Trivelle: serve un Piano delle Aree contro la corsa alle fossili

Oltre 130 realtà sociali e più di 120 personalità promuovono un appello nazionale per dare più voce alle regioni in materia di politica energetica su infrastrutture e oil&gas
 
 













Mettere un freno alla corsa alle fonti fossili nella penisola e restituire voce alle regioni in materia di trivelle. Lo chiedono oltre 130 realtà sociali (tra associazioni ambientaliste, organizzazioni nazionali e comitati locali) e più di 120 personalità con un appello nazionale. Lo strumento è quel Piano Regionale delle Aree da sottrarre alle attività dell’oil&gas, che fu stralciato dalla legge di stabilità 2016. Una richiesta che arriva dopo l’annuncio di una prossima revisione della Strategia Energetica Nazionale da parte del ministro Calenda.

“Le cronache delle ultime settimanesi legge nell’appello – danno ulteriore conferma del fatto che nessuna delle aree del Paese tra quelle indicate nella Strategia Energetica Nazionale 2013 è risparmiata da questa irrefrenabile corsa alle fonti fossili: dal Canale di Sicilia fino alla Val Padana, transitando per la dorsale appenninica – zone terremotate incluse . Non vi è palmo del territorio della Repubblica che si possa ritenere al riparo dall’insediamento di nuove trivelle o di nuove grandi opere inutili, dispendiose ed impattanti”

Per i promotori la bocciatura del referendum costituzionale va letta anche come una presa di posizione di milioni di cittadini contro l’estromissione delle comunità locali e delle regioni dalle decisioni che riguardano i progetti “petroliferi” e le infrastrutture energetiche. Tra le modifiche costituzionali bocciate figura infatti la ripartizione delle competenze tra Stato e regioni. “La reintroduzione del Piano delle Aree e, quindi, la necessità di far partecipare attivamente le Regioni alla redazione dello strumento – continuano i firmatari dell’appello – non è solo atto politicamente ma anche costituzionalmente dovuto in quanto la materia “governo del territorio” è rimasta di competenza concorrente, unitamente a quella energetica”
 
 












Un appello rivolto alle regioni, affinché riportino il Piano delle Aree al centro del dibattito politico – anche a livello nazionale – e spingano per ripristinarlo. Il Piano dovrebbe diventare, nelle intenzioni dei promotori, lo strumento di pianificazione in grado di identificare quali aree del territorio e del mare debbano essere definitivamente e stabilmente sottratte alla disponibilità delle compagnie petrolifere. Tra gli obiettivi figurano infatti la revisione della normativa riguardante l’acquisizione dei titoli minerari, la ricerca, l’estrazione a fini produttivi, lo stoccaggio ed il trasporto di gas e di petrolio. Ma anche evitare che ogni esecutivo possa stravolgere con troppa facilità decisioni di governo del territorio prese in precedenza.
“Non bisogna dimenticare, infatti, che in una delle prime bozze dello Sblocca Italia, seguendo una logica avulsa da qualsiasi disegno programmatico, il Governo aveva previsto che potessero essere aperte alle attività estrattive persino il Golfo di Napoli, il Golfo di Salerno e l’area marina delle Isole Egadi. Nelle intenzioni dei proponenti il varo di un Piano delle Aree avrebbe dovuto costituire un argine, seppur debole, a quegli imprevedibili cambi di rotta da parte del Governo di turno”


fonte: www.rinnovabili.it

Apparecchi elettrici fuori uso: 200 milioni nelle nostre case

L’82% degli italiani non sa che da aprile 2016 quelli più piccoli si possono portare nei negozi senza acquistare nulla. E si rischia una procedura d’infrazione dell’Ue

















Gli italiani hanno in casa 200 milioni di Raee, apparecchi elettronici ed elettrici che non usano più: vecchi cellulari, frigoriferi, bollitori, mouse, tostapane, phon, friggitrici, rasoi elettrici, ecc. I dati della ricerca vengono presentati oggi da Ecodom (Consorzio di recupero e riciclaggio elettrodomestici). «Molti non sanno che quelli di piccole dimensioni dal mese di aprile dello scorso anno si possono portare nei negozi specializzati e il ritiro è gratuito», dice Giorgio Arienti, direttore generale di Ecodom. «È quello che viene chiamato 1 contro 0, cioè si possono conferire senza acquistare nulla».  
















Smaltimento
Delle 800 mila tonnellate di rifiuti elettronici prodotti ogni anno solo un terzo viene riciclato in modo corretto e con una procedura tracciabile. Le cause? «Smaltimento non corretto, per esempio nell’indifferenziata, oppure ritirati dai rigattieri», prosegue Arienti. «Ma anche conferiti in buona fede a smaltitori e riciclatori autorizzati ma non controllati se non solo per aspetti formali». Il risultato è che appena il 35% è rintracciabile e certificato: il resto scompare in una sorta di «mercato grigio». Quindi l’Italia, con 4 chilogrammi di Raee prodotti per abitante, risulta di fatto sotto il limite richiesto dall’Ue (5,8 kg per abitante) e nei nostri confronti la Commissione europea potrebbe aprire una procedura d’infrazione. Con una multa da pagare a carico di tutti i cittadini.
Fonte di materie prime
Ecco l’importanza di un corretto smaltimento ma anche di sbarazzarci di apparecchi inutilizzati o non più funzionanti che intasano cantine e soffitte. E che potrebbero diventare una fonte preziosa delle cosiddette materie prime seconde: metalli pesanti come rame, acciaio e alluminio, le strategiche Terre rare contenute nelle apparecchiature più sofisticate di ultima generazione (smartphone, tv led, tablet), plastica. Ed evitare pericolose contaminazioni: per esempio i frigoriferi più vecchi contengono i gas refrigeranti Cfc e Hcfc, proibiti da anni a causa del loro altissimo effetto serra e perché distruggono lo strato di ozono che protegge la Terra dai raggi cosmici, e che non vanno in alcun modo dispersi nell’atmosfera.
I dati ambientali
Grazie al corretto trattamento di queste apparecchiature, Ecodom ha permesso il riciclo di 57 mila tonnellate di ferro, 1.900 tonnellate di alluminio, 1.800 tonnellate di rame e 9 mila tonnellate di plastica. Inoltre si è evitato di immettere nell’atmosfera 870 mila tonnellate di anidride carbonica. «La responsabilità della carenza nella raccolta dei Raee è equamente suddivisa tra consumatori e amministrazione pubblica», emerge da Ecodom. L’indagine del consorzio parla infatti chiaro: l’82% del campione intervistato da Ipsos non è a conoscenza del decreto 1 contro zero. E i Raee non più utilizzati restano nelle cantine.

