Una fabbrica dove si ricicla la
plastica a Dhaka, Bangladesh, il 4 luglio 2018. (Khandaker Azizur Rahman
Sumon, NurPhoto/Getty Images)
Gli uffici della Miniwiz al centro di Taipei hanno tutti i
segni caratteristici di una startup dinamica e lanciata. Il
grande open space al quattordicesimo piano di un edificio di
soli uffici, da cui si apre la vista sulla capitale di Taiwan, è
pieno di giovani alla moda accalcati intorno a schermi di
computer. Nell’area comune al piano inferiore si possono trovare
una console per videogiochi, un tavolo da ping-pong e un
canestro. La sensazione di non essere di fronte alla solita
impresa di e-commerce, però, deriva dai sacchi pieni di vecchie
bottiglie di plastica, cd e filtri di sigaretta differenziati
con estrema cura.
Invece di commerciare prodotti virtuali nuovi di zecca, la
Miniwiz trae i suoi guadagni dal dare nuova vita e nuovo
utilizzo ai rifiuti. Le sedie della sala conferenze, all’inizio
della loro vita, sono state bottiglie di plastica, imballaggi
alimentari, barattoli di alluminio e suole di scarpe.
La parete trasparente che separa quest’area dagli uffici del
direttivo deve il suo aspetto simile all’ambra a un mix di
plastica riciclata e crusca. Il caffè è servito in bicchieri
ricavati da schermi di iPhone rotti.
Arthur Huang, 40 anni, architetto laureato ad Harvard, è il
fondatore e capo dell’azienda. Nei primi anni duemila aveva
provato a mettere in piedi la sua attività a New York, ma la sua
impresa fallì scontrandosi con il fatto che erano davvero pochi
gli americani determinati come lui a diminuire i rifiuti al
livello globale. Al contrario, molti suoi compatrioti avevano la
sua stessa ossessione. E continuano ad averla.
Sprechi storici
L’isola di Taiwan è un perfetto testimonial di questa
situazione: si ricicla il 52 per cento di rifiuti domestici e
delle attività commerciali e il 77 per cento dei rifiuti di
origine industriale e queste cifre la portano a rivaleggiare con
la Corea del Sud, la Germania e le altre nazioni leader nel
settore (gli Stati Uniti riciclano invece rispettivamente il 26
per cento e il 44 per cento).
I proventi derivati annualmente dall’industria dello
smaltimento dei rifiuti a Taiwan ammontano a due miliardi di
dollari; 16 delle 32 squadre che quest’anno si sono sfidate ai
Mondiali di calcio in Russia, afferma con orgoglio il ministro
dell’ambiente Lee Ying-yuan, indossavano divise prodotte
sull’isola con fibre derivate da plastica riciclata.
Nel 2016 nel mondo sono stati prodotti due miliardi di
tonnellate di rifiuti solidi urbani
Da più di due secoli, dall’inizio della rivoluzione
industriale, le economie occidentali si reggono sul modello
“prendi, produci, getta”, ma lo spreco che questa condotta ha
generato in Europa e negli Stati Uniti nel ventesimo secolo è
nulla in confronto alla mole di rifiuti prodotta al giorno
d’oggi dalle economie in espansione come la Cina..
Stando a una
recente relazione della Banca mondiale, nel 2016 nel mondo
sono stati prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti solidi
urbani (rifiuti domestici e commerciali), un netto aumento
rispetto all’1,8 miliardi di tonnellate di tre anni prima. Ciò
corrisponde a circa 740 grammi al giorno pro capite, includendo
nel conto ogni uomo, donna e bambino sulla Terra.
Questa cifra non include la quantità ancor più vasta di rifiuti
prodotti dal settore industriale. Gli scarti solidi industriali
contengono più materiali come gli scarti di metallo prezioso e
la loro raccolta è da tempo gestita assai meglio da aziende in
cerca di profitto. C’è poi il problema più rilevante in termini
di gestione dei rifiuti, ossia i 30 miliardi di tonnellate di
anidride carbonica che ogni anno finiscono nell’atmosfera.
Il costo del benessere
Mano a mano che si diventa più ricchi si tende a consumare – e a
gettare via – di più. La popolazione dei paesi industrializzati
corrisponde al 16 per cento di quella mondiale, ma produce il 34
per cento dei rifiuti del pianeta. La parte del mondo non
industrializzato sta velocemente accorciando le distanze.
Se le tendenze resteranno quelle attuali, secondo le proiezioni
della Banca mondiale, entro la metà del secolo la popolazione
europea e nordamericana arriverà a produrre il 25 per cento di
rifiuti in più rispetto a oggi. Nello stesso lasso di tempo, il
volume aumenterà del 50 per cento in Asia orientale, del 200 per
cento in Asia meridionale e del 300 per cento nell’Africa
subsahariana). La cifra mondiale annua sarà di circa 3,4
miliardi di tonnellate.
