità dovrebbe essere 25Questo numero è una sorta di voto collettivo in cui si tiene in considerazione la concentrazione di particelle fini, PM 2.5. Sono queste le più pericolose perché essendo cosi piccole possono facilmente accumularsi nei polmoni e passare ad altre parti del corpo.

Dehli è inquinata da molto tempo e ogni anno in inverno tornano i problemi. Ci sono qui circa 18 milioni di persone, poche regole e ancora meno controlli. Nel 2014 è stata dichiarata la città più inquinata del mondo. Adesso è la numero quattordici grazie al fatto che altre città hanno aumentato le loro emissioni.



È interessante che Arvind Kejriwal, amministratore della città, dica che New Dehli sia diventata una camera a gas. La situazione è cosi grave che sono stati chiusi alcuni impianti industriali, vietati i caminetti a casa, e addirittura vietati i fuochi d’artificio per la festività annuale del Divali, il festival delle luci.
Perché succede tutto questo? Per diverse ragioni: i contadini che bruciano residui agricoli, la conformazione geografica della città che blocca tutte le particelle in loco, le industrie poco regolamentate e controllate, l’inquinamento dal diesel delle automobili, l’aumento del numero di automobili e la mancanza di adeguato trasporto pubblico. Sopratutto manca qualcuno che cerchi soluzioni permanenti, che le voglia, che metta pressione ai politici.

fonte: https://comune-info.net

Strade dai rifiuti in plastica: India investe 11 miliardi di dollari














L’India deve investire nella realizzazione di strade più sicure ed ecologiche. È quanto emerge da un recente analisi che ha visto come questa nazione abbia la rete stradale più grande del mondo, ma anche il triste primato del maggior numero di incidenti stradali: si contano 150 mila morti sulla strada in un solo anno. Quasi un decimo di queste morti sono state causate da incidenti avvenuti per colpa delle buche e del manto stradale rovinato di quasi tutte le strade indiane.
Così, proprio in questi giorni, il governo indiano ha annunciato che investirà 6,9 trilioni di rupie, quasi 11 miliardi per realizzare nei prossimi cinque anni circa 83 chilometri di strade nuove realizzate con una nuova tecnologia che sfrutta i rifiuti in plastica, riducendo così i costi, ma non diminuendo la sicurezza. Questa tecnologia è stata ideata nel 2002 da Rajagopalan Vasudevan, professore di chimica presso il Thiagarajar College of Engineering nella città meridionale di Madurai.
Isher Judge Ahluwalia, ex capo di un comitato governativo che si occupa delle infrastrutture urbane ha spiegato che le strade realizzate con questa tecnologia resistono ai danni dei monsoni, molto frequenti in India, e aiuteranno a smaltire le ingenti quantità di rifiuti in plastica non riciclabile altrimenti.
L’India produce circa ogni giorno 15mila tonnellate di rifiuti di plastica di cui, solo 9000, sono riciclabili. Costruendo strade con il materiale restante si va quindi ad aiutare la sostenibilità e l’ambiente poichè un chilometro di strada necessita di una tonnellata di plastica per essere realizzato.

fonte: www.greenstyle.it

L’India rinuncia a 14 GW da carbone: l’energia solare conviene di più

Cosa significa se uno dei più grandi consumatori al mondo di carbone decide improvvisamente di “mettersi a dieta”?

















I bassi prezzi dell’energia solare indiana avranno riflessi a livello globale


L’India ha messo una data di scadenza alle nuove centrali a carbone: nel Piano energetico nazionale, pubblicato a fine dicembre 2016 dall’Autorità centrale per l’energia (Cea), si parla del 2022. Entro quella data il Paese abbandonerà ogni nuovo progetto termoelettrico, concentrando gli sforzi su fotovoltaico ed eolico. Uno stop, per ora, temporaneo (copre solo cinque anni), che lascia mano libera a tutti gli impianti precedentemente autorizzati, circa 50 GW che dovrebbero entrare in funzione nel prossimo periodo. Il condizionale è d’obbligo perché dalla pubblicazione del Piano Energetico a oggi, sono cambiate alcune cose in India. Prima fra tutte, l’ascesa del fotovoltaico come tecnologia competitiva con le fonti fossili.

Alle ultime aste solari indiane, il prezzo offerto per l’elettricità ha raggiunto valori così bassi da trasformare il sole nella fonte energetica più economica nel Paese. L’ultimo record è arrivato, a dispetto da qualsiasi previsione, solo qualche giorno fa grazie alle offerte di Phelan Energy Group e Avaada per il progetto Bhadla Solar Park: ben 2,63 rupie per kWh, ossia appena 0,04 dollari/kWh. Il prezzo attuale è più basso della tariffa media pagata al più grande produttore di energia da carbone in India, la NTPC, vale a dire 3,20 Rs.
Con costi praticamente in picchiata, il settore si è preso la rivincita sul suo antagonista storico, al punto da costringere il gigante asiatico a cancellare, fin da oggi, i piani realizzativi di circa 14 GW di centrali termoelettriche.