fonte: http://www.corriere.it



Rifiutizero a San Francisco




Estratto dal documentario Domani
di Ceryl Dion & Melanie Laurent
www.domani-ilfilm.it

MinAmbiente: sui rifiuti più ambizione











Il Ministro dell'ambiente in audizione al Senato il 16/2/2017 ha confermato l'impegno a
sostegno e promozione di obiettivi Ue ambiziosi sui rifiuti lavorando alla formulazione di un quadro regolatorio chiaro e stabile.
Davanti alla Commissione Ambiente di Palazzo Madama il Ministro ha tracciato il quadro degli impegni sul clima e l'energia (Strategia energetica nazionale, azioni sull'economia circolare, riduzione delle emissioni 2021-2030, sviluppo sostenibile), concentrandosi anche sulle azioni in materia di rifiuti. Il Ministro ha confermato che il Governo: continuerà a sostenere l'introduzione di una metodologia unica e armonizzata di calcolo delle quantità di rifiuti riciclate e che chiarirà definitivamente i concetti chiave di recupero, riciclaggio, recupero di materia, riempimento, cessazione della qualifica di rifiuto e trattamento prima del conferimento in discarica; rafforzerà le politiche di prevenzione. Sarà incrementato il riciclo dei rifiuti rispetto ad altre forme di
recupero e smaltimento; supporterà l'aumento degli obiettivi di riciclaggio degli imballaggi.
Infine, il Governo promuoverà la fissazione di un obiettivo più ambizioso di riduzione di tutte le operazioni di smaltimento (non solo la discarica, ma anche l'incenerimento senza recupero energetico e le altre operazioni di smaltimento) di tutti i rifiuti prodotti al posto dell'obiettivo di riduzione della sola operazione di discarica per i rifiuti urbani.

documenti di riferimento


Area Normativa / Rifiuti / Normativa in Cantiere
Piano d'azione Ue per l'economia circolare (schemi di direttive in materia di rifiuti, discariche, imballaggi e
Raee)
Presentato dalla Commissione europea il 2 dicembre 2015

fonte: http://www.reteambiente.it


Oceani tossici: sostanze chimiche proibite nella fossa delle Marianne

Sui fondali e nei crostacei che vivono nelle profondità dell’oceano trovati livelli di inquinanti organici persistenti 50 volte più alti di quelli dei peggiori fiumi della Cina














Fossa delle Marianne, uno squarcio profondo 11mila metri negli abissi dell’Oceano Pacifico. Uno dei luoghi più inaccessibili al mondo. Ma non il più incontaminato. Tutt’altro. Gli esemplari di piccoli crostacei che vivono sul fondale presentano livelli di contaminazione da sostanze chimiche prodotte dall’uomo 50 volte più alti dei loro simili che abitano i fiumi più inquinati della Cina. Un risultato scioccante, così l’hanno definito senza giri di parole gli scienziati del team che ha condotto la ricerca sull’inquinamento dei mari più profondi, appena pubblicata sulla rivista Nature Ecology and Evolution.
“Pensiamo ancora che le profondità dell’oceano siano un regno remoto e primordiale, al sicuro dall’impatto dell’uomo, ma la nostra ricerca mostra che, tristemente, nulla potrebbe essere più lontano dal vero”, commenta Alan Jamieson dell’università di Newcastle, autore dello studio.



















Il suo team ha identificato in particolare due sostanze chimiche di produzione industriale, che sono state in commercio tra gli anni ’30 e gli anni ’70 del secolo scorso. Si tratta dei policlorobifenili (PCB), usati nei trasformatori e nelle vernici, e dei polibromodifenileteri (PBDE), impiegati principalmente nei ritardanti di fiamma. Entrambi fanno parte della categoria degli inquinanti organici persistenti (POPs), che non si degradano nell’ambiente e possono danneggiare gravemente il ciclo riproduttivo degli animali.

I ricercatori spiegano che si aspettavano di trovare questi inquinanti, proprio a causa della loro natura persistente, ma che la vera sorpresa è stata rinvenire concentrazioni così alte. Nel caso dei PCB, ad esempio, i valori sono uguali a quelli registrati nella baia giapponese di Suruga, un’area particolarmente nota per l’elevato inquinamento.