Nella relazione della Banca mondiale si afferma che la
produzione di rifiuti sta aumentando a un ritmo troppo elevato e
che non può procedere di pari passo con la crescita economica e
il miglioramento del tenore di vita. Per porre fine a questa
correlazione è necessario che tutti gettino via meno e
riutilizzino di più, rendendo così le economie più “circolari”,
come dicono gli attivisti. Questo può avvenire solo se le
persone cominceranno a “identificare l’economia circolare con il
guadagnare denaro”, sostiene Tom Szaky di Terracycle, azienda
sviluppatrice di tecnologie per l’uso di materiali difficili da
riciclare. “Prendi, usa e getta” deve cedere il passo a “riduci,
riusa, ricicla”, afferma Szaky.
Esempi virtuosi
Il problema dei rifiuti al livello globale forse non è una sfida
terrificante come quella del riscaldamento climatico, ma
potrebbe essere più semplice da risolvere. Questo perché le
azioni locali di raccolta e riciclo dei rifiuti hanno effetto
immediato sul territorio e possono quindi innescare un circolo
virtuoso del cambiamento.
La gente prende più facilmente l’iniziativa se può vedere quasi
subito i risultati di un cambiamento delle abitudini. A maggior
ragione se si considera che diminuire la produzione di rifiuti
comporta non uno, ma due benefici. Non solo risolve un grande
problema (i rifiuti solidi) ma, diversamente dalla lotta allo
smog, crea un beneficio tangibile sotto forma dei materiali
riciclati che possono essere nuovamente usati. In aggiunta,
tutti sanno quanto sia spiacevole vedersi circondati da rifiuti
solidi (l’unica categoria di rifiuti presa in considerazione in
questo rapporto).
In totale solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di
tutto il mondo è riciclato: troppo poco.
Questo non significa che passare a un’economia più circolare
sarà facile. Attualmente il 37 per cento dei rifiuti solidi
finisce in discariche interrate in tutto il mondo, il 33 per
cento in discariche a cielo aperto, l’11 per cento negli
inceneritori. Una parte finisce in cumuli di compost. Negli
Stati Uniti sono attualmente riciclati due terzi dei barattoli
di alluminio, ma solo il 10 per cento della plastica. In totale
solo il 13 per cento dei rifiuti solidi urbani di tutto il mondo
è riciclato e siamo tutti d’accordo che questo è davvero troppo
poco.
L’urgenza del problema è fuor di dubbio. Nel luglio 2018 la
corte suprema dell’India ha lanciato un monito sullo stato di
Delhi, la capitale del paese, sepolta sotto immensi cumuli di
rifiuti. Quando le discariche prendono fuoco, come è successo a
più di 70 discariche in Polonia nell’arco di questa torrida
estate, i fumi tossici invadono e soffocano le zone circostanti.
I materiali tossici si infiltrano nel terreno e avvelenano i
bacini idrici.
Alcuni fiumi dell’Indonesia sono talmente ricoperti dai rifiuti
da rendere impossibile vedere l’acqua. Secondo quanto riportato
dalle Nazioni Unite, nelle aree dove i rifiuti non sono raccolti
con regolarità l’incidenza della diarrea è doppia e le infezioni
acute delle vie respiratorie sono sei volte più frequenti del
normale.
L’immondizia gettata in mare può tornare a terra creando il
caos. Ad agosto il mare Arabico ha depositato in soli due giorni
dodicimila tonnellate di detriti e rifiuti sulle coste di
Mumbai. Oppure può privare il mare dei suoi tesori. I pescatori
del mare Arabico lamentano il fatto che la plastica pescata è
diventata il quadruplo del pesce. L’isola di rifiuti nel
Pacifico (o Great Pacific garbage patch) nasce da un vortice
oceanico delle dimensioni dell’Alaska a nord dell’oceano
Pacifico e su di esso confluisce ogni rifiuto galleggiante
portato dalle correnti: oggi si stima che possa contenere 79mila
tonnellate di rifiuti in plastica.
Entro il 2025 i gas serra prodotti dall’industria dei rifiuti e
nati dal susseguirsi di reazioni chimiche all’interno delle
fosse, potrebbero rappresentare l’8-10 per cento del totale
delle emissioni responsabili del riscaldamento globale. Se non
si trova rimedio, questa discarica a cielo aperto rischia di
travolgere il pianeta.
La buona notizia è che in tutto il mondo sia la classe politica
sia la sfera pubblica si stanno sempre più rendendo conto dei
costi in termini economici, ambientali e umani dei rifiuti,
nonché delle opportunità perse che rappresentano.
Molti dei governi dei paesi meno industrializzati cominciano a
capire che spendere meno – o niente – nella gestione dei rifiuti
significa dover pagare di più per servizi come l’assistenza
sanitaria necessaria a curare le ricadute sulla salute di questa
condotta. Nel mondo meno industrializzato viene raccolta solo la
metà dei rifiuti urbani; nei paesi con i redditi più bassi circa
il 90 per cento degli scarti finisce nelle discariche abusive.