Cosa significa se uno dei più grandi consumatori al mondo di carbone (terzo attualmente dopo Cina e USA) decide improvvisamente di “mettersi a dieta”? Per Tim Buckley, analista dell’Institute for Energy Economics, bisognerà aspettarsi ripercussioni a livello globale. “La trasformazione del mercato energetico indiano sta accelerando sotto la guida del ministro dell’Energia Piyush Goyal. La prova più recente e più convincente è il collasso del costo dell’elettricità solare, un crollo che è andato oltre ogni aspettativa, e il risultato è uno solo: il fotovoltaico ha vinto. Le implicazioni sul mercato energetico globale sono profonde. Di certo lo sono quelle sull’industria del carbone, dal momento che l’India importa oggi oltre 23 milioni di tonnellate di questo combustibile l’anno.

fonte: www.rinnovabili.it

L’India sta diventando la discarica di e-waste del mondo

«Se India e Cina non rinunciano ai combustibili fossili e al carbone, siamo tutti spacciati»

La mancanza di regolamentazione e l’aumento della cultura del “buttare via” ha portato l’India a diventare la più grande discarica di prodotti elettronici. Un fenomeno così imponente e in crescita che l’Australian national university (Anu)  ha organizzato il Workshop  World-making and the environment in the Asia-Pacific region,  che si è concluso oggi, con l’intento di esplorare il rapporto tra questioni globali e soluzioni locali.
Una delle relatrici, Assa Doron della School of culture, history and language dell’Anu, ha detto che «L’India è diventata la discarica per il nostro e-waste. Tutto, dai computer, ai telefonini, ai televisori e agli elettrodomestici viene illegalmente esportato in India. Il paese stesso è diventato anche un grande hub del consumo, dove un sacco di prodotti elettronici vengono smaltiti mentre l’India adotta una società del “buttare via”. In Occidente ci piace buttare via le cose e dimenticarcene. Ci impegniamo in questi rituali quotidiani del  riciclaggio, ma questi beni elettronici finiscono nei Paesi del terzo mondo».
Secondo l’United Nations environment programme, nel 2015 in India sino stati scaricati illegalmante fino al 90% dei rifiuti elettronici del mondo, questo equivale a circa 1,8 milioni di tonnellate di e-waste prodotte a livello nazionale ogni anno.
All’Anu evidenziano che «Oggi, le considerazioni del rapporto tra il “locale” e il globale hanno assunto un nuovo senso di urgenzai. Le numerose crisi ambientali in tutto il mondo – il cambiamento climatico, la sicurezza energetica, la scarsità di acqua, l’inquinamento provocato dai rifiuti umani permanenti, come la plastica – sono un forte richiamo all’importanza del locale per affrontare i problemi che hanno chiaramente  dimensioni globali o macro-regionale. Ma qual è il locale che si confronta con  questi problemi che hanno implicazioni planetarie? E ‘chiaro che il locale non comporta semplicemente differenze di scala e di infrastrutture, può anche comportare diverse interpretazioni dei termini di base costitutivi della modernità. Questi sono ancorati nel cambiamento ma anche in diversi significati storico-culturali di tali categorie condivise come “lavoro”, “rifiuti”, “società”, “politica”, “energia”, “tempo”, e così via. Le indagini sui  concetti locali, le pratiche e le istituzioni coinvolte nelle crisi ambientali planetarie odierne, possono quindi rivelare le diverse attività “world-making”  che segnano il locale e lo collegano al tempo stesso al globale in una varietà di contesti». L’obiettivo del workshop australiano è stato proprio quello di analizzare queste idee e pratiche, utilizzando i lavori di studiosi di varie parti della regione Asia-Pacifico e con diverse provenienze disciplinari, per avviare un dialogo inter-regionale e interdisciplinare su questi temi di interesse comune.
Un altro relatore, Dipesh Chakrabarty, dell’università di Chicago, ha sottolineato che «L’e-waste è solo una delle crisi globali che stanno emergendo mentre ci muoviamo in una nuova era geologica chiamata Antropocene, nella quale l’attività umana è quella che influenza maggiormente il clima e l’ambiente. La conferenza svolgerà un ruolo chiave nell’esplorare come i problemi globali devono essere affrontati a livello locale per avere un impatto nell’ Asia meridionale. Se si prova a convincerci come specie falliremo, noi non operiamo come specie. Ecco perché è molto importante tradurre  i problemi globali in questioni che abbiano un senso a livello locale.Per esempio, in un’area di estrazione del carbone dell’Australia, la gente potrebbe non essere così interessata ai cambiamenti climatici. Ma potrebbero essere preoccupati per l’inquinamento. Dobbiamo  fare quel collegamento. India e Cina sono le due nazioni che, a causa delle loro dimensioni, decideranno il futuro del pianeta. Se non rinunciano ai  combustibili fossili e al carbone, siamo tutti spacciati».

fonte: www.greenreport.it