Il monitoraggio è stato ripetuto anche nella fossa di Kermadec, al largo della Nuova Zelanda, con risultati paragonabili. Come nella fossa delle Marianne, anche in questo caso sono stati prelevati sia esemplari di diverse specie di crostacei, sia campioni del fondale marino. Gli agenti inquinanti, hanno rivelato le analisi, erano presenti ovunque, sia negli animali che nell’ambiente, a prescindere dalla profondità.

fonte: www.rinnovabili.it


Scapigliato, da discarica a «fabbrica del futuro». Il progetto spiegato da Alessandro Giari

Insieme agli investimenti attesa anche nuova occupazione: fino a 40-50 posti di lavoro in più a Rosignano Marittimo

















Scapigliato rappresenta già oggi la discarica più grande della Toscana, un tassello strategico dunque per la gestione dei rifiuti sul territorio. Come migliorarlo?
«Oggi abbiamo una discarica dove ogni anno vengono smaltite 460mila tonnellate di rifiuti, per circa il 20% di derivazione urbana e per il rimanente speciali non pericolosi; una ripartizione che rispecchia in gran parte la produzione toscana, fatta per 2,25 milioni di tonnellate/anno di rifiuti urbani e per quasi 10 milioni di tonnellate/anno di rifiuti speciali. Di fronte a questi numeri si capisce che la buona gestione dei rifiuti speciali riveste un ruolo determinante, non solo sotto il profilo ambientale ma anche per favorire o meno la competitività delle aziende sul territorio: quando non vi sono impianti di prossimità, i rifiuti speciali prodotti dalle attività economiche locali devono essere spediti altrove, con costi – di trasporto e ambientali – crescenti.
Detto ciò, partiamo dalla necessità di guardare alle discariche con una logica di tendenziale superamento. Da ormai più di un anno abbiamo imboccato la progettualità per trasformare – progressivamente ma con una certa celerità – Scapigliato in un impianto di selezione, trasformazione, recupero e potenziale re-immissione sul mercato del rifiuto come nuovo prodotto. La base per lo sviluppo di una nuova economia, circolare».
A che punto è questa trasformazione?
«Quest’anno avremo un’accelerazione, entro la fine del mese presenteremo formalmente l’intero progetto alla Regione facendo partire l’iter autorizzativo, sia per quanto riguarda la Valutazione d’impatto ambientale (Via) sia per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia)».
Con quali obiettivi?
«In primo luogo vogliamo realizzare un biodigestore anaerobico per ricavare biometano dalla Forsu (Frazione organica dei rifiuti solidi urbani); in una prima fase realizzeremo un impianto da 45mila tonnellate/anno che arriveranno poi in un secondo step a 90mila, ottimizzando la struttura. Confidiamo che in un anno possa chiudersi il processo autorizzativo, in modo da far partire i lavori per il biodigestore da 45mila tonnellate all’inizio del 2018. Lavori che in 18 mesi – arrivando dunque a metà 2019 – dovrebbero poter chiudere questo primo step. Ad oggi il fabbisogno di trattamento di Forsu pianificato nell’ambito dei 100 comuni che costituiscono l’Ato Toscana Costa supera le 200mila tonnellate, ma – impianti di compostaggio tradizionali a parte – non vi sono sul territorio impianti moderni, in grado di trasformare i rifiuti organici in energia e biometano come sarà in grado di fare Scapigliato; non a caso parallelamente sta sorgendo un altro impianto, con tempistiche e capacità di conferimento simili al nostro, progettato da Geofor a Pontedera».
Con il biodigestore come cambierà il profilo di Scapigliato?
«Con il biodigestore da Scapigliato arriva e arriverà sempre più energia, calore, compost, CO2. Già oggi produciamo compost ed energia elettrica: attraverso 250 pozzi utili alla captazione del biogas da discarica abbiamo prodotto l’anno scorso energia per circa 25 milioni di KWh, equivalente al fabbisogno residenziale di un Comune come Rosignano Marittimo. Per il biometano che sarà prodotto dal biodigestore di Scapigliato realizzeremo un impianto di distribuzione a valle – nelle immediate vicinanze, a 150 metri di distanza dall’impianto –, in modo da poter fornire direttamente biometano di qualità ai veicoli che vorranno approvvigionar visi a condizioni vantaggiose: energia a chilometro zero per il territorio. La parte eccedente del biometano la immetteremo nella rete Snam, che passa a pochi centinaia di metri dall’impianto in adiacenza all’autostrada».
Ci saranno anche delle ricadute occupazionali per Rosignano?
«Guardando complessivamente a tutto l’investimento industriale previsto, stimiamo un aumento dell’occupazione (tra diretta e indiretta) pari a 40-50 addetti in fase di realizzazione, che per un 50% rimarranno anche a regime».
E l’attività della discarica come cambierà?
«Vogliamo che i conferimenti diminuiscano anno per anno. Al 2021 arriveremo a una diminuzione di oltre il 20% rispetto al 2015, quando i conferimenti di rifiuti ammontavano a 480mila tonnellate. Già nel 2016 siamo scesi a 430mila, quest’anno saranno 410mila; nel 2021 ci attesteremo attorno alle 360-370mila tonnellate. Ovvero, un calo complessivo di circa 100mila tonnellate. Nel contempo, lo sviluppo degli investimenti previsti ci renderà in grado di diversificare l’attività di Scapigliato: non vogliamo diminuire il quantitativo di rifiuti in ingresso, a calare saranno quelli destinati alla discarica. Lo scopo è quello di aumentare il recupero e la trasformazione del rifiuto in nuovo prodotto: questo è l’obiettivo strategico».
Si tratta di uno scopo che una realtà aziendale come la vostra può perseguire in autonomia?
«La nostra è solo una parte di un percorso più ampio. Possiamo essere tutti molto bravi nella trasformazione del rifiuto – e del resto in Italia, come testimoniano i dati, siamo degli ottimi recuperatori –, ma se poi non siamo in grado di generare percorsi per la valorizzazione economica di questi materiali, inserendoli in nuovi processi produttivi, il problema rimane: limitarci a riempire piazzali di materie riciclate non basta, andare oltre è un passaggio fondamentale su cui tutti dobbiamo concentrarci.
Perché questo obiettivo strategico sia realizzabile dobbiamo lavorare su due fronti. Uno è quello della modalità di conferimento: più un rifiuto è integro più è recuperabile. Il secondo aspetto è quello di far sì che tali percorsi di conferimento siano finalizzati a veri e propri progetti di economia circolare; se infatti i prodotti riciclati non sono realizzati con un design e una qualità del prodotto attraenti per il mercato non può competere con i prodotti realizzati con materiale vergine. E l’anello dell’economia circolare non si chiude».
Come pensate di contribuire per progredire su questi fronti?
«Per quanto riguarda le modalità di conferimento, già oggi Rea Impianti possiede a Cecina un impianto di selezione e recupero materiale (dalle plastiche al legno, dai Raee agli ingombranti, etc) con un potenziale di 24mila tonnellate, ad oggi impiegato solo per 13mila. Nei prossimi 2-3 anni vogliamo utilizzarlo al pieno delle possibilità, anche come meccanismo propedeutico alla realizzazione di un nuovo grande impianto di selezione da circa 200mila tonnellate qui a Scapigliato – presente nel progetto complessivo per il Polo, anche se non è inserito nel pacchetto che formalmente presenteremo a fine mese alla Regione – la cui configurazione dal punto di vista tecnologico è interamente subordinata a ciò che riusciremo a definire in termini di valutazione di mercato e strategica nel prossimo anno e mezzo»».
Perché un nuovo impianto di selezione?
«Procediamo nell’ottica di continuare la diminuzione progressiva dei rifiuti da conferire in discarica anche oltre il 2021, sia per quanto riguarda la frazione residua di Rsu che già oggi è in ingresso a Scapigliato, sia soprattutto per quanto riguarda i rifiuti speciali non pericolosi. Oggi arriva a Scapigliato materiale che è quasi impossibile poter recuperare: le trasformazioni che vengono effettuate dai soggetti intermedi – presenti con abbondanza – tra chi produce e chi smaltisce fanno sì che questo materiale non abbia più le caratteristiche per divenire poi nuovo prodotto, in quanto contaminato o triturato in modo poco efficiente».
E per quanto riguarda i progressi sull’altro fronte, quello che contempla la necessità di migliorare qualità e design dei prodotti riciclati?
«Stiamo investendo risorse importanti per rendere possibile la realizzazione – a Scapigliato – di un Centro di cooperazione regionale per lo sviluppo di un’economia circolare. A questo proposito insieme al Comune di Rosignano Marittimo abbiamo fatto un accordo con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il Cnr, l’Anci Toscana, la Cispel Toscana e la Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno. Il Centro partirà nei prossimi mesi, presumibilmente con un primo laboratorio proposto e progettato dal professor Paolo Dario per il disassemblaggio di rifiuti “complessi”: in concreto, robot che coadiuvati dall’operatore umano siano in grado di realizzare un’operazione opposta a quella che già avviene per l’assemblaggio dei prodotti, nelle grandi case automobilistiche come in molte altre industrie. Lì abbiamo robot che montano, che costruiscono; qui ne avremo in grado di scomporre le diverse tipologie di materiali che compongono un sistema complesso, che sia una un’automobile o una moto o un frigorifero. Un’operazione cioè meno grossolana del disassemblaggio così come viene fatto oggi, magari tramite una pressa o sistemi di fusione.
Noi con quest’operazione ci preoccupiamo di mettere a punto una filiera che a Scapigliato diminuisca i conferimenti di rifiuti in discarica, aumenti il livello di selezione e recupero del materiale, e infine favorisca la sua reimmissione sul mercato. Quest’ultimo punto non lo facciamo solo per Rea Impianti e Rit, naturalmente; sosteniamo dei costi non banali per favorire la nascita e la crescita di una piattaforma che sia in grado di dare una mano a tutto il sistema, sperimentando soluzioni valide per l’economia di tutta la Regione».
fonte: www.greenreport.it