Per far sì che i dati migliorino è necessario investire in
infrastrutture per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti come
discariche gestite o inceneritori a basso impatto ambientale.
L’esempio di Taiwan dimostra che è possibile e che non significa
affatto porre ostacoli al riciclo.
I paesi ricchi hanno già queste strutture: ora devono aumentare
la capacità di ricavare materiali di valore dai propri cicli di
rifiuti. Per un ventennio hanno contato sui paesi in via di
industrializzazione, prima tra tutti la Cina, per far riciclare
i propri rifiuti. Nell’arco degli ultimi 25 anni, nei porti
della Cina sono stati scaricati 106 milioni di tonnellate di
plastica da riciclare provenienti da tutto il mondo.
Tutto questo sistema è saltato in aria lo scorso gennaio,
quando la Cina ha chiuso le sue frontiere all’importazione di
plastica e carta indifferenziata, senza alcuna preoccupazione
per le conseguenze sull’ambiente. I responsabili della gestione
dei rifiuti di tutto il mondo si sono così trovati con
tonnellate di rifiuti indesiderati e i politici con montagne di
domande – come aumentare l’efficacia della raccolta
differenziata e cambiare finalmente l’approccio dei cittadini al
problema rifiuti – alle quali non sanno rispondere.
La classe politica europea e quella statunitense – forse non
Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti dalla linea
politica tutt’altro che ambientalista – si stanno dando degli
ambiziosi obiettivi nel campo del riciclo e stanno cercando di
cambiare radicalmente il loro metodo di gestione dei rifiuti.
Tecnici o imprenditori come Huang e Szaky sognano e danno forma
a modi più intelligenti e produttivi di gestire e riutilizzare
l’immondizia. Le multinazionali cominciano a prendere in
considerazione modelli d’impresa a basso impatto basati su
contratti per fornitura di servizi anziché sulla vendita di
prodotti. E molti sono i consumatori che stanno adottando stili
di vita più semplici.
L’esempio di Taiwan
I bilanci delle amministrazioni locali, d’altro canto, sono
ovunque limitati. Le guerre doganali ostacolano il commercio di
scrap (come vengono chiamati nel settore i rifiuti
riciclati). Sono necessarie leggi che regolamentino la gestione
dei rifiuti, ma spesso sono scritte in modo oscuro. I governi
devono ancora trovare il modo di sostenere investimenti su larga
scala nel settore del riciclo, ostacolato dal continuo calo dei
prezzi delle materie prime. E molti temono che il passaggio a
una economia più circolare possa essere dannoso per chi opera
secondo il vecchio modello d’impresa.
Questi sono problemi reali ma non insormontabili. Negli anni
novanta la crescita economica, l’innalzamento del tenore di vita
e il forte aumento dei consumi avevano di gran lunga superato la
capacità di Taiwan di gestire i suoi rifiuti, portando il paese
a guadagnarsi il soprannome per nulla lusinghiero di Isola di
immondizia. Nel 1993, 25 anni fa, un terzo dei rifiuti di Taipei
non veniva nemmeno raccolto e né tantomeno riciclato. Nel 1996 i
due terzi delle discariche erano ormai quasi pieni.
Di fronte al crescere delle proteste il governo decise la
creazione di 24 impianti di incenerimento per bruciare i
rifiuti, al costo di 2,9 miliardi di dollari. Allo stesso tempo,
la popolazione fu incoraggiata a produrre meno rifiuti.
Produttori e marchi di distribuzione hanno cominciato a
contribuire ai costi di smaltimento dei loro prodotti, sia
pagando un contributo per i costi di gestione e smaltimento, sia
talvolta provvedendo essi stessi alla loro gestione.
Meno il prodotto è riciclabile e tanto più i costi per
l’azienda saranno elevati. E questo schema è in vigore ancora
oggi. I nuclei familiari pagano per la quantità di rifiuti non
differenziati che producono, ma non per la carta, il vetro,
l’alluminio e gli altri materiali riciclabili. Chi viene
sorpreso a disfarsi illegalmente dei propri rifiuti va incontro
a sanzioni salatissime e al pubblico scherno. Oggi un taiwanese
getta, di media, 850 grammi di rifiuti al giorno, rispetto al
chilo e mezzo di vent’anni fa.
Sono passati cinquant’anni da quando gli ecologisti hanno
cominciato a implorare i consumatori di ridurre, riutilizzare e
riciclare, e oggi esortazioni di questo genere riecheggiano da
San Francisco a Shanghai. E il mondo, sommerso di rifiuti, ha
finalmente cominciato ad ascoltare.
(Traduzione di Mariachiara Benini)
Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale The
Economist.