Stop di Borgogiglione, no a conferimenti a Gubbio e Castello



fonte: http://osservatorioborgogiglione.it

M’illumino di meno 2017
















Venerdì 24 febbraio, per il tredicesimo anno consecutivo, la popolare trasmissione di Radio 2 Caterpillar propone l’iniziativa “M’illumino di meno”, giornata di mobilitazione internazionale in nome del risparmio energetico e della razionalizzazione dei consumi, diventata negli anni la più grande campagna radiofonica di sensibilizzazione sui consumi energetici e la mobilità sostenibile. Dopo il successo delle passate edizioni, con milioni di persone coinvolte, Caterpillar ha lanciato come tema di quest’anno la condivisione. Le ricerche scientifiche dimostrano infatti che a più grande dispersione energetica sia causata dallo spreco in tutti gli ambiti dei nostri consumi: alimentari, trasporti e comunicazione e per questo i conduttori invitano tutti gli ascoltatori a condiVivere. Le modalità sono infinite: ad esempio si può dare un passaggio in auto ai colleghi, organizzare una cena collettiva nel proprio condominio, aprire la propria rete wireless ai vicini e in generale condividendo le proprie risorse come gesto concreto anti spreco e motore di socialità.
Erica anche quest’anno ha aderito con entusiasmo all’iniziativa: per tutta la giornata del 24 febbraio attuerà azioni virtuose di risparmio energetico e di riduzione degli sprechi (es. lo spegnimento dei pc durante la pausa pranzo) e tutti i lavoratori saranno invitati a recarsi al lavoro con i mezzi pubblici, in bicicletta o a piedi. Inoltre, dando seguito all’impegno di diventare la prima azienda italiana a “Rifiuti Zero” preso più di cinque anni fa, all’interno dell’azienda si continuerà a svolgere la normale attività di prevenzione dei rifiuti: consumo di sola acqua del rubinetto; utilizzo della moka nella pausa caffè; utilizzo di asciugamani in stoffa lavabili; compostaggio domestico in loco dei rifiuti organici; pratica della raccolta differenziata; acquisto di beni in materiale riciclato e con il minimo imballaggio; stampa fronte-retro degli elaborati e dei documenti; riutilizzo della carta stampata da un solo lato, ecc.
fonte: ericasocoop

Bonificare terre inquinate con la canapa
















Canapa contro l’inquinamento. Prende il via il progetto per la coltivazione della canapa nei terreni inquinati delle aree industriali del Sulcis, in Sardegna.
La sperimentazione sarà a cura dell’agenzia regionale Agris, affidataria del progetto promosso dall’assessorato all’Agricoltura, che dovrà studiare il comportamento della canapa per capire come e in che modalità riesca a purificare i terreni.
Attraverso la fitodepurazione dei metalli pesanti come piombo, cadmio e zinco, la pianta potrebbe dare buoni risultati nell’estrazione dal terreno di elementi altamente inquinanti.
Inutile dirlo, non si tratta della canapa indiana, ma di canapa sativa a basso contenuto di Thc, sotto lo 0,6%, quindi non assimilabile e diversa da quella con effetti psicoattivi, come la marijuana, proibita per legge perché ritenuta droga leggera.
“È un opportunità straordinaria per il territorio, l’iniziativa ha un duplice obiettivo: bonificare i terreni inquinati, grazie alle proprietà decontaminante della canapa, e riavviare una filiera produttiva in aree industriali molto inquinate”, ha annunciato Luca Pizzuto, consigliere regionale Sel e primo firmatario dell’emendamento inserito due anni fa nella Finanziaria.
Agris si avvale della collaborazione di un team di esperti dell’Università di Sassari e di Sardegna Ricerche, assieme lavoreranno su dieci terreni, sia inquinati che puliti, con un’estensione tra 2500 e 5mila mq da utilizzare per tre anni.
Il progetto prevede poi anche la valutazione di nuovi impieghi della canapa sativa come la produzione di oli di canapa, fibre, materiali per l’edilizia, l’artigianato, il tessile e perfino i biocarburanti.
“È una pianta che ha 25mila diversi tipi di utilizzo. Dai materiali per la bioedilizia ai biocarburanti e, allo stesso tempo, rappresenta un’opportunità unica per aree ormai compromesse come quelle del Sulcis. In questo momento l’interesse maggiore è rappresentato dalla produzioni di seme destinato ad altre coltivazioni o alla produzione di olio”, ha spiegato il responsabile del progetto Gian Luca Carboni.
Il budget annuale a disposizione dell’agenzia regionale è di 150mila euro annuali, gli agricoltori che aderiranno alla sperimentazione avranno un indennizzo di 1.500 euro a ettaro. [Dominella Trunfio]

fonte: www.greenme.it

Ecotec, l’azienda che trasforma in tesoro i rifiuti della bauxite













Dai residui industriali della raffinazione della bauxite un’opportunità. Perché, «con gli opportuni trattamenti», anche il materiale normalmente destinato alla discarica, può diventare una risorsa. Il progetto, già brevettato, parte dalla Sardegna ma è destinato al panorama industriale metallurgico internazionale. I tecnici e i ricercatori della Ecotec, azienda operante nel polo industriale di Macchiareddu (a una ventina di chilometri da Cagliari) ci hanno messo cinque anni prima di arrivare a far funzionare il sistema che permette di riutilizzare i fanghi rossi ottenuti dall’estrazione dell’allumina dalla bauxite secondo il processo Bayer.
Materiale che in Sardegna, soprattutto a Portovesme (all’ Eurallumina), non manca. Non a caso, il progetto che potrebbe diventare una risorsa importante per rilanciare il settore metallurgico e, quindi, la filiera dell’alluminio in cui produzione e recupero degli elementi residui viaggiano assieme limitando al massimo il conferimento in discarica il cosiddetto «zero waste».
«Con il nostro progetto – spiega Aldo Imerito, fondatore e guida della Ecotec, attiva nell’isola da 27 anni nel campo della ricerca con una settantina di dipendenti e commesse per grossi gruppi internazionale - siamo in grado di recuperare il 100 per cento degli elementi presenti nei fanghi rossi». Che sono poi allumina, ferro, titanio, scandio e terre rare.
«Un risultato che si ottiene attraverso due tecnologie, sinergiche tra loro, quella pirometallurgica e quella idrometallurgica – spiega -. Con la prima, attraverso l’utilizzo di un forno al plasma termico, si ha una fusione riduttiva del Fango Rosso , con la quale si ottiene un ferro rispondente alle caratteristiche di qualità richieste dalle acciaierie ed una scoria in cui si concentrano tutti gli altri elementi valorizzabili. Dalla scoria, attraverso un procedimento idrometallurgico, si ottengono gli altri componenti allumina, titanio, scandio e terre rare nelle caratteristiche di qualità richieste dal mercato».
Il progetto non si ferma solo ai prototipi e all’impianto pilota costruito a Macchiareddu ma ha anche un programma operativo: un business plan per un investimento da 20 milioni di euro «ammortizzabile in cinque anni». «L’impianto prevede la lavorazione 25 mila tonnellate annue che, e una volta a regime potrebbero diventare 100mila». Un’idea applicabile sia sia in Sardegna sia all’estero. «È una sfida importante – spiega ancora Imerito – un progetto da sogno, capace di cambiare il modo di fare industria, recuperando tutto ciò che si può, rispettando l’ambiente, riducendo o eliminando quasi del tutto il conferimento in discarica. In questo modo il Fango Rosso da rifiuto è diventato una risorsa. è quindi un esempio di completa attuazione della cosiddetta economia circolare».


fonte: http://www.ilsole24ore.com

L’energia del futuro? Cooperativa, rinnovabile, pulita!

Uno degli argomenti trattati dal NESI Forum, di cui Italia Che Cambia è media partner italiano, riguarda nuovi modelli di produzione e gestione dell'energia. In questo comunicato si parla della cooperazione come strumento per combattere la povertà energetica, che affligge milioni di europei: trasparenza, condivisione e tecnologie verdi per un modello energetico etico e sostenibile!













L’energia cooperativa potrebbe aiutare circa 4 miliardi di persone che stanno soffrendo la povertà energetica a livello globale. Il NESI Forum sostiene nuove e alternative forme di produzione e consumo energetico come l’energia cooperativa per sconfiggere la povertà energetica, che colpisce quasi 4 miliardi di persone nel mondo.

Più di 1,2 miliardi di persone vivono ancora oggi senza elettricità, secondo i dati forniti dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Più del 95% delle popolazioni che soffrono di povertà energetica si trovano nelle aree dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia e l’80% abita in aree rurali, ma questo fenomeno colpisce anche paesi ricchi e grandi città, come ha evidenziato l’ondata di freddo che ha colpito l’Europa a gennaio.

In paesi come la Spagna, il costo dell’energia elettrica ha raggiunto i 100 euro al Mw/h quest’inverno, spingendo migliaia di persone a tenere spenti gli impianti di riscaldamento. Poco prima, a dicembre 2016, l’inglese EDF Energy aveva annunciato un aumento dei prezzi dell’8,4%  partire da marzo 2017, un trend che anche altri fornitori britannici seguiranno. E questi sono solo un paio di esempi, la punte dell’iceberg. In questo contesto, l’energia cooperativa punta a offrire un’alternativa mettendo al centro le persone e fornendo dati attendibili sulla provenienza e sulle modalità di fornitura dell’energia.
Questo non consentirebbe solo di ottenere la sovranità energetica, ma contribuirebbe anche a combattere i cambiamenti climatici promuovendo l’utilizzo di energia prodotta da fonti rinnovabili. In questo si parteciperebbe anche al raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo sostenibile in materia di accesso all’energia, efficienza energetica e riduzione delle emissioni.

 











Si contrastano le criticità del settore energetico consentendo ai consumatori e agli utenti di riappropriarsi del controllo della produzione e dell’utilizzo dell’energia, visti come un diritti e non solo come un servizio”, spiega José Luis Torres, vicepresidente della cooperativa energetica Zencer e portavoce per il settore energia al NESI Forum di Malaga.
Zencer è la prima cooperativa energetica in Andalusia, nel sud della Spagna. È un’organizzazione senza scopo di lucro che si impegna a garantire chiarezza e trasparenza, concentrandosi sempre sui bisogni dei suoi soci e sulla sostenibilità a lungo termine. Si fonda su principi come la cura della comunità, il controllo democratico e l’equa distribuzione dei profitti.
Come dice Jennifer Hinton, co-direttrice dell’Istituto Post-Crescita e relatrice del NESI Forum, “le cooperative energetiche esistono per rispondere ai bisogni sociali e ambientali e reinvestono il 100% dei profitti con questi obiettivi, mantenendo la ricchezza che generano nei territori dove operano. Queste organizzazioni giocano un ruolo fondamentale nel trasformare la nostra economia da una macchina per la massimizzazione dei profitti a una rete di imprese che ha a cuore il destino delle persone e del Pianeta”.
La cooperative energetiche non solo si impegnano a proporre tariffe eque e a garantire a tutti accesso all’energia, ma garantiscono anche una fornitura al 100% da fonti rinnovabili e diffondono una cultura basata sull’efficienza e sul risparmio energetico. Questo contributo è strategico se consideriamo la che la combustione di fonti fossili (escludendo il settore trasporti) è responsabile di più del 50% dei gas serra europei e che solare ed eolico forniscono solo il 6% dell’energia globale.














“Le cooperative delle energie rinnovabili sono il primo, necessario  passaggio verso un nuovo paradigma energetico. Innovazione e tecnologia stanno progredendo e l’obiettivo di queste organizzazioni è metterle al servizio dei cittadini”, aggiunge José Luis Torres di Zencer. Nonostante le fonti rinnovabili abbiano contribuito per quasi il 90% all’aumento della produzione energetica europea lo scorso anno, Torres rimane convinto che ci sia ancora molto da fare, specialmente per quanto riguarda i compiti che spettano alle istituzioni comunitarie e nazionali: “Le politiche pubbliche dovrebbero pensare più al bene comune e meno al guadagno di pochi”.
Ci sono 2397 cooperative energetiche in Europa, ubicate principalmente nei paesi più occidentali. I tre con il maggior numero di coop sono Germania, Danimarca e Austria. Il NESI Forum incoraggia il dibattito sulle opportunità che esse assicurano al settore energetico.

fonte: http://www.italiachecambia.org

Simboli di riciclabilità: un valido aiuto per una corretta raccolta differenziata

















E questo dove lo butto? Ecco una delle domande più frequenti che tutti ci troviamo a ripetere quando dobbiamo eliminare gli incarti e gli imballaggi dei prodotti che acquistiamo e utilizziamo.
Nonostante le etichette presenti su imballi e confezioni forniscano sempre più spesso anche istruzioni su come sia possibile riciclarli correttamente, la grande varietà di sigle e simboli utilizzati talvolta rende complicata l’interpretazione delle indicazioni di riciclabilità riportate sugli imballi da parte dei consumatori, generando incertezza e confusione.
Se sugli imballaggi di vetro e alluminio generalmente non ci sono tanti dubbi, molte perplessità sorgono invece relativamente agli imballaggi di plastica e di carta, nonché di multimateriale. Quanti di voi, ad esempio, saprebbero collegare la sigla C/PAP84 al Tetrapak, riciclabile nella carta ormai in molti comuni italiani?



simboli-riciclo-etichette

Allo scopo di mappare le conoscenze degli Italiani in materia di etichette di riciclabilità e di fornire un aiuto concreto ai cittadini nella loro corretta interpretazione, la nostra redazione ha deciso di aderire alla SERR 2016, svoltasi a fine novembre 2016, elaborando un quiz sull’argomento.
Le numerose risposte pervenute hanno evidenziato una situazione con più ombre che luci. Quasi il 60% dei rispondenti, infatti, ha riconosciuto meno della metà dei simboli proposti, e un rispondente su 10 ne ha riconosciuti soltanto due (o di meno) su un totale di otto. Solo il 3% dei rispondenti, al contrario ha riconosciuto correttamente tutti i simboli proposti. Se alcuni di questi (come ad esempio il “tidy man” o il “ciclo di Mobius”) sembrano essere abbastanza noti, il significato di altri sembra invece rimanere sconosciuto ai più. Ecco allora che un ripassino sembra d’obbligo: vediamo assieme il significato dei simboli maggiormente utilizzati.

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Questo simbolo, chiamato “Tidy Man” non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma rappresenta un invito generico a non disperderlo nell’ambiente dopo l’uso. Ci ricorda che i rifiuti non vanno abbandonati nell’ambiente ma riposti negli appositi bidoni. Il simbolo può essere accompagnato o sostituito dalla dicitura “Non disperdere nell’ambiente”.
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Questo simbolo è chiamato “Ciclo di Mobius” e indica che il prodotto o la confezione è riciclabile. E’ utilizzato principalmente su carta e cartone.
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Il “Ciclo di Mobius” che riporta una percentuale (al centro del simbolo o a lato) non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma indica che lo stesso è fatto di materiale riciclato. La percentuale indica la quantità di materiale riciclato rispetto alla massa complessiva del prodotto.
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Questo simbolo, chiamato “Chasing Arrows” (o frecce che si inseguono) e riportante una serie di sigle e numeri, non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma è un’indicazione del materiale utilizzato per produrlo: in questo caso il PET (o Polietilentereftalato), ovvero il polimero plastico utilizzato per produrre le bottiglie. In alternativa, le sigle PET o similari (PE, PVC, PS, etc.) possono essere riportate sui prodotti e sulle confezioni di origine plastica all’interno di un cerchio o un esagono. Questo tipo di simbolo può essere utile ai consumatori nel separare i materiali al momento della raccolta differenziata, ma di per sé non è un’indicazione che il prodotto sia riciclabile (ricorda che non tutte le tipologie di plastica sono riciclabili!). 

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Questo simbolo significa che il prodotto non deve essere gettato fra i rifiuti normali perché contiene sostanze potenzialmente pericolose, e deve essere quindi conferito presso il locale ecocentro per poter essere recuperato o smaltito a norma di legge. Il simbolo è solitamente utilizzato per i RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).

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Questo simbolo, chiamato “Green Dot” (o punto verde) non ha particolare significato in Italia, perché si riferisce a un sistema di gestione dei rifiuti da imballaggio di altri paesi europei, come ad esempio la Germania. I produttori mettono questo simbolo sulle confezioni dei prodotti che circolano nel mercato europeo e per i quali è stata pagata una speciale tassa all’associazione che gestisce gli imballaggi a fine vita in altri paesi europei. In Italia, il recupero degli imballaggi a fine vita si basa sull’adesione al Conai da parte di produttori e utilizzatori di imballaggi e non prevede l’uso obbligatorio di alcun simbolo sulle confezioni.

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Questo simbolo indica che il prodotto è biodegradabile e può essere avviato a compostaggio.
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Questo simbolo fa riferimento ad un nuovo sistema di etichettatura volontaria proposto dal Conai, che mira a rendere più facile la raccolta differenziata per il consumatore finale indicando il materiale di cui è composto il prodotto (in questo caso poliaccoppiato, indicato dalla sigla C/PAP84), il tipo di prodotto (incarto), e il bidone dove il prodotto stesso va conferito dopo l’utilizzo (raccolta carta). Questo tipo di etichettatura di riciclabilità sta iniziando ad essere adottata da numerosi produttori, ed è ormai ampiamente diffusa sulle confezioni: controlla sempre prima di buttare i tuoi prodotti!
I suggerimenti forniti dai simboli di riciclabilità possono rendere la raccolta differenziata più facile, quindi impariamo a familiarizzare con loro e consultiamoli più spesso! Una recente ricerca ha messo in luce che, anche quando le indicazioni di riciclabilità sono presenti, solo l’8% dei consumatori le consulta nel momento in cui deve smaltire un imballaggio. Infine, è bene ricordare che è importante verificare sempre le indicazioni sulla raccolta differenziata fornite dal proprio Comune: il fatto che un certo materiale vada conferito in alcuni comuni in un bidone e in altri in un bidone differente dipende infatti dal sistema di riciclo adottato localmente.
Raccontateci le difficoltà che incontrate nel fare la raccolta  differenziata e saremo felici di potervi aiutare. Buona raccolta differenziata a tutti!

fonte: http://www.ehabitat.it/

Carbon tax in Italia, è questo il momento giusto

Ipotizzando un carbon tax a 20 euro per tonnellata di CO2, le entrate per il nostro paese sarebbero dell’ordine di 8 miliardi di €, una cifra che consentirebbe di far fronte agli impegni europei, di tagliare del 10% le bollette elettriche grazie ad un alleggerimento della componente A3 e di ridurre il costo del lavoro. Un articolo di Gianni Silvestrini.
















L’adozione di una carbon tax è stata da lungo tempo suggerita per interiorizzare e mitigare parte degli impatti ambientali e sanitari legati all’impiego dei combustibili fossili.
L’introduzione di una fiscalità ambientale era stata prevista anche in Italia con la ‘delega fiscale’ del 2012 al fine di ridurre progressivamente la tassazione dal lavoro e accrescendo quella sulle risorse naturali ed energetiche in modo da rendere più efficiente l’economia.
Una norma che non è mai stata approvata, malgrado una carbon tax avesse già fatto una effimera comparsa alla fine degli anni Novanta.
Questo strumento fiscale è applicato con successo in Canada e in diversi paesi europei, dagli UK alla Svizzera. La Svezia, paese che l’ha introdotta nel 1991, ha alzato progressivamente il suo valore fino a 136 $/t ottenendo tra il 1990 e il 2013 una riduzione del 22% delle emissioni a fronte di un aumento del Pil del 58%.
Considerato l’attuale basso prezzo dei combustibili fossili, molte istituzioni, dalla Banca Mondiale all’Agenzia Internazionale dell’Energia, hanno caldamente suggerito l’opportunità di tassare le emissioni di CO2.
In Europa non si è però mai riusciti ad approvare uno schema valido per tutti i paesi, anche per il timore di interagire con il fallimentare meccanismo dellETS, Emissions Trading System, predisposto per contenere la CO2 delle industrie energivore.
La novità di questi giorni viene, inaspettatamente, da oltreoceano. Gli Stati Uniti di Trump hanno visto infatti l’entrata in campo di personaggi come Schultz, Baker e Paulson - ministri del Tesoro di Nixon, Reagan e Bush – con la proposta di una carbon tax che parte da 40 $/t, per poi crescere negli anni ottenendo il risultato di ridurre significativamente le emissioni, sostenere l’economia e staccare una cedola annuale di 2.000 $ per ogni famiglia.
E veniamo all’Italia, che si trova oggi alle prese con la necessità di rispettare i parametri sul deficit. Il governo pensa di incrementare le entrate per 2,5 miliardi puntando in larga parte su un aumento dei prezzi delle accise sui carburanti.
In realtà, questa sarebbe l’occasione giusta per una revisione della fiscalità che coinvolga tutti i combustibili fossili utilizzati nel paese, includendo anche la generazione elettrica favorendo quindi gli interventi di efficienza delle rinnovabili e, indirettamente, del metano.
Considerando infatti che il prezzo della CO2 nell’ambito dell’ETS è sceso a 5 €/t, è evidente che questo strumento non è assolutamente in grado di fornire segnali di mercato, con una decisa penalizzazione degli efficientissimi impianti a gas a ciclo combinato rispetto alle centrali a carbone.
Per quanto riguarda le industrie energivore, va appoggiata la richiesta inviata da più parti a Bruxelles (ultima quella del produttore di acciaio ArcelorMittal) di introdurre una tassa sui beni importati in Europa in relazione al contenuto di carbonio. Una "Border Tax" di questo tipo, contenuta anche nella citata proposta degli ex ministri del Tesoro Usa, andrebbe mantenuta fino all’introduzione di una carbon tax a livello mondiale.
Ma vediamo quali sono le cifre in gioco e le implicazioni in Italia.
Ipotizzando un livello di 20 €/t, le entrate sarebbero dell’ordine di 8 miliardi, una cifra che consentirebbe di far fronte agli impegni europei, di tagliare del 10% le bollette elettriche grazie ad un alleggerimento della componente A3 e di ridurre il costo del lavoro.
Sul versate dei carburanti questo livello di carbon tax comporterebbe un incremento di quasi 5 centesimi al litro. L’aumento potrebbe essere spalmato in maniera differenziata toccando soprattutto il diesel, che attualmente gode di un vantaggio di 17 centesimi sulla benzina.
Un riallineamento in questa direzione è già in atto nel Regno Unito e in Belgio e, dopo lo scandalo del Dieselgate, altri paesi lo stanno prendendo in considerazione.
Peraltro, si potrebbe pensare di utilizzare una piccola parte della quota della carbon tax “super ambientalizzata” sui carburanti per far finalmente decollare la mobilità elettrica, ferma alla misera soglia di 1.400 auto vendute nel 2016. 
Utilizzando solo un decimo di queste entrate si potrebbe infatti moltiplicare per 20 volte l’acquisto incentivato di veicoli elettrici nel 2018, per poi arrivare in 5 anni ad un parco elettrico di mezzo milione di veicoli con incentivi decrescenti grazie al previsto rapido calo del prezzo degli accumuli.
A queste risorse potrebbero aggiungersi altri proventi. Un miliardo di euro all'anno sarebbe ricavabile con un innalzamento delle royalties legate all’estrazione di greggio e metano nel nostro paese (attualmente si incassano solo 350 milioni €) e ulteriori entrate sarebbero reperibili grazie all’eliminazione di una serie di sussidi di cui godono alcune categorie di utilizzatori di combustibili fossili e che potrebbero essere anch’esse utilizzate per ridurre il costo del lavoro.
Insomma, un po’ di coraggio da parte del governo non guasterebbe. Anche perché è entrato in vigore l’Accordo mondiale sul clima, ma nel nostro paese è come se non fosse successo niente.

fonte: http://www.qualenergia.it/

Lago di carbonio sotto Yellowstone, esperti: rischio caos climatico













Un maxi lago di rocce fuse ricche di carbonio si trova nella zona di Yellowstone, neglio USA. Una superficie stimata dai ricercatori in circa 1,8 milioni di chilometri quadrati, che hanno scandagliato utilizzando una imponente rete di sensori sismici. Un fenomeno unico che nasconderebbe però notevoli pericoli per l’ambiente.

A condurre lo studio sullo stato del carbonio al di sotto del territorio di Yellowstone un team di geologi della London university Royal Holloway. Secondo quanto ha riferito l’autore principale della ricerca, il Dott. Hier-Majumder:
Sarebbe impossibile per noi trivellare in profondità abbastanza da vedere il manto terrestre. Utilizzando questo massivo gruppo di sensori abbiamo disegnato un quadro dell’area utilizzando equazioni matematiche per interpretare cosa c’è sotto di noi.
Rilasciare nell’atmosfera appena l’1% della CO2 riscontrata equivarrebbe a bruciare 2,3 miliardi di barili di petrolio.
Il territorio interessato da questo include anche lo Yellowstone National Park, compresa l’area all’interno della quale si trova un super vulcano, oggetto di studio di una recente ricerca.
Questo vulcano rilascia circa 45 mila tonnellate di anidride carbonica al giorno, spiegano i ricercatori, e in caso di eruzione potrebbe addirittura portare a un “inverno nucleare”, in grado di uccidere 90 mila persone nell’immediato. La terra circostante verrebbe cosparsa di cenere fusa per una distanza dal parco nazionale di circa 1000 miglia.

fonte: www.greenstyle.it